Uniti per fare di nuovo ooh...
Il video che segue è una canzone scartata a Sanremo, cantata da due autori famosi,Baccini e Povia, che pare sia quinta in classifica nelle vendite.
Da:
http://www.beppegrillo.it/2008/05/giovannino_guar.html
questa canzone non passa su nessun network pur essendo 5 nella classifiche di
vendita.io e povia abbiamo dato vita all'independent music day che ha visto piu'
di 50 gruppi emergenti esibirsi nella piazza principale di sanremo.
l'independent music day si pone come obbiettivo di arrivare ad una legge sulla
musica... oggi in mano alla mafia dei network e delle majors.
nel video povia ed io abbiamo vestito i panni di don camillo e peppone diretti
dal bravissimo regista giuseppe varlotta.
ps. nessun canale di videoclip (mtv all music etc ) passa il video.. perche' non
e' in target...
hahahah che risposta del cazzo....
| francesco baccini |
Peppone e Don Camillo sono i personaggi di alcuni romanzi di Giovanni Guareschi ,un esempio di libertà che non si piega al compromesso e all'opportunismo , la storia di ognuno di noi quando decidiamo di diventare ciò che veramente siamo,nel video della canzone più famosa di Povia il bambino scrive "Ognuno è perfetto" : è la verità che vogliono nascondere convincendoci che dobbiamo scegliere le strada dell'egoismo e del tornaconto e della non partecipazione alla vita degli altri(Ce l'hanno tolta questi spaventati la grande forza dei significati...)
Da:
http://www.beppegrillo.it/2008/05/giovannino_guar.html
Giovannino Guareschi è nato cento anni fa, il primo maggio. Ha
venduto venti milioni di copie all’estero. Nessuno più di lui. Guareschi
era soprattutto un uomo libero. Odiato dai politici di destra e
di sinistra. I figli di Guareschi hanno voluto ricordarne le opere e la memoria
con “Il
club dei ventitrè” che ha la sua sede a Roncole Verdi. Chi è
iscritto riceve periodicamente un giornale, il Fogliaccio, dedicato a
Giovannino. Nell’ultimo numero i figli raccontano la sua vita. Guareschi passò
due anni nei lager tedeschi per essersi rifiutato di aderire
alla Repubblica di Salò. Per ricompensa i governi democristiani lo condannarono
due volte. La seconda per aver pubblicato due lettere attribuite a De
Gasperi che ne ipotizzavano il coinvolgimento in una richiesta
di bombardamenti americani per demoralizzare i collaboratori dei
tedeschi. Guareschi fu condannato a 409 giorni di carcere per
non aver voluto ricorrere in appello.
Dal Fogliaccio numero 53, aprile 2008:
“Poi una domenica pomeriggio ricevette la visita di una persona che doveva
consegnargli dei documenti: le fotocopie di due lettere di De Gasperi
che pubblicò il 20 e il 27 gennaio 1954 con un duro commento. Nei primi giorni
di febbraio De Gasperi querela nostro padre. Viene istruito il processo e, dopo
due rinvii, il 13 e il 14 aprile hanno luogo la seconda e la terza udienza e il
15 aprile viene condannato a dodici mesi per diffamazione. Non
ricorre in appello e il 26 maggio entra nel carcere di San Francesco di
Parma, dal quale uscirà il 4 luglio 1955 (409 giorni) in libertà vigilata. Il
26 gennaio 1956 termina la libertà vigilata. Il nostro commento: nostro padre,
querelato da De Gasperi con ampia facoltà di prova, consegnò al Tribunale le
lettere accompagnate da una perizia calligrafica che ne attestava
l’autenticità e che non venne tenuta in considerazione. Nel
procedimento l’ampia facoltà di prova, in pratica, gli fu negata perché non
gli furono concessi né le nuove perizie né l’ascolto di testimoni a suo
favore. Sulla base delle testimonianze a favore di De Gasperi, del suo alibi
morale e del suo giuramento che le lettere erano false, il Tribunale
decise di aver raggiunto la “prova storica” del falso,
condannandolo a un anno di carcere per diffamazione. La sentenza metteva in
evidenza il fatto che, anche nel caso di una perizia grafica favorevole
all’imputato, “una semplice affermazione del perito non avrebbe potuto
far diventare credibile e certo ciò che obiettivamente è risultato impossibile
e inverosimile”. Offeso per questa palese ingiustizia che gli
aveva impedito di difendersi decise di non ricorrere in appello. Il giorno prima
della scadenza del termine per la presentazione del ricorso nostro padre era nel
suo studio nella casa di via Righi a Milano dove aveva terminato il lavoro
settimanale del giornale e stava per portarlo in tipografia alla Rizzoli, a due
passi da casa. Nostra madre che, come la solito, lo aveva seguito a Milano,
saliva nel suo studio dicendogli che giù c’era Mario
Scelba (presidente del Consiglio e ministro degli Interni ad interim)
che desiderava parlargli. “Digli che non posso scendere perché devo
finire il giornale” le disse, e così nostra madre riferiva a Scelba
il quale, dopo una lunga inutile attesa di un paio d’ore, se ne andava
furioso. I nostri genitori ritornano alle Roncole dove incontrano, con un paio
d’ore di ritardo, Pòlden Sgavetta, il falegname di famiglia con il quale
avevano un appuntamento a casa sua per il pranzo. Nostro padre spiega a Pòlden
la ragione del ritardo concludendo:” Io ho continuato a camminare avanti e
indietro nello studio per due ore e ho fumato due pacchetti di sigarette, ma
quel… se ne è andato con le pive nel sacco. Perché” conclude “Scelba
avrebbe voluto convincermi a ricorrere in appello perché
sicuramente era pronta una assoluzione per insufficienza di prove”.
Assoluzione che, per uno che ha la coda di paglia, poteva andare bene ma per
lui, che era convinto come lo siamo noi di avere ragione in quanto le lettere
erano autentiche, sarebbe stata infamante perché avrebbe
lasciato su di lui l’ombra del dubbio…
Quando andavamo ai colloqui quindicinali (in carcere ndr) lui sorridente ci
diceva che andava tutto bene, che tutti erano gentili con lui. Anche noi
fingevamo di non avere problemi. A casa? A scuola? Tutto bene. Era una specie di
gioco delle parti. Quando andavamo via, nostra madre spesso si chiudeva nella
sua stanza a piangere. Mai però si sarebbe fatta vedere in lacrime da noi, per
non renderci più tristi di quanto già eravamo”. I figli di Guareschi