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Domenica 9 marzo 2008
Sono Fabio Piselli, recentemente sopravvissuto ad una
aggressione da parte di ignoti, i quali dopo avermi
stordito mi hanno lasciato nella mia auto che hanno
dato alle fiamme con me dentro. Questi fatti sono
stati ricondotti alle indagini condotte dalla
magistratura livornese relative la tragedia del
traghetto Moby Prince nella quale persero la vita
almeno 140 persone.
Ho per questo assunto sia l'ufficio di testimone,
persona informata sui fatti, sia quello di parte
offesa, fornendo le notizie in mio possesso alla
Procura della Repubblica procedente, svolgendo
confronti con operatori delle forze speciali e del
Sismi, con operatori della Base americana di Camp
Darby e sostanzialmente accettando ogni richiesta da
parte degli inquirenti ai quali non ho mai fatto
mancare la mia più ampia collaborazione,
affrontandone tutti i rischi e cosciente delle
responsabilità che mi sono assunto in tal senso e del
fatto che quanto da me raccontato necessiti una
verifica importante e non facile da condurre, a causa
dei numerosi filtri istituzionali che ostacolano le
indagini.
Mi riferisco a quei personaggi che fanno del proprio
ruolo istituzionale un alibi ed uno strumento per
tutelare i propri interessi privati, di grembiule o
referenti alla struttura alla quale appartengono,
presumibilmente non istituzionale ma sostanzialmente
istituzionalizzata atteso la capacità di controllo e
di inquinamento delle informazioni e delle indagini
giudiziarie.
Nel corso degli anni, dopo aver servito lo Stato come
sottufficiale volontario paracadutista dell'Esercito,
ho prestato la mia collaborazione a quelle strutture
ausiliare per i servizi di Polizia Giudiziaria,
chiamato da un ex Generale del Sismi e da altri
operatori tutti provenienti dalle FF.AA. dalle FF.PP.
e dai servizi d'intelligence che le coordinavano,
affiancando la PG nelle indagini elettroniche e nelle
attività di penetrazione degli obiettivi d'interesse
operativo indicati dalla Procura procedente ove
piazzare i sistemi di ascolto e d'intercettazione
audio, video, tracciamento. Fra le numerose operazioni
ho preso parte a quella relativa alle indagini contro
il c.d. mostro di Firenze e contro i responsabili
della morte di Francesco Narducci, affiancando i miei
colleghi nelle attività svolte presso il GIDES,
gruppo investigativo delitti seriale della Polizia di
Stato, ex SAM, con sede a Firenze.
Mi sono trovato perciò a vario titolo coinvolto nei
casi più inquietanti della storia italiana, la più
grande tragedia della marineria e la serie di delitti
compiuti da un presunto gruppo di amici di merende su
mandato dei c.d. livelli superiori, i quali hanno
causato altri delitti, fra questi quello di Francesco
Narducci.
In quest'ultimo caso ho potuto assistere ad alcuni
eventi che ho giudicato degni della attenzione dei
Magistrati, ai quali ho trasmesso il contenuto di
alcune intercettazioni che interessavano degli
operatori dello Stato, i quali da come si evince dalle
intercettazioni stesse non hanno presumibilmente
compiuto degli atti fedeli al mandato ricevuto,. al
contrario, hanno presumibilmente inquinato.
Mi sono chiesto perchè sono stato chiamato a svolgere
un servizio d'intercettazioni per un caso così
delicato ed importante come quello del mostro di
Firenze, le cui indagini durano ormai da 40 anni. Mi
sono chiesto perchè proprio il sottoscritto, atteso
che il mio curricula se da un lato mi descrive come un
sicuro ed affidabile collaboratore dello Stato,
dall'altro è apparentemente carente di alcuni
requisiti per partecipare a simili indagini proprio a
causa del mio percorso esperenziale e professionale di
questi 23 anni.
