Ultimamente si sta verificando un cambiamento nella storia italiana,è come
se le due opposte fazioni giocassero una serrata partita,molti stanno
recuperando anni di silenzio,stanno ricomparendo verità nascoste per
anni, testimoni non richiesti,mai ascoltati,si stanno facendo avanti
spontaneamente.
Addirittura il caso Moro viene rivisto alla luce di nuovi documenti.
Per chi aspetta da anni verità e giustizia potrebbe essere l'occasione giusta.
La trattativa fra Stato e mafia compare finalmente accennata nel famoso
papello che riporta alcuni punti di pressanti richieste presso la giustizia
italiana,il resto è viaggiato probabilmente su binari meno ovvi e ha prodotto i
risultati che abbiamo sotto gli occhi.
Spero che la boria di certe persone che ci vessano coi loro decreti non frenando
le loro scomposte manine venga annullata dai riconoscimenti popolari che
gli spettano quando si esporrà in uscite popolari
"nature" non artificialmente incensate.
"La trattativa tra Stato e mafia ha salvato la vita a molti politici".Queste
sono le parole del Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso,
parole che non avremmo mai voluto ascoltare.
Piero Grasso deve fare i nomi di chi ha gestito questa
indecente mercificazione dello Stato e della sua dignità.
Piero Grasso deve dire quali politici sono stati salvati e
perchè la mafia voleva ucciderli.
Cosa avevano promesso i politici? Cosa hanno ottenuto? Chi sono i porta nome e
porta interessi della mafia in Parlamento? Alcuni nomi li conosciamo: il primo
sarebbe stato Giulio Andreotti, uomo di 'esperienza' nei
rapporti con la mafia, salvato dal reato di favoreggiamento per prescrizione; un
altro è Marcello Dell’Utri, fondatore di Forza Italia,
oggi in appello con 9 anni di condanna in primo grado per concorso esterno in
associazione mafiosa.
Vogliamo tutti i nomi, l'intera lista, per poterli
allontanare dalle istituzioni e processare, oltre che per i reati più ovvi,
anche per alto tradimento della Patria. Si, di questo stiamo
parlando e nessuno in uno Stato ha l’autorità per poter 'vendere'
i suoi cittadini alla criminalità.
I politici coinvolti nella trattativa con la mafia vadano a dare le loro indecenti
spiegazioni ai familiari di Giovanni Falcone, della
moglie, Francesca Morvillo, dei tre agenti della scorta, Vito
Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, a quelli di Borsellino,
di Agostino Catalano, di Emanuela Loi, di Vincenzo
Li Muli, di Walter Eddie Cosina, di Claudio
Traina.
Ieri le agenzie di stampa hanno diffuso la notizia che sono stato sottoposto
a indagini dalla Procura di Roma con l’accusa di aver commesso reato
di vilipendio, cioè un reato di opinione. Sono accusato, quindi, di
aver offeso il Capo dello Stato. Vediamo di ricapitolare la
vicenda.
Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha emanato il Lodo
Alfano, legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta, che noi
dell’Italia dei Valori, sin dal principio, abbiamo sostenuto essere
incostituzionale. Il Presidente della Repubblica ci ha messo il cappello
affermando, invece, che il lodo Alfano era una legge costituzionale. Oggi
scopriamo addirittura che i suoi Consiglieri, a cominciare dal dottor D’Ambrosio,
si sono adoperati per aiutare il Governo a scrivere la norma
sul Lodo Alfano.
Il Presidente del Consiglio, dopo aver fatto questa norma incostituzionale ha
fatto quella sullo scudo fiscale. Lo scudo fiscale - lo
ribadisco ancora una volta - è una legge criminale, perché
legittima il comportamento dei criminali che hanno messo all’estero, sotto il
mattone, i proventi di reato. Fino a oggi i proventi di reato costituivano
l’oggetto del reato di riciclaggio: oggi è diventato tutto lecito!
Questa legge favorisce i criminali e umilia gli onesti, è una
legge che non andava fatta, è una legge che noi dell’Italia dei Valori, come
parlamentari e come cittadini, respingiamo criticando chi l’ha voluta, chi
l’ha approvata e chi l’ha promulgata! Questo è il diritto, è il dovere di
un parlamentare e di un cittadino di poter far sentire la propria voce
rispetto a un fatto del genere!
