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IRAN PENA DI MORTE E NON SOLO
Rapporto a cura di Nessuno tocchi Caino
Roma, 12 giugno 2009
IL PRIMATO DELLA DISUMANITÀ
La situazione dei diritti umani in Iran e, in particolare, la
terribile pratica della pena di morte nei confronti di minori e
oppositori politici provano ancora di più la pericolosità del
regime fondamentalista e dittatoriale dei Mullah. Mentre molti
sono disposti a riconoscere e tentare di impedire la minaccia alla
pace e alla sicurezza mondiale rappresentata dal Presidente
iraniano Mahmoud Ahmadinejad, sono invece pochi quelli che
intendono riconoscere e impedire la minaccia quotidiana, reiterata
e praticata da decenni, che il regime di Teheran costituisce nei
confronti del suo stesso popolo. Il caso iraniano non solo è
emblematico del pericolo che nel mondo possono rappresentare i
regimi illiberali, è anche una cartina di tornasole della
coerenza e decisione con cui le cosiddette democrazie intendono
affrontare un tale pericolo. Invece di combattere il regime dei
mullah, l’Europa addirittura lo accredita come parte della
soluzione dei problemi in Medioriente, essendo invece parte del
problema. La brutalità del regime dei mullah, che questo Dossier
in parte documenta, non è solo il frutto del fondamentalismo
religioso iraniano, è anche espressione del silenzio e della
tolleranza fino all’accondiscendenza con cui i governi europei
hanno trattato il regime dei mullah. Nel caso, ad esempio, dei
Mujahedeen del Popolo Iraniano (PMOI), il comportamento
dell’Unione Europa è stato semplicemente scandaloso. Per
compiacere il regime iraniano, i ministri degli esteri dell’Ue
hanno per lungo tempo mantenuto il gruppo della Resistenza
Iraniana nella lista delle organizzazioni terroristiche e solo
dopo una lunga battaglia legale, che l’ha vista per tre volte
soccombere davanti alla Corte di Prima Istanza delle Comunità
Europee, l’UE ha deciso, il 26 gennaio 2009, di rimuovere il
gruppo dalla lista delle organizzazioni terroristiche.
Per non vanificare del tutto la straordinaria vittoria all’ONU
sulla moratoria universale delle esecuzioni, è urgentissimo che i
governi - innanzitutto europei - che l’hanno determinata
manifestino la volontà di farla rispettare in concreto e in tutte
le circostanze. A partire dall’Iran, dove la soluzione
definitiva del problema, più che la pena di morte, riguarda la
Democrazia, lo Stato di Diritto, la promozione e il rispetto dei
diritti politici e delle libertà civili. Intanto, però, occorre
chiedere all’Iran di rendere effettivamente disponili al
Segretario Generale dell'ONU e all'opinione pubblica tutte le
informazioni riguardanti le condanne a morte comminate e le
esecuzioni effettuate ogni anno nel paese, perché la mancanza di
trasparenza al riguardo è anche causa diretta di un maggior
numero di esecuzioni. A tal fine, occorre che il Segretario
Generale si doti di un suo Inviato Speciale, che abbia il compito
non solo di monitorare la situazione, ma anche di favorire e
accelerare i processi interni ai vari Paesi volti a soddisfare la
richiesta delle Nazioni Unite di moratoria delle esecuzioni oltre
che di una maggiore trasparenza nel sistema della pena capitale.
Sul podio degli Stati-Caino
Anche nel 2008, l’Iran si è piazzato al secondo posto quanto a
numero di esecuzioni e, insieme a Cina e Arabia Saudita, sale così
sul terribile podio dei primi tre Stati-boia al mondo. In base a
un monitoraggio dei principali quotidiani iraniani e alle notizie
direttamente fornite da organizzazioni umanitarie, in Iran sono
state calcolate almeno 346 esecuzioni nel 2008. Nel 2007 erano
state messe a morte almeno 355 persone, un terzo in più rispetto
al 2006 quando le esecuzioni erano state almeno 215. La situazione
non sembra mostrare segni di una inversione di rotta, considerato
che nel 2009, al 31 maggio, erano già state effettuate almeno 200
esecuzioni. Ma i dati reali potrebbero essere ancora più alti,
perché le autorità iraniane non forniscono statistiche ufficiali
e i numeri riportati sono relativi alle sole notizie pubblicate
dai giornali iraniani, che evidentemente non riportano tutte le
esecuzioni. L’11 maggio 2009, Mohammad Mostafaei, un avvocato
iraniano che si occupa di molti detenuti nel braccio della morte
del paese e, in particolare, del caso di 25 prigionieri condannati
a morte per crimini commessi quando erano minorenni, ha detto che
secondo lui il numero reale delle esecuzioni è di molto superiore
alle stime fatte dai gruppi internazionali dei diritti umani.
“Ho calcolato che nel 2008 ci sono state almeno 400 esecuzioni,
ma potrebbero essere anche 500 o 600,” ha detto
l’avvocato. Nel 2008, almeno 13 minori sono
stati giustiziati in Iran, l’unico paese al mondo in cui risulta
sia stata praticata nel 2008 la pena di morte nei confronti di
persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato, fatto
che pone l’Iran in aperta violazione della Convenzione sui
Diritti del Fanciullo che pure ha ratificato. Nel 2007, erano
stati giustiziati in Iran almeno 8 minorenni. Le esecuzioni di
minori sono continuate anche nel corso del 2009 e, al 31 maggio,
erano già almeno 4. L’impiccagione è stato
il metodo preferito con cui è stata applicata la Sharia in Iran,
ma è stata praticata anche la lapidazione e, in un caso, anche la
fucilazione. Vi è stato anche il caso di persone condannate a
essere buttate giù da una rupe chiuse in un sacco. A
riprova della recrudescenza del regime iraniano, anche nel 2008
sono continuate le esecuzioni di massa. L’Iran ha
salutato il nuovo anno con 23 impiccagioni compiute nei primi
dieci giorni. Il 2 gennaio 2008, 13 persone sono state impiccate,
inclusa una madre di due ragazzi colpevole di aver ucciso il
marito. Il solo 20 febbraio 2008, dieci persone sono state
impiccate per rapina a mano armata e omicidio. Il 27 luglio 2008,
29 condannati alla pena capitale sono stati giustiziati
contemporaneamente all’alba nel carcere di Evin a Teheran. E’
il più alto numero di giustiziati in un solo giorno negli ultimi
anni in Iran. Nel 2009, non vi è stato alcun segno di una
inversione di tendenza. Le esecuzioni di massa sono continuate.
Tra il 20 e il 21 gennaio 2009, in soli due giorni, in Iran sono
state impiccate diciannove persone. Nel solo mese di maggio sono
state impiccate 52 persone, di cui 21 tra il 2 e l’8 maggio
2009. Nel novembre del 2006, l’allora Ministro della
Giustizia Jamal Karimi-Rad aveva assicurato che l’Iran non
effettua lapidazioni, ma i fatti degli anni successivi lo
hanno smentito. Il 5 luglio del 2007 era stato lapidato un uomo
condannato a morte per adulterio. Nel dicembre 2008, altri due
uomini sono stati lapidati per adulterio, mentre un terzo si è
salvato riuscendo a tirarsi fuori dalla buca in cui era stato
interrato, evitando così di essere ucciso dal lancio delle
pietre. L’ultima esecuzione tramite lapidazione risulta quella
del 5 marzo 2009, quando un uomo di 30 anni è stato lapidato,
sempre per adulterio, nel carcere di Lakan a Rasht, nel nord
dell'Iran. Con queste ultime esecuzioni, sono state almeno 6
le persone lapidate per adulterio, da quando nel 2002 è stata
chiesta la moratoria sulle lapidazioni dal capo della magistratura
iraniana, l’Ayatollah Mahmoud Hashemi-Shahroudi. Un
altro metodo di esecuzione, prescritto dalla Sharia e normalmente
riservato ai condannati per reati omosessuali (lavat), è quello
di chiuderli in un sacco e gettarli in un dirupo. Nel caso in cui
i condannati dovessero sopravvivere, verrebbero impiccati. Nel
2008, casi di condanne a morte da eseguire con tale sistema, si
sono registrati nella città meridionale di Shiraz e nella città
santa di Qom. Nel 2008, l’Iran ha continuato ad
applicare la pena di morte per reati chiaramente non violenti.