Questo motivo e l'esperienza acquisita mi hanno spinto
a tenere alto il livello di attenzione e come si suol
dire "a prendere appunti" il cui contenuto
l'ho debitamente trasmesso alla Procura procedente,
aggravato dalla presenza costante di soggetti
provenienti, o in servizio, presso i servizi segreti
militari e civili che hanno gravitato intorno a questa
indagine.
Vivo oggi un serio e grave problema nato da quanto
posto in essere dai filtri istituzionali ai quali ho
sopra accennato e che meglio spiego di seguito, con il
fine non solo di riuscire a tutelare la mia famiglia,
ma anche con il desiderio che un Suo autorevole
intervento possa fornire quello stimolo necessario per
superare ed abbattere detti ostacoli, da qualcuno
definiti muro di gomma da me considerati solo un muro
di sterco con l'alibi delle medaglie ma con un enorme
potere d'ingerenza, di controllo, di ricatto e
d'inquinamento delle varie indagini condotte dalle
Procure procedenti verso la ricerca dei responsabili
dei delitti sopra descritti ma anche della storica
serie di stragi impunite per le quali i colpevoli sono
ancora una immagine sfuocata che il tempo tende a
rimuovere anche dalla memoria collettiva.
Cambiano le dinamiche degli eventi giuridici ma i
meccanismi di depistaggio e d'inquinamento sono sempre
gli stessi, adottati dai rappresentanti di quella zona
grigia nella quale gravitano soggetti che operano al
di dentro delle Istituzioni ma che riferiscono il
proprio operato verso altri interessi che quelli puri
delle istituzioni stesse. Meccanismi nei quali
soggetti vulnerabili o non schierati restano
stritolati.
Il mio nome è rimasto riservato per molto tempo, nel
quale sono stato sentito dalle Procure come persona
informata sui fatti, poi dopo l'aggressione di
Novembre 2007, un poliziotto ha ben pensato di fornire
la mia identità ad un suo amico giornalista. Da quel
momento il mio nome è stato reso pubblico come quello
di un testimone dei fatti del Moby Prince e
successivamente anche per i fatti del c.d. mostro di
Firenze.
Ho ricevuto nel corso degli anni, prima della mia
ribalta alle cronache, numerose forme di intimidazione
e di pressione, effettuate tramite gli strumenti
istituzionali, dalle false notizie di Polizia alla
scomparsa o distruzione di fascicoli e di atti
giudiziari, fino alla depersonalizzazione al fine di
discredito, tutte tecniche conosciute e
sostanzialmente viste in altri e numerosi eventi della
nostra storia, fatti che ho subito e pagato a caro
prezzo.
Nonostante questo ho sempre e solo reagito con l'arma
della Giustizia, rivolgendomi alla competente Autorità
Giudiziaria firmando le denunce contro quegli
operatori dello Stato che ho saputo identificare, da
solo. Uno di questi è stato anche condannato ma poi
la prescrizione lo ha graziato, nata non solo dalla
lentezza dei tempi di Giustizia ma dall'aiuto offerto
dai singolari errori di trascrizione di un indirizzo o
di un nome che hanno causato l'annullamento di una
notifica, dalla perdita di fonoregistrazioni
importanti e da altri singolari episodi simili, fino
all' umiliante rinvio di una udienza solo perchè una
parte doveva assistere ad una regata velica e non ha
saputo trovare un sostituto, giustificando così il
rinvio che ha contribuito al raggiungimento della
prescrizione.
Quanto sopra solo per farLe un esempio, ma ho 23 anni
di storia professionale, militare e militante, dalla
quale potrei fornirLe esempi a non finire di
qualunquismo, carenza di professionalità,
pregiudizio, ignoranza professionale, arroganza
dell'ignoranza e soprattutto aderenza a quelle
pratiche amicali di favori reciprochi compiuti da
degli operatori delle Istituzioni.
