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Prove generali di stretto
controllo telematico nei tribunali e Procure di tutta Italia.
Genchi lo aveva capito: un grande orecchio e' in ascolto e con
il nuovo Registro Generale Web l'operazione sara' completata.
A realizzare gli apparati per conto di Via Arenula sono alcune
big finite nelle inchieste Why Not e Poseidone. Ecco in
esclusiva la storia vera dei protagonisti di questo
inedito Echelon a Palazzo di Giustizia. Vicende che
ci riportano lontano. Fino a misteri di Stato come la strage
di Ustica ed il massacro di via D'Amelio.
C'erano una volta i rendez vous
segreti nelle suite super riservate dei grandi alberghi. A
Roma era l'Excelsior, a Napoli una fra le quattro-cinque perle
del lungomare. Nella capitale ricevevano gli uomini di Licio
Gelli - quando non direttamente il Venerabile in persona - per
impartire quelle direttive stabilite in luoghi ancora piu'
elevati che poi i diversi referenti, tutti d'altissimo rango
(compresi capi dei governi e della magistratura) dovevano
portare avanti per orientare il corso della storia. Cos'altro
era, per esempio, il summit che si tenne al largo di
Civitavecchia sul panfilo Britannia della regina Elisabetta il
2 giugno del 1992, quando fu decisa quella colonizzazione
selvaggia dell'Italia - attuata a suon di privatizzazioni
senza soluzioni di continuita' prima da Prodi e poi da
Berlusconi - di cui ancora oggi scontiamo gli effetti? E
cos'altro fu a Napoli, dentro il prive' a un passo dal cielo
con vista sul golfo, quella sorta di “tribunale
preventivo” nel quale, al primo scoppio serio di
Tangentopoli, nel 1993 vennero convocati i proconsoli
democristiani e socialisti per imporre loro di accettare un
lauto vitalizio dopo essersi accollati le malefatte
giudiziarie dei rispettivi leader politici?
Piccoli squarci di luce sotto un velame oscuro che si e' fatto
nel tempo sempre piu' plumbeo, ma anche piu' sofisticato
grazie all'uso ardito e sapiente di tecnologie solo vent'anni
fa impensabili. Cosi' a fine anni ottanta, mentre gli
americani sperimentavano il controllo a tappeto dei miliardi
di abitanti del pianeta collaudando la piu' straordinaria rete
spionistica telematica che fosse mai stata immaginata -
Echelon - prima solo in ambito militare, poi estesa anche ad
usi civili, in Italia per decidere le sorti della giustizia ed
incanalare il destino dei processi era ancora necessario
ricorrere ad incontri vis a vis, sfruttando canali di
mediazione come le agape massoniche o i pizzini orali, passati
di bocca in bocca tra colletti bianchi e intermediari mafiosi.
Da tempo non e' piu' cosi'. Almeno da quando, una decina di
anni fa, il controllo telematico dei palazzi di giustizia
italiani ha cominciato a diventare una rete che avviluppa,
scruta e controlla tutto, dai piani alti della Cassazione alla
scrivania dell'ultimo cancelliere, dalle Alpi alla Sicilia.
Dopo il monitoraggio minuto per minuto delle operazioni
finanziarie - che avvengono ormai esclusivamente on line da un
capo all'altro del mondo - ora qualcuno sta cercando
di tracciare ed orientare definitivamente anche le sorti
dell'intero sistema giudiziario nel Belpaese. Al
punto che, a distanza di appena quattro-cinque anni dagli
spionaggi alla Pio Pompa o alla Tavaroli, il quadro e' un
altro: oggi non serve piu' spiare, basta entrare nella rete
dalla porta giusta, mettersi in ascolto. E poi decidere.
