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TORTORA
ebbe
come fondatori alcuni profughi di Blanda, che la eressero in cima a
due speroni rocciosi: Julitta e Carrola.
Il
paese lo possedettero prima i De Grisone nel XIII secolo, poi a
seguire i Loria, i Martirano, i Ravaschieri, i Vitale e i De Vargas
Machuca di Casapesenna.
Dopo
il 1806 centro autonomo, fu aggregato al nuovo comune di Praia dal
1928 al 1937, quando riacquistò la sua autonomia.
Però
il suo Lido, diventato negli ultimi anni una rinomata stazione
balneare, è legato turisticamente a Praia. Esso fa di Tortora il
primo paese della "Riviera dei Cedri".
Il
centro storico è un alternarsi di Palazzi signorili (interessante
quello Lo Monaco col portale del'700), botteghe artigiane (come
quelle dei produttori di manufatti in legno, ceramica e metallo) e
chiese di diverse epoche (la più antica quella del Purgatorio del
XII secolo) che custodiscono pregiatissime opere d'arti.
Gastronomia:
cucina tipica contadina mescolata alle specialità marinare col pesce
fresco pescato nella zona. Pasta fatta in casa: squisiti i "rascatieddi"
(fusilli) col ragù o col sugo di carne di capra. Primeggiano poi
l'olio d'oliva genuino, le minestre di legumi e gli ortaggi:
tradizionali i "cucuzzieddri e mollica i pani" (zucchine fritte,
spruzzate con aceto e ricoperte di mollica di pane raffermo ed
aglio).
L'itinerario prosegue per
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AIETA
essa vanta origini
secolari in quanto è uno dei più antichi feudi calabresi. Fu
fontata da cittadini provenienti dall'antica Blanda Iulia.
Questi per non essere sottoposti alle incursioni Saracene
fuggirono sulle colline interne, infatti il primo centro abitato
si fa risalire all'896 sul "monte Calamaro", luogo quasi
inaccessibile.
Più tardi fu
trasferito nell'attuale sito, sviluppatosi intorno alla
chiesetta di rito greco di S. Nicola.
Aieta ebbe numerosi feudatari: i primi furono i Normanni, poi
passò ai Loira, ai De Mantibus, ai Carafa e ad altri.
Nel 1535 divenne dominio dei Martirano (da visitare l'omonimo
Palazzo, esempio di Rinascimento del sud), poi dal 1571 al 1767
ai Cosentino che la vendettero ai principi Spinelli di Scalea
Negli scorsi decenni erano molto sviluppati l'artigianato del
rame, della ceramica, del ferro battuto e, fino agli anni
ottanta, anche l'arte del ricamo e dell'uncinetto.
Gastronomia:
Specialità casearie come ricotta e pecorino; salumi ed
insaccati; carne di capra ed importante produzione del fagiolo
bianco, quotato nell'800 alla Borsa di Napoli.
Ed ora lasciamo per un po' i paesi
dell'interno per spostarci sulla costa e giungere a |
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PRAIA
A MARE
di
origini recenti è famosa per due sue bellezze naturali: l'Isola di
Dino e la Grotta del Santuario, alta 19 m. con una superficie di
circa 2.000 mq, un'opera maestosa da attribuire solo all'erosione
millenaria del mare. All'interno di essa furono trovati dei reperti
archeologici che testimoniano come il territorio di Praia fu già
abitato fin dal Paleolitico superiore, legando in questo modo la
storia del paese con quella della sua grotta, sede del monastero
basiliano di S. Elia nel X secolo e Santuario cattolico della
"Madonna della Grotta" dal XIV secolo.
La
realtà dei giorni nostri offre laboratori di orafi raffinati,
artigiani della lavorazione del marmo, industria mobiliera,
lavorazione della terracotta e dagli anni '50 un grande stabilimento
tessile.
Gastronomia:
un
misto di specialità marinare e contadine. Pasta di tutti i tipi
fatta in casa, famosi i "cavatelli" simili agli gnocchi di patata;
ottimi formaggi dolci e salati come pure i salumi caserecci come
soppressate, capicolli e salsicce.
