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                                                                                         vedi anche pag 109(anche impeach Bush) e pag.110                                        

                                
                                    vedi pag.103

                              

                                                  

            Ministro con diritto all'obiezione di coscienza

«Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell'interesse esclusivo della nazione»

Un direttore d'orchestra che non sa bene cosa esegue  produce effetti di questo tipo

                                                                                    Immagine non Disponibile

se un bravo musicista deve avere la musica nel sangue questo non si sa bene se sia austriaco, cinese,russo,scozzese.
Questo genere di  persona raccoglie normalmente indulgenza per la sua  incoscente intraprendenza ma non è sempre domenica e la nostra storia passata e attuale non può essere suonata a discrezione e a seconda della propria ispirazione,ci sono senz'altro persone che sanno interpretarla sul serio e con rispetto di chi l'ha scritta, spesso col sangue o con l'internamento, e continua ancora a scriverla.
Non siamo una Repubblica da operetta anche se c'è chi ha interesse a renderci tali,scegliamo fin da ora da che parte stare o chi ci ha reso  inerti e inermi avrà la meglio quando getterà la maschera. 
La Costituzione e le leggi sono  diventate un optional ma solo per alcuni e con pericolo dei più
ricordiamo a chi ha raggiunto le alte cariche le gravi responsabilità che ad esse sono connesse  e pretendiamo giustizia  per chi i privilegi se li è buttati alle spalle suonando musica completamente diversa


                                         :     ....... BOMBA O NON BOMBA (E BOMBA SU BOMBA)

                                                            

                               
Questo esposto alla Procura di Roma  o la lettera dell'ANPI sono due modi diversi per intervenire con più o meno forza,il rigore sarebbe comunque d'obbligo visto l'argomento  e le  circostanze. 


Dall'esposto di Mario Ciancarella di pag.137                    

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§                 L’onorevole Ignazio La Russa intervenendo, nella sua qualita’ di Ministro per la Difesa della Repubblica Italiana, alle celebrazioni per la memoria della difesa di Roma (8 Settembre 1943), nell’ambito delle azioni della Resistenza e della Lotta di Liberazione dal Nazifascismo, e dunque nelle vesti di garante dell’onore e della lealta’ delle Forze Armate e di quelle della Liberazione (che nessuno ha diritto di vilipendere come esplicitamente recita l’art. 81 del C.P.M.P.) ha testualmente affermato:

  

“Farei un torto alla mia coscienza  se non ricordassi che altri militari in divisa, come quelli della Nembo dell’esercito della Rsi, soggettivamente, dal loro punto di vista, combatterono credendo nella difesa della patria, opponendosi nei mesi successivi allo sbarco degli anglo-americani e meritando quindi il rispetto, pur nella differenza di posizioni, di tutti coloro che guardano con obiettività alla storia d’Italia”.

§                 La Costituzione italiana si fonda sullo spirito antifascista - che la ispiro’ e che guido’ la Resistenza - e sul suo dettato - che vieta la ricostituzione del disciolto Partito Fascista - e dunque nega ogni forma di apologia di tale espressione politica, principio che e’ stato infatti reso successivamente attuativo dal testo predisposto ed approvato con L. 20 Giugno 1952 nr. 645 “Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione” che all’art. 4 esplicitamente recita:

 

“4. Apologia del fascismo.

Chiunque fa propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità indicate nell'articolo 1 è punito con la reclusione da sei mesi a due anni e con la multa da lire 400.000 a lire 1.000.000.

 

Alla stessa pena di cui al primo comma soggiace chi pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche. Se il fatto riguarda idee o metodi razzisti, la pena è della reclusione da uno a tre anni e della multa da uno a due milioni.”

  

Considerato che

 

§                 L’onorevole La Russa, in quanto Ministro di questa Repubblica Italiana, ha giurato fedelta’ alla sola Costituzione che ne definisce la forma e ne fissa i valori ed i principi fondamentali sui quali impegna comunque ogni Cittadino e non i suoi soli rappresentanti Istituzionali,

  ..........................................


