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                                      Per la serie : l'impossibile è possibile

 

1) Craxi e la cultura nel nostro Paese

13 Agosto 2009

La cultura della corruzione

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C'e' una notizia che pochi italiani sanno, una porcata estiva degna di questa compagine di governo.

Il ministro della Cultura Bondi ha rifinanziato per il 2009, con soldi pubblici, la fondazione Craxi. Fin qui, sapendo che il Pdl accoglie in Parlamento condannati per ogni sorta di reato, anche per associazione mafiosa, nulla di che stupirsi, sappiamo di essere di fronte ad un partito ad immagine e somiglianza dei suoi fondatori: Berlusconi e Dell’Utri.

Ma quando si apprende che le fondazioni intitolate a Sandro Pertini, a Di Vittorio e a D'Annunzio non riceveranno un euro questo deve indignarci.

Le fondazioni hanno il compito di promuovere la cultura nel Paese, quali valori vuol promuovere la fondazione Craxi di cui sua figlia Stefania ne è Presidente?

Su Wikipedia si legge: “la Fondazione Craxi è una fondazione nata il 18 maggio 2000 allo scopo di tutelare la personalità, l'immagine, il patrimonio culturale e politico di Bettino Craxi attraverso la raccolta di tutti i documenti storici che riguardino la sua storia politica”. Mi viene il dubbio leggendo questa definizione se, nel “patrimonio” di cui parla, ci siano anche le migliaia di fascicoli giudiziari prova del suo vero valore politico.

Craxi non era uno statista, è stato solo il fondatore del sistema dei finanziamenti illeciti ai partiti, un incallito corrotto e corruttore che ha distrutto il sistema economico italiano fondandolo sul meccanismo clientelare piuttosto che su quello meritocratico. Un meccanismo per cui appalti e lavori pubblici finirono nelle mani del miglior offerente invece che del più capace.

Un uomo alla cui ombra sono cresciuti, come nel peggiore dei vivai, i politici di prim’ordine che ora guidano i partiti italiani.

Un uomo i cui insegnamenti sono alla base della sfiducia nelle istituzioni e nella politica del primo partito italiano: quello degli sfiduciati che raccoglie oggi il 50% dei cittadini con diritto di voto.

Una fondazione, quella Craxi, che scioglierei oggi stesso poiché rifinanziata attraverso lo stesso sistema creato dell’individuo a cui è dedicata: quello del clientelismo. Propongo altre fondazioni ai politici e sodali del Bettino d’Hammamet, dispersi nei maggiori partiti politici italiani: quella dedicata a Mangano o a Rocco Muscari.

Nei prossimi giorni darò spazio ad un’altra fondazione all’altezza della precedente, quella Agnelli, dedicata all’omonimo corruttore, meglio conosciuto dai politici sotto le spoglie di senatore a vita: Giovanni Agnelli.

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Il motto della Fondazione culturale da inserire nello stemma:
"Va' a c..are!"

Il video sotto ricorda quale sia la parola d'ordine della fondazione culturale.
Nel video si menziona Gherardo Colombo che a differenza di Craxi ha un'onorabilità e una fedina penale immacolata ma dai frequentatori della fondazione culturale neonata sembra che non sia altrettanto apprezzato.

 



A questo link potete trovare ciò che pensa di Craxi una voce importante del PD:


 http://www.pieroricca.org/2009/07/15/una-voce-poco-fa/


 

2) riguardo a 

La creatività e lo stile non hanno limiti,una scelta off topic inedita da parte di chi mette le dame in primo piano e si accontenta di fare da sfondo adeguato.
Il buon gusto  manca anche da parte di chi indossa certe balzane creazioni degli stilisti senza sobriamente rifiutare la sfilata.
Urge un formichiere.

Antimafia omeopatica PDF Stampa E-mail
Editoriali - Editoriali
Scritto da Marco Travaglio   
Martedì 11 Agosto 2009 09:55
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Meno male che c’è Roberto Formigoni, testè nominato «governatore della Lombardia a vita» dall’amico Silvio. Senza di lui, nessuno avrebbe potuto sospettare che le mafie stessero tentando di mettere le mani sui 15 miliardi di euro che stanno per piovere su Milano per la baracconata di Expo 2015. Invece, vigile come una talpa in letargo, il pio governatore ha ricevuto «segnali da più parti di tentativi molto preoccupanti di infiltrazioni mafiose nei cantieri».

Probabilmente, scartando il pesce, dev’essergli capitato un foglio di giornale con uno delle migliaia di articoli usciti negli ultimi due-tre anni sugli allarmi lanciati da magistrati, analisti, forze dell’ordine. Così, vivamente «preoccupato», ha varato in men che non si dica un «Comitato per la legalità» per la «prevenzione al crimine organizzato». Sfumate le candidature dell’eroico Vittorio Mangano, prematuramente mancato all’affetto dei suoi cari, e di Marcello Dell’Utri e Salvatore Cuffaro, molto devoti anche loro, si è optato alla fine per due ex giudici di chiara fama, Giuseppe Grechi e Salvatore Boemi. Per non lasciarli soli, i due saranno affiancati da due carabinieri provenienti dal Ros e dal Sisde: il generale Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno.