Uscendo dal suo centro abitato ci accompagna
l'imponente mole della stupenda isola di Dino fino all'entrata
di |
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SAN NICOLA ARCELLA
che è uno spettacolo della natura a 110 m. slm., posizionata
com'è sul ciglio di uno strapiombo roccioso sul mare, dove si
apre a mò di voragine creando una meravigliosa spiaggia ed un
porto naturale di unica rarità in quanto riparato dai venti e
dalle correnti che fa trovare un sicuro rifugio alle
imbarcazioni che incappano in una tempesta.
Nei suoi pressi si ergono maestosi i ruderi di una torre
cilindrica detta "del porto"costruita nel XVI secolo durante le
incursioni Saracene.
San Nicola offre anche un'altra attrazione naturale orografica:
una roccia che forma un grande arco e tramite una fenditura si
entra in una grotta marina chiamata "dell'Arco Magno".
Il paese, forse nato da una colonia Normanna, posta a guardia
del litorale, fu casale di Scalea dalla quale fu staccato e reso
autonomo nel 1912.
Ebbe molti feudatari, dai Sanseverino agli Spinelli.
Il centro storico, che ruota intorno al Palazzo del Principe (XVIII
sec.), col tempo assunse uno stile marinaro ed ancora nelle sue
vie si trovano laboratori e botteghe dove ancora pulsa la vita
dell'artigianato della pietra e del marmo.
Gastronomia:
si può sintetizzare con la frase: profumo di mare e sapori di
collina. Piatti tipici marinari affiancati a pietanze a base di
legumi, verdure e carne. Molto in voga la pasta di casa e nelle
feste "crespelle di baccalà".
Proseguendo nel nostro itinerario,
incontriamo subito
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SCALEA
un intreccio di diverse civiltà. Già nel Paleolitico fu abitata
la zona nei pressi dove fu eretta la Torre Talao (XVI sec.); poi
colonia italica o greca: Laos, nella pianura del fiume Lao. Dopo
la sua scomparsa i Romani fondarono Lavinium. Dai discendenti di
queste ultime due città sorse Scalea: prima bizantina, poi
normanna (in cima all'abitato il Castello, ricostruito dagli
Angioini ed Aragonesi).
Quindi un tipico borgo medievale con una successione di case ed
un labirinto di scale e gradini, che forse diedero il nome al
paese.
Il suo feudo lo ebbero i Sanseverino, i Caracciolo ed infine gli
Spinelli.
Oltre al castello, importane è il Palazzo dei Principi,
dichiarato monumento nazionale, ed il mausoleo dell'ammiraglio
Ademaro Romano (1343).
Scalea, inoltre, offre una vasta gamma di negozi e botteghe
artigiane come per esempio i restauratori di mobili antichi,
calzolai che producono zoccoli e sandali e bravi fabbri che sono
quasi dei piccoli artisti.
Gastronomia:
specialità a base di pesce; cernie, spigole, alici, bianchetto
ecc. Carne ovina e caprina, allevata sul suo territorio; famose
le "capucèlle", testine di agnello o capretto cucinate con la
mollica di pane. D'inverno peperoni essiccati soffritti con la
salsiccia.
Ora inebriati da questi profumi genuini di
nuovo ci addentriamo nei paesi dell'interno, dove troviamola
pittoresca
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SANTA DOMENICA
TALAO
arroccata su
uno sperone roccioso che dà sulla vallata del fiume Lao, fino a
vedere il mare, data la sua alta posizione rispetto ad esso,
circa 3 km. sul suo livello. Quindi aria fresca, paesaggio
incantevole e tradizione contadina. Infatti fu fondata proprio
dai lavoratori dei campi venuti dai paesi vicini a lavorarvi e
poi stanziativi per sempre.
Nel paese
trovarono rifugio anche numerose persone provenienti dai centri
del cosentino dopo la rivoluzione del 1647.
Fu feudo dei
Sanseverino e poi dei Caracciolo.