Documentazione :

1)I giovani di AN:"Non saremo mai antifascisti"
2)dal sito ANPI:
il comunicato in risposta alle affermazioni di  La Russa e Alemanno in occasione dell'8 settembre
estratto delle leggi razziali
la politica razziale del regime fascista
Resistenza : 
la peculiarità italiana
l'eccidio di Cefalonia( reparti che si schierarono contro i tedeschi)
le imprese della Decima Mas(reparti che si schierarono con i tedeschi -Repubblica di Salo')
altri siti:
Nembo(reparti aggregati all'esercito tedesco):
Fascisti: Lo sberleffo di La Russa (di G. De Luna)
Quel simpaticone di Ignazio La Russa ha insultato la gionalista rom


 

Inserito da Il Brigante Rosso (del 17/09/2008 @ 08:55:49, Tratto da Liberazione, linkato 46 volte)
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Egregia ministra Giorgia Meloni, siamo sicuri che stavolta se l'aspettava. Lei, ministra, conosce bene Federico Iadicicco, il presidente romano di Azione Giovani, organizzazione della quale a sua volta è presidente nazionale. Dunque intuisce la nostra domanda. Che è poi la stessa rivoltale tempo addietro sulle evidenti apologie nazifasciste del sito fiorentino di Ag. La domanda è: lei che ne pensa? Del grido di guerra lanciato dal suo dirigente romano e amico: «Noi non possiamo essere, non vogliamo essere e non saremo mai antifascisti».
Ecco: «Mai antifascisti». Proprio così si conclude la lettera aperta, nientepopodimeno che «ad ogni italiano», di Iadicicco. E lei sa bene, ministra Meloni, che egli ha scritto questa lettera, deflagrata ieri nel dibattito politico, a nome proprio ma non solo: «con me tutti i ragazzi di Azione Giovani», si legge infatti subito prima di quella conclusione lapidaria e solenne. ...Continua a leggere...
 
2)
 
Da :

 

  

COMITATO PERMANENTE ANTIFASCISTA

CONTRO IL TERRORISMO

PER LA DIFESA DELL'ORDINE REPUBBLICANO

In occasione del sessantacinquesimo anniversario della strenua difesa di Roma dalle truppe naziste, il ministro della Difesa ha pronunciato inaccettabili parole di apprezzamento nei confronti dei militari della Repubblica di Salò che, secondo Ignazio La Russa, "combatterono per la difesa della Patria".

Quasi contemporaneamente, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha affermato che il fascismo deve essere considerato il male assoluto, solo nella fase in cui produsse le leggi razziali antiebraiche. Anche in queste gravissime dichiarazioni non si riconosce che le famigerate leggi razziali, di cui quest'anno ricorre il settantesimo anniversario, altro non furono che l'esito naturale di una condotta violenta, liberticida e razzista che il fascismo stesso tenne sin dalla sua nascita.

Dopo anni di attacchi revisionistici sempre crescenti ai valori della Resistenza e dell'antifascismo, tendenti a porre sul medesimo piano storico ed etico dittatura e libertà, totalitarismo e democrazia, con preoccupazione assistiamo all'ennesimo tentativo, da parte di esponenti del Governo, di sovvertire la storia d'Italia, per dare l'assalto ai valori di democrazia, antifascismo e libertà che hanno permeato e sorretto il nostro Paese per oltre sessant'anni.