Chi Le parla ha la coscienza del significato delle
istituzioni, ha il senso dello Stato mai perso neppure
quando lo Stato mi ha tradito, proprio perchè sono
stati solo quegli uomini che in esso si nascondono ad
averlo fatto e non la Nazione, che Lei rappresenta e
garantisce con il Suo ruolo, motivo per il quale mi
permetto di sottoporLe questa mia.
Dopo che sono uscito vivo dalla mia auto mi sono
affidato agli inquirenti, i quali hanno ben saputo
usare le notizie che ho fornito, tutte afferenti dei
fatti compiuti da degli appartenenti ai corpi dello
Stato ed alla Presidenza del Consiglio dei Ministri,
all'intelligence militare e a quelle strutture,
falangi e raggruppamento in essa inserita, in chiaro e
non. Motivo per cui sono nati i confronti, anche con
uno di questi personaggi, che han dato dei frutti, il
quale una volta tornato in caserma ha relazionato a
livello superiore non solo il mio nome, già noto, ma
sostanzialmente il mio grado di conoscenza di fatti
riservati attinenti le attività condotte da alcune
strutture e dagli operatori delle stesse, ad oggi non
chiaro se svolte su un preciso mandato istituzionale e
se eterodirette da burratinai la cui natura è solo
ipotizzabile.
Vivo l'isolamento, nel quale ho trascinano anche la
mia famiglia, sono sottoposto a costanti pressioni,
intimidazioni, minacce, forme di discredito feroci,
che mi costringono a farmi forza per restare fedele
alla scelta di reagire con i soli mezzi di Giustizia
rappresentati dalla mera denuncia, la quale trova gli
ostacoli sopra accennati, aggravati dal fatto che
proprio gli strumenti di lavoro di questi soggetti gli
consentono di conoscere in tempo reale le mie
decisioni e d'inquinare quanto consegno alla AG, non
solo il contenuto di una denuncia ma anche quegli
elementi probanti i fatti esposti in querela.
Rinunciando a reagire in modo non ortodosso,
certamente definitivo, ma contrario ai miei principi,
non è con la violenza che posso risolvere il
problema, innescherei solo una serie interminabile di
reazioni ottenendo ben poco.
Alcune forme di ritorsioni hanno coinvolto i miei
familiari ed oggi mirano a condizionare anche mia
moglie, già provata da questi mesi di dura resistenza
a tutto questo, dal quale essa è sempre stata
estranea e che l'ha colpita in modo grave, atteso
vedere il proprio marito in fiamme.
Mi consigliano di suicidarmi, di uccidermi, altrimenti
morirà mia moglie.
Mi consigliano di porre fine alla mia vita come altri
hanno fatto prima di me , non ultimo Adamo Bove, e
prima di lui gli altri che hanno scelto la via del
suicidio per salvare i propri cari. Oggi sono io che
mi trovo di fronte a questo dilemma.
Mi creda, non è la paura di morire, non è la paura
di lasciare la mia famiglia e mia moglie, che mi
costringe ancora a restare fisso di fronte al salto.
E' il senso di vuoto che anche la mia morte
lascerebbe, è lo strappo dagli affetti, dall'Amore
per mia moglie, dalla ragione per la quale ho scelto
di porre a rischio la mia vita accettando
"missioni" in tutto il mondo e nei paesi
bellici e post bellici, che è stata per portare il
pane a casa onestamente, seppur cosciente di non fare
l'educanda, per crescere una famiglia, dei figli, nel
ricordo di un figlio già morto tanti anni or sono.
Ma ancora oggi la mia morte appare essere il prezzo
per la vita di chi Amo.
Ancora oggi sono rimbalzato in quel muro di sterco di
cui sopra, incrementato dalla ignoranza di qualche
tutore dell'ordine al quale ho chiesto con le lacrime
agli occhi, rinunciando al mio orgoglio, di essere
ascoltato e di identificare il soggetto che mi aveva
appena ancora una volta consigliato il suicidio,
ricevendo le solite ignoranti, classiche, purtroppo
frequenti frasi di circostanza di chi non è in grado
di capire altro che qualche bestemmia e le mere
denunce di smarrimento chiavi, il quale ogni tre
parole sapeva solo roboticamente esprimere i termini
"segnatamente", "a chi di
competenza", "nella fattispecie",
"unitamente a", che sembravano essere
ostacoli insormontabili alla comprensione della mia
implorata richiesta di aiuto.