Il 29 gennaio 2008, un impiegato della dogana dell’aeroporto
Mehrabad di Teheran è stato giustiziato per “corruzione e altri
reati di natura economica,” ha dichiarato il portavoce della
magistratura Alireza Jamshidi, aggiungendo di non sapere se
l’esecuzione per questo tipo di reati abbia precedenti nella
Repubblica Islamica. Il 22 giugno 2008, Davoud Abdollahi,
condannato per spionaggio, è stato giustiziato nel carcere di
Evin a Teheran. Il 14 agosto 2008, Hasan Sadeqpur, un uomo
condannato per adulterio, è stato impiccato nel carcere di
Zahedan. Il 17 novembre 2008, Ali Ashtari, 45 anni, è stato
impiccato per spionaggio in favore di Israele. Il 18 dicembre
2008, Alireza, 41 anni, è stato impiccato nella città santa di
Qom per aver “diffuso superstizioni”. L’uomo avrebbe
sostenuto di essere il 14° Imam sciita. Il 19 febbraio 2009,
Abdollah Farivar Moghaddam, un uomo di 53 anni che era stato
precedentemente condannato a morte tramite lapidazione per
adulterio, è stato impiccato di prima mattina nel carcere di
Sari. La repressione nei confronti di membri di minoranze
religiose o di movimenti religiosi o spirituali non
riconosciuti dalle autorità è continuata in Iran anche nel 2008.
Il 9 settembre 2008, il Parlamento iraniano si è espresso a
larghissima maggioranza in favore del nuovo codice penale che, tra
le altre cose, rende obbligatoria la pena di morte per gli
apostati e nei confronti dei responsabili della “creazione di
siti internet e blog che promuovono corruzione, prostituzione e
apostasia.” Tra le altre fattispecie considerate reati capitali
dalla nuova legge figurano anche la stregoneria, l’eresia e la
chiromanzia. L’deologia proibizionista in materia di
droga, imperante nel mondo, ha dato un contributo consistente alla
pratica della pena di morte in Iran. Nel nome della guerra alla
droga, sono state effettuate almeno 87 esecuzioni nel 2008.
Le stesse autorità ammettono che molte esecuzioni in Iran sono
relative a reati di droga, ma osservatori sui diritti umani
ritengono che molti di quelli giustiziati per questo tipo di reato
possano essere in realtà oppositori politici.
L’applicazione della pena di morte con condanne ed esecuzioni
per motivi essenzialmente politici, è continuata in Iran anche
nel 2008. Almeno 12 persone sono state giustiziate, ma è
opinione di osservatori sui diritti umani che molti dei
giustiziati per reati comuni – in particolare per droga – o
per “terrorismo”, possano essere in realtà oppositori
politici, in particolare appartenenti alle varie minoranze etniche
iraniane, tra cui azeri, kurdi, baluci e ahwazi. Accusati di
essere ‘mohareb’, cioè nemici di Allah, gli arrestati sono di
solito sottoposti a un processo rapido e severo che si risolve
spesso con la pena di morte. Il nuovo codice penale approvato dal
parlamento iraniano il 9 settembre 2008, per quanto riguarda le
attività ritenute minacciose per la sicurezza della Repubblica
Islamica, estende la giurisdizione iraniana oltre i confini dello
Stato. Nel gennaio 2009, a seguito di una storica vittoria legale,
l’Unione Europa ha rimosso il gruppo d’opposizione iraniana, i
Mujahedeen del Popolo Iraniano (PMOI), dalla lista delle
organizzazioni terroristiche. La decisione è stata presa dopo una
serie di sentenze delle corti europee contro l’inserimento del
PMOI nella lista.
Non solo pena di morte
Non c’è solo la pena di morte, secondo i dettami della Sharia
iraniana, ci sono anche torture, amputazioni degli arti,
fustigazioni e altre punizioni crudeli, disumane e degradanti. Non
si tratta di casi isolati e avvengono in aperto contrasto con il
Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici che l’Iran ha
ratificato e queste pratiche vieta. Migliaia di ragazzi subiscono
ogni anno frustate per aver bevuto alcolici o aver frequentato
feste a cui partecipano maschi e femmine o per oltraggio al
pubblico pudore. Le autorità iraniane considerano le frustate una
punizione adeguata per combattere comportamenti ritenuti immorali
e insistono perché siano eseguite in pubbliche piazze come
“lezione per chi guarda.” Il regime si è abbattuto in
particolare nei confronti delle donne. La loro segregazione ha
avuto un’accelerazione dopo l’elezione di Mahmoud Ahmadinejad
il quale già durante il suo mandato di sindaco della capitale
inaugurò la separazione di donne e uomini negli ascensori. Il 7
luglio 2008, il capo della “Agenzia per la Promozione della Virtù
e la Repressione del Vizio” delle Forze di Sicurezza dello
Stato, Generale Ahmad Roozbehani, ha annunciato che “forze di
sicurezza aggiuntive saranno dispiegate nei parchi” per essere
usate in particolare nei confronti di giovani e donne. Nel nuovo
giro di vite saranno impiegati dai 65 ai 70 mila agenti. “Nei
grandi parchi pubblici, le forze di polizia saranno dispiegate in
modo permanente, mentre in quelli più piccoli i pattugliamenti
saranno più frequenti,” ha detto Roozbehani ai media statali.
Il 6 luglio, il procuratore generale della provincia
settentrionale del Golestan aveva posto l’accento su “misure
più rigorose destinate alle donne velate in maniera non
appropriata nelle strade e nei luoghi pubblici,” aggiungendo che
“alla presenza di forze di polizia, un giudice istruirà i casi
e condannerà i trasgressori,” ha riportato l’agenzia di
stampa Fars. Intanto, nella famigerata prigione di Evin a Teheran,
dieci attiviste avevano iniziato uno sciopero della fame. Tra
loro, una donna di 70 anni e una ragazza di 17 anni, “arrestate
due settimane prima mentre, nel Mellat Park a Teheran,
raccoglievano firme su una petizione a favore della revisione
delle norme discriminatorie nei confronti delle donne,” ha reso
noto l’attivista Mahboubeh Akrami.
LA SHARIA IRANIANA
Non tutti i paesi islamici che si ispirano al Corano praticano la
pena di morte o fanno di quel testo il proprio codice penale,
civile o, addirittura, la propria Carta fondamentale. Dei 48
paesi a maggioranza musulmana nel mondo, 23 possono essere
considerati a vario titolo abolizionisti, mentre i mantenitori
della pena di morte sono 25, dei quali 15 l’hanno
praticata nel 2008. Delle almeno 5.729 esecuzioni
effettuate in 26 paesi nel 2008, almeno 587
sono state effettuate in paesi a maggioranza musulmana, molte
delle quali ordinate da tribunali islamici in base a una stretta
applicazione della Sharia. Ma il problema non è il Corano, il
problema è la traduzione letterale di un testo millenario in
norme penali, punizioni e prescrizioni valide per i nostri giorni,
operata da regimi fondamentalisti, dittatoriali o autoritari al
fine di impedire qualsiasi processo democratico. L’Iran è
l’esempio più grave ed evidente dell’uso politico e
anacronistico che si può fare del Corano.
L’impiccagione
L’impiccagione in versione iraniana avviene di solito tramite
delle gru o piattaforme più basse per assicurare una morte più
lenta e dolorosa. Come cappio viene usata una robusta corda oppure
un filo d’acciaio che viene posto intorno al collo in modo da
stringere la laringe provocando un forte dolore e prolungando il
momento della morte. L’impiccagione è spesso combinata a pene
supplementari come la fustigazione e l’amputazione degli arti
prima dell’esecuzione. Il 30 gennaio 2008, il portavoce della
magistratura, Ali Reza Jamshidi, citando un decreto emesso dal
capo dell’apparato giudiziario, Ayatollah Mahmud Hashemi
Shahroudi, ha comunicato che vi sarebbero state esecuzioni
pubbliche solo se autorizzate dallo stesso Shahroudi “sulla base
di esigenze di carattere sociale.” “E’ anche vietata – ha
aggiunto il portavoce – la pubblicazione di immagini e
fotografie delle esecuzioni da parte dei media.” “Abbiamo più
volte visto spettatori mostrare simpatia nei confronti di chi sta
per essere giustiziato in pubblico ed esprimere invece
disapprovazione nei confronti dell’esecuzione”, avrebbe
ammesso un sostituto procuratore di Teheran, riportato il 31
gennaio dal giornale governativo Javan. “Con minor dispendio di
energie, le esecuzioni possono essere effettuate in prigione”,
ha aggiunto. Diversi organi di stampa iraniani hanno evidenziato
che le impiccagioni in piazza, oltre a provocare rabbia negli
spettatori, hanno danneggiato l’immagine del paese a livello
internazionale. Dopo il decreto di Shahroudi le esecuzioni
effettuate sulla pubblica piazza sono diminuite: nel 2008 le
esecuzioni pubbliche sono state almeno 30, di cui 16
avvenute dopo l’annuncio del decreto. Nel 2007 erano state
almeno 110. Le esecuzioni pubbliche sono continuate nel
2009. A riprova della recrudescenza del regime
iraniano, anche nel 2008 sono continuate le esecuzioni di massa.