In questo delicato momento della vita del nostro Paese è bene invece riaffermare quella che è una verità storica inoppugnabile: in Italia vi è chi si è battuto per ridare libertà e dignità alla nazione (i partigiani, i seicentomila militari internati, i deportati nei campi di concentramento nazisti e le truppe anglo-americane) e chi voleva riaffermare un dominio assoluto e criminale, ricorrendo anche a stragi di civili innocenti e a deportazioni, cui parteciparono attivamente i militari della Repubblica di Salò, già considerati dall'allora governo legittimo italiano collaborazionisti dei nazisti e quindi perseguibili penalmente. Di rilievo è l'invito del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a "rafforzare il comune impegno di memoria, di riflessione, di trasmissione alle nuove generazioni del prezioso retaggio della battaglia di Porta San Paolo, della difesa di Roma e della Resistenza"; che è la radice primaria da cui sono nate la Repubblica e la Carta Costituzionale, di cui quest'anno ricorre il sessantesimo anniversario dell'entrata in vigore.

un estratto delle leggi razziali:

Il ministro segretario del partito ha ricevuto, il 26 luglio XVI, un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane, che hanno, sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare, redatto o aderito, alle proposizioni che fissano le basi del razzismo fascista.

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6. Esiste ormai una pura "razza italiana". Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l'Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.

7. È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l'opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l'indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l'Italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.

La politica razziale del regime fascista

Le delazioni contro gli ebrei.

La Resistenza dei militari italiani all'estero

 

Il 1943 fu l’anno della svolta nella Seconda guerra mondiale. Se sul fronte orientale, dopo la vittoriosa battaglia di Stalingrado del novembre 1942, iniziò la controffensiva dell’Armata rossa, anche la situazione nello scacchiere meridionale volse a sfavore delle forze dell’Asse: nel maggio ci fu la capitolazione definitiva delle truppe italo-tedesche in Africa e il 10 luglio lo sbarco degli Alleati in Sicilia. Si acuì così la crisi politica e militare del fascismo, che era già stato scosso dagli scioperi del marzo 1943 nelle fabbriche del Nord Italia.

  • Nella notte tra il 24 e il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo approvò (19 sì, 8 no, 1 astenuto) l’ordine del giorno Grandi che chiedeva il ristabilimento dello Statuto. Il 25 luglio il re Vittorio Emanuele III destituì Mussolini e lo fece arrestare. Il governo venne affidato al maresciallo Pietro Badoglio, il quale annunciò che "la guerra continua". Si intensificavano intanto i contatti tra governo italiano e Alleati per giungere ad una uscita dell’Italia dalla guerra.
  • Il 3 settembre a Cassibile in Sicilia, Italia e Alleati anglo-americani firmarono un armistizio che prevedeva un annuncio contemporaneo da parte italiana e alleata e l’immediata occupazione con truppe aviotrasportate degli aeroporti di Roma. Tutto ciò non avvenne e il governo italiano continuò a prendere tempo.
  • L’armistizio venne improvvisamente annunciato l’8 settembre da un messaggio radio registrato di Badoglio, in quel momento in fuga con la famiglia reale verso Pescara. I tedeschi ebbero così modo di occupare quasi tutta l’Italia nel giro di pochi giorni. Per l’esercito italiano, abbandonato dai suoi comandanti supremi e lasciato senza ordini, iniziò lo sbandamento. Ma molte migliaia di militari italiani all’estero scelsero di resistere ai tedeschi, sia in tutte le zone dove si trovavano ad operare (Corsica, Provenza, Iugoslavia, Albania, Grecia, Dodecaneso e Cefalonia) sia successivamente, nei campi di prigionia in Germania. Alla resistenza parteciparono anche unità della Marina e della Aeronautica.

 

LL'eccidio di Cefalonia'eccidio di Cefalonia

La peculiarità italiana

La Resistenza italiana si inquadrò nel più vasto movimento di opposizione al nazifascismo sviluppatosi in tutta Europa, ma ebbe connotazioni particolari.
Nei Paesi sconfitti militarmente e occupati dai nazifascisti (es. Francia, Belgio, Danimarca, Olanda, Norvegia, Grecia, Jugoslavia, Albania) la Resistenza costituì una seconda fase della guerra che li aveva coinvolti.

L'Italia al contrario, sotto la guida dittatoriale del fascismo era rimasta sino all'8 settembre 1943 alleata del Reich nazista di Hitler, e come tale aveva partecipato alla guerra di aggressione ed era stata a sua volta potenza occupante.

