indietro sketch.jpg (274497 byte)                                     303                      JavaScript scaricato da HTML.itavanti   

 

Com'è il resto dell'Europa?Quale sara' il nostro futuro?
Il nostro futuro è la Danimarca?
Nel frattempo preparo quegli specchietti per il controllo del procedimento elettorale....che è meglio...come diceva Puffo saggio.

 

 

 

C'E' DEL MARCIO IN DANIMARCA

by Gianluca Freda (14/01/2008 - 23:46)

DANIMARCA NUOVA – UN MODELLO PER GLI USA?
di Ted Twietmeyer
dal sito Rense.com
Traduzione di Gianluca Freda
 

Di recente, ho ricevuto una mail da un ex agente della polizia londinese, Philip Jones. Philip mi ha dato il permesso di pubblicare la sua mail e il suo nome. Il suo articolo, impressionante e molto dettagliato, descrive con precisione come si vive oggi in Danimarca, dopo che l’autore ha vissuto laggiù per più di dieci anni. Molti di noi hanno un’immagine personale di quei paesi stranieri che forse non avranno mai l’opportunità di visitare. Queste idee sono fondate spesso su ciò che abbiamo appreso dai media e dalla scuola. E’ stata per me una vera sorpresa ascoltare ciò che Philip aveva da dire sulla Danimarca e sul suo placido stile di vita. Non guarderò mai più allo stesso modo una scatola di biscotti natalizi prodotti in Danimarca!

Molte persone si rendono conto che la Gran Bretagna è un modello di stato di polizia, che ogni giorno dà un altro piccolo giro di vite alle libertà dei suoi cittadini. Non è difficile immaginare che la Danimarca e forse anche altri stati dell’UE stiano seguendo lo stesso modello. Ciò che apprendiamo dalla lettera di Philip è che non è questo il caso della Danimarca. La Danimarca possiede già la popolazione più passiva che si possa immaginare. Come si sia riusciti a ottenere questo stato mentale è un mistero. Forse gli artefici della globalizzazione hanno scovato ogni debolezza della cultura danese e l’hanno sfruttata, portandola alle sue massime conseguenze. Sembra essere davvero un paese adatto al titolo dell’articolo di Philip, una “Danimarca Nuova” [allusione alla società distopica del romanzo di Aldous Huxley “Mondo Nuovo”, NdT].

Gli Stati Uniti si stanno trasformando in un ibrido di Gran Bretagna e Danimarca. Sono state introdotte nuove leggi per controllare ciò che pensa la gente in America e allo stesso tempo si fa tutto il possibile per spingere le persone a ignorare gli effetti della crescita, dietro le quinte, del potere governativo. Leggi draconiane vengono introdotte in silenzio e con rapidità, accampando pretesti e adducendo eventualità che convincano la gente a non protestare troppo. Se ogni persona negli Stati Uniti fosse fedele alla Costituzione e alla Carta dei Diritti come lo sono i sostenitori di Ron Paul, tutto questo non accadrebbe.

Oggi i risultati sportivi, i videogames e internet sono le sole cose di cui si cura la maggioranza delle persone. A nessuno importa più ciò che il governo sta facendo di lui. Uno stato mentale di completa indifferenza caratterizza anche i danesi, come Philip eloquentemente ci rivela. Perciò, senza ulteriori indugi, ecco la sua mail inedita:

 

“Danimarca Nuova”

Caro Ted,
Prima di cominciare, forse dovrei raccontarti qualcosa di me. Sono un inglese di 49 anni, sono sposato con una donna danese e vivo in Danimarca. Prima di stabilirmi qui nel 1996, avevo lavorato 15 anni come agente di polizia a Londra e prima ancora 6 anni nell’esercito.

Sono cresciuto in una zona industriale del Galles del Sud e provengo dalla categoria dei “colletti blu”. Fino a non molto tempo fa, ero un sostenitore del procedimento “democratico” ed un conservatore accanito.

Il mio risveglio iniziò con il mio trasferimento in questo piccolo e freddo paese del Nord. Fino ad allora, avevo sempre adottato un punto di vista omologato e benché, facendo l’agente a Londra, mi rendessi conto dei rapidi cambiamenti che stavano avvenendo nella società, non avevo però capito quanto questi cambiamenti fossero frutto di un disegno e di una progettazione controllata, piuttosto che di naturale “evoluzione”.