L’Iran ha salutato il nuovo anno con 23 impiccagioni compiute
nei primi dieci giorni. Il 2 gennaio 2008, 13 persone sono state
impiccate, inclusa una madre di due ragazzi colpevole di aver
ucciso il marito. L’8 gennaio 2008, hanno fatto il giro del
mondo le foto di Hasan Hikmet Demir, un cittadino turco membro di
un partito di opposizione kurdo, che sarebbe stato impiccato nella
prigione di Khoy il 20 dicembre 2007. Nonostante fosse ferito e
paralizzato di entrambe le gambe, è stato trasportato in barella
e, come si vede nelle foto, sanguinante, è stato impiccato. Il 30
gennaio 2008, cinque uomini sono stati impiccati nel carcere di
Evin a Teheran. Erano stati condannati per omicidio. Il solo 20
febbraio 2008, dieci persone sono state impiccate in Iran per
rapina a mano armata e omicidio. Le prime sei sono state
giustiziate all’alba nel carcere di Zanjan. Le altre quattro
sono state impiccate nel carcere di Evin a Teheran. Il 23 aprile
2008, cinque uomini sono stati impiccati per omicidio nel carcere
di Evin a Teheran. L’11 maggio 2008, cinque uomini sono stati
impiccati nella prigione di Qom, città santa sciita, per aver
violentato e ucciso una ragazza. L’11 giugno 2008, cinque
condannati a morte per omicidio e tre per stupro sono stati
impiccati nel carcere di Evin a Teheran. Il 27 luglio 2008, 29
condannati alla pena capitale sono stati giustiziati
contemporaneamente all’alba nel carcere di Evin a Teheran. E’
il più alto numero di giustiziati in un solo giorno negli ultimi
anni in Iran. Il 27 agosto 2008, quattro uomini e una donna sono
stati impiccati per omicidio nel carcere Evin di Teheran. Il 26
novembre 2008, nove uomini e una donna sono stati impiccati per
omicidio a Teheran, nel carcere di Evin. Il 24 dicembre 2008, otto
uomini e una donna sono stati impiccati all’alba nel cortile del
carcere di Evin a Teheran. Avrebbe dovuto svolgersi anche una
decima impiccagione, tuttavia - considerata l’assenza dei
familiari della persona uccisa – l’esecuzione è stata
rimandata ed il condannato è stato riportato dal piazzale del
carcere nella propria cella. Nel 2009, non vi è stato alcun segno
di una inversione di tendenza. Le esecuzioni di massa sono
continuate. Tra il 20 e il 21 gennaio 2009, in soli due giorni, in
Iran sono state impiccate diciannove persone. Le prime dieci sono
state impiccate il 21 gennaio nel carcere di Evin a Teheran per
omicidio. Le altre nove impiccagioni sono state effettuate il 20
gennaio, in tre diverse città dell’Iran, per stupro, rapina o
traffico di droga Il 25 gennaio 2009, sei uomini sono stati
impiccati in una prigione della città di Bojnoord “per la
vendita e il possesso di droga, stupro, aggressione con coltello,
consumo di alcolici, sequestro e rapina”, ha dichiarato il
procuratore della città. Tra il 28 e il 29 gennaio 2009, sei
persone, tra cui una donna, sono state giustiziate. Il 28 gennaio,
cinque uomini sono stati impiccati in carcere per omicidio a
Isfahan, Kazeroon e Shiraz. Il 29 gennaio, una donna è stata
impiccata per l’omicidio del marito a Rafsanjan. Tra il 17 e il
18 febbraio 2009, sono state impiccate nove persone. Il 17
febbraio, tre uomini condannati per traffico di droga e altri due
per omicidio sono stati impiccati nel carcere della città di
Isfahan, mentre un altro uomo è stato impiccato per omicidio nel
carcere di Bushehr. Il 18 febbraio, tre uomini sono stati
impiccati per omicidio ad Ahwaz. Il 9 marzo 2009, cinque persone
sono state impiccate dopo essere state riconosciute colpevoli di
omicidi e sequestri. Le prime quattro esecuzioni, sono avvenute a
Zahedan; la quinta nel carcere di Isfahan. Il 14 marzo 2009,
quattro uomini sono stati impiccati in carcere a Shiraz: tre dei
giustiziati erano stati riconosciuti colpevoli di omicidio, mentre
il quarto era stato condannato a morte per stupro. Tra il 2 e
l’8 maggio 2009, l’Iran ha effettuato 21 impiccagioni per
omicidio o traffico di droga in sei diverse città: Teheran,
Khash, Taibad, Ardabil, Shiraz e Kerman. Tra l’11 e il 13 maggio
2009, altre nove persone sono state impiccate per omicidio o
traffico di droga a Isfahan, Zahedan e Qazvin. Il 16 maggio 2009,
otto persone sono state impiccate per omicidio e traffico di droga
a Shiraz e Isfahan. Tra il 19 e il 20 maggio 2009, sei persone
sono state impiccate a Dezful, Isfahan e Shiraz per traffico
di droga e omicidio. Tra il 30 e il 31 maggio 2009, otto persone
sono state impiccate a Zahedan e Kerman per “terrorismo” e
traffico di droga.
La lapidazione
L’impiccagione è stato il metodo preferito con cui è stata
applicata la Sharia in Iran, ma è stata praticata anche la
lapidazione in almeno due casi nel 2008 e uno nel 2009. Tra le
punizioni islamiche, la lapidazione è la più terribile. Il
condannato viene avvolto da capo a piedi in un sudario bianco e
interrato. La donna viene interrata fino alle ascelle, mentre
l’uomo fino alla vita. Un carico di pietre viene portato sul
luogo e funzionari incaricati o in alcuni casi semplici cittadini
autorizzati dalle autorità, effettuano la lapidazione. Le pietre
non devono essere così grandi da provocare la morte con uno o due
colpi in modo da poter provocare una morte lenta e dolorosa. Se il
condannato riesce in qualche modo a sopravvivere alla lapidazione,
verrà imprigionato per almeno 15 anni ma non verrà giustiziato.
Nel novembre del 2006, l’allora Ministro della Giustizia Jamal
Karimi-Rad aveva assicurato che l’Iran non effettua lapidazioni.
“Non c’è stata nessuna lapidazione. Tribunali di grado
inferiore possono aver emesso questo tipo di condanna, ma nessuna
è stata messa in pratica,” aveva detto ai giornalisti
Karimi-Rad. I fatti degli anni successivi lo hanno smentito. Il 5
luglio 2007, un uomo condannato a morte per adulterio, Jafar
Kiani, è stato giustiziato dopo aver trascorso 11 anni in
carcere. Il 25 dicembre 2008, due uomini sono stati giustiziati
tramite lapidazione, mentre un terzo si è salvato riuscendo a
tirarsi fuori dalla buca in cui era stato interrato, evitando così
di essere ucciso dal lancio delle pietre. Le esecuzioni hanno
avuto luogo a Mashad, nel cimitero di Behesht Zahra. Le tre
condanne alla lapidazione erano state emesse per adulterio.
L’uomo salvatosi - identificato come Mahmoud, cittadino afghano
– ha riportato delle ferite non gravi, e in base al codice
penale iraniano non potrà essere lapidato una seconda volta. Il 5
marzo 2009, un uomo è stato lapidato per adulterio nella città
settentrionale di Rasht. La magistratura iraniana ha confermato la
notizia il 5 maggio 2009. “La lapidazione è stata effettuata
nel mese iraniano di Esfand”, che si conclude il 20 marzo, ha
detto il portavoce della magistratura Ali Reza Jamshidi. La
Resistenza Iraniana ha identificato l’uomo come Vali Azad, 30
anni, dipendente del Dipartimento del Commercio e originario di
Parsabat Moghan, vicino al confine con l'Azerbaigian. Secondo la
Resistenza, “la sua esecuzione è avvenuta nella prigione Lakan
a Rasht, in seguito la magistratura locale si è rifiutata di
restituire il corpo alla famiglia, seppellendolo in una località
segreta”. Ulteriore conferma è giunta il 5 maggio dal giornale
Aftab-e Yazd, che fa risalire al 5 marzo la lapidazione di un
dipendente statale 30enne identificato solo come “V”,
giustiziato a Rasht. Con queste ultime esecuzioni, sono state
almeno 6 le persone lapidate per adulterio, da quando nel
2002 è stata chiesta la moratoria sulle lapidazioni dal capo
della magistratura iraniana. Il 25 maggio 2009, una coppia è
stata condannata a morte mediante lapidazione dalla Corte Suprema
iraniana, ha riportato il sito della Resistenza Iraniana, senza
precisare la data esatta in cui la condanna – da eseguirsi nella
città di Tabriz - è stata emessa. In base alla notizia, la
coppia, Rahim Mohammad e Kobra Babai, ha una figlia di 12 anni.