Qui la Resistenza sorse quando – caduto il regime fascista il 25 luglio 1943 e firmato dall'Italia l'8 settembre dello stesso anno, dopo irrimediabili rovesci militari, l'armistizio con gli "Alleati" – le forze politiche democratiche, che si erano ricostituite, chiamarono il popolo a raccolta per cacciare i fascisti e i tedeschi.

Questi ultimi avevano occupato in pochi giorni il Paese, disarmando e catturando, in Italia e all'estero, 700 mila soldati italiani, lasciati senza ordini e direttive dal re Vittorio Emanuele III, dal governo diretto dal Maresciallo Badoglio e dallo Stato Maggiore e avviandoli ai campi di concentramento in Germania.

Non si trattò, per l'Italia, di continuare una guerra perduta, bensì di cominciare una nuova guerra, una guerra di Liberazione che consentisse di cacciare i tedeschi occupanti e il loro alleato fascista che aveva dato vita alla mussoliniana "Repubblica Sociale Italiana", riconquistando quella libertà della quale l'Italia era stata privata dal fascismo e dal suo regime autoritario e antidemocratico per oltre vent'anni.

Le forze della Resistenza

Costituirono il movimento di Resistenza forze eterogenee, diverse tra loro per orientamento politico e impostazione ideologica, ma unite nel comune obiettivo di cacciare il nazifascismo e di conquistare la libertà. Attorno ad esse si riunirono persone diverse per età, censo, sesso, religione, tra le quali erano personalità di spicco dell'antifascismo – che avevano avversato e combattuto il fascismo durante il ventennio del regime, spesso pagando con galera, esilio, confino, taluni partecipando alla guerra antifascista in Spagna (1936-1939).

Accanto a loro i militari che durante la guerra avevano conosciuto dal vivo la rovinosa demagogia del fascismo, giovani e giovanissimi che rifiutavano l'arruolamento nelle file del nuovo fascismo repubblicano e che, di fronte alla durezza dell'occupazione tedesca, sceglievano la via dell'opposizione e della lotta.

Il movimento fu fortemente unitario, pur mantenendo ogni forza partecipante la propria specificità e la propria visione politica. Talune contrapposizioni iniziali finirono per essere superate e accantonate nel corso della guerra, per dare spazio, sul piano politico e su quello militare, a larghe intese che consentirono di definire i comuni obiettivi e di sviluppare un coordinamento sempre più puntuale, efficace e incisivo. I maggiori partiti antifascisti organizzati – Partito comunista, Partito socialista, Democrazia cristiana, Partito d'azione, Partito democratico del lavoro, Partito liberale – costituirono il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) cui venne attribuita la direzione politica e nel seno del quale i comitati militari assunsero la responsabilità dell'organizzazione delle forze che andavano raccogliendosi in città e in montagna.

Si trattò naturalmente, di uno sviluppo complesso e difficile, sovente frammentario; la spontaneità di molte iniziative, le condizioni di clandestinità e segretezza in cui si doveva operare, le difficoltà di collegamento, l'aleatorietà dei contatti, la scarsità di mezzi, i duri colpi inferti dai nazifascisti, tutto ciò mise a dura prova l'obbiettivo delle forze patriottiche. I nazifascisti sin dall'inizio scardinarono centri politici e operativi, catturando, torturando membri e responsabili del movimento e con estesi rastrellamenti attaccarono in montagna i primi nuclei armati e le prime bande partigiane.

Ciò malgrado, il movimento di Resistenza si consolidò e si estese, si radicò gradualmente sul territorio, trovò consenso e sostegno in gran parte della popolazione, resse alla prova dei tanti arresti, delle torture, delle deportazioni nei Lager nazisti di sterminio, delle fucilazioni, delle rappresaglie.

