1)Borsellino:omicidio di Stato?
2)CSM:
la tenuta delle istituzioni in un colpo solo
3)Scontro
procure, Csm sospende Apicella, trasferisce pg Iannelli
4)Omicidio Borsellino: lo Stato che sa? Mancino sforzi la memoria sul
1Luglio1992
E' disponibile il secondo DVD di Passaparola: "Senza
stato, né legge..."
Sommario della puntata:
Il mancato arresto di Provenzano nel 1995
Lo Stato era compatto nella lotta alla mafia?
La strategia delle stragi dopo il maxiprocesso
Il patto tra mafia e Stato
Gente di 'casa nostra'
Testo:
"Buongiorno a tutti,
oggi parliamo di un processo scomparso, un processo dimenticato.
Anzi, per nulla dimenticato. Proprio perché chi di dovere lo sa che non ne
parla. E dopo capirete il perché.
A Palermo, in un’aula della quarta sezione penale del Tribunale, si sta
processando l’ex capo dei servizi segreti civili, cioè l’ex capo del SISDE.
Che è un prefetto, ma è anche un generale dei Carabinieri e si chiama Mario
Mori. Un omino piccolo, un valoroso ufficiale dell’Arma, che ha lavorato con
Dalla Chiesa ai tempi del terrorismo, che ha lavorato al R.O.S. – il Reparto
Operazioni Speciali dei Carabinieri – ha guidato il R.O.S.
E’ un pluridecorato e plurimedagliato per la cattura di Riina
e altri latitanti mafiosi, eppure pare nasconda dei segreti. Pare. Nessuno è in
grado di affermarlo con certezza. Il processo è in corso. Ma io ne sarei
abbastanza certo in quanto penso che questo sia una delle massime eccellenze
investigative che abbiamo avuto in Italia. E che evidentemente nella stagione
delle stragi di mafia è stato investito da un qualche potere che non conosciamo
– ecco perché dico ‘pare’ che nasconda dei segreti – del compito,
dell’ingrato compito, del terribile compito di trattare con la mafia
mentre l’Italia veniva messa a ferro e fuoco dalle bombe, in Sicilia nel ’92
e addirittura nel continente, a Milano, Roma e Firenze, nel ’93.
Ora però non è imputato per quello, è imputato per una questione che potrebbe spiegare quella trattativa e potrebbe spiegare quel misterioso episodio che è stato oggetto di un altro processo che immediatamente precede l’episodio per il quale Mori adesso è imputato, la mancata perquisizione del covo di Riina dopo la sua cattura. Questo processo si riferisce a un altro episodio, che segue di due anni la mancata perquisizione del covo di Riina e risale al 1995 e precisamente al 31 ottobre 1995. Che cosa accade il 31 ottobre del 1995? Un colonnello dello stesso R.O.S. dei Carabinieri, grazie a un mafioso suo confidente sotto copertura – infiltrato nella mafia, ma confidente dei Carabinieri – riesce a scoprire dove è nascosto Provenzano. Provenzano nel 1995, due anni dopo la cattura di Riina, due anni dopo le ultime stragi, è il capo indiscusso di Cosa Nostra. Il confidente avverte il colonnello dei Carabinieri, che si chiama Michele Riccio, il consulente si chiama Luigi Ilardo. Il Carabiniere riesce a scoprire dove è nascosto Provenzano. Di più, incontra Provenzano. Ha un appuntamento con Provenzano in questo capanno di Mezzojuso. È un centro di campagna, una trentina di chilometri a sud di Palermo. Quindi dice: “Sto per incontrare Provenzano, venitemi dietro che vi faccio catturare Provenzano!”. Il colonnello Riccio entusiasta parla con i vertici del R.O.S., che sono i generali – c’è il colonnello Mori che è il capo operativo – c’è il braccio destro di Mori che è l’allora maggiore Mario Obinu, i quali decidono di non catturare Provenzano, ma semplicemente di far pedinare il confidente a distanza per vedere dove va, e poi cercare di catturare Provenzano quando saranno tutti pronti. Purtroppo passata quella occasione, Provenzano non ne consentirà un’altra. Fino a quando, undici anni dopo, all’indomani delle elezioni vinte dal centro-sinista quasi tre anni fa, Provenzano verrà catturato, o verrà consegnato, o si consegnerà, o si lascerà prendere. Perché sapete che le catture dei boss in Sicilia destano sempre degli interrogativi, dubbi, interpretazioni pirandelliane, come quel gioco di specchi, dove non si riesce mai a capire chi ha fatto che cosa. Esattamente come la cattura di Totò Riina nel ’93.