Non si conosce il crimine per cui sono stati condannati.
Pena di morte per blasfemia e apostasia
In Iran, come in altri paesi islamici, la pena capitale è imposta
secondo la Sharia anche ai casi di blasfemia, cioè può essere
imposta a chi offende il profeta Maometto, altri profeti o le
sacre scritture. Inoltre, convertire dall’Islam ad altra
religione o rinunciare all’Islam è considerato apostasia ed è
un reato capitale. Il 9 settembre 2008, il Parlamento iraniano si
è espresso a larghissima maggioranza in favore del nuovo codice
penale che, tra le altre cose, rende obbligatoria la pena di morte
per gli apostati. Sebbene la Sharia punisse già con la morte
l’apostasia, la legge iraniana non aveva ancora stabilito la
condanna a morte per questo tipo di ‘reato’, lasciando
tuttavia questo tipo di condanna alla discrezionalità del
giudice. Da questo punto di vista, quindi, la nuova norma
metterebbe i codici iraniani in linea con la legge islamica. Il
testo, approvato con 196 voti a favore, 7 contro e 2 astensioni,
presenta una lista di reati già punibili con la pena di morte,
tra cui stupro, rapina a mano armata e apostasia, aggiungendo a
questi la “creazione di siti internet e blog che promuovono
corruzione, prostituzione e apostasia.” Tra le altre fattispecie
considerate reati capitali dalla nuova legge figurano anche la
stregoneria, l’eresia e la chiromanzia. Chi viene riconosciuto
colpevole di questi ‘crimini’ – dice il testo – “deve
essere punito in quanto ‘mohareb’ (nemico di Dio) e
‘corrotto sulla Terra’,” casi per i quali la legge iraniana
prevede in genere “l’impiccagione, l’amputazione della mano
destra e del piede sinistro, oltre all’esilio.” La proposta di
legge, inviata alla commissione parlamentare competente per
ulteriori considerazioni per poi approdare nuovamente in aula per
l’approvazione definitiva, prevede che le punizioni stabilite
per tutti questi ‘reati’ “non possono essere commutate,
sospese o cambiate”. E’ significativo il fatto che la notizia
dell’approvazione della legge sia stata cancellata dal sito web
del Parlamento iraniano dopo poche ore dalla sua pubblicazione.
Comunque, era stata già resa pubblica dalle agenzie di stampa del
regime, tra cui la IRINN (Islamic Republic of Iran News Network),
da quotidiani iraniani come Resalat e dal sito web di Radio Farda.
Stabilendo la pena di morte per l’apostata-uomo e il carcere per
l’apostata-donna, il nuovo codice individua due tipi di
apostasia: innata o di origine parentale. Nel primo caso,
l’apostata è colui che ha genitori musulmani, si dichiara
musulmano e da adulto abbandona la sue fede di origine; nel
secondo caso, l’apostata ha genitori non musulmani, diventa
musulmano da adulto e poi abbandona la fede. L’articolo 225-7
della nuova legge stabilisce che “la punizione nel caso di
apostasia innata è la morte,” mentre per l’articolo 225-8
“la punizione nel caso parentale è la morte, tuttavia dopo la
sentenza finale, per tre giorni il condannato sarà invitato a
tornare sulla retta via e incoraggiato a ritrattare. In caso di
rifiuto, la condanna a morte verrà eseguita.”
Il “prezzo del sangue”
La versione iraniana del “prezzo del sangue” (diyeh)
stabilisce che per una vittima donna esso sia la metà di quello
di un uomo. Inoltre, se uccide una donna, un uomo non potrà
essere giustiziato, anche se condannato a morte, senza che la
famiglia della donna abbia prima pagato a quella dell’assassino
la metà del suo prezzo del sangue. Il 27 dicembre 2003, dopo un
verdetto favorevole emesso dal leader supremo Ayatollah Ali
Khamenei, è entrata in vigore una legge del Parlamento varata a
gennaio che garantisce alle minoranze non musulmane il diritto
allo stesso “prezzo del sangue” dei musulmani, che attualmente
corrisponde a 150 milioni di riyal (circa 14.500 euro). Il prezzo
del sangue per la vita di una donna continuerà però a essere la
metà di quello per la vita di un uomo. In Iran, nel 2008 e nei
primi mesi del 2009, casi relativi al “prezzo del sangue” si
sono risolti col perdono o con l’esecuzione. Il 2 gennaio 2008,
una donna di 27 anni, Raheleh Zamani, condannata per l’omicidio
del marito avvenuto nel 2005, è stata impiccata nel carcere di
Evin a Teheran. La donna avrebbe commesso l’omicidio nel 2005
dopo aver scoperto che il marito la tradiva. La donna doveva
essere impiccata il 19 dicembre 2007 ma l’esecuzione era stata
posticipata per permettere alla donna di raccogliere il denaro
necessario al pagamento del diyeh (il prezzo del sangue).
Ma, alla fine, la famiglia di suo marito si era rifiutata di
accettarlo. Il 23 aprile 2008, cinque uomini si sono salvati
dall’impiccagione dopo che i familiari delle loro vittime hanno
accettato di perdonarli. Condannati per omicidio, erano già stati
portati di fronte al patibolo nel carcere di Evin, a Teheran,
tuttavia “negli ultimi secondi della loro vita si sono
salvati,” ha riferito una fonte, senza precisare l’ammontare
del “prezzo del sangue” che dovranno versare alle famiglie
delle vittime. I cinque sono stati riportati nelle celle, mentre
altri cinque detenuti venivano impiccati. Il 3 dicembre 2008, Reza
Alinejad, condannato a morte per un omicidio commesso nel 2003
all'età di 17 anni, è stato rilasciato dal carcere dopo aver
ottenuto il perdono dai familiari della vittima. Nel novembre
2008, al ragazzo era stato concesso un mese per raccogliere i
soldi necessari al risarcimento della famiglia della vittima. Dopo
una trattativa con i familiari della vittima, l’accordo concluso
prevedeva un risarcimento di un miliardo di rial (circa 100.000
dollari Usa) come prezzo del sangue in grado di impedire
l’esecuzione. Per farvi fronte, i familiari di Reza hanno dovuto
impegnare la loro casa del valore di 50.000 dollari per ottenere
un prestito bancario a un alto tasso di interesse. Una donna
giapponese, che ha voluto mantenere l’anonimato, ha contribuito
alla raccolta della somma necessaria con una donazione di 20.000
dollari. Il 1° maggio 2009, Delara Darabi è stata impiccata
all’alba nella prigione di Rasht, senza che ne fosse data
notizia al suo avvocato né alla sua famiglia. La ragazza, di 23
anni, è stata giustiziata per la complicità in un omicidio
commesso nel 2003, quando aveva solo 17 anni. A mettere
personalmente la corda intorno al collo di Delara, scrive il
quotidiano Etemad, sarebbe stato un figlio della donna uccisa, una
cugina del padre di Delara. Il 19 aprile, si era parlato di una
sospensione di due mesi, rispetto alla data del 20 aprile nella
quale era stata fissata inizialmente l'esecuzione. Invece è stata
messa a morte dopo soli dieci giorni. Nel provvedimento di rinvio
del capo della magistratura iraniana, ayatollah Mahmud Hashemi
Shahrudi, si parlava di sospensione “per un breve periodo di
tempo” per dare modo alla famiglia della vittima di riflettere
sulla richiesta di perdono avanzata dai genitori di Delara. Già
in passato i parenti della vittima avevano rifiutato questa
opzione. Una posizione che non è cambiata, nonostante i giudici
abbiano concesso loro qualche giorno in più di riflessione.
Delara proviene da una famiglia benestante e i suoi genitori si
erano offerti di pagare il cosiddetto “prezzo del sangue”,
l'indennizzo ai parenti della vittima, primo passo per arrivare a
quel perdono formale che avrebbe permesso di fermare l'esecuzione.
Ma la famiglia della donna uccisa non ne ha voluto sapere.
PENA DI MORTE NEI CONFRONTI DI MINORI
Applicare la pena di morte a persone che avevano meno di 18 anni
al momento del reato è in aperto contrasto con quanto stabilito
dal Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e dalla
Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Fanciullo.