Due forme d'arte
hanno caratterizzato la storia di questo paese: l'allevamento
del baco da seta e quindi la lavorazione del lino con preziosi
ricami, specialmente nella confezione dei loro costumi
folcloristici, e la scalpellatura di portali, loggiati e
facciate ornate da mascheroni come testimonia lo splendido
Palazzo Campagna.
Ai giorni nostri,
invece, è facile trovare artigiani intendi ad intrecciare cesti
e panieri oppure fucine di bravi fabbri ferrai.
Gastronomia:
cucina genuina ma
elaboratissima con l'impigo di molti ingredienti. Molto
ricercati sono gli "gnoccuoli alla santadomenicana", conditi tra
l'altro con sugo di carne suina e vino rosso, e la "zùppa alla
santadomenicana" con la gallina, caciocavallo, uova,
soppressata, pane ecc.
Inoltrandoci ancora verso l'interno facciamo una
puntatina a
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PAPASIDERO
situato alle pendici del
monte Ciagola, a circa 200 m. slm, vanta anch'esso una storia lunga
diecimila anni, quando l'uomo del Paleolitico superiore ha
lasciato in una grotta il famoso graffito raffigurante due buoi.
L'antica
tradizione del borgo fa pensare che il suo nome derivi da un
monaco basiliano, capo di una comunità della zona, Papas Isidros
e che il paese sia sorto sul sito dell'antica Sidro. Ma potrebbe
essere verosimile anche l'ipotesi che il nome derivi da un
vicino fiume o dall'omonima famiglia che ne possedette il feudo
fino alla metà del XIV secolo.
Nel 1726 i
principi Spinelli di Scalea acquistarono il feudo e lo tennero
fino al 1806.
Non rimane più
traccia della sua secolare tradizione artistica ed artigiana.
Rimangono, invece, a raccontare un pezzo di storia bizantina le
tre chiese ed il piccolo monastero costruito nel fiume Lao sotto
una grande roccia.
Gastronomia:
la cucina è
prevalentemente di tipo pastorizio (ricotte affumicate e tanti
tipi di formaggi fino al pecorino). Ottimo olio e vino, squisiti
i salumi caserecci ed un posto d'onore alle "làghini e cìciri"
(pasta di casa a forma di tagliatelle condita con ceci e
peperoncini).
Ora tornando indietro, ci rechiamo a visitare un
altro grazioso paese dell'interno:
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ORSOMARSO
anticamente detto
Albistro, lo troviamo con un nome simile (Ursumarzo) a quello
odierno solo dal XIII secolo.
Ma l'origine del
suo toponimo è molto incerta: secondo alcuni si collegherebbe
alla presenza nella zona di un orso che si rintanava in un bosco
posseduto dalla famiglia Marzo o Marzio, da cui Ursomarcius.
Appartenne ai
Brissac fino al 1580; poi passò ai Greco, ai Brancati ed infine
al duca di Girasole don Vespasiano Giovene. Ai primi del
Settecento la popolazione si ribellò contro i loro feudatari non
volendo più pagare gli onerosi balzelli che le imponevano.
Orsomarso
possiede uno splendido paesaggio ricco di boschi, montagne
rocciose e valli solcate dalle acque cristalline dei suoi due
torrenti: l'Argentino ed il Canale, nei quali si pescano
numerose le trote e le anguille. Perciò il paese è considerato
la porta d'ingresso per il "Parco del Pollino".
Un tempo vi erano
fiorenti le botteghe di artigianato vi si trovavano donne
laboriose intende a tessere ed a ricamare.
Importanti sono
le sue chiese ricche di opere d'arte come affreschi del '600,
altari in marmo policromo ed un pavimento maiolicato del '700.
Gastronomia:
i suoi piatti
tipici sono la carne di capra e di maiale, quasi sempre
affiancate con patate cotte al forno a legna, oppure insalate
condite con olio di casa. Non mancano gli ortaggi, le fave ed i
fagioli con peperoncino cotti nei tegami di terracotta per
concludere col pesce nostrano.