Regione per regione, zona per zona, la presenza delle formazioni partigiane nelle vallate e sulle montagne si fece sempre più massiccia e dalle bande iniziali si passò a ben organizzate brigate (le "Garibaldi", le "Giustizia e Libertà", le "Matteotti", le "Mazzini", le "Autonome", etc.) mentre nelle città prendevano vita le SAP (Squadre di Azione Patriottica) e i GAP (Gruppi di Azione Patriottica), dediti a operazioni di reclutamento di sabotaggio, ad azioni di guerriglia urbana, ad attività propagandistica e di reclutamento, sostenuti da movimenti di grande impegno quali i Gruppi di Difesa della Donna (GDD) e il Fronte della Gioventù (FdG).

18 mesi di battaglie

Già nei primi giorni dell'occupazione tedesca seguita all'8 settembre 1943, data dell'armistizio tra Italia e potenze alleate, si erano verificati scontri: reparti militari avevano reagito al tentativo di disarmo da parte dei tedeschi.

Anche se si trattò di azioni sporadiche, di limitata rilevanza e votate all'insuccesso vista la sproporzione di forze e d'armamento (la più significativa tra di esse avvenne a Roma a Porta San Paolo, ove reparti militari italiani e civili antifascisti si unirono per contrastare combattendo le forze tedesche d'occupazione) esse furono significative d'uno stato d'animo e di una volontà che andavano estendendosi tra la popolazione, accentuandosi man mano che l'esercito tedesco, pressato dall'avanzata anglo-americana nel Sud e Centro Italia, andava ripiegando verso Nord.

Le Quattro Giornate di Napoli (27-30 settembre 1943) videro una spontanea rivolta di popolo che con sacrifici ed eroismo ebbe la meglio sulle truppe tedesche e liberò la città prima dell'arrivo delle forze "Alleate". Ma fu in tutto il territorio del Centro-Nord, occupato dai tedeschi, che il movimento di Resistenza si dispiegò vanamente contrastato, con determinazione e ferocia, da nazisti e fascisti. Furono mesi di passione e anche di terrore.

I nazifascisti si opposero alla Resistenza, che li minacciava con azioni di guerriglia e sabotaggi, scatenando brutalità disumane che colpirono le forze della libertà e le popolazioni civili: rappresaglie ed eccidi si moltiplicarono, vennero compiute vere e proprie stragi, come a Boves in provincia di Cuneo, alle Fosse Ardeatine a Roma, a Sant'Anna di Stazzema in Versilia, a Marzabotto sull'Appennino emiliano, alla Benedicta sull'Appennino ligure-piemontese, a Bergiola e Vinca del Carrarese (ma non sono che pochi esempi tra le molte decine).

Le SS (Schutz Staffen, formazioni paramilitari naziste che al termine del conflitto, al processo di Norimberga, sarebbero state definite organizzazione criminale) si distinsero per crudeltà, vuoi nell'opera di repressione antipartigiana, vuoi nella cattura e deportazione di civili e segnatamente di ebrei avviati ai Lager.

In tutte le maggiori città italiane le SS organizzarono luoghi di tortura. Esse vennero coadiuvate con non minore crudeltà delle forze fasciste della Repubblica Sociale Italiana, particolarmente dalle "Brigate Nere" e dalla "Decima Mas".

L'eccidio di Cefalonia
 

"Tra marosi e nebbie": il testo integrale del libro di memorie di Mariano Barletta, ufficiale di Marina napoletano miracolosamente scampato nel '43 alle fucilazioni tedesche nell'isola di Cefalonia.


Una bibliografia essenziale sull'eccidio.


Il testo integrale del discorso commemorativo
del Presidente Ciampi a Cefalonia, il 1° marzo 2001.


Gli atti integrali della manifestazione commemorativa su "Il sacrificio della Divisione Acqui" tenutasi al Piccolo Teatro di Milano il 20 settembre 2000.
Il testo degli interventi del sen. Gerardo Agostini 
e del ministro della Difesa
on. Sergio Mattarella alla manifestazione del 28 settembre 2000 a Cefalonia di fronte a una delegazione del Parlamento italiano.