Ne e' passata insomma di acqua sotto i ponti da quel quel
luglio del 1992, quando per coprire errori ed omissioni nel
massacro di Capaci si rese “necessario” far saltare in
aria anche Paolo Borsellino con tutta la sua
scorta, lasciandoci dietro, ancora una volta, tutta una serie
di tracce insanguinate, piccoli e grandi particolari cartacei
fatti sparire troppo in fretta, come l'agenda rossa, portata
via clamorosamente sotto gli occhi di tutti dal colonnello
Arcangioli solo pochi minuti dopo l'eccidio. Un sistema, del
resto, quello della “pulizia totale”, che compare come un
macabro rituale anche in omicidi di quel tempo, quale quello
del giornalista antimafia Beppe Alfano, nel
1993, la cui figlia Sonia racconta di quegli autentici plotoni
di polizia e carabinieri entrati per ore a devastare armadi e
cassetti di una famiglia ammutolita da un dolore lancinante ed
improvviso, alla ricerca di carte, documenti, fascicoli, «quasi
che il criminale fosse mio padre - racconta oggi Sonia -
ancora a terra in una pozza di sangue, e non coloro che lo
avevano atteso per ammmazzarlo».
Quella volta pero', quel 19 luglio 1992, era gia' in
azione un vicequestore siciliano che nell'uso delle
tecnologie informatiche era piu' avanti delle stesse barbe
finte nostrane, ancora costrette a perquisizioni, pulizie,
furti per occultare le prove dei crimini di Stato. Quel
vicequestore si chiamava Gioacchino Genchi. E la sua storia, i
violenti tentativi di zittirlo e delegittimarlo fino
all'annientamento (come la repentina sospensione dal corpo di
Polizia, che ha fatto sollevare l'opinione pubblica in tutta
Italia), ci fa ripiombare di colpo dentro l'Italia di oggi, in
un Paese dove per uccidere uno o due magistrati non e' piu'
necessario spargere sangue. Perche' a tutto pensa il grande
Echelon del sistema giudiziario italiano, Che ha - come
vedremo - nomi, volti e terminali ben precisi.
IL PADRE DI ECHELON
E partiamo da un uomo che Echelon ha confessato di averlo
realizzato per davvero. O, almeno, ha ammesso di aver
collaborato alla messa a punto del Grande Orecchio americano.
Quest'uomo si chiama Maurizio Poerio, e' un
imprenditore nei sistemi informatici ad altissima
specializzazione e su di lui si soffermano a lungo i
pubblici ministeri salernitani che indagavano sui loro
colleghi della procura di Catanzaro, messi sotto accusa con
una mole impressionante di rilevanze investigative raccolte
dall'allora pm Luigi De Magistris grazie anche alla consulenza
prestata da Gioacchino Genchi.
Un nome, Poerio, una scatola nera che racchiude mille misteri.
Ma cominciamo dall'oggi. E cominciamo dalle tante
verbalizzazioni nelle quali De Magistris a Salerno
dichiara apertamente che potrebbe essere stato spiato,
che tutta la sua attivita' investigativa era stata
probabilmente - o quasi certamente - monitorata fin
dall'inizio. Non attraverso gli 007 dei Servizi, ma in maniera
semplice e naturale, vale a dire attraverso la
societa' privata che gestisce i sistemi informatici dell'intero
pianeta giustizia in Italia. Questa societa' e' la la CM
Sistemi. Appunto. Con una potentissima e storica
diramazione - la CM Sistemi Sud - proprio in Calabria, regione
dalla quale la attuale corporate aveva avuto origine negli
anni ottanta. Ma anche la regione dove questa societa' si
aggiudica da sempre l'appalto per la “cura” degli uffici
giudiziari. E in cui risiede il suo amministratore delegato:
quella stessa Enza Bruno Bossio, moglie del plenipotenziario
Ds Nicola Adamo ma, soprattutto, pesantemente indagata prima
nell'inchiesta Poseidone (il bubbone avocato a De Magistris in
circostanze ancora tutte da chiarire sul piano della
legittimita') e poi in Why Not.
Perche' del colosso CM Sistemi Maurizio Poerio e' una colonna
portante, capace di tessere ed orientare i rapporti con la
pubblica amministrazione - leggi in particolare Via Arenula -
come e' scritto, fra l'altro, nell'indicazione specifica delle
sue mansioni: “consigliere delegato ai rapporti
istituzionali”.