Ecco, questo processo, se uno lo conosce, consente alla gente di capire –
non solo gli esperti, ma la gente comune – cosa è successo tra lo Stato e la
mafia negli ultimi quindici anni. Potrebbe riscrivere, questo
processo, la storia della mafia e dell’antimafia degli ultimi quindici,
vent’anni. E infatti i pubblici ministeri – il pubblico ministero principale
(sono in tre che lavorano: sono Nico Gozzo, Antonio Ingroia e Nino Di Matteo),
quello che si è occupato fin dall’inizio di questa indagine è Nino Di
Matteo, il 15 luglio dell’anno scorso quando è iniziato il
processo, dopo il rinvio a giudizio di Mori e di Obinu, ha tracciato davanti ai
magistrati la sua ipotesi accusatoria. Dicendo: “in questo processo intendiamo
dimostrare questo, questo e quest’altro, con le seguenti prove e le seguenti
testimonianze ecc.” Naturalmente è intervenuto l’avvocato Pietro Miglio, in
rappresentanza della difesa dei due ufficiali, il quale invece ha detto: “noi
dimostreremo che i nostri due clienti, Mori e Obinu, sono innocenti, che non
c’è nessun mistero, che Provenzano non si faceva catturare.”
Qual è l’ipotesi accusatoria che a noi interessa? Non è
tanto interessante sapere se Mori e Obinu hanno commesso dei reati, quelli sono
fatti loro, dei magistrati, degli avvocati. Quel è il processo nel suo aspetto
giuridico. Poi c’è l’aspetto pubblico e cioè quello che interessa a noi, o
dovrebbe interessare a noi se qualcuno ce li raccontasse, e cioè sapere chi ha
fatto che cosa e perché. Sapere poi se quello è un reato o no, poco importa.
Importa sapere se lo Stato era tutto compatto nel combattere la mafia, se lo
Stato aveva una sola strategia per combattere la mafia, se è vero che la mafia
e lo Stato si sono sempre contrapposti in questi ultimi vent’anni e se è vero
quello che ci veniva raccontato mentre esplodevano le bombe che
uccidevano Falcone, la scorta e la moglie, poi Borsellino e la scorta e
tanti innocenti cittadini comuni presi per caso dalle bombe di via Palestro a
Milano o di via dei Georgofili a Firenze, e delle basiliche di San Giorgio al
Velabro e San Giovanni in Laterano a Roma, per non parlare dell’attentato di
via Fauro contro Maurizio Costanzo. Se quello che ci veniva detto, e cioè
“non abbasseremo la guardia!”, “nessuna pietà” era vero o era solo una
declamazione retorica. Qui sembrerebbe che dietro le quinte,
mentre lo Stato faceva la faccia feroce davanti alle telecamere, dietro le
quinte fosse in realtà affaccendato a trattare con in mafiosi evidentemente
perché l’aveva sempre fatto in passo, ed evidentemente perché l’ha sempre
fatto in futuro. Ed è interessante quindi questa storia per capire un po’
tutto. Perché se fosse vera l’ipotesi accusatoria – il reato che viene
contestato a Mori e a Obinu è piuttosto grave: favoreggiamento aggravato e
continuato a Cosa Nostra, in particolare a Provenzano. Qual è
questa tesi accusatoria? La tesi accusatoria è che, nel 1992, mentre a Milano
esplode Tangentopoli, la Corte di Cassazione conferma le condanne dei mafiosi
che Falcone e Borsellino con grande fatica sono riusciti a far condannare nel
maxiprocesso nato dalle dichiarazioni di Buscetta e di altri due pentiti,
Contorno e Calderone. La mafia si aspetta che la Cassazione con il solito Carnevale
annullerà tutto e rimanderà liberi e belli i boss nelle loro case, e invece
Carnevale non presiede il Collegio quella volta, perché è stato istituito una
sorta di principio di rotazione, e lo stesso Carnevale ha preferito per
opportunità, nel pieno della polemica, cedere il passo a un altro presidente.
Basta il cambio di un presidente per far sì che quasi tutte le condanne vengano
confermate in Cassazione. Per la mafia è uno shock bestiale,
la fine della sua impunità storica ed è anche un problema materiale: i boss
invece di uscire restano dentro con la prospettiva di non uscire più, o quasi.
Anche perché sono piuttosto agees i boss mafiosi quando vengono presi,
di solito.
