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Nei tempi passati anche un piccolo incendio in un centro abitato costituiva spesso una vera calamità, sia perché gli edifici erano costruiti con abbondanza di legno e perciò facile preda del fuoco, sia perché non sussistevano forme organizzate di vigilanza ed intervento, le operazioni di spegnimento erano affidate a persone volenterose ma prive di esperienza.
Questa situazione non trovava soluzioni, mancando in tutta la provincia, strutture da cui prendere esempio.
Siamo nel maggio 1882, neppure a Bergamo esisteva un Corpo di Vigilanza Antincendio, a Romano di Lombardia, in Piazza della Pesa, ora Piazza Garibaldi, un intero fabbricato andò distrutto a seguito di un disastroso incendio e due persone vi persero la vita.
L’opera di spegnimento e salvataggio venne condotta da alcuni concittadini e dai carabinieri.
A seguito di ciò, il Consiglio Comunale concesse onorificenze a coloro che si distinsero in quel frangente.
In particolare venne deliberato un encomio al Rag. Francesco Galbiati per il suo alto contributo portato nelle operazioni di spegnimento e nell’organizzazione dei soccorsi. Il suo nome sarà strettamente legato alla storia del Corpo dei Civici Pompieri di Romano, che avrà in lui il più convinto organizzatore e sostenitore.
Nel Consiglio Comunale dell’ 8 ottobre 1883, il Cav. Luigi Leoni proponeva e caldeggiava l’istituzione di un regolare servizio di Civici Pompieri. Fu, quindi, istituita una Commissione per lo studio del progetto, mentre si anticipava l’acquisto di attrezzature e macchinari adatti.
Il 12 febbraio 1884, la Commissione presentava in Consiglio Comunale un Regolamento e il giorno successivo, il 13, il Consiglio costituiva ufficialmente il Corpo dei Civici Pompieri.
Il 20 aprile dello stesso anno, l’Eco di Bergamo, tra l’altro pubblica: “Quanto prima Romano, che in questa passa avanti a Bergamo, avrà un regolare servizio di estinzione degli incendi mediante un regolare Corpo…”.
Fra i componenti la Commissione il Rag. Francesco Galbiati si distinse per l’entusiasmo ed il dinamismo nel portare a compimento un’iniziativa che fortissimamente voleva. Di lui il Cavagnari (il famoso Magatì, giornalista, scrittore, poeta dialettale) in uno scritto del settembre 1924 così scrive: “….egli che era appena entrato nel Consiglio Comunale getta immediatamente le basi d’un Corpo estinzione degli incendi mediante un regolare Corpo… Questa cosa era veramente necessaria e forse si vi fosse stata prima si avrebbe evitato il disastro del maggio 1882 nel quale si ebbero due morti e due feriti…” Romano contava allora 6000 abitanti. Il primo comandante fu l’Ing. Carlo Manara; vice direttori furono nominati i Signori Direttori De Agostini Alessandro e Rottini Antonio. La sede fu il Quartirolo sito in un vicolo cieco posto a metà della Contrada del Quartiere ora via Tito Speri; il vicolo fu nominato “Vicolo dei Pompieri”.
Il segnale degli incendi veniva dato dal campanaro con la campana maggiore del campanile e precisamente con tocco continuato se l’incendio si era sviluppato in paese e con una pausa ogni cinque tocchi se in una casa isolata o in campagna. Il Corpo dei Civici Pompieri aveva il privilegio di portare il Gonfalone del Borgo durante le processioni o i cortei. Le incombenze del Corpo non si limitavano alle operazioni di spegnimento. Esso era formato da varie squadre per diversi servizi: servizio sanitario, servizio di guardia, servizio alle macchine idrauliche ed altri compiti meno importanti ma indispensabili al buon funzionamento delle operazioni. Capillare e rigorosa era poi la assegnazione dei posti di comando di ogni reparto. Era previsto persino un trombettiere che durante lo spegnimento dell’incendio doveva stare sempre vicino al Direttore e con la tromba doveva dare i segnali convenuti che gli venivano da questi indicati.
Un medico doveva recarsi sul luogo dell’incendio e rimanervi sino allo spegnimento. L’organico e gli incarichi del Corpo erano i seguenti: un comandante Direttore era responsabile della gestione amministrativa ed operativa. Provvedeva all’istruzione con conferenze ed addestramenti vari. Dirigeva le operazioni di spegnimento e stendeva le relazioni degli avvenuti incendi per la consegna all’autorità comunale e giudiziaria.
Due vice Direttori dipendevano dal Direttore e lo sostituivano durante le sue assenze. Due attendenti e due sottoattendenti alle macchine avevano il compito di recarsi appena avuta la notizia di un incendio. Un furiere registrava le lettere che pervenivano al Comando e teneva la cassa del Corpo.
Dieci pompieri effettivi dovevano al primo tocco della campana a storno recarsi al deposito, indossare il berretto di distinzione, quindi prendere gli attrezzi (scale, scuri, secchie…). Se l’incendio si era sviluppato in paese o in qualche cascina non distante, dovevano predisporsi prontamente a condurre a tutta forza la macchina sul luogo dell’incendio; solo in caso di incendi distanti dal borgo si faceva ricorso ai cavalli. Venti pompieri volontari dovevano tenere lontani dal luogo dell’incendio le donne, i vecchi, i bambini e contemporaneamente prestare aiuto ai pompieri effettivi; ogni squadra di dieci pompieri volontari aveva un caporale. Un custode aveva in consegna secchi, tubi, corde… Un cursore si accertava che sul luogo dell’incendio vi fosse acqua a sufficienza per alimentare le pompe, in caso contrario era autorizzato a deviare l’acqua di qualsiasi canale.
Le cariche di Direttore, vicedirettori, furiere, medico, pompieri volontari erano gratuite mentre tutte le altre cariche erano retribuite secondo una tabella di competenze variabile a seconda che l’incendio si sviluppasse nel territorio comunale o fuori.
Il corpo dei Civici Pompieri cessò di funzionare come organizzazione locale nel 1936. In tale anno venne inserito nel corpo Provinciale dei Pompieri e nel 1941 nel corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, come Distaccamento del Comando Provinciale di Bergamo, situazione tuttora in essere. | |
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