Quest’ultima, che tra i patti internazionali è quello che ha
registrato il maggior numero di ratifiche, all’articolo 37 (a)
stabilisce: “Né la pena capitale né l’imprigionamento a vita
senza possibilità di rilascio devono essere decretati per reati
commessi da persone di età inferiore a diciotto anni.”
L’esecuzioni di minori avvengono quindi in aperta violazione di
questi due patti internazionali che l’Iran ha pure ratificato.
In base alla legge iraniana, le femmine di età superiore a nove
anni e i maschi con più di quindici anni sono considerati adulti
e, quindi, possono essere condannati a morte, anche se le
esecuzioni sono normalmente effettuate al compimento del
diciottesimo anno d’età. Nel 2008, almeno 13 minori sono
stati giustiziati in Iran, l’unico paese al mondo in cui risulta
sia stata praticata nel 2008 la pena di morte nei confronti di
persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato, fatto
che pone l’Iran in aperta violazione della Convenzione sui
Diritti del Fanciullo che pure ha ratificato. Nel 2007, erano
stati giustiziati in Iran almeno 8 minorenni. A seguito delle
pressioni internazionali, il regime dei Mullah ha annunciato una
parziale e, di fatto, ininfluente revisione di una pratica che
pone l’Iran, anche su questo e da solo, fuori dalla comunità
internazionale. Il 18 ottobre 2008, il Vice Procuratore di Stato,
Hossein Zabhi, ha reso noto che, in base a una direttiva
dell’autorità giudiziaria emanata più di un anno prima,
sarebbe proibita nel paese l’esecuzione di minorenni
riconosciuti colpevoli di reati di droga, mentre sarebbe mantenuta
la pena di morte per quelli colpevoli di omicidio che, secondo lo
stesso Zabhi, sono 120 e per i quali il nuovo provvedimento
non avrebbe avuto alcun effetto. Tant’è che le esecuzioni di
minori sono continuate anche nel corso del 2009 e, al 31 maggio,
erano già almeno 4. Il 26 febbraio 2008, un giovane è
stato impiccato per un omicidio commesso a 16 anni, ha riportato
il quotidiano Etemad. Javad Shojaii è stato giustiziato nel
cortile del carcere di Isfahan, per aver ucciso a coltellate nel
marzo 2000 un uomo identificato come Rostam. La famiglia del
condannato è stata informata dell’impiccagione soltanto il
giorno prima. Il 20 marzo 2008, un giovane è stato impiccato
nella città di Isfahan per un reato commesso all’età di 17
anni, ha reso noto il Consiglio Nazionale della Resistenza
Iraniana. Il 10 giugno 2008, un ragazzo di 16 o 17 anni è stato
impiccato nel carcere di Sanandaj, capoluogo della provincia del
Kurdistan. Il giovane, Mohammad Hassanzadeh, era stato condannato
a morte per l’omicidio, commesso all’età di 15 anni, di un
bambino di 10 anni. Il 1° luglio 2008, un ragazzo di 19 anni è
stato impiccato nel carcere di Isfahan. Lo ha riportato il sito
internet della televisione di Stato, che ha identificato il
giustiziato come Hamid Reza Q., riconosciuto colpevole
dell’omicidio di un amico che gli doveva 250.000 rials (circa 27
dollari). L’omicidio sarebbe avvenuto nell’anno 1385 del
calendario iraniano, corrispondente al periodo compreso tra marzo
2006 e marzo 2007. Il 22 luglio 2008, le autorità iraniane hanno
giustiziato Hassan Mozafari, Rahman Shahidi e Hussein Rahnama,
nella città meridionale di Bushehr, ha riportato l'agenzia di
stampa Fars. Secondo fonti iraniane Hassan Mozafari e Rahman
Shahidi erano minorenni all’epoca del reato. I tre giustiziati
erano stati accusati di stupro dal Tribunale penale di Bushehr,
insieme a un altro detenuto minorenne, Mohammad Pezhman,
giustiziato nel maggio 2007. Il 23 luglio 2008, un ragazzo,
probabilmente minorenne, identificato solo con le iniziali H.A.,
è stato impiccato nel carcere di Shiraz, ha reso noto il
quotidiano iraniano Khabar Jonub. Secondo la notizia, il ragazzo
era stato condannato per sequestro e omicidio di un giovane a
Marvdasht. Il 31 luglio 2008, l’Iran ha giustiziato cinque
Kurdi, tra cui un ragazzo di 15 anni, ha riportato
Kurdishaspect.com, un sito web indipendente basato negli USA. Le
cinque persone sono state giustiziate in un campo a Tabriz. Il 19
agosto 2008, l’Iran ha giustiziato un ragazzo di 20 anni per un
omicidio commesso all’età di 15. Reza Hejazi è stato impiccato
in una prigione di Isfahan per aver accoltellato un uomo durante
una lite avvenuta il 18 settembre 2004. Il 26 agosto 2008, un
ragazzo di 18 anni, Behnam Zaree, è stato impiccato nella città
meridionale di Shiraz per aver ucciso nel 2005, all’età di 15
anni, un coetaneo identificato solo come Mehrdad, nel corso di una
lite avvenuta per strada. Il 29 settembre 2008, un ragazzo di 21
anni è stato impiccato nella città di Kermanshah per un crimine
che avrebbe commesso da minorenne. Si tratta di Homayon
Shabestari, giustiziato in prigione per fatti risalenti al 2005.
Il 29 ottobre 2008, un giovane afghano è stato impiccato per un
omicidio commesso all’età di 17 anni. La notizia
dell’esecuzione è comparsa sul sito web delle autorità
giudiziarie di Isfahan, che identifica il ragazzo solo come
Gholamreza H., 19 anni, riconosciuto colpevole di un omicidio
risalente al 20 novembre 2006. Il 30 dicembre 2008, un giovane è
stato giustiziato per un omicidio che avrebbe commesso all’età
di 17 anni. Lo ha reso noto il gruppo per i diritti umani “Peyke
Iran”, secondo cui l’esecuzione di Ahmad Zare'e è avvenuta
nel cortile di una prigione. Il giovane era stato condannato a
morte per un omicidio commesso in un villaggio nella periferia di
Sanandaj. Il giovane – hanno fatto notare gli attivisti – è
stato giustiziato all’inizio del "Moharam", primo mese
del calendario islamico, periodo in cui le esecuzioni non
dovrebbero aver luogo. Il 27 gennaio 2009, quattro giovani fra i
18 e i 20 anni sono stati impiccati nel carcere di Mashad perché
riconosciuti colpevoli del sequestro e stupro di un ragazzo 16enne
nel 2008. All'epoca, dunque, uno o più degli impiccati doveva
essere minorenne Il 28 gennaio 2009, due uomini sono stati
impiccati all’alba per omicidio nel carcere di Isfahan,
nell’Iran centrale. Lo ha riportato l’agenzia ufficiale Fars,
che identifica i due giustiziati come Reza A., 21 anni, e Ahmad
A., di età imprecisata. E’ possibile che Reza A. - riconosciuto
colpevole di omicidio nel settembre 2006 – fosse ancora
minorenne all’epoca del crimine. Il 1° maggio 2009, Delara
Darabi è stata impiccata all’alba nella prigione di Rasht, nel
nord dell’Iran, senza che ne fosse data notizia al suo avvocato
né alla sua famiglia. La ragazza, di 23 anni, è stata
giustiziata per la complicità in un omicidio commesso nel 2003,
quando aveva solo 17 anni. Il 20 maggio 2009, un ragazzo di 20
anni, condannato per omicidio nell’agosto del 2006, è stato
impiccato in prigione a Shiraz, nel sud-ovest dell’Iran. In base
alla notizia riportata dal giornale Etemad si tratterebbe quindi
di un minorenne al momento del reato.
LA “GUERRA ALLA DROGA”
L’deologia proibizionista in materia di droga, imperante nel
mondo, ha dato un contributo consistente alla pratica della pena
di morte in Iran. La legge iraniana prevede la pena di morte per
il possesso di più di 30 grammi di eroina o di 5 chili di oppio.