Ma Poerio non e' solo un manager dell'ICT (Information and
Communication Technology) prestato alla CM. Il suo ruolo, come
dimostra la perquisizione di De Magistris presso i suoi uffici
romani, va ben oltre. L'11 settembre del 2006, interrogato
nell'ambito di Poseidone, l'imprenditore calabrese prova a
prendere le distanze da quella societa', che appare gia'
dentro fino al collo nell'inchiesta giudiziaria. «Conosco
molto bene - affermava rispondendo ad una precisa domanda -
Marcello Pacifico, presidente della CM Sistemi, societa' per
la quale ho collaborato attraverso un contratto di consulenza
professionale». Un tentativo estremo di prendere il largo: da
buon commercialista (e' iscritto all'ordine di Catanzaro)
Poerio sapeva bene che sarebbe bastata una semplice visura
camerale a smentirlo. Della romana CM Sistemi spa, infatti,
oltre un milione e mezzo di capitale nel motore, il manager
calabrese e' a tutti gli effetti consigliere
d'amministrazione, all'interno di un organigramma che risulta
quasi identico a quello della sua costola meridionale, la
stessa CM Sistemi Sud capitanata dalla Bruno Bossio. Perche'
allora parlare di semplici “consulenze”? Il fatto e' che
la faccenda si stava facendo complicata. Dal momento che per
la prima volta quel grande orecchio invisibile capace di
scrutare dentro tutti gli uffici giudiziari italiani stava
dando segnali concreti della sua esistenza. E in gioco -
cominciava a capire De Magistris, ma ne era ben consapevole da
tempo lo stesso Poerio - non c'era solo la storia degli
appalti pilotati a Procure e tribunali della Calabria (gara
“regolarmente” aggiudicata per l'ennesima voltra alla CM
Sistemi Sud), ma la credibilita' dell'intero pianeta giustizia
nel nostro Paese, se non addirittura i destini del sistema
Italia. E questo, soprattutto per due principali motivi.
E' il consulente del pubblico ministero De Magistris, Pietro
Sagona, ad illuminare i pm salernitani su alcune circostanze a
dir poco imbarazzanti che riguardano la CM Sistemi (siamo al 7
aprile 2008, ma Sagona riferisce particolari che evidentemente
erano gia' ben noti a Poerio e company): «Nell'ambito degli
accertamenti da me espletati e' emersa la rilevanza del consorzio
Tecnesud, destinatario di un finanziamento pubblico
gia' in fase di stipula della convezione con il Ministero
delle Attivita' Produttive, non stipulato soltanto a causa
della mancanza di uno dei cinque certificati antimafia
richiesti e pervenuti relativo alla societa' Forest
srl titolare di un'iniziativa consorziata ed
agevolata. Il finanziamento era di sessanta milioni di euro
complessivi, otto dei quali a carico della Regione Calabria,
il residuo a carico dello Stato». Del consorzio faceva parte
anche la CM Sistemi. Ma perche' alla socia Forest non era
stato rilasciato il certificato antimafia? Risponde Sagona: «Presidente
della Forest era tale avvocato Giuseppe Luppino,
nato a Gioia Tauro il 5 marzo 1959, nipote di Sorridente
Emilio, classe 1927, ritenuto organicamente inserito nella
consorteria mafiosa dei Piromalli-Mole'». E non e' finita: «il
predetto Luppino risultava esser stato denunciato per gravi
reati quali turbata liberta' degli incanti, favoreggiamento
personale, falsita' ideologica ed associazione per delinquere
di stampo mafioso» e sottoposto a procedimento penale a
Palmi.
Ricapitolando: la CM Sistemi, talmente affidabile da
vincere la gara d'appalto per l'informatizzazione di tutti gli
uffici giudiziari nella regione Calabria, sedeva nel consorzio
Tecnesud accanto ad una sigla, la Forest, riconducibile ad una
fra le piu' pericolose cosche della ‘ndrangheta.
Una circostanza allarmante. Ma non l'unica. In quello stesso,
fatidico interrogatorio dell'11 settembre 2006 Poerio, per
accrescere la propria credibilita' di manager in rapporti
transnazionali, non manco' di aggiungere: «Mi sono occupato
per conto della I.T.S. di una serie di progetti per l'utilizzo
di tecnologie per le informazioni satellitari per uso civile,
quale ad esempio il progetto Echelon negli Stati Uniti
d'America e GIS in Italia». Di sicuro, insomma, Poerio era un
personaggio che in fatto di “controllo a distanza” poteva
considerarsi fra i massimi esperti mondiali.
