Stato mafioso
Diteci chi governa,l'attteggiamento che le forze dell'ordine e la giustizia hanno nei riguardi dei cittadini di coscienza che riferiscono su reati avvenuti o in corso è quello tipico di chi ha più buoni rapporti coi delinquenti che con gli onesti.
Non c'è stata una trattativa Stato-mafia?
Allora diteci perchè la giustizia ha paura dei cittadini normali,non ne
cerca la testimonianza ma va a riscuotere le proprie informazioni presso
la criminalità.
Del cittadino onesto generalmente ci si libera con una denuncia per procurato
allarme o dandogli del pazzo o del dichiaratore di falso,considerate anche solo
i disastri ecologici italiani,a chi li ha preannunciati (perchè non era della
cerchia)è arrivata in cambio una bella denuncia,non ultimo il tentativo di
G.Giuliani per la prevenzione del terremoto in Abruzzo.
Ne viene fuori l'immagine di una scuola in cui i delinquenti sono i cocchi
dei professori e dei presidi mentre quelli che studiano e si comportano bene
finiscono sotto attacco,messi alla berlina e gestiti per la loro pericolosità
da parte di chi ama il cattivo andamento dell'Istituto.
71 sono i collaboratori di giustizia e 1000 i pentiti già questo dice tutto,la
partita che viene giocata contro la delinquenza sembra solo una finta come
il falso bipartitismo Parlamentare.
Vedete di assicurare alle persone che affrontano rischi per rispetto della
verità e della giustizia quello che a loro spetta come difensori della
comunità e non un trattamento da pezzenti,da rompiscatole o addirittura da
delinquenti, siete pagati per questo da noi cittadini e non per coprire
gli occhi con gli scudi fiscali.
http://www.usticaemafie.splinder.com/post/21523885
Ulisse è un testimone di giustizia ed è uno dei
nostri soci onorari dal 2001. Lui e sua moglie sono vittime di un gesto
normale. Di loro non si parla. Da anni lo facciamo noi e ringraziamo
Pietro Orsatti che quando gli abbiamo segnalato la storia non ha esitato a
raccoglierne la voce così come fece Gabriele Masiero nel 2002.
I camorristi accusati da Ulisse e dalla moglie stanno uscendo di
galera, ma Ulisse e sua moglie non sono protetti. I loro figli non sanno
che i loro genitori sono testimoni...
Nei prossimi giorni partirà una richiesta alla DDA di Napoli con
le stesse motivazioni di Piera Aiello [quelli inerenti la sicurezza]. Se
sarà necessario li accompagneremo noi, con le nostre macchine. Se sarà
necesarrio li accompagneremo con Piera Aiello.
Associazione Antimafie "Rita Atria"
Nome in codice Ulisse
Assiste a un omicidio e denuncia
l'accaduto. Riconosce l'assassino e lo fa condannare. E inizia un
calvario di 18 anni: senza adeguata protezione, senza aiuti,
spesso confuso con un pentito, con un ex criminale
di Pietro Orsatti
A prima vista potrebbe sembrare la sceneggiatura di un film con Harrison Ford. Non lo è. È invece una storia tutta italiana, profondamente italiana, dove il "senso civico" di un cittadino si rivolta contro distruggendogli la vita. È il caso di un testimone di giustizia. Nome in codice Ulisse. «Nel Novanta io e mia moglie assistemmo per puro caso a un omicidio - racconta a left - tentammo addirittura di scongiurarlo e intervenire -. Ulisse tentò perfino di investire il killer che inseguiva la vittima - ma non essendoci riusciti ci recammo immediatamente dai Carabinieri per offrire la nostra testimonianza. Nessuno è venuto a chiedercela. Siamo stati noi». Ulisse scandisce con attenzione le parole. Vuole chiarire che lui è un "testimone" non un "collaboratore". «Testimone è un cittadino che assistendo a un fatto delittuoso si rivolge spontaneamente alla magistratura - spiega -. Un collaboratore, un pentito, è altro. Oggi siamo 71, a fronte di quasi un migliaio di pentiti». Ulisse e la moglie assistono al delitto dallo specchietto retrovisore. Il killer esplode più colpi contro la vittima in una stazione di servizio sulla tangenziale di Napoli.
Già durante il processo, conclusosi con una condanna all'ergastolo del killer che risultò essere anche a capo di una cosca della camorra Ulisse e i suoi rimangono "scoperti". La giustizia va avanti, ma la macchina amministrativa si inceppa. La protezione è infatti minima: «Tre o quattro volte al giorno passava una macchina dei Carabinieri a vedere solo se eravamo vivi. Siamo andati a testimoniare al processo così. Con il nostro nome, senza cambiare città o identità». E intanto minacce, scritte e dirette, perfino attraverso un vigile urbano (poi condannato) come postino della camorra.
Da questo punto della storia, il cittadino che
ha aiutato per solo senso civico lo Stato a imprigionare e
processare un assassino si trasforma in vittima della burocrazia
statale. Solo nel 2001 lo status di "testimone" viene
scisso da quello di "collaboratore", ma i funzionari del
Servizio centrale di protezione, a quanto risulta, sono sempre gli
stessi. Inamovibili, sono loro a gestire la protezione, a
determinarne i modi, a verificarne l'idoneità. Alle dipendenze
dirette di uno dei sottosegretari del ministero degli Interni. Per
la seconda volta questo ruolo lo ricopre oggi Alfredo Mantovano,
sempre in un governo Berlusconi. Da allora a oggi le cose non
sembrano essere cambiate.
Ulisse riesce a rimanere
solo per un breve periodo in "provvisoria", poi perde
ogni copertura e aiuto. Non può tornare nella sua città, non ha
più il suo lavoro come del resto sua moglie che nel frattempo si
è anche ammalata. Non
ha una nuova identità e quindi rischia continuamente di essere
rintracciato. Svende le poche proprietà, si costruisce da sé una
nuova vita e una copertura. E, chiaramente, fa causa allo Stato
per riavere ciò che lo Stato gli ha tolto. Oggi aspetta
una sentenza, prevista fra poche settimane, ed è l'unico dei
tanti testimoni che hanno subito lo stesso percorso che stia
arrivando finalmente a un chiarimento. Dopo diciotto anni. Molti
degli altri 71 testimoni sono ancora in mezzo al limbo
burocratico, senza copertura, senza sicurezza, senza aiuti
adeguati. «Tutti in un modo o nell'altro - conclude indignato -
siamo stati bastonati dalle istituzioni. E quasi tutti
abbiamo cercato protezione nei politici, che il più delle volte
ti chiudono la porta in faccia, e di brutto. Quando trovi qualcuno
che apre, che ti ascolta, che cerca di aiutarti, diventa il punto
di riferimento. Così ci siamo conosciuti fra noi. Siamo stati
costretti a chiedere aiuto alle stesse persone. Alla faccia della
sicurezza e dell'anonimato».
Oggi Ulisse aspetta giustizia da chi ha aiutato a fare giustizia.
Ed è un fortunato. C'è
anche chi, come l'imprenditore Domenico Noviello di
Castelvolturno, sempre in Campania, ha denunciato il racket della
camorra, ha testimoniato, ha fatto condannare dei criminali e poi,
dopo tre anni, si è visto sospesa la protezione. Per poi essere
ucciso il 16 maggio per strada. Lo Stato se l'è cavata con una
corona di fiori.