C’è quindi una reazione della mafia che è per metà una vendetta nei confronti dei referenti politici istituzionali perché evidentemente non hanno mantenuto le promesse o non sono riusciti a mantenere l’immunità, che sempre avevano garantito a Cosa Nostra, e quindi c’è l’eliminazione di Salvo Lima il 12 marzo 1992 a Palermo, c’è l’eliminazione di uno dei due cugini Salvo, Ignazio l’altro, Nino, era già morto per conto suo. E poi c’è l’omicidio Falcone che è un salto di qualità. Non è la vendetta verso un vecchio amico della mafia che ha tradito, ci mancherebbe altro, è semplicemente un attentato preventivo per impedire a Falcone di continuare a fare ciò che stava già facendo. È grazie a Falcone se si era acceso un faro sulla prima sezione penale della Cassazione e sul ruolo di Carnevale e se Carnevale non aveva presieduto quel Collegio al maxiprocesso perché Falcone, dirigente del Ministero della Giustizia sotto il ministro Martelli, aveva metto sotto il mirino Carnevale, che era considerato da lui, e non solo da lui, il tappo che impediva le condanne definitive ai mafiosi. Viene ucciso Falcone, viene ucciso Borsellino perché? Perché nel frattempo si è avviata una trattativa. Tra chi? Tra l’allora colonnello Mori e il suo collaboratore del momento più fedele, il capitano De Donno, e Vito Ciancimino, un sindaco mafioso di Palermo che in quel momento stava agli arresti domiciliari a Roma, per motivi di salute. Cioè questi due alti ufficiali dei Carabinieri vanno da un noto mafioso, condannato per mafia, e gli chiedono di fare da tramite coi vertici di Cosa Nostra. In quel momento, siamo nel 1992, c’è ancora la diarchia Riina - Provenzano. Ciancimino è più uomo di Provenzano che non di Riina, in ogni caso fa da tramite – i Carabinieri diranno di aver voluto avviare quella trattativa nella speranza di avere un aiuto per arrestare dei latitanti mafiosi e di iniziare in qualche modo le stragi che erano iniziate con quella di Capaci. Il risultato è che Riina capisce esattamente a rovescio, e cioè vede i Carabinieri, lo Stato, col cappello in mano dopo la strage di Capaci, e si felicita per aver avuto quella brillante idea di ricattare lo Stato con una strage dopo l’altra.
Riina voleva naturalmente non lo scontro con lo Stato, lui voleva punire
chi aveva tradito per conto dello Stato gli accordi con Cosa Nostra e voleva
fare un nuovo accordo con persone che fossero in grado di rispettarlo. Voleva un
nuovo trattato di reciproca non belligeranza, convenienza, convivenza,
connivenza. E dato che la classe politica se ne stava praticamente andando con
l’indagine di Mani Pulite, bisognava attrarre qualche nuovo soggetto politico
in grado di prendersi la responsabilità di fare questo nuovo accordo con la
mafia. Per questo Riina mette le bombe, per questo si felicita che siano
arrivati subito i Carabinieri col cappello in mano. E allora Riina dice:
“perché cedere subito per un piatto di lenticchie? Possiamo
rilanciare alzando il tiro con altre stragi e alzando quindi la posta della
trattativa, così lo Stato ci darà molto di più”. La trattativa prosegue,
parte subito dopo la strage di Capaci, e produce – questo è molto probabile
– la strage di via D’Amelio, perché Borsellino è il simbolo vivente del
partito della non trattativa. Adesso c’è tutta una polemica nata dalle
rivelazioni dei figlio di Ciancimino e ripresa giustamente da
Salvatore Borsellino a proposito di un incontro che ci sarebbe stato al Viminale
il 2 luglio del 1992 tra Borsellino e l’allora ministro dell’Interno
Mancino, dove secondo alcuni avrebbe fatto capolino anche Bruno Contrada e dopo
il quale incontro Borsellino sarebbe rientrato agitatissimo
nell’interrogatorio che stava facendo con Gaspare Mutolo che guarda caso era
uno dei primi pentiti che parlavano di Andreotti, di Contrada e di Carnevale. Agitatissimo
perché, così sostiene il figlio di Ciancimino, Borsellino era stato in qualche
modo informato al Viminale che c’era in corso una trattativa e si chiedeva il
suo consenso. E immaginate se Borsellino avrebbe acconsentito a trattare con la
mafia che il mese precedente gli aveva ammazzato il migliore amico. È evidente