Secondo le stesse autorità, molte esecuzioni in Iran sono
relative a reati di droga, ma è opinione di osservatori sui
diritti umani che molti di quelli giustiziati per reati comuni, in
particolare per droga, possano essere in realtà oppositori
politici. Nel nome della guerra alla droga, sono state effettuate
almeno 87 esecuzioni nel 2008. Il 2008 è stato
inaugurato con cinque impiccagioni pubbliche per traffico di
droga. Il 2 gennaio, tre persone sono state impiccate in una
piazza della città santa di Qom e altre due nella città di
Zahedan. Il 5 maggio 2008, sono state impiccate per traffico di
droga nove persone. Una delle impiccagioni, avvenute tutte nella
città di Bojnourd, è stata effettuata in pubblico. Il 27 luglio
2008, 29 condannati alla pena capitale sono stati giustiziati
contemporaneamente all’alba nel carcere di Evin a Teheran. Venti
dei ventinove impiccati erano stati condannati per traffico di
droga. Tra il 6 e il 27 ottobre 2008, sono state impiccate almeno
quindici persone per reati legati alla droga. Il 20 gennaio 2009,
sei persone sono state impiccate per traffico di droga in tre
diverse città iraniane: Kardj, Isfahan e Yazd. Il 17 febbraio
2009, tre uomini sono stati impiccati nel carcere di Isfahan per
traffico di droga. Il 1° marzo 2009, dieci uomini sono stati
impiccati per traffico di droga nella provincia occidentale di
Kermanshah. L’11 marzo 2009, sei persone riconosciuti colpevoli
di traffico di droga sono state impiccate a Sari e Tabas. Tra il 2
e l’8 maggio 2009, sedici persone sono state impiccate per
traffico di droga a Taibad, Ardabil, Shiraz e Kerman. Tra l’11 e
il 13 maggio 2009, altre sei persone sono state impiccate per
traffico di droga nelle prigioni di Zahedan, Isfahan e Qazvin. Il
31 maggio 2009, cinque persone sono state impiccate per traffico
di droga nel carcere della città sud-orientale di Kerman.
LA “GUERRA AL TERRORISMO”
Con il pretesto della “lotta al terrorismo”, anche nel 2008 il
regime iraniano ha effettuato numerose esecuzioni. Tra i
condannati a morte o giustiziati per “terrorismo” in Iran,
potrebbero esserci in realtà anche oppositori politici, in
particolare appartenenti alle minoranze etniche iraniane: azeri,
kurdi, baluci e ahwazi. Accusati di essere ‘mohareb’, cioè
nemici di Allah, gli arrestati sono di solito sottoposti a un
processo rapido e severo che si risolve spesso con la pena di
morte. Il 13 aprile 2008, due uomini sono stati impiccati nella
provincia del Sistan-Baluchistan, dopo essere stati riconosciuti
colpevoli di terrorismo. Si tratta di due sunniti, identificati
dal giornale Kayhan solo come A.M. e M.S., giustiziati a Zahedan
dopo essere stati riconosciuti ‘mohareb’, nemici di Dio. Per
il tribunale rivoluzionario locale avrebbero fatto parte del
gruppo sunnita Jundallah, autore in questi ultimi anni di diversi
attacchi nella provincia. Il 16 giugno 2008, un uomo è stato
impiccato nella prigione di Zahedan. Lo ha riportato l’agenzia
Fars, secondo cui Ali Reza Barahuwi era stato ritenuto membro di
un’organizzazione ribelle e di essere un ‘mohareb’. Come
appartenente al gruppo “terrorista” Jundallah, Barahuwi
avrebbe preso parte a due attentati esplosivi e all’omicidio di
due persone. Il 28 febbraio 2009, un uomo è stato impiccato nel
carcere di Orumieh, capitale della Provincia dell’Azerbaijan
Occidentale, nel nord-ovest dell’Iran. Lo ha riportato il sito
dell’organizzazione Iran Human Rights, che identifica il
giustiziato come Mehdi Ghasemzadeh, la cui esecuzione è avvenuta
di mattina. Era stato accusato di essere un "mohareb"
(nemico di Dio), termine usato per indicare chi conduce la lotta
armata contro le autorità della Repubblica Islamica. In prigione
dal 2004, l’uomo avrebbe fatto parte di un gruppo noto come
"Ahl-e Haqq" (a maggioranza curda). Era stato arrestato
insieme ad altre tre persone ad opera di agenti del Ministero
della Sicurezza ed Intelligence (MOIS). Il 9 marzo 2009, quattro
persone sono state impiccate a Zahedan, nel sud-est del Paese,
compreso il presunto responsabile del sequestro di due cittadini
belgi, avvenuto nell’agosto 2007. I due europei, un uomo ed una
donna, vennero rapiti e rilasciati dopo pochi giorni. L’IRNA ha
riportato che sono stati condannati anche per l’uccisione di
otto agenti della sicurezza e il sequestro di un religioso. Il 10
marzo 2009, Hamed Mohammadzadeh, originario di Miandoab, nella
Provincia dell’Azerbaijan Occidentale, è stato impiccato nel
carcere di Orumieh, per omicidio, ha riportato il sito web di
Human Rights Activists in Iran [HRAI]. Mohammadzadeh aveva passato
diversi anni in carcere prima dell’esecuzione. Altri due
detenuti nello stesso carcere, Mehdi Ghasemzadeh [vedi notizia
precedente, NdR] e Azizvand, erano stati giustiziati nei giorni
precedenti, per l’omicidio di tre membri delle Forze
dell’ordine. Il 29 marzo 2009, il sito Human Rights Activists in
Iran ha reso noto che un giovane era stato impiccato negli ultimi
giorni nella Prigione Centrale di Sanandaj, capoluogo della
provincia del Kurdistan iraniano. Rahmat Sadeqi, 23 anni, era
stato era stato arrestato agli inizi del 2005 e riconosciuto
colpevole dell’omicidio di un uomo, commesso durante una rissa
avvenuta nella città curda di Kamyaran. Sadeqi si era sempre
proclamato innocente. Il 10 aprile 2009, tre uomini sono stati
impiccati per l’attentato esplosivo contro una moschea di
Shiraz, avvenuto nell’aprile 2008. I tre sono stati identificati
dall’agenzia ufficiale IRNA come Mohsen Eslamian, 21 anni, Ali
Asghar Pashtar, 20, due studenti universitari, e Rouzbeh
Yahyazadeh, 32. Sono stati giustiziati nella prigione Adelabad
della città per aver causato la morte di 14 persone e il
ferimento di altre 200. Nel novembre del 2008 erano stati accusati
di essere dei “mohareb” (nemici di Dio) dal Tribunale
Rivoluzionario di Teheran, che si occupa di casi contro la
sicurezza dello Stato. Il tribunale li aveva accusati di essere
legati ad un gruppo monarchico di opposizione fuori dal Paese,
l’Iran Royal Association, e di prendere ordini da agenti
stranieri per rovesciare il regime islamico in Iran. Secondo le
autorità iraniane, i tre sarebbero stati armati e addestrati per
compiere l’attentato dagli Stati Uniti, con il coinvolgimento di
Israele e Gran Bretagna. La moschea colpita fa parte del centro
culturale Rahpouyan-e-Vesal di Shiraz, circa 900 km a sud di
Teheran. Al momento dell’esplosione erano circa 1.000 i fedeli
presenti all’interno della struttura. Il 30 maggio 2009, le
autorità iraniane hanno impiccato in pubblico tre uomini
condannati per coinvolgimento nell'attentato del 28 maggio alla
moschea di Zahedan, nel sudest del paese, che ha provocato 25
morti e 125 feriti. Lo ha reso noto l'agenzia di stampa ufficiale
Irna. Il Dipartimento di Giustizia di Zahedan ha fornito i nomi
dei tre giustiziati: Haji Nouti Zehi, Gholam Rasoul Shahroo Zehi e
Zabihollah Naroui. I tre, ha precisato la stessa fonte, erano
stati arrestati già prima dell'attentato e sono stati
riconosciuti colpevoli di aver fornito l'esplosivo per l'azione
terroristica. Per questo erano stati condannati a morte come «nemici
di Dio» e «corrotti sulla Terra». L'esecuzione ha avuto luogo
alle sei di mattina vicino alla moschea sciita di Ali
Ibn-Abitaleb, dove l'attentato ha avuto luogo, poco prima dei
funerali delle vittime dell’attentato. La strage era stata
rivendicata alla tv panaraba Al Arabica dal gruppo ribelle sunnita
Jundallah, il quale aveva però negato che i tre giustiziati
fossero implicati nell’attentato. Un esponente del gruppo aveva
detto che si era trattato di un attacco suicida contro le forze
paramilitari Basij (i fedelissimi del regime sciita) riunite nella
moschea per coordinare la strategia per le elezioni presidenziali
del prossimo 12 giugno. Il vicepresidente della provincia del
Sistan-Baluchistan (della quale Zahedan è capoluogo), Jalal
Sayah, aveva detto che gli attentatori erano stati reclutati dagli
Stati Uniti, accusa subito respinta dagli Usa, che hanno
condannato l'attentato. Il 6 giugno 2009, due uomini sono stati
impiccati nella città sud-orientale di Zahedan. La notizia è
stata riportata dal quotidiano Kayhan, secondo cui Abdolhamid Rigi
e Reza Ghalandar Zahi sono stati giustiziati di mattina dopo
essere stati riconosciuti come "moharebeh" (nemici di
Dio) e appartenenti al gruppo balucho fuorilegge di Abdolmalek
Rigi.