Mi creda Signor Presidente, non sono una persona
psicologicamente fragile, bisognosa di attenzioni o
vittima di se stessa, sono capace di pormi in
discussione, di accettare le mie responsabilità, di
cercare di non proiettare in altri il mio vissuto, ho
la formazione e l'esperienza per conoscere le mie
dinamiche psicologiche, che ritengo essere ancora oggi
stabili ed equilibrate alla corretta struttura di
pensiero che ha sempre caratterizzato le mie scelte,
anche le più rischiose, per quanto sottoposte a forte
stress.
Ma il dilemma che ho di fronte non ha soluzioni
psicologiche, non richiede l'elaborazione dei suoi
contenuti, non prevede una eventuale mediazione, perchè
la minaccia è questo, è una tortura psicologica che
ti devasta i pensieri fino a renderti insensibile
anche alla morte stessa e saltar giù.
Mi creda, le penso tutte pur di soddisfare le
richieste di non continuare a fornire notizie oppure
stornare i documenti delle intercettazioni del mostro
di Firenze che detengo, ma sembra inutile, perchè un
conto è essere minacciati da qualche mafioso, per
difendermi dal quale posso rivolgermi allo Stato,
altro conto è essere minacciato da chi nello Stato si
nasconde, togliendomi tutti i riferimenti e facendomi
terra bruciata intorno. a chi mi rivolgo?
Non ho chiesto io di trovarmi ad essere una sorta di
testimone storico della tragedia del Moby Prince e dei
delitti del mostro di Firenze, ho solo compiuto il mio
dovere ed il mio lavoro, esimendomi di fare come tanti
altri, di fregarmene e saltare sul carrozzone delle
medaglie di cartone, perchè ognuno di noi prende un
traghetto e tutti noi abbiamo amoreggiato in una
macchina nascosti in un bosco; soprattutto perchè il
mio senso dello Stato me lo ha impedito pur non
essendo più un uomo dello Stato, ma sono un cittadino
che forma lo Stato e non posso per questo solo
delegare gli altri per la sua tutela, facendo finta di
nulla, quando posso contribuire al rispetto delle
regole.
Le chiedo dall'alto del Suo colle di osservare quanto
accade intorno a Lei, di rivolgere ogni ascolto ai
meno urlanti e soprattutto di porre fine a questo
sfacelo di valori istituzionali causati non solo
dall'inquinamento delle istituzioni stesse, ma anche
dalla assoluta assenza di valori che uno Stato come il
nostro merita di vedere rispettati, altrimenti crescerà
solo mediocri cittadini singoli che formano solo una
massa, e non un insieme di cittadini uniti che formano
uno Stato, ove i suoi soldati si suicideranno per
onore, perchè il suicidio, anche indotto, è una
forma di rispetto fra soldati, non è un metodo
subdolo mafioso di uccisione come appare, è un
codice.
Coloro che mi consigliano il suicidio, come hanno
fatto con altri, sono soldati e non sgherri.
Mi offrono paradossalmente l'onore di quel codice
invisibile che abbiamo adottato nel corso del nostro
lavoro, altrimenti potrebbero farmi fuori in ogni modo
ed io non potrei farci assolutamente nulla nonostante
le competenze e l'esperienza che ho in materia di
sicurezza.
Questo è il dilemma che vivo. L'onore del suicidio
come ultimo riconoscimento di un soldato diventato
uomo, che ha donato la propria vita al rispetto di un
valore, dello Stato prima e dell'Amore di mia moglie
oggi.
Con osservanza Fabio Piselli
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