Il giorno in cui il Presidente della Repubblica ha firmato questa legge,
quasi 100 mila cittadini hanno dato il via ad una petizione, scrivendo: “Per
favore, Presidente, non firmare!” e il Presidente, invece, l’ha
firmata. Inoltre, a un cittadino che lo ha avvicinato durante una sua visita
istituzionale in Basilicata e che gli ha chiesto: “Ti prego, non firmare”,
Giorgio Napolitano ha risposto: “Ma come non lo firmo?! Tanto se non lo
firmo oggi, lo dovrò firmare domani, perché me lo rimanderanno uguale! Non
posso farci niente!”. Non è così, signor Presidente
della Repubblica! La Costituzione prevede che il Presidente della Repubblica
possa non firmare la prima volta il testo approvato dal Parlamento e di
rinviarlo, dunque, alle Camere con un messaggio motivato. Per
esempio, motivando il proprio rinvio dicendo: “Ma che state facendo! State
favorendo i criminali e state umiliando gli onesti”.
E’ questo il suo dovere, signor Presidente, quello che pensavamo fosse il
suo dovere! Siamo rimasti amareggiati da questa sua abdicazione ad un
suo impegno previsto dalla Costituzione e l’abbiamo detto, io l’ho
detto nell’immediatezza del fatto, con il cuore, con la mente e con la forza
dell’amore verso questa Repubblica e anche per il rispetto che ho verso di
lei. Ho detto: non faccia un gesto di abdicazione, non firmi, perché
l’atto è un atto vile, non ho dato del vigliacco a lei, ho
dato del vigliacco all’atto, è vile quest’atto! E’ un atto
irriguardoso verso la comunità degli onesti, è un atto di abdicazione al suo
ruolo, perché lei avrebbe potuto rimandare indietro queste carte!
Questo è il fatto e, per questo fatto, ieri sono stato messo sotto indagine
dalla Procura di Roma con la motivazione che avrei offeso e, conseguentemente,
avrei vilipeso il Presidente della Repubblica. Ritengo che a essere
offesi e vilipesi siano stati cittadini italiani onesti, che hanno
pagato le tasse e adesso si vedono coloro che non hanno pagato le tasse ridere
e scherzare alla faccia loro, perché pagando il 5% di ‘tangenti’
allo Stato possono fare quel che vogliono con i loro soldi. Non li
reinvestiranno, statene certi! Li utilizzeranno ancora una volta per comprarsi
la barchetta e per farsi gli affari loro o per riportarli un’altra volta
all’estero!
E allora, rispetto a quest’inchiesta della Procura, dico una cosa: ben
venga, perché voglio accertare fino a che punto c’è il diritto
del cittadino a dissentire da certe decisioni dissennate e di criticare
chi le firma e chi le promulga e, fino a che punto, invece, diventa un’offesa
alle istituzioni, un’offesa di lesa maestà o è l’esercizio di un dovere
costituzionale. Da parlamentare, voglio sapere fino a che punto mi è permesso
il diritto-dovere di poter esprimere le mie idee perché si tratterebbe di
‘reato di opinione’!
Vorrei e voglio questa decisione della magistratura e voi della rete dovete
volerla perché dovete sapere fino a che punto siete in un Paese democratico! Il
Presidente dell’Iran cosa sta facendo adesso? Sta impiccando
coloro che non la pensano come lui: in Italia c’è ‘un’impiccagione
morale’, in Italia c’è la condanna per chi non può esprimere le
proprie idee? Non so se è giusto o meno quello che ho detto, ma ritengo che sia
giusto e, inoltre, credo che la decisione presa dal Presidente della Repubblica,
di non rimandare gli atti alla Camera, sia un atto di abdicazione! Che questo
sia anche un reato, però, credo proprio di no, se vogliamo vivere in uno Stato
di diritto, uno Stato democratico!