I FRATELLI DEL RE.GE.
Fu probabilmente proprio allora che la sensazione di essere
spiato divento' per De Magistris qualcosa di piu' d'una
semplice impressione. Con elementi che nel tempo andavano ad
incastrarsi come tessere di un mosaico per confermare quella
ipotesi. Sara' lo stesso ex pm a raccontarlo piu' volte ai
colleghi salernitani, come si legge in alcune pagine delle sue
lunghe verbalizzazioni riportate per esteso nell'ordinanza di
perquisizione e sequestro emessa a carico della Procura di
Catanzaro.
Il 24 settembre del 2008 De Magistris contestualizza
innanzitutto tempi e personaggi di quel “sistema” che
aveva il suo terminale dentro il ministero della Giustizia,
retto nel 2007 dall'indagato di Why Not Clemente
Mastella. Ed arriva al collegamento fra quest'ultimo
e la CM Sistemi. Ci arriva attraverso un altro carrozzone
politico destinatario di enormi provvidenze pubbliche in
Calabria, il consorzio TESI, del quale faceva parte la
societa' della Bruno Bossio (e quindi di Poerio): sempre lei,
la regina CM. «Personaggio che ritenevo centrale quale anello
di collegamento tra il Mastella ed ambienti politici ed
istituzionali, oltre che professionali, in Calabria ed anche a
Roma - dichiara De Magistris - era l'avvocato Fabrizio
Criscuolo, il cui nominativo emergeva anche nelle
agende e rubriche rinvenute durante le perquisizioni
effettuate nei confronti del Saladino (il principale inquisito
di Why Not Antonio Saladino, ndr). Nello studio associato
Criscuolo presta servizio quale avvocato anche Pellegrino
Mastella, figlio dell'ex-ministro».
Ma non basta. «Il predetto Criscuolo risulta aver coperto la
carica di consigliere d'amministrazione della Aeroporto
Sant'Anna spa, con sede in Isola Capo Rizzuto, il cui
presidente era il professor Giorgio Sganga,
coinvolto nelle indagini Poseidone e Why Not in quanto
compariva nell'ambito della compagine della societa' TESI» in
compagnia, appunto, della CM. Insomma, da Mastella a
Criscuolo, da Criscuolo a Sganga fino a TESI, dove ritroviamo
la CM e gli appalti negli uffici giudiziari. Compresa la
realizzazione del RE.GE, vale a dire lo strategico Registro
Generale centralizzato nel quale pm e gip sono tenuti a
riversare tutte le risultanze del loro lavoro, ma anche ad
anticipare le iniziative giudiziarie (perquisizioni, sequestri
etc.) che andranno ad effettuare di li' a poco.
Altro trait d'union fra gli artefici del Grande Orecchio in
Procura e l'allora titolare di Via Arenula lo si rintraccia
seguendo la carriera del secondo figlio di Mastella,
Elio. «Dalle attivita' investigative che
stavo espletando - precisa De Magistris - era emerso che Elio
Mastella era dipendente, quale ingegnere, nella societa'
Finmeccanica, oggetto di investigazioni nell'inchiesta
Poseidone, societa' interessata anche ad ottenere il
controllo, proprio durante il dicastero Mastella, dell'intero
settore delle intercettazioni telefoniche». Ma in
Finmeccanica «si evidenzia anche il ruolo di Franco
Bonferroni (legatissimo a piduisti come Giancarlo
Elia Valori e Luigi Bisignani, ndr) gia' destinatario di
decreto di perquisizione e coinvolto nelle inchieste Poseidone
e Why Not, nonche' il genero del gia' direttore del Sismi, il
generale della GdF Nicolo' Pollari». E dire Finmeccanica
significava in qualche modo tornare a Maurizio Poerio, che
proprio insieme a quella societa' aveva preso parte a numerosi
progetti internazionali, in primis quello denominato
“Galileo”.