Pensavo che la Danimarca sarebbe stata poco più che una versione ridotta del mio paese di provenienza. Mia moglie non era/è molto diversa da me nella cultura e nelle opinioni e i nostri paesi condividono una storia comune. Per i primi sei mesi circa, non feci molto caso a ciò che mi stava intorno, essendo occupato giorno dopo giorno a metter su casa e a badare a tutte le frivole necessità.

Fu solo quando riuscii finalmente a sedermi e prendere nota dell’ambiente che mi circondava che restai colpito da quanto i danesi fossero diversi dai britannici. Io e mia moglie avevamo vissuto per alcuni anni in Inghilterra e imparai ben presto che lei non era assolutamente simile ai suoi connazionali. La prima fastidiosa caratteristica che notai immediatamente fu l’abitudine dei danesi di raccontare agli altri quanto sia splendida la Danimarca e quanto ogni cosa sia migliore qui che in altri posti. Perfino per un osservatore occasionale, era evidente che vivevano di profonde illusioni.

La Danimarca è un bel posto, ma non migliore, anzi in certi aspetti peggiore, di tanti altri. E’ piccola, con una popolazione di circa 5 milioni di abitanti. Fino a pochissimo tempo fa era (e per molti versi è ancora) omogenea e piuttosto isolata, arroccata com’è in cima all’Europa. In effetti, se uno volesse compiere un “esperimento sociale”, pochi luoghi sarebbero più adatti o meglio posizionati. Dimenticate i “Vichinghi” del tempo che fu. La maggior parte di loro si stabilirono in Inghilterra, nella Francia settentrionale e sul Volga.

Iniziai a chiedermi il motivo di questo orgoglio per tutto ciò che è danese. La varietà e la qualità del cibo non era nemmeno paragonabile a quella inglese. Le infrastrutture pubbliche erano inadeguate e terribilmente lente. Il monopolio dominava ogni settore degli affari. Nessuna competizione, in nessun campo. Prodotti danesi e solo prodotti danesi era la regola generale. Il costo della vita era pari ad almeno 2-3 volte quello della Gran Bretagna, eppure tutti mi chiedevano con orgoglio se mi sentissi fortunato a vivere in Danimarca. Poi c’era il tanto lodato sistema sanitario danese. Secondo i danesi “il migliore del mondo”. Ma la realtà è che non lo era/è e la sua qualità continua a peggiorare, mentre il costo delle prescrizioni mediche e delle cure odontoiatriche, pur col supporto del “servizio sanitario pubblico”, è completamente fuori controllo.

Come ex agente della polizia londinese, mi veniva chiesto spesso di tenere conferenze all’Università di Odense, su argomenti riguardanti la criminalità, ecc. Nel corso degli anni feci dozzine di queste presentazioni e restai sbigottito nel vedere quanto i danesi fossero condiscendenti e restii a fare domande. Erano perfino immuni alle provocazioni, alle quali feci ricorso in diverse occasioni nel tentativo di ottenere una reazione, generalmente senza risultato. In questo periodo presi parte a molti corsi e fui stupito e scioccato nello scoprire fino a che punto la visuale marxista/femminista fosse stata inculcata nei giovani. La storia del paese anteriore alla fine della II Guerra Mondiale non viene insegnata e sono ben pochi i danesi che sappiano qualcosa del passato del proprio paese. Quasi tutti gli insegnanti erano donne (una specie) e negli stessi corsi le ragazze erano in maggioranza schiacciante. Quasi ogni lezione a cui presi parte era appesantita dalla retorica sul “futuro europeo” ed erano ben pochi coloro che non avessero un pesante pregiudizio in questo senso. Eppure, paradossalmente, la litanìa “ la Danimarca è il miglior paese del mondo, con il miglior sistema educativo, sanitario, sociale, economico” era un tema ricorrente, ripetuto ad nauseam. E’ lo stesso messaggio incessantemente ripetuto dai media e i danesi hanno portato a nuove vette l’amore per la propria bandiera, decorando perfino gli alberi di Natale e le torte di compleanno con il vessillo nazionale. Quest’apparente contraddizione generò in me, sul momento, una gran confusione, ma ora non più. Oggi capisco.

Questa accettazione/passività si è estesa a tutta la società, dove le lamentele di qualunque tipo contro il sistema sono assai rare, anzi, per essere sinceri, inesistenti. Ad ogni nuova legge o incremento dei prezzi e delle tasse varato dal governo, la risposta standard era “cosa ci vuoi fare”, oppure, in danese, "Saadan er Danmark", che significa “in Danimarca funziona così”.   