Sull'eccidio è stata pubblicata una nuova testimonianza di Guglielmo Endrizzi, uno dei pochi sopravvissuti ancora viventi.
 

A Cefalonia, in Grecia, si compì dopo l'8 settembre 1943 uno dei più terribili eccidi di tutta la guerra.
Così un testimone oculare - Marco Pazzini, presidente della sezione milanese dell'Associazione Nazionale Famiglie Reduci e Caduti della Divisione Acqui  - ricostruisce quelle terribili giornate, segnate dalla indomita resistenza della Divisione Acqui ai tedeschi e dalla sanguinosa  reazione dell'esercito di Hitler, che non cessò le fucilazioni di massa neppure dopo la resa incondizionata.
A Cefalonia furono sterminati in pochi giorni 9.500 soldati italiani su 11.500, e 390 ufficiali su 525.

Le "imprese" della Decima MAS

 

L'impiccagione di Lanfranchi

"Aveva tentato  con le armi di colpire la Decima": questo il macabro cartello imposto al collo del partigiano biellese Ferruccio Nazionale, impiccato dagli uomini di Borghese sulla piazza del municipio di Ivrea il 9 luglio 1944. Il corpo di Nazionale fu lasciato sulla piazza a lungo, a scopo terroristico.

Il processo iniziato a Roma 1'8 febbraio 1948 contro Junio Valerio Borghese portò a conoscenza dell'opinione pubblica alcuni dei servizi più significativi resi dalla "Decima MAS" agli invasori tedeschi.
Nella sentenza di rinvio a giudizio le imputazioni erano, tra l'altro, di aver compiuto "continue e feroci azioni di rastrellamento di partigiani e di elementi antifascisti in genere, talvolta in stretta collaborazione con le forze armate germaniche, azioni che di solito si concludevano con la cattura, le sevizie particolarmente efferate, la deportazione e la uccisione degli arrestati, e tutto ciò sempre allo scopo di contribuire a rendere tranquille le retrovie del nemico, in modo che questi più agevolmente potesse contrastare il passo agli eserciti liberatori".
Diversi gli episodi di violenza criminale addebitati alla formazione di Junio Valerio Borghese. Tra questi quelli di Valmozzola, con uccisione di dodici partigiani in combattimento ed esecuzione sommaria di altri otto partigiani catturati; di Crocetta del Montello, con uccisione di sei partigiani e sevizie efferate di altri arrestati; di Castelletto Ticino, con l’uccisione di cinque ostaggi; di Borgo Ticino, con l’uccisione di dodici ostaggi, oltre a "ingiustificate azioni di saccheggio ed asportazione violenta ed arbitraria di averi di ogni genere, ciò che il più delle volte si risolveva in un ingiusto profitto personale di chi partecipava a queste operazioni".
Condannato a una pena più che mite, Borghese poté riprendere, dopo un breve soggiorno in carcere, le sue attività contro la Repubblica.

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3)domenica 14 settembre 2008

Fascisti: Lo sberleffo di La Russa (di G. De Luna)