In qualità, si presume, di esperti in materia: si tratta infatti degli stessi Mori e De Donno che nel 1992, subito dopo Capaci e poi anche dopo via d’Amelio, avviarono una trattativa con Vito Ciancimino e i capi di Cosa Nostra, Riina e Provenzano, che avevano appena assassinato Falcone, Borsellino e gli uomini delle scorte: la trattativa del «papello», consegnato da Riina a Ciancimino e da questo a Mori, almeno secondo le ultime rivelazioni del figlio del sindaco mafioso di Palermo. Mori, poi, è stato imputato per la mancata perquisizione del covo di Riina nel gennaio ’93 (assoluzione, ma con pesanti addebiti sul piano disciplinare) e lo è tuttora per favoreggiamento aggravato alla mafia con l’accusa di non aver arrestato Provenzano già nel 1995, quando l’ex mafioso Luigi Ilardo ne segnalò la presenza in un casolare di Mezzojuso al colonnello Michele Riccio.

Ora Mori aiuterà Formigoni a «monitorare, vigilare, studiare le procedure di controllo sugli appalti e dare consulenza alle imprese» perché stiano alla larga dalla mafia. Noi ovviamente non crediamo a una sola delle accuse che pendono sul suo capo, certamente frutto di «teoremi giudiziari» e «giustizia spettacolo», come direbbero Berlusconi e Vendola. Ma una domanda a Formigoni vorremmo porla lo stesso: non le pare che l’uomo che dimenticò di perquisire il covo di Riina, che si scordò di denunciare alla magistratura le richieste estorsive della mafia allo Stato nel famigerato papello, che pensò di combattere la mafia delle stragi trattando con chi le aveva appena realizzate e che è accusato di essersi lasciato sfuggire Provenzano, come sentinella antimafia sia un po’ sbadato?


Marco Travaglio

L'Unità online , 11 agosto 2009 e L'Unità, su carta, 10 agosto 2009

 


 

3) si contendono apertamente 2 miliardi di euro occulti non ultimo  dimenticano che noi paghiamo da anni per fabbriche che danno lavoro o emigrano all'estero

 

Da :http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/economia/agnelli-margherita-fisco/eredita-estero/eredita-estero.html

 

Il direttore Befera: "La famiglia proprietaria della Fiat non potrà
avvalersi dello scudo". La procura di Torino: "Nessuna notizia di reato"

Agnelli, l'Agenzia delle entrate
"Controlli su 170mila italiani"

Agnelli, l'Agenzia delle entrate "Controlli su 170mila italiani"

L'avvocato Giovanni Agnelli


ROMA - Non solo gli Agnelli nel mirino dell'Agenzia delle entrate. Se i segugi del Fisco stanno indagando per capire se esiste davvero un deposito miliardario in Svizzera occultato allo Stato italiano il direttore dell'Agenzia Attilio Befera dice: "Non perseguiamo solo i miliardari teniamo sotto controllo 170mila italiani con capitali all'estero". Intanto la procura di Torino dice che "al momento non è a conoscenza di elementi che concretino ipotesi di reato" nella vicenda del patrimonio personale di Giovanni Agnelli. E' stata l'Agenzia delle entrate, con la notizia dell'avvio delle indagini, ad accendere un faro sulla presunta esistenza di un deposito miliardario in Svizzera.

Indagini a 360 gradi. "Non abbiamo deciso di perseguire i miliardari - ha dichiarato il direttore generale dell'Agenzia delle entrate, Attilio Befera - il governo ha deciso di intensificare l'azione nei confronti di tutti coloro che hanno capitali detenuti illegalmente all'estero". Poi spiega: "Stiamo indagando a 360 gradi, incrociando i dati fra le comunicazioni che ci arrivano dagli intermediari finanziari sulle movimentazioni da e per l'estero di capitali e le dichiarazioni che i cittadini italiani avrebbero dovuto fare al Fisco". I casi sotto la lente del Fisco sono 170 mila che conducono a indagini in Svizzera e

L'indagine su Agnelli. L'indagine è l'inevitabile sbocco della vicenda che vede da 6 anni Margherita Agnelli, unica figlia dell'Avvocato, contrapposta alla madre Marella sui lasciti del padre. Nel mirino ci sarebbe una somma di circa due miliardi di euro depositata in Svizzera e mai dichiarata al fisco. Sulla base delle disposizioni del recente decreto anticrisi, applicando le nuove norme, gli eredi (che non usufruirebbero dello scudo fiscale perché il procedimento è ancora aperto) potrebbero dover pagare tra imposte, sanzioni ed interessi un importo addirittura superiore a quello del capitale conteso.

Niente scudo fiscale. La famiglia Agnelli non potrà far ricorso allo scudo fiscale contro le eventuali pretese del fisco in quanto "il procedimento è già aperto". Befera spiega invece che "verrà applicata la norma sui paradisi fiscali" secondo cui i capitali all'estero sono considerati reddito imponibile. Lotta a tutto campo anche grazie alle recenti norme contenute nel decreto anti-crisi che prevedono non solo l'innalzamento delle sanzioni per chi detiene illegalmente capitali all'estero ma anche l'inversione dell'onere della prova. "La norma di giugno - ha detto il direttore dell'Agenzia delle entrate - porta un fortissimo cambiamento nei confronti dei capitali detenuti illegalmente all'estero. E' di particolare incisività perché commuta il capitale all'estero in reddito non dichiarato e rafforza le sanzioni dal 200% al 400%".
( 13 agosto 2009 )

 

 

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