La Danimarca è il paese delle regole. Qui ci sono regole per qualsiasi cosa. Perfino le regole hanno regole e le persone hanno la fastidiosa abitudine di interferire l’una nella vita dell’altra per autoregolamentarsi. Uno dei paesi più piccoli del mondo possiede uno dei più ingombranti governi mai visti e lo Stato, qui, è di gran lunga il più importante dei datori di lavoro, perciò la gente dipende da esso per il proprio tenore di vita.

La carta d’identità fu introdotta in Danimarca negli anni ’70. Tutti i danesi e i residenti stranieri possiedono un “numero personale” e a differenza del numero di “Assicurazione Nazionale” che viene attribuito in USA o in Gran Bretagna esso deve essere dichiarato per fare praticamente qualunque cosa. Non si può aprire un conto in banca, viaggiare, fare affari di qualsiasi tipo, prendere la patente, guidare, andare a scuola, ecc. senza averlo. Viene spacciato per tessera di assicurazione sanitaria, ma in realtà ha una funzione molto più ampia e pervasiva. E’ anche accompagnato da un registro elettronico nazionale. Il modello biometrico in arrivo verrà semplicemente accettato come un “perfezionamento” o un progresso.

Lo stile di vita quaggiù è quello del conformismo in tutte le cose. La gente veste allo stesso modo, si taglia i capelli allo stesso modo, mangia le stesse cose, fa le stesse cose, ama le stesse cose, dice esattamente le stesse frasi; il danese moderno è un linguaggio fatto di fraseologia più di qualunque altro (Newspeak?). Mangiano lo stesso cibo (e offrono agli ospiti lo stesso menù tutte le volte, a prescindere da quale casa danese si decida di visitare). Una cena a casa di un danese può essere descritta prima di iniziare, dal principio alla fine.

Le donne e le ragazze danesi, con poche eccezioni, hanno acquisito un aspetto quasi androgino e molte di loro sono ferocemente femministe nelle idee, nelle azioni e nel modo di fare. Gli uomini danesi sono per la maggior parte effeminati. I danesi amano il proprio paese, ma non lottano per esso. I danesi disprezzano tutto ciò che è straniero e resistono ad ogni influenza, tanto che i loro negozi hanno ben poco sugli scaffali e quel poco che c’è costa cifre esorbitanti; eppure non riescono assolutamente a riconoscere né a combattere l’ombra incombente del Superstato europeo, perché sono convinti che sia qualcosa da cui potranno tranquillamente staccarsi se mai dovessero stancarsene.

I danesi sorridono di rado, sono molto riservati, fino alla scortesia, eppure un recente sondaggio all’interno dell’Unione Europea mostra che sono il popolo più felice d’Europa. E’ questo che mi ha fatto mangiare la foglia. Per otto anni i danesi hanno continuato a dirmi che “se la passano bene”. Ma non è così. Per niente. Se la passano bene quanto può passarsela bene un uccello in gabbia.

Anche all’inizio avevo la sensazione che se avessi fatto troppi commenti sgradevoli di tono “antidanese”, magari la mia residenza avrebbe potuto essere revocata oppure mi sarei trovato ad avere a che fare con le “autorità danesi” (i danesi vengono incoraggiati a spiarsi l’uno con l’altro e lo fanno con gusto). Naturalmente non è mai successo niente di simile, ma la sensazione era quella. Tale è la natura insidiosa della società danese, che vanta la “libertà di parola” come diritto inalienabile (come nel caso delle vignette su Maometto) ma allo stesso tempo condanna quella stessa “libertà di parola” nei forestieri e nei dissidenti.

Verso la fine degli anni ’90 iniziai a capire fino a che punto la società danese fosse stata indottrinata. Ogni atteggiamento critico incontrava un dissenso feroce. Nessuno si lamentava mai di nulla che avesse natura ufficiale. Quasi tutte le persone che conoscevo o che sentivo parlare in TV, sembravano credere che il governo danese desiderasse per loro solo cose buone. Che il carico fiscale in continua crescita fosse necessario e perfino un fatto positivo. Parliamo di una tassa sul reddito che è mediamente del 50% e di un’IVA al 25%. Questo livello di tassazione colpisce tutto, comprese le auto, le case, il cibo; insomma, qualunque cosa si possa immaginare di tassare viene tassato e anche di più. E tutti i prezzi salgono il 31 gennaio di ogni anno, immancabilmente. Tutto questo viene compreso e accettato senza fiatare dalla maggioranza delle persone. “Saadan er Denmark”.