che Borsellino diventa l’ostacolo numero uno sulla strada della trattativa e
Riina lo intende così tant’è che lo elimina da quella strada, per spianare
la strada della trattativa. Dopodiché vengono pianificati gli attentati del
’93 ai monumenti e ai simboli dell’arte, della religione, ai simboli
dell’Italia praticamente, ma Riina il 14 gennaio del 1993 viene arrestato
dagli stessi uomini del R.O.S. che stanno trattando con Cosa Nostra. E lì
succede quel fatto increscioso: il R.O.S. arresta Riina
promette che sorveglierà giorno e notte la casa dove Riina era latitante per
vedere se arrivavano altri mafiosi, perché i mafiosi non sapevano che era stato
scoperto il covo, Riina era stato arrestato lontano da casa, dopodiché
ingannando la procura di Caselli, gli uomini del R.O.S. abbandonano il covo, lo
lasciano incustodito e lo lasciano perquisire a Cosa Nostra. Che l’abbiano
fatto apposta, che non l’abbiano fatto apposta, che si siano dimenticati, che
si siano sbagliati, non lo sappiamo. Il processo che si è tenuto fino a due
anni fa a Palermo, non ha appurato il dolo, non poteva del resto appurare che
Mori e l’allora capitano Ultimo avessero fatto apposta queste omissioni per
favorire la mafia, questa era l’accusa, da questa sono stati assolti, ma il
processo ha appurato che il covo non è stato sorvegliato e non è stato
perquisito e quindi chi lo ha perquisito? Cosa Nostra, capeggiata da chi? Dopo
l’arresto di Riina, da Provenzano. C’erano i segreti, le
carte della trattativa? C’era il famoso ‘papello’ che il figlio di
Ciancimino assicura essere stato passato da suo padre al generale Mori, con le
l’elenco delle richieste che la mafia faceva allo Stato per interrompere le
stragi? Fine dei pentiti, fine del 41bis, fine dell’ergastolo, revisione del maxiprocesso
e fine del sequestro dei beni. Non lo sappiamo. Sappiamo che lo Stato rinuncia a
perquisire il covo di Riina. Cosa succede subito dopo? Succede che due anni dopo
c’è la possibilità di prendere Provenzano. C’è la possibilità di
prendere Provenzano perché il confidente Ilardo porta praticamente a casa di
Provenzano i Carabinieri. Ma, dice il colonnello Riccio che gestisce il
confidente Ilardo, il R.O.S. dei Carabinieri Provenzano non lo voleva prendere.
Per chi vuole entrare nel dettaglio di questo processo, non dimenticatevi che
alla fine di questo mese, il 30 gennaio, uscirà un piccolo librino che ho
curato io, un fascicoletto insieme alla rivista Micromega. Lì
troverete tutti i dettagli con le parole, la versione dell'accusa, la versione
della difesa e tutto il racconto del colonnello Riccio, che è spaventoso. Le
parti più spaventose sono due. La prima è quando Riccio racconta che Ilardo,
che nel frattempo stava decidendo di diventare un collaboratore di giustizia, di
uscire da quella veste ambigua e rischiosa dell'infiltrato dentro la mafia
confidente dei Carabinieri - col rischio di essere ammazzato da un giorno
all'altro - e quindi di entrare con la sua famiglia nel programma di protezione
dello Stato. Fanno una riunione a Roma per stabilire i termini della sua
collaborazione con i magistrati interessati: Caselli, procuratore di Palermo;
Tinebra, procuratore di Caltanissetta; il generale Mori, che
nel frattempo ha fatto carriera. Ilardo, appena vede Mori, gli va incontro,
nemmeno lo saluta, gli dice subito: "guardi, colonnello, che le stragi che
abbiamo dovuto fare noi le avete commissionate voi dello Stato. Questo è il
concetto. Immaginate un ufficiale dei Carabinieri che ha combattuto il
terrorismo, che ha combattuto la mafia, si sente dire da un mafioso che le
stragi le ha fatte lo Stato. Che fa? Gli mette le mani addosso, gli
dice "ne racconti un'altra, come si permette?". Che ne so. Il racconto
di Riccio è agghiacciante perché sostiene che Mori rimase irrigidito per
qualche secondo: silenzio, paralisi, tensione. Poi gira i tacchi e se ne va.
Il secondo episodio agghiacciante è quello che succede subito dopo quella
maledetta riunione che si tiene il 2 maggio del ’96 a Roma
nella quale viene deciso che Ilardo diventerà un collaboratore di giustizia.