Fascisti
Lo sberleffo di La Russa

di Giovanni De Luna

da il manifesto, 10 settembre 2008



Sono passati più di dieci anni e i ragazzi di Salò sono diventati i paracadutisti veterani del Battaglione Nembo. Era ovvio il tentativo di Ignazio La Russa di legittimare il suo discorso invocando l'autorevole precedente di Luciano Violante nel suo discorso di insediamento a presidente della Camera. Ma è altrettanto ovvio che questa volta lo strappo è molto più radicale e violento. Con quella espressione, nel 1996, Violante lasciava aleggiare sulla repubblica di Salò una sorta di irresponsabilità adolescenziale, o meglio di deresponsabilizzazione.
Spalancando così la strada a una visione assolutoria di quell'esperienza e facendo precipitare in una sorta di fanciullesca ingenuità gli eventi tragici che scandirono il percorso della militanza nella Repubblica sociale italiana (la complicità nella deportazione degli ebrei, la partecipazione diretta alle stragi dei civili, la ferocia della repressione antipartigiana). Era comunque - quello di Violante - un riferimento ai singoli, alle motivazioni soggettive, ai percorsi individuali di quelli che preferirono allearsi con i tedeschi e misero la propria giovinezza al servizio dello sterminio nazista. Questa volta c'è qualcosa di più e di ben peggiore. La Russa ha citato un reparto militarmente organizzato della Repubblica di Salò, consentendosi un'affermazione che mai si era sentita all'interno dei nostri recinti istituzionali e della nostra memoria «ufficiale» in sessanta anni di storia repubblicana. Il battaglione Nembo non era fatto di «ragazzi»; era una unità regolare che - tanto per togliere ogni dubbio sulla sovranità del governo fantoccio della repubblica di Mussolini - si schierò sul fronte di Anzio inserito organicamente nei quadri della Whermacht. I 350 paracadutisti comandati dal capitano Corradino Alvino, furono infatti utilizzati nell'ambito dei reggimenti 10˚ e 11˚ d'assalto della 4˚ Divisione Paracadutisti germanica. Altro che difesa della patria italiana! Quei militari funzionarono come ausiliari dell'esercito tedesco, obbedirono a una strategia che mirava a fare del nostro territorio nazionale un immenso e sanguinoso campo di battaglia nell'intento di ritardare il più possibile l'avanzata degli anglo-americani verso i «sacri» confini del Terzo Reich. Fu una guerra con i tedeschi e per i tedeschi quella combattuta dai paracadutisti del battaglione Nembo. Fu una scelta riassunta nella tragica parola d'ordine «onore e fedeltà al camerata tedesco». Ignazio La Russa sembra rivendicarla ancora oggi, quando è ormai accertato che quello slogan significò il prolungarsi delle sofferenze del nostro popolo, la possibilità per i nazisti di completare le loro razzìe contro gli ebrei e i partigiani, il protrarsi dell'incubo delle rappresaglie e delle stragi che causarono la morte di quindicimila civili italiani. Il fatto che La Russa abbia scelto per il suo strappo la celebrazione dell'8 settembre e il ricordo dello scontro sostenuto a Porta San Paolo da patrioti italiani contro le truppe tedesche configura poi un paradosso che segnala anche un sinistro corto circuito tra la memoria storica di questo paese e le istituzioni che lo rappresentano. Un ministro della Repubblica celebra le vittime di quello scontro, considerato la data d'inizio della resistenza, elogiando quelli che si schierarono con i loro carnefici! Sembra quasi un tragico sberleffo.
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14/07/2008 - 22:43
            Di Pellizzer (per NATALEtuttoL'ANNO)

A Telelombardia, durante il programma 'Iceberg', Ignazio La Russa non lasciava parlare la giornalista Dijana Pavlovic (attrice di origini rom, che scrive per l’Unità).
Mentre lei si rivolgeva al ministro con rispetto, lui insisteva dandogli del tu.
La guardava con sufficienza mista a finto paternalismo, e la chiamava “ragazzina” (ad un certo punto anche “giovane ragazza rom”).
La giornalista argomentava con intelligenza, ma La Russa ha sentenziato che erano solo discorsi “strampalati”.
In un momento di difficoltà l’ha definita perfino“matta”.


Il ministro, durante la trasmissione, si è detto perfettamente in sintonia con gli alleati della Lega. Anche con quella Lega che stampa le magliette con la scritta Padania is not Italy (che alcuni fan di Bossi avevano appena esibito con orgoglio, e che il ministro ha definito semplice folklore).
Visibilmente irritato e in difficoltà, il ministro La Russa ha spiegato che gli islamici hanno tutto il diritto di pregare il loro Dio. Ma ha anche sostenuto che la predicazione nelle moschee dovrebbe essere in lingua italiana.
P
roprio su quest'ultimo punto, di fronte alle osservazioni critiche della Pavlovic, il ministro è andato in difficoltà e ha gettato la maschera.
... E non era davvero un bel vedere!


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