Ridiscendento visitiamo
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VERBICARO
probabile la sua
conduzione all'antico Berbicaro oppure, stando a quello che
scrivevano due storici come Plinio e Barrio, sarebbe sorta come
la romana Aprustum.
Centro medievale
di grande importanza, testimoniato dall'architettura dell'epoca
e dal suo palazzo feudale, fu nel 1329 signoria di Ruggero
Smenbrasi, nel 1414 di Arenzio Pappadoca e poi di Arturo
Papasidero.
Agli inizi del
1800 era già un paese affermato, contando più di 5.000 abitanti.
Ricca di stupendi
panorami, boschi, monti e caratteristiche viuzze interne,
Verbicaro deve la sua notorietà principalmente alla produzione
dei suoi vini (rosso, rosato e bianco), apprezzato già dai
Romani, che si possono degustare nelle sue cantine note come i "catoi".
Raramente si
trovano i costruttori di zampogna o i riparatori di organetto,
mentre è rimasta saldamente legata alla tradizione la
processione che ha luogo dalla notte di Giovedì Santo fino al
Venerdì animata dai "vattienti", che si percuotono a sangue.
Gastronomia:
cucina sana e
genuina con i tipici fusilli col sugo di capra, stoccafisso,
peperoni e zucchine secche con olio e peperoncino, salumi di
ogni specie, uva passa e splendide ricotte fresche o sotto sale.
Lasciato il paese del vino, ritornando indietro
ci accoglie
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SANTA MARIA
DEL CEDRO
di antichissime
origini, sorge al centro della vallata del Laos, la famosissima
subcolonia sibaritide, come attestano i numerosi materiali
archeologici portati alla luce durante i vari scavi effettuati
nella sua frazione di Marcellina.
In seguito alla
distruzione della vecchia città di Abatemarco, dovuta allo
straripamento dell'omonimo fiume, gli abitanti superstiti
fondarono nella metà del VI secolo un nuovo centro abitato con
lo stesso nome.
Questo territorio
fu lungamente feudo dei baroni Brancati di Napoli, insieme alle
vicine Marcellina, Grisolia e Urso Marzo, fino al 1806, quando
l'ultimo erede si ritirò in quel di Diamante.
D'allora divenne
frazione di Grisolia col nome Cipollina e poi comune autonomo il
26 febbraio 1948. L'11 aprile 1955 con D.P.R. il comune si
chiamò "Santa Maria" ed il 28 febbraio 1968 venne aggiunta,
sempre con D.P.R., la denominazione "del Cedro", dovuta alla
grossa produzione di questo agrume nel suo territorio che è sede
dell'Accademia omonima.
Girovagando per
il borgo, dove il moderno non ha ancora attecchito, si possono
trovare ancora le botteghe di artigianato locale, i vecchi
frantoi ed anche un laboratorio per la lavorazione artistica del
vetro per poi dirigersi nei pressi del fiume Abatemarco ad
ammirare i resti medievali della chiesa di S. Michele e quelli
di un vecchio castello, (ristrutturato poi dal principe don
Tiberio Carafa, per impiantarvici un Impresa), il quale fu di
nuovo riutilizzato come carcere ed è rimasto noto come "u
càrciru d'Imprìsi"
Gastronomia:
primeggiano su
tutte le pietanze i fusilli con la carne di capra, seguono la
pasta piena o con le alici; come stuzzichini ottime le olive
schiacciate e le melanzane sott'olio e per brevi
spuntini affettati di prosciutto, capicollo, soppressate e
salsicce.
Risalendo verso l'interno vediamo ergersi
maestosa
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GRISOLIA
a 440 m. slm, fu
fondata nel medioevo ed il nome derivò dal greco "Chrousolea" o
dal latino "Chriseua", entrambi significanti l'oro. Difatti
nella zona esistevano molte miniere.
Il paese fu
possesso del principe di Bisignano e poi di altri feudatari.
Importanti le
chiese, molte testimonianze architettoniche medievali ed in
particolare portali con stemmi gentilizi.