E, allora, dico al Presidente della Repubblica: si vada fino in fondo nel
processo, non si impedisca ai magistrati di fare il loro dovere,
perché non me la prenderò mai con loro, in quanto, se dovessero arrivare alla
mia condanna, vorrebbe dire che c’è una norma oggi fuori dalla storia, fuori
dalla democrazia, fuori dallo stato di diritto e, quindi, quella norma deve
essere rivista! Quella norma doveva servire per tutelare le alte cariche dello
Stato da ben altre situazioni rispetto a quelle di garantire un divieto di
critiche nei loro confronti.
Nel caso di specie alla critica si è prestato il Capo dello Stato quando ha
raccontato al cittadino una favola non vera che non prevede la
Costituzione: quella per cui lui non poteva non firmarla, perché tanto poi
l’avrebbe dovuta rifirmare. Certo che doveva rifirmarla, ma nel frattempo
sarebbe caduto il provvedimento, perché era un decreto legge e i 60 giorni
erano scaduti, nel frattempo ci sarebbe stato un messaggio motivato alle Camere
in cui avrebbe potuto dire, da Presidente della Repubblica e da primo cittadino
italiano: “vi pare possibile fare una legge che premia i disonesti e
umilia gli onesti?”.
Questo è il tema! E allora, questo tema merita l’attenzione della
magistratura, ben venga la riaffermazione di uno Stato di diritto, alla
cui giustizia mi sottopongo.
La copia è stata fornita
dall'avvocato di Massimo Ciancimino al procuratore.
Si tratta del documento con l’elenco delle richieste per interrompere
la stagione delle stragi
PALERMO — Le condanne
definitive nel maxi-processo di Palermo arrivarono a gennaio del 1992, e
da lì si scatenò la vendetta di Totò Riina contro lo Stato. A
marzo fu assassinato Salvo Lima, a maggio saltò in aria Giovanni
Falcone, e dopo la strage di Capaci la cancellazione di quel verdetto
timbrato dalla Cassazione viene messa al primo punto delle richieste
mafiose allo Stato per fermare l’offensiva terroristica.
«1
- Revisione sentenza maxi-processo» è scritto in cima al
papello finito nelle mani dell’ex sindaco corleonese di Palermo, Vito
Ciancimino, e consegnato ai carabinieri del Ros (il colonnello Mario
Mori e il capitano Giuseppe De Donno) che andavano a fargli visita
per carpire notizie utili alla cattura dei latitanti. Almeno nella loro
versione. Secondo Massimo Ciancimino invece, figlio di «don Vito» e
principale testimone di questa vicenda, gli ufficiali dell’Arma
avevano avviato con suo padre una vera e propria trattativa, dopo
Capaci e prima della strage di via D’Amelio in cui morì Paolo
Borsellino, il 19 luglio ’92. Pure questo è un punto in cui le ricostruzioni
non coincidono, uno dei nodi cruciali dell’indagine in corso a 17
anni dai fatti. A riprova di quello che racconta, Ciancimino jr ha fatto
avere l’altro giorno ai pubblici ministeri di Palermo una fotocopia
del famigerato papello.
È un foglio di carta bianco, con dodici punti
scritti a mano, in stampatello, senza errori di ortografia tranne uno
(fragranza invece di flagranza), con calligrafia chiara. Che non sembra
quella di Riina, né di Bernardo Provenzano. Secondo i racconti del
giovane Ciancimino, lui lo ritirò chiuso in una busta, in un bar di
Mondello, dal medico condannato per mafia Antonino Cinà. Lo portò a
suo padre e poi lo rivide nelle mani del misterioso «signor Franco»,
o «Carlo», l’uomo mai identificato dei servizi segreti o di
qualche altro apparato che pure partecipò alla trattativa.
L’intermediario disse a Vito Ciancimino che poteva andare avanti, e
l’ex sindaco ordinò al figlio di combinare un altro appuntamento
con Mori e De Donno. A loro diede il papello, e a riprova di ciò —
sempre secondo Ciancimino jr — sull’originale del documento è
applicato un post-it scritto a mano dal padre dove si legge «Consegnato
in copia spontaneamente al col. Mori, dei carabinieri dei Ros». I
magistrati non hanno ancora l’originale, e per adesso studiano il
contenuto della fotocopia giunta via fax all’avvocato di Massimo
Ciancimino, che l’ha portata in Procura. Dopo il maxi-processo i
mafiosi si preoccupano di abolire il «41 bis» che prevede il «carcere
duro» per i mafiosi, la revisione della legge Rognoni-La Torre e di
quella sui pentiti.