PENA DI MORTE PER REATI POLITICI E DI OPINIONE
L’applicazione della pena di morte con condanne ed esecuzioni
per motivi essenzialmente politici, è continuata in Iran anche
nel 2008. Almeno 12 persone sono state giustiziate, ma è
opinione di osservatori sui diritti umani che molti dei
giustiziati per reati comuni – in particolare per droga – o
per “terrorismo”, possano essere in realtà oppositori
politici, in particolare appartenenti alle varie minoranze etniche
iraniane, tra cui azeri, kurdi, baluci e ahwazi. La
provincia del Khuzestan, dove l’etnia araba di religione sunnita
rappresenta la maggioranza, è stata teatro di una dura
repressione nel corso del 2007, in relazione anche agli attentati
dinamitardi che si sono verificati nella città di Ahwaz nel 2005,
una violenza che è esplosa in seguito alla rivelazione di un
piano del governo volto a ridurre la percentuale di popolazione
araba di etnia ahwazi nella provincia. Almeno 14 prigionieri
politici erano stati giustiziati nella regione nel 2007 e le
esecuzioni sono continuate anche nel 2008. Il 14 gennaio 2008,
l’Organizzazione Ahwazi per i Diritti Umani (AHRO) ha denunciato
che quattro arabi ahwazi erano stati giustiziati in segreto la
settimana prima nella provincia iraniana del Khuzestan. Le
esecuzioni di Ahmad Marmazi, Abdolhussein Harabii, Hussein
Asakereh e Mehdi Haidari sono state effettuate nel carcere di
Karoon ad Ahwaz. I quattro attivisti politici, ha precisato la
AHRO, erano tutti residenti nella città di Ma'sur (Mahshar). Il
30 gennaio 2008, è stata la volta di Zamel Bawi, giustiziato in
una prigione della città di Ahwaz. Bawi era stato condannato a
morte per “insurrezione armata” insieme ad altri tre
“separatisti”: Saiid Saki, Ali Mazraa e Andullah al-Mansouri,
tutti e tre in attesa di essere giustiziati. Nessuna delle agenzie
di stampa ufficiali iraniane ha riportato l’esecuzione di Bawi.
Al di là della propaganda di Teheran, la maggior parte dei
movimenti ahwazi non sono separatisti violenti. Essi vogliono
innanzitutto non discriminazione, diritti culturali, giustizia
sociale e autogoverno regionale, non l’indipendenza.
Anche la provincia sud-orientale iraniana del Sistan-Baluchistan
è stata teatro di una dura repressione nei confronti della
dissidenza baluci di religione sunnita che ha portato a un aumento
delle esecuzioni nel corso dell’anno. Il 5 agosto 2008, due
iraniani, Yaghoub Mehrnahad e Abdolnasser Taherisadr, accusati di
“collaborare” con il gruppo armato sunnita Jundallah (i
soldati di Dio), sono stati impiccati nella prigione di Zahedan,
capoluogo del Sistan-Baluchistan. Lo ha reso noto il quotidiano
iraniano Etemad Melli, senza precisare quando sono avvenute le
esecuzioni. Mehrnahad, studente di giornalismo e militante
politico di etnia Baluchi, era stato condannato a morte l’11
febbraio 2008, al termine di un processo svoltosi a porte chiuse.
Le autorità giudiziarie iraniane lo avevano riconosciuto
colpevole di “far parte del gruppo terroristico Jundallah, aver
agito contro la sicurezza nazionale, aver dichiarato guerra a Dio
ed essere corrotto, il che è punibile con la morte.” Secondo
organizzazioni umanitarie internazionali, invece, Mehrnabad era
stato condannato perchè dirigente di una Ong chiamata “La voce
della gioventù per la giustizia”. Secondo quanto riportato dal
sito web degli studenti dell’Università Amir Kabir di Teheran,
Mehrnahad era stato arrestato nell’aprile del 2007 al termine di
un dibattito a Zahedan. Il processo si sarebbe svolto senza
l’assistenza di un legale e senza la presenza dei familiari, che
hanno visto l’ultima volta il ragazzo nel dicembre 2007, in
carcere, con evidenti segni di torture sul corpo. Il 3 marzo 2009,
due uomini sono stati impiccati nel carcere di Zahedan. Ne ha dato
notizia l’agenzia di stampa governativa ILNA, che identifica i
due giustiziati come Salaheddin Seyedi e Khalilollah Zarei, la cui
esecuzione è avvenuta di mattina. I due erano stati accusati di
essere dei "Moharebeh" (nemici di Dio) e “corrotti
sulla Terra”, termini che il regime iraniano usa in genere per
indicare chi conduce la lotta armata contro le autorità della
Repubblica Islamica. Seyedi e Zarei avrebbero fatto parte del
gruppo armato Jundallah, guidato dall’emiro Abdolmalek Rigi, in
lotta contro le autorità iraniane nella provincia del
Sistan-Baluchistan per difendere i diritti dei musulmani sunniti
in Iran. Anche nel Kurdistan iraniano, condanne a
morte ed esecuzioni si sono susseguite nei confronti di oppositori
politici accusati di “azioni contro la sicurezza nazionale” e
di “contatti con organizzazioni sovversive.” Gruppi di
resistenza kurdi come il Partito Democratico del Kurdistan in Iran
(KDPI) e Komalah, che rivendicano maggior diritti economici,
democratici e culturali per i kurdi iraniani, hanno ingaggiato
scontri armati con le Guardie Rivoluzionarie della Repubblica
Islamica Il 31 luglio 2008, l’Iran ha giustiziato cinque Kurdi,
tra cui un ragazzo di 15 anni, ha riportato Kurdishaspect.com, un
sito web indipendente basato negli USA. Il regime dei Mullah aveva
condannato i cinque residenti nel Kurdistan iraniano per complicità
con il PJAK, organizzazione legata al PKK (Partito dei Lavoratori
del Kurdistan), da anni impegnato nella lotta armata
indipendentista nel sud-est della Turchia. Le cinque persone, tra
cui un ragazzo di appena quindici anni, sono state giustiziate in
un campo a Tabriz.
PENA DI MORTE PER REATI NON VIOLENTI
Secondo il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici,
“Nei Paesi in cui la pena di morte non è stata abolita, una
sentenza capitale può essere pronunciata soltanto per i delitti
più gravi.” Ciò nonostante, l’Iran ha continuato ad
applicare la pena di morte per reati chiaramente non violenti. Il
13 giugno 2007, il parlamento iraniano aveva approvato un disegno
di legge che prevede la condanna a morte per le persone coinvolte
nella produzione di film pornografici. Con 148 voti a favore, 5
contrari e 4 astensioni, il parlamento (290 seggi) ha stabilito
che “i produttori di film pornografici e i principali soggetti
che collaborano alla produzione sono da considerarsi ‘corrotti
sulla Terra’ e possono essere condannati alla pena capitale.”
In base alla legge, per “principali soggetti” si intendono
registi, cameramen e attori coinvolti nella realizzazione di video
porno. Il termine ‘corrotto sulla Terra’ è tratto dal Corano
e costituisce una delle più gravi accuse nei confronti di una
persona. In base al codice penale iraniano, per questo reato è
prevista la condanna a morte. Il 29 gennaio 2008, la magistratura
iraniana ha reso noto che un impiegato della dogana
dell’aeroporto Mehrabad di Teheran è stato giustiziato per
corruzione, mentre altri tre colleghi sono stati condannati a
morte con la stessa accusa, un caso raro in Iran di pena di morte
per reati di tipo economico. Le quattro condanne a morte sono
state emesse per “corruzione e altri reati di natura
economica,” ha dichiarato il portavoce della magistratura
Alireza Jamshidi, aggiungendo di non sapere se l’esecuzione per
questo tipo di reati abbia precedenti nella Repubblica Islamica.