Ilardo torna in Sicilia perché ha chiesto una settimana per avvertire i suoi
parenti di quello che sta per succedere, perché dovrà andar via poi per sempre
dalla Sicilia, insomma quello che succede con in pentiti e con i testimoni di
giustizia. E appena arriva in Sicilia, qualcuno fa sapere a Cosa Nostra che lui
in realtà è un mafioso che sta tradendo Cosa Nostra che sta per cominciare a
parlare e a mettere a verbale e quindi viene ucciso da un killer di Cosa Nostra
a Catania. La collaborazione viene soffocata nella culla. Il
giorno prima che lui entrasse nel programma di protezione, la mafia lo elimina
perché qualcuno dei pochissimi esponenti delle istituzioni che sapevano del suo
imminente pentimento ha fatto la fuga di notizie. Deve essere qualcuno che
partecipava a quella riunione a Roma o che ha parlato con qualcuno che aveva
partecipato a quella riunione.
Ilardo quindi muore. Il colonnello Riccio pagherà un prezzo altissimo perché
due anni dopo essersi scontrato coi vertici del R.O.S. che non avevano voluto
catturare Provenzano viene arrestato a sua volta dal R.O.S., cioè da suoi
colleghi, per delle operazioni antidroga a Genova, molto
controverse. Secondo alcuni erano delle operazioni brillantissime – la DEA gli
aveva anche dato degli encomi solenni (la DEA è l’anti droga americana) –
secondo altri erano operazioni disinvolte. Viene arrestato con dei suoi
collaboratori per traffico di droga e viene condannato in primo grado a nove
anni. Secondo alcuni potrebbe essere una manovra per delegittimare il suo
racconto. Perché il colonnello Riccio aveva un’agenda dove aveva segnato
tutte le confidenze che Ilardo gli faceva sui rapporti mafia-politica. E gli
aveva parlato di Dell’Utri, e gli aveva parlato di Andreotti, e gli aveva
parlato di Mannino, e gli aveva parlato di Salvo Andò e gli aveva parlato di
altri politici che secondo lui avevano rapporti con la mafia. E gli aveva
parlato anche con quel Dolcino Favi che all’epoca era in servizio a Siracusa
nella magistratura e che poi arriverà a fare il procuratore generale reggente
di Catanzaro e troveremo due anni fa a togliere l’inchiesta ‘Why Not’
dalle mani di De Magistris. Tutte cosa naturalmente da verificare. Resta il
fatto che alla vigilia della verbalizzazione delle rivelazioni, Ilardo viene con
precisione cronometrica assassinato e quindi quello che ha detto assume una
discreta importanza.
In questo processo, tramite il colonnello Riccio, Ilardo dall’aldilà parla
tramite le agende del colonnello Riccio. E il colonnello Riccio conclude i tre
giorni, lettura e udienza, dedicati al suo esame, alla sua deposizione
ricordando che il generale Mori gli ordinò di non scrivere nei rapporti
investigativi nessun nome politico tra quelli fattigli da Ilardo, nemmeno quello
di Dell’Utri.
Mori e altri spiegarono al colonnello Riccio che Dell’Utri e Berlusconi
stavano facendo le stesse battaglie contro i giudici che interessavano al R.O.S.
e che insomma, questa fu l’espressione, ‘Berlusconi e Dell’Utri sono di
'casa nostra'. Cioè noi dei R.O.S. dei Carabinieri, apparteniamo alla stessa
casa di Berlusconi e di Dell’Utri’. Nel processo vedremo se questa mancata
cattura di Provenzano è reato, se è stata fatta per favorire la mafia oppure
no, già sappiamo, per quello che dice Riccio, che Provenzano poteva essere
catturato undici anni prima, quando era ancora un po’ più in
carne, un po’ più in forze e soprattutto un po’ più potente, un po’ più
importante. Soprattutto sappiamo che di questo processo non si deve parlare. Non
si deve parlare perché ci riporta alle stragi e alle trattative tra Stato e
mafia. E quello è un tema che non può essere affrontato dall’informazione
italiana perché è un tema che riguarda la nascita della Seconda Repubblica.
Una Seconda Repubblica che non è purtroppo nata dal sangue
della Resistenza, ma è nata dal sangue delle stragi e quindi chi ne parla o chi
ne vuole parlare, letteralmente, muore. Passate parola!”
Postato da Beppe Grillo alle 12:30
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