Poi, al punto 5, compare un argomento che solo anni
dopo sarà trattato dai boss di Cosa Nostra, come possibile via
d’uscita dagli ergastoli: «Riconoscimento benefici dissociati
(Brigate rosse) per condannati di mafia». Con evidente riferimento
alla legge fatta per gli ex terroristi. È strano che già se ne parli
nel ’92, quando i capi sono tutti latitanti, ma questo risulta dal
papello. Al punto 7, dopo la richiesta degli arresti domiciliari per gli
ultrasettantenni, s’invoca la chiusura delle carceri speciali. Poi
ci si concentra sui rapporti con i familiari: dalla detenzione vicino
alle abitazioni delle famiglie all’esclusione della censura della
posta, fino all’esclusione delle misure di prevenzione per mogli e
figli. C’è poi la proposta di procedere all’arresto «solo in
fragranza di reato », come se le manette potessero scattare durante
una riunione tra mafiosi o subito dopo l’esecuzione di un omicidio,
mai in altri casi. Una sorta d’immunità per i boss, come per i
parlamentari.
Con l’ultimo punto ci si preoccupa di tutt’altro argomento:
«Levare tasse carburanti, come Aosta ». Improvvisamente, dalle
condizioni di vita dei detenuti (e dei loro parenti) e dalle riforme del
codice penale, si passa a questioni economiche come la defiscalizzazione
della benzina. E insieme al papello Massimo Ciancimino ha consegnato
alcuni fogli manoscritti dal padre dove, fra varie argomentazioni di
tipo politico- programmatico, si cita l’abolizione del monopolio
del tabacco. In quelle carte compaiono anche i nomi di Nicola
Mancino e Virginio Rognoni. Il primo divenne ministro dell’Interno
il 1˚ luglio 1992, il secondo fu ministro della Difesa fino a
quella data. Entrambi hanno sempre detto di non aver mai saputo nulla
della «trattativa» con la mafia, ma il riferimento a Rognoni viene
considerato dagli inquirenti un altro indizio che il confronto tra lo
Stato e i boss (tramite l’ex sindaco di Palermo) sarebbe cominciato
dopo la strage di Capaci ma prima di quella di via D’Amelio. E che
forse Paolo Borsellino morì anche perché era diventato un ostacolo da
rimuovere.
Il 16 marzo 1978, alle ore 9.45, con un
telegramma riservato, l’ambasciatore britannico a Roma Campbell avvisa
Londra che Moro è stato rapito, poco più di un’ora prima. Si stava
recando in macchina alla Camera dei Deputati dove, quella stessa mattina,
sarebbe nato il primo governo della storia della Repubblica a
partecipazione indiretta del Pci. Ossia la celebre “non sfiducia”, un
primo importante passo verso la realizzazione dell’idea del
compromesso storico tra comunisti e cattolici. E’ quanto emerge da
questo e da altri documenti da noi ritrovati negli archivi nazionali di
Kew Gardens. Carte rese pubbliche qualche mese fa.
Nell’attacco al presidente, avvenuto in
via Fani, con una tecnica chirurgica da commando militare molto simile a
quella utilizzata dalla Delta Force statunitense, questi strani
brigatisti, armati di mitragliette Skorpion, riescono in trenta secondi ad
uccidere i cinque membri della scorta e a sequestrare, illeso, lo statista
pugliese.
Il telegramma ha una qualche espressione
sibillina. Non afferma, ad esempio, in modo categorico che la
responsabilità di quell’operazione è delle Brigate rosse, come faranno
tutti i media italiani da quel minuto in poi, ma utilizza l’espressione
“le cosiddette Br”, uscita forse freudianamente dalla mente di
Campbell.
Che questa tragedia durata 55 giorni abbia come protagoniste le Br, è
fuori discussione. Ma la domanda che forse Campbell si pone fin
dall’inizio è: – chi manovra i terroristi? E soprattutto, da chi sono
infiltrati?