IL NEMICO TI ASCOLTA
Il 16 novembre 2007 De Magistris dichiara di aver acquisito
elementi sull'attivita' di “monitoraggio” che andava
avanti ai suoi danni (e questo spiegherebbe fra l'altro anche
il rincorrersi di strane “anticipazioni”, come quando il
pm apprese dell'avocazione del fascicolo Poseidone dalla
telefonata di un giornalista dell'Ansa dopo che, a sua totale
insaputa, la notizia era addirittura gia' stata pubblicata da
un quotidiano locale): «spesso ho avuto l'impressione di
essere anticipato, e questo sia in “Poseidone che in Why
Not; si e' verificato, cioe' proprio mentre... appena arrivo
al punto finale, le indagini vengono sottratte. Poi...
intervenivano le interrogazioni parlamentari, e arrivavano gli
ispettori, e arrivavano le missive. Cioe' sempre o di pari
passo, o qualche volta addirittura in anticipo su quelle che
potevano essere poi le mosse formali successive».
Ma le “fughe di notizie”, una volta trovato il sistema per
realizzarle, potevano anche essere sapientemente pilotate: «ad
un certo punto - dice De Magistris ai colleghi di Salerno
nelle dichiarazioni rese a dicembre 2007 - penso che sia stata
utilizzata la tecnica di “pilotare” una serie di
fughe di notizie per poi attribuirle a me. Si
facevano avere notizie anche a giornalisti che avevo
conosciuto in modo tale da attribuire poi a me il ruolo di
“fonte” di questi ultimi. Per non parlare delle gravi e
reiterate fughe di notizie sulle audizioni al Csm anche in
articoli pubblicati dal Corriere della Sera e da La Stampa:
perfino la mia memoria, depositata con il crisma del
protocollo riservato, e' stata riportata, in parte,
virgolettata».
E cosi', grazie allo stesso, collaudato “orecchio”, puo'
accadere anche che, alla vigilia di importanti e
riservatissimi provvedimenti cautelari, i destinatari siano
gia' ampiamente informati e mettano in atto adeguate
contromisure. E se il metodo funziona, perche' non adottarlo
anche in altre Procure, come a Santa Maria Capua Vetere?
Torniamo a fine 2007, ai giorni caldi che precedettero le
dimissioni di Mastella, il ritiro della fiducia al governo da
parte dell'Udeur e la conseguente caduta dell'esecutivo Prodi.
«Taluni quotidiani nazionali - osserva De Magistris - hanno
riportato fatti dai quali si evincerebbe che lo stesso
senatore Mastella o ambienti a lui vicinissimi abbiano
contribuito, forse anche con l'ausilio di soggetti ricoprenti
posti apicali al Ministero della Giustizia, a far trapelare la
notizia degli imminenti arresti da parte della magistratura di
Santa Maria Capua Vetere, o che comunque fossero al corrente
del fatto e si adoperassero per predisporre una “strategia
difensiva”. Del resto resoconti giornalistici informano che
il senatore Mastella avesse gia' pronto un “ricco”
discorso in Parlamento ed il consuocero (Bruno
Camilleri, cui stava per essere notificata
un'ordinanza di custodia cautelare in carcere, ndr), la sera
prima, si fosse ricoverato in una clinica».
DA POSEIDONE A USTICA
Come abbiamo visto, l'Echelon del 2000 non e' piu' la creatura
misteriosa messa in piedi negli anni della guerra fredda dai
pionieri della tecnologia. Oggi le apparecchiature avvolgono
in una rete invisibile praticamente tutti i palazzi di
giustizia. Ed il controllo e' centralizzato. Ovvio, allora,
che se si intende “gestire” questo sistema garantendosi
ogni possibilita' di accesso occulto (la parola spionaggio a
questo punto perde anche di senso) occorre poter contare su
garanti fidati. Persone che, per il loro passato, offrano i
massimi requisiti di affidabilita' e riservatezza.