Quando io e mia moglie abbiamo cercato di spiegare alla gente che in Inghilterra pagavamo solo una frazione delle tasse danesi, e che nonostante questo riuscivamo ad avere un welfare e un sistema sanitario almeno di pari livello, non ci hanno creduto. Quando gli abbiamo detto che in Danimarca il cibo è di qualità inferiore, non ha alcuna varietà e ha dei prezzi esorbitanti, non hanno voluto ascoltarci. Semplicemente non era possibile.

Fra il 1996 e il 2001 siamo stati tre volte negli Stati Uniti, trascorrendo lì un totale di 14 settimane e viaggiando per seimila miglia. Questi tre viaggi sono stati pietre miliari della mia vita, e bruciavo dalla voglia di raccontare le nostre avventure; ma una volta tornati in Danimarca, nessun amico o famiglia danese ha mostrato interesse nelle nostre storie. Era come se non fossimo mai stati via. Gli unici ad essere interessati sono stati i nostri “contatti” internazionali.

Ora forse sto divagando, ma ciò che sto cercando di rendere è il quadro di una società diversa da qualunque altra; perfino per gli standard europei, la Danimarca è diversa. Se una cosa non è danese o se non è la Danimarca , non la prendono neanche in considerazione.

Avevo perso ogni amore per questo paese e a quel punto, pur senza sapere ancora nulla di “complotti globali”, dicevo agli amici delle cose tipo: “Questi non sono persone, sono Ultracorpi” oppure “dev’esserci qualcosa nell’acqua, qui” e perfino “forse è nel cibo che mangiano”. Non sapevo ancora quanto fossi vicino alla verità.

Poi iniziai a mettere insieme i tasselli: l’inerzia dei giovani, il conformismo dei cittadini. L’obbedienza cieca della popolazione. Una professione di apparente felicità in contrasto con l’atteggiamento avvilito della gente danese. Una visione ristretta del mondo intorno a loro, come di chi è isolato sotto una campana di vetro. Una condizione indotta di negazione nazionale, con cui si rifiutava di ammettere anche la sola possibilità che da qualche parte si potesse vivere meglio. E poi, il peggio in assoluto: l’ossessione dei danesi per il lavoro. E’ l’unica cosa di cui parlano. Il lavoro è tutto, e se uno non lavora è solo perché fa parte di un sindacato che si assicura che nessuno abbia tempo libero per pensare e dedicarsi alla propria vita e a ciò che accade intorno.

Nel 2003 lessi il libro del senatore Pat Buchanan “La morte dell’Occidente”. Quest’opera mi mise sulla strada della rivelazione e - benché oggi io sia andato un po’ oltre – i fatti e le idee espressi dall’autore ebbero in molti casi un rilievo enorme per la mia esperienza. Il punto è questo. A pag. 77, il senatore Buchanan, in cima alla pagina, fa questa citazione: “Il perfetto Stato totalitario è quello in cui tutti i potenti leader politici e il loro esercito di manager controllano una popolazione di schiavi, che non ha bisogno di essere costretta, perché ama la servitù”. E’ una citazione dal terribile romanzo di Aldous Huxley “Mondo Nuovo” e descrive i danesi e la Danimarca quasi alla lettera.

Ne parlai a mia moglie, la quale mi disse di aver letto quel libro. Era una lettura obbligata alle scuole superiori. Vedi Ted, è così. La Danimarca è il “Mondo Nuovo”. Iniziai a leggere il romanzo e mi vennero i brividi nel vedere tutti i parallelismi con la società danese.

Ne hanno introdotti così tanti. L’acquiescenza e il conformismo acefali, l’androginia, l’atteggiamento totalmente passivo e irreattivo. Uno Stato Sociale che pervade ogni cosa. Il lavaggio del cervello e la gerarchizzazione degli studenti all’interno del sistema educativo; o piuttosto, un “programma di indottrinamento” di Stato. Il ricorso alla “psicanalisi” per ogni forma di comportamento “antisociale”, che non è poi nient’altro che il coraggio di criticare pubblicamente lo Stato o di porre domande scomode o anche solo l’abitudine dei ragazzini di giocare in classe. La prescrizione di “pillole della felicità” alle cosiddette persone depresse, cioè, in altre parole, a chiunque inizi ad accorgersi di ciò che lo circonda. I Mass Media, l’Educazione di Stato, il Servizio Sanitario di Stato raccontano incessantemente sempre la stessa storia. La Danimarca è il miglior paese del mondo, i danesi sono i migliori in tutto. Tutte le cose danesi sono migliori di quelle non danesi. Tutto questo ha creato individui così “ammutoliti”, così impauriti, così passivi, così paradossalmente fieri, eppure palesemente affetti da un radicato complesso d’inferiorità. Arroganti, ma completamente privi di autostima. Per dirla in altri termini, questo posto è ridotto a un letamaio.