*
Il governo italiano e tutte le forze
politiche democratiche entrano in uno stato di smarrimento e confusione. A
mobilitarsi è soprattutto il ministero dell’Interno presieduto
dall’onorevole Francesco Cossiga. Migliaia di posti di blocco di polizia
e carabinieri vengono allestiti a tamburo battente da Bolzano a Trapani,
senza alcun piano strategico.
Ma quello stesso giorno Campbell scrive:
Francesco Cossiga
“Squillante, capo di gabinetto di Cossiga, parlando su istruzioni di
quest’ultimo, ha telefonato a Mcmillan (primo segretario d’ambasciata)
nella tarda serata del 16 marzo. Voleva assicurarsi che il governo di Sua
Maestà fosse in grado di fornire assistenza tecnica (basata sulla nostra
esperienza nell’Ulster) in relazione al rapimento del signor Moro. In
questa fase – precisa Campbell – Squillante ha escluso ogni richiesta
di assistenza paramilitare”. E aggiunge:
“In considerazione del messaggio del
primo ministro [Jim Callaghan, laburista] contenuto nel telegramma n. 60
del Ministero degli Esteri britannico e delle nostre precedenti offerte di
aiuto a Cossiga, Mcmillan ha affermato di non intravedere difficoltà di
sorta. Tuttavia, in linea di principio, sarei lieto – conclude Campbell
– di potermi impegnare il prima possibile con il signor Cossiga”.
*
Il 17 marzo, di buon mattino, Squillante
convoca Macmillan al Viminale per un colloquio segretissimo con
l’ammiraglio Celio, responsabile dei Corpi speciali italiani. Scrive
Campbell:
“Celio ha affermato che gli italiani ci sarebbero grati se potessimo
fornire immediatamente (cioè oggi) un istruttore delle Sas, [Special Air
Service, i commandos inglesi] con particolare esperienza nell’affrontare
uno stato di assedio (ossia, nel caso fosse localizzato il nascondiglio di
Moro e dei suoi rapitori). Inoltre, gli itaniani hanno richiesto una
ventina di bombe [stamp bombs], del tipo cioè utilizzato a
Mogadiscio”.
*
Il riferimento alla capitale della Somalia non è casuale. Qualche mese
prima le teste di cuoio della Repubblica federale tedesca, hanno liberato
con un colpo di mano i passeggeri di un volo Lufthansa sequestrato dalla
Raf (Frazione dell’armata rossa), il gruppo terroristico più
pericoloso in Europa. I commandos tedeschi, prima del blitz, hanno fatto
saltare i portelloni dell’aereo con le stamp bombs.
*
Leonard James Callaghan, primo ministro
britannico
Che fretta hanno Cossiga, Celio e Squillante di convocare ad appena
ventiquattro ore dal rapimento, i diplomatici di una potenza straniera?
E’ evidente che Cossiga si fida più degli inglesi che dei suoi
connazionali e colleghi di partito. In ogni modo anche le pietre sanno che
Moro o si salva subito o mai più. I più accorti sono certi inoltre che
l’operazione da mettere in campo è di estrema difficoltà e richiede
competenze da apparati militari inesistenti in Italia. Corpi abituati ad
operare in stato di guerra. E’ pensabile che una mobilitazione di forze
speciali di tale livello non sia fondata su informazioni sicure.? Moro è
forse prigioniero all’interno di un bunker inaccessibile? E’ rinchiuso
dentro una struttura a sua volta inclusa in un‘area militare off
limits?
*
L’ammiraglio Celio ha talmente fretta che
propone a Macmillan di “inviare immediatamente un aereo italiano a
Londra per prelevare l’istruttore e il materiale esplosivo”.
*
Poche ore dopo, la richiesta italiana viene
accolta. La notizia è data da Morland, addetto militare della
Marina e dell’Aviazione dell’ambasciata di Sua Maestà, a Roma. Quella
stessa notte del 17 marzo, gli inglesi inviano due istruttori e venti
cariche esplosive (stun grenades). Il via libera viene dai
ministeri britannici della Difesa e dell’Interno e dal premier Jim
Callaghan in persona.
*
Perchè l’operazione fallisce? Chi impedisce l’ attuazione del
blitz? Questa è la vera questione. Tutto il resto, fino al ritrovamento
del cadavere dello statista in via Caetani, non sarà altro che una
colossale e snervante messa in scena.
Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino
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