Caratteristiche
le viuzze e gli archi ("spùrti") che dominano le stradine e le
case, costruite sui dirupi a strapiombo, e non ultime le
escursioni nella montagna di "Pantanèlli", dove nei suoi boschi
crescono rigogliosi ciliegi, mirtilli e fragole, o le visite al
"Museo etnografico"del Palazzo Ducale.
Gastronomia:
cucina
tipicamente contadina fusilli al sugo di carne di capra, ottimi
salumi, baccalà fritto, e buon vino rosso locale.
Allontanandoci
da Grisolia è suggestivo guardare lungo la strada lo spettacolo che
offre la montagna che ad un certo punto si spacca in due parti,
formando una vallata dove scorre sornione il torrente Vaccuta,
dividendola da
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MAIERA'
a 360 m. slm è il
centro più ricco di storia e di tradizione dell'entroterra
tirrenica superiore e sorge su uno sperone del monte Carpinoso.
Nel paese, le cui origini risalirebbero al 1038, si trovano
tanti riferimenti al mondo greco e si pensa che il suo nome,
secondo i religiosi, deriverebbe dal vocabolo ellenico "Jeratices"
che significa "luogo sacro". Gli storici, invece, sostengono la
tesi che deriverebbe dall'ebraico Marà (spelonca, grotta).
Nell'antichità il
paese fu possesso dei Lauria, poi dei Carafa, conti di
Policastro, che lo tennero fra alterne vicende fino al 1718,
quando passò a Geltrude Figueroa e nel 1742 fino al 1806 ai
Catalano-Gonzaga.
Dal 2002 nel
Palazzo Ducale è ospitato il "Museo del Peperoncino".
Gastronomia:
cucina
tradizionale ricca di salumi, pasta fatta in casa con le alici,
vino rosso, liquore di cedro, marmellate e durante l'inverno
fichi secchi anche ricoperti di cioccolata.
Ritornando sulla costa ci imbattiamo con quella
che fino al 1876 fu una sua borgata: |
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CIRELLA
le cui origini risalgono alla preistoria. Poi, intorno al 1200 a.C.,
fu una delle prime città fondate dagli Ausoni e durante la
colonizzazione greca, verso il 540 a.C., fu popolata dai Focesi.
Numerose furono le
sue distruzioni: iniziarono i Romani nel 214 a.C., i quali poi la
ricostruirono, e nell' 850 proseguirono i Saraceni.
Ricostruita
nuovamente dai Normanni sulla sovrastante collina,fu distrutta
ancora una volta dai Saraceni nel 1552 e nel 1557.
Risorta intorno
alla secentesca chiesa di S. Maria dei Fiori, verso la seconda metà
del XVIII secolo, fu cannoneggiata nel 1806 dai Francesi e due anni
dopo dagli Inglesi.
Nella sua lunga
storia ebbe molti proprietari:i Fasanella, i Sant'Elia, i Pascali,
gli Scaglioni, i Galluppi, gli Ametrano ed infine i Catalano-Gonzaga.
Ricostruita per
l'ultima volta nella "marina" (suo sito originale) fu borgata di
Maierà, come abbiamo appena detto, e dal 1° settembre 1876 divenne
frazione di
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DIAMANTE
dove giungiamo, dopo aver percorso circa 3 km. allietati dalla vista
dell'isola Tempsa o di Cirella, per ammirare da vicino la "Perla del
Tirreno", comela definì Matilde Serao quando vi soggiornò, catturata
- come tutti - dalla sua naturale bellezza paesaggistica.
La "Città dei
Murales", come fu in seguito ribattezzata, ebbe origine nel 1638
fondata dal principe di Belvedere M.mo don Tiberio Carafa,dove vi
possedeva già dal 1622 circa un "ritiro" ed amministrata in sua
vece,in quanto residente a Napoli, dal suo vassallo il duca don
Diamante Perrone, dal popolo nominato loro "giudice di pace".