Qui non c’è bisogno di taser o di brutali metodi polizieschi. Non ci sono nemmeno troppe telecamere di sorveglianza. Se il governo dice di iniettare ai bambini questo o quel farmaco, i danesi lo faranno perché il governo gli ha detto di farlo. Quando verrà il momento di installare microchip sulle persone, lo Stato dirà ai danesi che è per il loro bene e loro acconsentiranno senza fare domande. Semplicemente senza fare domande.

Joseph Goebbels disse: “La propaganda deve essere in grado di farsi capire anche dal membro più stupido di una società. Allora potrete far credere alla gente che l’inferno sia il paradiso e che il paradiso sia l’inferno”.

La Danimarca non è proprio l’inferno, ma di certo è sulla buona strada. Ieri un’altra TV di Stato ha detto al popolo danese che il motivo per cui il prezzo dei generi alimentari è aumentato così tanto sta nei problemi esistenti in Australia e Nigeria. Beh, allora va tutto bene, no? Dobbiamo rassegnarci, non c’è altro da fare. Lo Stato ci ha spiegato perché dobbiamo pagare il cibo, l’elettricità, la benzina, i vestiti, i trasporti, le tasse, ecc. quasi il doppio di ciò che paga la gente nel resto d’Europa.

Gli sciocchi se la bevono. Nessuno domanda “cosa c’entrano l’Australia e la Nigeria con un aumento del 25% di prosciutto, carne, pane e di tutta la gamma di prodotti fabbricati in Danimarca”? Gli raccontano che dipende dalla recessione o dall’inflazione o da qualche altro (falso) fenomeno economico ciclico. Ma il problema è che nessuno fa domande. Sono tutti “felici della propria servitù”.

Recentemente, il Primo Ministro danese ha firmato il trattato per la riforma dell’UE. Poi, riuscendo a non piegarsi in due dalle risate, ha detto ai danesi che non ci sarebbe stato un referendum su questo “trattato” poiché esso non intacca la sovranità danese. Si tratta, ovviamente, di una menzogna spudorata, perché, una volta ratificato, il trattato priverà la Danimarca della possibilità di determinare autonomamente la propria economia, il proprio sistema giudiziario, gli affari interni, la difesa e molte altre cose. In altre parole, la Danimarca non sarà più una nazione, tranne che nei sogni a occhi aperti della sua cittadinanza allattata a prozac. Quando ho cercato di spiegarlo alla gente di qui, mi hanno risposto cose tipo: “No, il nostro Primo Ministro non farebbe mai una cosa simile. Non firmerebbe mai un documento del genere”. Quando gli ho spiegato che l’aveva già fatto, hanno detto: “Beh, possiamo sempre recedere dal trattato più tardi se non funziona”.

Ma il punto è proprio questo: non potranno farlo. A meno che non organizzino una resistenza armata, e i danesi non ne sono capaci. Per un danese, alzare il tono di voce oltre il livello di un sussurro significa manifestare rabbia. I “Femminazisti”, qui, hanno fatto molto bene il loro lavoro.

A mio avviso, l’Unione Europea sta testando due tipi di “modelli sociali” contemporaneamente. Il primo è il modello “ 1984” inglese, studiato per quegli stati membri la cui popolazione sia più incline alla resistenza. Il secondo modello è quello del “Mondo Nuovo” danese, per popolazioni più piccole e meno ribelli.

Probabilmente non ho reso giustizia al tema trattato, ma se sono riuscito a darvi un’idea di ciò che sta accadendo qui, allora posso considerare compiuto il mio lavoro. La Danimarca non somiglia a nessun altro paese e i danesi a nessun altro popolo; tranne forse agli svedesi e ai norvegesi, i quali, stando a ciò che altri mi hanno detto, stanno subendo un procedimento di programmazione molto simile.
Spero di non essere stato noioso.

Con i migliori auguri, Philip.

P.S.: va detto che ovviamente non tutti i danesi rispondono a queste caratteristiche, ma la mia esperienza mi dice che esse contraddistinguono almeno il 96% di coloro che ho incontrato negli ultimi 10 anni. Due siti da visitare per chiunque fosse interessato alla Danimarca:
www.heising.dk e www.nylonmanden.dk

 

 

indietro sketch.jpg (274497 byte)                                     303                      JavaScript scaricato da HTML.itavanti