“Hanno preso una tangente di più di 10 miliardi di rials (circa
1,07 milioni di dollari),” ha continuato Jamshidi, senza però
precisare se la somma sia complessiva o relativa a ciascuno dei
condannati. “Mentre per uno di loro la sentenza è stata
eseguita, gli altri tre hanno presentato appello, chiedendo la
commutazione in ergastolo,” ha detto il Portavoce, ricordando
che “destabilizzare il sistema bancario e monetario, oltre che
il cambio della valuta,” è punibile in Iran con la morte. Lo
stesso presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è giunto al potere
nel 2005 promettendo la linea dura contro la corruzione. La Guida
Suprema, Ayatollah Ali Khamenei, ha da tempo ordinato alla
magistratura di intervenire con durezza contro i reati di natura
economica. Il 14 agosto 2008, Hasan Sadeqpur, un uomo condannato
per adulterio, è stato impiccato nel carcere di Zahedan. Il 23
settembre 2008, un giovane è stato condannato a morte per delle
relazioni omosessuali avute da minorenne. Nemat Safavi, la cui
condanna è stata emessa da un tribunale di Ardebil, era stato
arrestato nel 2005, all’età di 16 anni, nella regione
dell’Azerbaijan iraniano. Negli atti processuali non si parla
mai di omosessualità. L’accusa formale mossa contro Nemat è di
“rapporti sessuali non ammessi”. Il 18 dicembre 2008, un uomo
è stato impiccato nella città santa di Qom. Lo ha riportato il
giornale Iran, che ha identificato il giustiziato come Alireza, 41
anni, riconosciuto come “corrotto sulla terra” per aver
“diffuso superstizioni”. Per l’agenzia iraniana Aftab,
l’uomo avrebbe sostenuto di essere il 14° Imam sciita. Il 19
febbraio 2009, un uomo di 53 anni è stato impiccato di prima
mattina nel carcere di Sari per adulterio. Abdollah Farivar
Moghaddam, insegnante di musica, sposato e padre di due bambini,
in base al sito web Meydaan, era stato arrestato nel 2005 con
l’accusa di avere avuto una relazione extraconiugale con una sua
allieva e in seguito condannato a morte mediante lapidazione per
aver avuto rapporti extra-coniugali con una delle sue allieve. La
Corte Suprema iraniana aveva confermato la condanna a morte
tramite lapidazione. La famiglia del condannato sostiene invece
che non si tratterebbe di adulterio, poiché l’insegnante aveva
contratto con la ragazza un “Sigheh” (matrimonio a tempo). La
madre di Farivar ha detto alla BBC di essere stata informata dalle
autorità sul cambiamento del metodo di esecuzione solo il giorno
prima dell’impiccagione. Sempre alla BBC, l’avvocato e
attivista della campagna contro le lapidazioni Shadi Sadr ha
dichiarato trattarsi della prima volta che una persona condannata
alla lapidazione venga poi impiccata. La Sadr ha aggiunto che
“con l’esecuzione di Farivar aumentano le preoccupazioni sulla
sorte delle almeno 14 persone condannate in Iran alla
lapidazione”.
LA PENA DI MORTE “TOP SECRET”
Molti paesi, per lo più autoritari, non forniscono statistiche
ufficiali sull’applicazione della pena di morte, per cui il
numero delle esecuzioni potrebbe essere molto più alto. In Iran,
dove pure non esiste segreto di Stato sulla pena di morte, le sole
informazioni disponibili sulle esecuzioni sono tratte da notizie
uscite su media statali o da fonti ufficiose o indipendenti, che
evidentemente non riportano tutti i fatti. Il 14 settembre 2008,
nel tentativo di arginare le proteste internazionali, le autorità
iraniane hanno vietato ai giornali del paese di pubblicare notizie
relative a esecuzioni capitali, in particolar modo di minorenni.
Lo ha denunciato il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana,
secondo cui nel caso dei quotidiani Kargozaran e Etemaad
l’ordine è partito direttamente dal Ministero della Cultura e
della Guida Islamica. Altre redazioni in tutto il paese sarebbero
state contattate nelle ultime settimane da agenti del Ministero
dell’Intelligence e della Sicurezza (MOIS), con l’ordine di
licenziare i reporter ancora intenzionati a trattare questo tipo
di notizie. I quotidiani Etemaad-Meli e Sarmaeh e il settimanale
Shahrvand sono solo alcuni degli organi di stampa cui è stata
imposta la censura. Sempre secondo la Resistenza Iraniana, il MOIS
disporrebbe di una lista-nera di tutti gli opinionisti, editori e
giornalisti considerati inaffidabili dal regime di Teheran. Il
MOIS avrebbe ordinato di effettuare i licenziamenti prima delle
elezioni presidenziali del giugno 2009, imponendo agli editori il
silenzio su queste pressioni. L’11 maggio 2009, Mohammad
Mostafaei, un avvocato iraniano che si occupa di molti detenuti
nel braccio della morte del paese e, in particolare, del caso di
25 prigionieri condannati a morte per crimini commessi quando
erano minorenni, ha detto che secondo lui il numero reale delle
esecuzioni è di molto superiore alle stime fatte dai gruppi
internazionali dei diritti umani. “Ho calcolato che nel 2008 ci
sono state almeno 400 esecuzioni, ma potrebbero essere anche 500 o
600,” ha detto l’avvocato.
ESTRADIZIONE E PENA DI MORTE
Tutti i paesi membri dell’Unione Europea e molti altri paesi
abolizionisti sono impegnati, in base alle proprie leggi interne
e/o ai patti internazionali che hanno sottoscritto, a non
estradare persone sospettate di reati capitali in paesi dove
rischiano di essere condannate a morte o giustiziate. Il 19 maggio
2008, Seyed Mehdi Kazemi, un gay iraniano di 21 anni, ha ottenuto
asilo nel Regno Unito. Il giovane ha rischiato in più occasioni
di essere deportato a Teheran, dove avrebbe subito il carcere,
severe punizioni corporali e probabilmente l’impiccagione. “A
seguito del riesame del caso e alla luce delle nuove circostanze,
come da richiesta del Ministro britannico degli Interni, Mr Kazemi
è ora libero di rimanere nel Regno Unito,” ha comunicato via
e-mail l’Ambasciata britannica a Roma al gruppo a difesa dei
diritti umani EveryOne che con il Partito Radicale e
l’associazione Nessuno tocchi Caino si era mobilitato per
impedire la deportazione di Kazemi in Iran. Kazemi era giunto in
Inghilterra nel novembre 2005 per motivi di studio. Nel frattempo,
il suo compagno, Parham, era stato impiccato in Iran per
“sodomia” nell’aprile del 2006. A seguito dell’esecuzione
di Parham, la polizia iraniana si era presentata a casa del padre
di Mehdi, a Teheran, intimandogli la presa in custodia del figlio
per sottoporlo a giudizio, come avvenuto nel caso del partner. Nel
2007, Kazemi aveva cercato di sfuggire alla deportazione in Iran
riparando in Canada, ma era stato fermato alla frontiere tedesca e
trasferito, temporaneamente, in Olanda, una nazione favorevole
alla concessione di asilo agli omosessuali iraniani. Il 26
febbraio 2008, un volo diretto Amsterdam-Londra era stato fissato
e una volta nel Regno Unito, Mehdi sembrava destinato alla
deportazione a Teheran. Ma il 13 marzo 2008, il ministro degli
Interni britannico Jacqui Smith aveva deciso di sospendere la
deportazione in Iran del giovane gay, accettando di riconsiderare
il suo caso. “Alla luce di nuove circostanze emerse dopo che la
prima decisione era stata presa, ho deciso che il caso di Kazemi
venga rivisto al suo ritorno nel Regno Unito dall’Olanda,” ha
dichiarato il Ministro degli Interni, annunciando la sospensione
della procedura di deportazione. Il 12 marzo, sul caso di Sayed
Mehdi Kazemi il Parlamento europeo, su iniziativa dei deputati
radicali Marco Cappato e Marco Pannella, aveva approvato una
risoluzione d’urgenza, con la quale si chiedeva alla Gran
Bretagna di applicare la Direttiva 2004/83/CE che impone il
riconoscimento dello status di rifugiato anche alle persone
perseguitate nel loro paese di origine a causa del loro
orientamento sessuale. Lo stesso giorno, 62 membri della Camera
dei Lord britannica avevano firmato una lettera inviata al
ministro degli Interni Jacqui Smith per chiedere di fermare la
deportazione in Iran del giovane gay iraniano. Il 12 febbraio
2009, le autorità inglesi hanno riconosciuto alla ragazza lesbica
iraniana Pegah Emambakhsh lo status di rifugiato politico per
l’alto rischio di condanna a morte in caso di rimpatrio forzato
in Iran. Nella Repubblica Islamica è infatti prevista la pena di
morte per le persone omosessuali. Contro il trasferimento di Pegah
in Irana, nell’autunno 2008, si erano mobilitate in tutta Europa
migliaia di persone e decine di associazioni che si battono per i
diritti umani, tra cui in Italia l’associazione “Certi
Diritti” che, insieme al Gruppo EveryOne e agli eurodeputati
Radicali Marco Cappato e Marco Pannella, si era attivata in tutte
le sedi istituzionali per salvare la vita di Pegah.
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