E torniamo a Maurizio Poerio, le cui origini ci conducono
lontano nel tempo. Fino a quel 27 giugno del 1980 quando
il DC 9 Itavia caduto nei mari di Ustica con 81 persone a
bordo avrebbe dovuto mostrare agli occhi del mondo le
attivita' di terrorismo internazionale messe in atto dal
nemico numero uno degli americani, il leader libico Muammar
Gheddafi. Un punto chiave dentro quelle complesse indagini
(che ancora oggi attendono una risposta univoca sui mandanti)
fu il piccolo aereo libico, un MIG, caduto in quelle stesse
ore nel territorio di Villaggio Mancuso, sulla Sila, comune di
Castelsilano, al quale l'inchiesta di Rosario Priore dedica
alcune centinaia di pagine. Perche' dalla data precisa del suo
abbattimento (deducibile anche dai frammenti presenti sul
posto) discendeva tutta la ricostruzione dello scenario di
guerra in atto quella notte nei cieli d'Italia. Di particolare
rilevanza per le indagini il fatto che quel territorio era
assai vicino alla base logistica dell'Itavia e degli F16
militari. Un luogo scottante, dunque. Tanto che anche il
capitolo sull'impresa che si aggiudico' i lavori per la
raccolta e lo stoccaggio dei frammenti del velivolo libico
presenta ancora oggi molti punti oscuri. A cominciare dal
fatto che quella ditta fu chiamata a trattativa privata. Ed
era in forte odor di mafia.
Passano alcuni anni. Nel ‘93, nell'ambito del Gruppo
Mancuso, nasce la Minerva Airlines. «La societa', di
proprieta' di Maurizio Poerio - annotano i cronisti qualche
anno piu' tardi - si propone di valorizzare l'aeroporto di
Crotone, ridotto ad “aeroprato” dopo essere stato base di
Itavia e degli F16 militari».
47 anni, nato a Catanzaro (e verosimilmente imparentato col
catanzarese Luigi Poerio, classe 1954, ingegnere edile ed
iscritto alla Massoneria), Maurizio Poerio si laurea in
economia a Bologna, poi si butta nell'alimentazione del
bestiame: torna in Calabria e rileva la Mangimi Sila,
piattaforma di lancio per i vertici di Confindustria dove
restera' a lungo (al pm De Magistris racconta, fra l'altro,
dei suoi rapporti professionali e d'amicizia con l'attuale
leader Emma Marcegaglia). Minerva Airlines viene dichiarata
fallita dal tribunale di Catanzaro a febbraio 2004. E Poerio
andra' a rivestire ruoli sempre piu' apicali nelle principali
business company dell'ICT, proiettando al tempo stesso la
“sua” CM Sistemi dentro il cuore degli uffici giudiziari
italiani.
DA WHY NOT A VIA D'AMELIO
«Altro che Grande Orecchio nei computer di Giacchino Genchi -
dice un esperto in riferimento alle accuse rivolte al
principale consulente informatico di De Magistris - la
verita' e' che la centrale di ascolto ha oggi i suoi terminali
al Ministero, nei Palazzi di Giustizia. E che Genchi tutto
questo lo aveva scoperto da tempo».
Il tempo che basta per capire le tante,
impressionanti ricorrenze tra fatti e personaggi delle attuali
inchieste calabresi ed il contesto di omissioni ed omerta'
dentro cui maturarono, nel 1992, la strage di via D'Amelio e
le successive, tortuose indagini. Alle quali prese parte
proprio Gioacchino Genchi.
E' stato lui ad indicare senza mezzi termini l'allucinante
sequenza delle “similitudini”, senza tuttavia fornire
ulteriori particolari. E allora proviamo a ricostruirne
qualcuno noi.
Cominciando magari dai Gesuiti, da quella Compagnia
delle Opere onnipresente nelle inchieste di Catanzaro
(basti pensare alla figura centrale di Antonio Saladino) che
all'epoca di Falcone e Borsellino era incarnata a Palermo da
padre Ennio Pintacuda, fondatore del Cerisdi,
il Centro Ricerche e Studi Direzionali con sede in quello
stesso Castello Utveggio che sovrasta Palermo. E nel quale
aveva una sede di copertura, nel ‘92, anche quell'ufficio
riservato del Sisde che avrebbe rivestito una parte
rilevantissima nella strage. Fino al punto che - secondo molte
accreditate ricostruzioni - il telecomando che innesco'
l'autobomba poteva essere posizionato proprio all'interno del
castello. Pochi minuti dopo l'eccidio Genchi effettua un
sopralluogo proprio sul monte Pellegrino, a Castello Utveggio.