Suggestivo il suo
centro storico sorto dentro le mura della fortezza del suddetto
principe, che si allarga dalla zona del "Trijùnu" (toponimo
dialettale derivante dal preesistente torrione di guardia del
principe don Girolamo Sanseverino della fine del XV secolo) fino al
costone roccioso del "Timpùnu", dove nel 1645 fu edificata, sempre
per volere del Carafa, la chiesa Madre dell'Immacolata Concezione.
Qui, in un
connubio di colori e profumi, accarezzati dalle onde di un glauco
mare, iniziarono a
vivere in concordia le varie famiglie di cittadini, artigiani e
pescatori provenienti dai paesi del circondario, dal napoletano e
perfino dalla Spagna, dove trovarono ospitalità e cortesia, proprio
come oggi li trova il turista che vi soggiorna, che come allora,
accecato da cotanta bellezza naturale incontaminata, non vorrebbe
ritornarsene a casa perché non ha ancora finito di sognare.
Purtroppo sono
andati perduti (un po' per l'incuria del tempo, un po' per
negligenza) molti degli stemmi gentilizi in pietra lavorata che
sovrastavano gli archi dei portoni dei numerosi palazzi, ma rimane
la nobiltà d'animo dei suoi abitanti, tramandata dai loro avi,
nell'accogliere benevolmente chiunque visita per turismo questo
paese oppure vi si stabilisce per sempre.
Gastronomia:
Anche
se la cucina tipica diamantese non ha bisogno di presentazione
perché conosciuta ovunque, è d'obbligo sottolineare la squisitezza
dei suoi piatti.
Come
primi sono principalmente consigliabili i piatti a base di frutti di
mare (cozze, vongole, scampi ecc.) o al sugo di pesce per proseguire
poi con quelli a base di carne come i "fusilli" col ragù di carne di
capra, agnello o vitello. Innaffiati con vino bianco i primi e col
corposo vino rosso delle campagne circostanti o dei paesi limitrofi,
come Verbicaro e Buonvicino,i secondi.
Ottimi i dolci natalizi (chìnuli, cannarìculi e cicinìlli) e
pasquali (pizzàtole e tòrtani). In autunno i deliziosi "panicìlli",
le "crucètte", le "spinapìsci" ed i "tortanìlli" di fichi secchi
infornati vi accompagneranno con il loro profumo durante le vostre
passeggiate per le vie del paese. Di grande tradizione sono le
indescrivibili "raganelle" (frittate) di "rosamarina" (bianchetto) e
le insalate di pomodoro con olive pestate, d'inverno, e con "alìci
salate" d'estate.
Nei
primi piatti a base di carne e nelle insalate, per chi lo
preferisce, si può usare come condimento piccante "u cancarìllu" (il
peperoncino, famoso in tutto il mondo il suo "Festival" che si tiene
nella prima decade di settembre) che esalterà al giusto punto il
loro sapore con quel senso di forte ritenuto anche afrodisiaco.
Anche l'antica tradizione della coltivazione del
cedro offre liquori, gelati e granite, anch'esse da poco
aromatizzate al peperoncino.
E costeggiando il torrente Corvino, dove venne
piantato dai Romani il cedro, e dove oggi vi è stato creato il
"Parco" omonimo, a piedi si giunge in poco tempo a
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BUONVICINO
che sorse nella
seconda metà del XIV secolo dall'unione di tre villaggi
Tripidone, Triggiano e Salviate, un tempo rivale e poi "buoni
vicini".
Nel 1487 il paese
apparteneva a don Girolamo Sanseverino e d'allora
progressivamente ai Sersale, ai De Paola, ai Cavalcanti (noto il
gastronomo Ippolito, suo duca nel 1860) ed infine ai Valente
fino al 1881.
Nel monastero
basiliano di S. Maria del Padre (fondato nella metà del IX
Secolo) visse e operò l'abate s. Ciriaco (c. 950-1050), suo
Patrono. Famosa è rimasta la grotta della "Ricella", nella valle
del Corvino, dove il Santo vi passava intere giornate assorto
nella preghiera e nella contemplazione.
Dalla cima del
Sasso dei Greci (m. 967) si può ammirare la via Istimca che
collegava Laos con Sibari. Interessante anche lo sperone
roccioso detto "u Zàccanu".
Gastronomia:
nella sua cucina
di gusto robusto e genuino spiccano le cotiche di maiale con le
fave, la frittata con la cipolla, le polpette di miglio e la
pasta fatta in casa.
E dopo questa
caratteristica escursione ridiscendiamo fino al bivio di Diamante e
ci avviamo a conoscere
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BELVEDERE
MARITTIMO
il paese di antichissime origini
che mette in discordia gli storici tra loro. Alcuni di essi lo collegano
con Sidro, subcolonia sibaritide, mentre l'attuale nome lo fanno
risalire al XII secolo. Sempre di quell'epoca è il castello
fatto costruire da Ruggero il Normanno (ancora in ottime
condizioni) con rifacimenti aragonesi del XV secolo.
Il suo feudo, a
seguito delle lotte tra Angioini ed Aragonesi, fu venduto nel
1622 ai principi Carafa di Napoli, insieme alla "Terra del
Diamante" che lo tennero fino alla soppressione della feudalità.
Belvedere è la
patria di due uomini storici importanti: San Daniele Fasanella,
(? - 1227) Ministro Gen. dell'Ord. francescano delle Calabrie,
martire a Ceuta in Marocco, quindi suo santo Patrono (pregevole
statua lignea nel convento dei Cappuccini) e Cecco Pisano, uno
degli artefici della vittoria di Lepanto contro i Turchi.
il paese ha
un'antica cultura dell'arte della ceramica e dell'argilla, che
ha dato vita ad una "scuola-laboratorio", e l'industria della
salamoia del cedro.
Gastronomia:
tipica cucina
calabrese, molte specialità ittiche ed i squisiti "mastazzuli":
biscotti secchi multiformi di farina e miele di fico (gilèppo).
E dopo aver visitato un paese dalla storia
affascinante, la curiosità di scoprirne di nuove ci spinge ad
entrare in
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SANGINETO
città, secondo la
tradizione, fondata dal mitico re dell'Arcadia Licaone col nome
di Tileto o Tigella. Storicamente se ne hanno notizie solo verso
il 1270, quando un discendente di Giovanni di Moufort Ruggero di
Sangineto ne ottenne il feudo. Questo poi passò ai baroni Giunti
(sec. XIV-XVI) dai quali prese il nome il castello, oggi
trasformato in una moderna discoteca, poi fu la volta dei
Sanseverino i Maiorana ed infine i Firrao che lo tennero fino al
1806.
Nel paese un
tempo vi si producevano oggetti da usare in campagna e delle
altre attività artigianati in vita fino agli anni ottanta ne
rimangono solo alcune tracce di livello solo amatoriale, perché
soppiantate dalle nuove e più remunerative attività commerciali,
difatti da borgo agricolo si è trasformato in una rinomata
località turistica balneare specialmente nella sua Marina o
Lido, dove sono sorte eleganti e confortevoli villette.
Ai turisti sono
note anche le Grotte, dove nell'VIII secolo si pensa che vi si
sono insediati alcuni monaci basiliani profughi dalla Sicilia.
Gastronomia:
grande specialità
locale è lo stufato di maiale con cavoli, fagioli e patate.
Altri piatti contadini sono la "pitta fritta" (frittelle
ricoperte con pomodoro) e la polenta (adesso un pò rara, che una
volta si consumava con cavoli e fagioli d'inverno o con peperoni
e fagiolini teneri d'estate).
Ed ora, appagata la nostra voglia di conoscere,
proseguiamo per |
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BONIFATI
la cui origine, probabilmente, risale al 1507, quando alcuni profughi della città
di Hiele, distrutta da Roberto il Guiscardo, si
sarebbero
rifugiati sulla collina dove oggi sorge il paese, nella zona
detta del "Vaccaro". Il suo nome deriverebbe dal latino Bonum-factum (bene-fatto). Altre fonti lo riportano al nome del
Castello Bonifati, una fortezza costruita sul Monticello a
guardia della via Porto dei Focesi.