Si legge nella sentenza del Borsellino bis: «Il dr. Genchi ha
chiarito che l'ipotesi che il commando stragista potesse
essere appostato nel castello Utevggio era
stata formulata come ipotesi di lavoro investigativo che il
suo gruppo considerava assai utile per ulteriori sviluppi».
Oggi il Cerisdi svolge rilevanti attivita' formative su
incarico della Pubblica Amministrazione, prime fra tutti la
Regione Calabria e la citta' di Palermo. Suo vicepresidente
(per il numero uno va avanti da anni la disputa e la poltrona
risulta vacante) e' un penalista palermitano, Raffaele
Bonsignore, difensore di pezzi da novanta di Cosa
Nostra. Ma anche del “giudice ammazzasentenze” Corrado
Carnevale.
Co-fondatore del Centro Studi era stato negli anni novanta
l'allora presidente dc della Regione Sicilia Rino
Nicolosi: se la sua era un'investitura di carattere
politico, di tutto rilievo operativo nel Cerisdi risultava
invece la figura del suo braccio destro Sandro Musco,
che si occupava fra l'altro di rapporti istituzionali e con le
imprese. Massone, docente di filosofia, Musco e' oggi tra i
principali referenti dell'Udeur in Sicilia.
Mastella, ancora lui. Il suo nome ricorre, non meno di quello
del pentito Francesco Campanella, che
ritroviamo nelle carte di Why Not. Fu proprio Musco a
consegnare nelle mani di Mastella, durante la convention di
Telese del 2005, la lettera privata in cui Campanella si
gettava ai piedi del leader: «Carissimo Clemente, ti scrivo
con il cuore gonfio di tantissime emozioni, esclusivamente per
ringraziarti di cuore poiche' nella mia vita ho frequentato
tantissima gente e intrattenuto innumerevoli rapporti, tanti
evidentemente errati. Sei l'unica persona del mondo politico
che ricordo con affetto, con stima, con estremo rispetto,
perche' sei sempre stato come un padre per me, e resta in me
enorme l'insegnamento della vita politica che mi hai
trasmesso. (...) Affido questa lettera a Sandro che tra i
tanti e' una persona che nella disgrazia mi e' stata vicina.
Sappi che ripongo in lui speranza e fiducia per quello che
potra' darti in termini di contributo. È certamente una
persona integra di cui potersi fidare».
Il 3 gennaio 2008 Luigi De Magistris chiarisce ai pubblici
ministeri salernitani Gabriella Nuzzi e Dionigi Verasani le
circostanze in cui compare il nome di Francesco Campanella
nell'inchiesta Poseidone: «venni a sapere che poteva essere
utile escutere il collaboratore di giustizia Francesco
Campanella che ha ricoperto un importante ruolo politico in
Sicilia e che risultava essere anche in contatto con esponenti
politici di primo piano, in particolare dell'Udc e dell'Udeur.
Tale collaboratore mi rilascio' significative dichiarazioni
con riguardo al finanziamento del partito dell'Udc e le
modalita' con le quali veniva “reinvestito” il denaro,
dalla “politica”, in circuiti di apparente legalita'.
Dovevo escutere il Campanella, persona affiliata alla
massoneria - che si stava ponendo in una posizione di assoluta
rilevanza nell'ambito dell'organizzazione mafiosa denominata
Cosa Nostra - del quale l'attuale Ministro della Giustizia e'
stato testimone di nozze, in quanto aveva rilasciato
all'autorita' giudiziaria di Palermo dichiarazioni con
riguardo a presunte dazioni di denaro illecite con riferimento
alle licenze Umts che vedevano, in qualche modo, coinvolti sia
l'attuale Ministro della Giustizia Clemente Mastella che
l'allora Presidente del Consiglio Massimo D'Alema».
Una circostanza che Mastella, quando era ministro della
Giustizia, ha dovuto smentire in aula rispondendo alla domanda
di un avvocato. Era Raffaele Bonsignore, vertice del Cerisdi.
E difensore dell'imputato di Cosa Nostra Nino Mandala'.
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