Attiguo al suo
centro storico si è recentemente sviluppata la frazione di
Cittadella del Capo, ottimo centro balneare.
Nella località
Campo di Monaco e Basile sono state ritrovate due sepolture
italiote del IV e III secolo a.C.
Gastronomia:
cucina
tradizionale locale a base di salumi e le famose "patàne e
zafaràni fritti alla frissùra".
Dopo un bel po' di strada, ritorniamo sulla costa
dove troviamo |
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CETRARO
forse la prima
città marittima bruzia. Secondo l'ipotesi di molti storici
riconducibile con l'antica Temesa oppure in relazione con la
famosissima Lampezia.
La città fu
donata dalla duchessa Silkegaita all'abate Desiderio IV Epifanio
di Montecassino per ringraziarlo del buon risultato ottenuto a
Melfi allorché i Normanni si riconciliarono col Papa Leone IX.
Perciò per 726
anni (dal 1086 al 1810) essa fu retta in priora dai Benedettini.
Due ipotesi sulla
derivazione del nome: o dall'abbondante produzione cedricola o
dal nome del fiume Aron che attraversa il suo territorio (Citra
Aron o Citra Rivun).
Ai giorni nostri
il comune è diviso in Cetraro Superiore e nel Borgo S. Marco,
fondato dai veneti dopo il terremoto del 1905.
Nelle sue
molteplici attività il paese spicca per l'industria tessile
(vecchio maglificio degli anni '50) nonché per la pesca, la
ceramica ed il legno.
Gastronomia:
le alici sono le
"dive" incontrastate della cucina locale: cotte, crude al limone
o salate; non mancano le verdure e gli ortaggi, soprattutto le
melanzane.
Uscendo dal centro abitato notiamo come è passato
in fretta il tempo, mancando solo altri due paesi da visitare .
Perciò ci affrettiamo a raggiungere
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AQUAPPESA
che è situata ai piedi della
"Catena Paolana". Le sue origini risalgono agli inizi del XVIII
sec., ma è certa la presenza dei Greci sul pianoro alle sue
spalle nei secoli IV e III a.C., in quanto vi sono stati
ritrovati molti vasi ed oggetti bronzei appartenenti a corredi
funebri.
A circa, 1 km da essa si
trova una delle sue due frazioni: Intavolata ed a meno di 1 km
da Guardia Piemontese l'altra: Terme Luigiane, che per cinque
dodicesimi hanno in comune.
Le vicende storiche di
quest'ultima frazione sono legate a quelle del paese, fino al
1927 autonomo e unificato con Guardia per tornarsi a separare
nel 1943.
Nella chiesa parrocchiale
del XIX secolo è conservato un pregevole ostensorio Barocco.
Molto sviluppato
l'artigianato del legno, del ferro e dell'argilla.
Gastronomia:
Pietanze semplici dai sapori
naturali eseguite con formaggi locali, verdura ed ortaggi come
la "pasta e patàne ", i "maccarùni di ziti", la "pasta d'a
fricchisca alla frissùra" ecc.
L'odore acre dello
zolfo ci fa capire che siamo giunti al termine del nostro viaggio
essendo alle porte di |
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GUARDIA PIEMONTESE
fondata
intorno al 1200 da gruppi di esuli piemontesi di religione
Valdese, provenienti dalle valli di Pellice e Angrogna.
Inizialmente
chiamata Guardia Lombarda, prese il nome attuale solo nel 1863.
La maggiore attrazione turistica sono le Terme Luigiane, note
già ai Greci ed ai Romani. Altre attrattive sono la chiesa di S.
Donenico e gli ingressi delle antiche case gentilizie, ornati
dall'opera degli scalpellini della scuola fuscaldese.
Importante anche
il Museo della civiltà contadina; e per quanto sia situata sul
mare, a Guardia non c'è la cultura del pesce.
Gastronomia:
cucina a base di
legumi, ortaggi e latte; forte presenza anche di uova, strutto e
formaggio.
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