Con la mia banconota Simec raddoppio il valore
della lira
Sabato 06 Settembre 2008 17:04 amministratore
Arrivano anche turisti per far affari col docente che ha
inventato la moneta compri 2 paghi 1.
Guardiagrele: anche stamane, davanti alla sua casa, in largo Botteghe,
la solita fila. Donne, uomini, ragazzi, turisti... Tutti in coda per il
Simec. Il Bancomat della piazza, racconta il direttore del Banco di
Napoli, è stato svuotato di 80 milioni come una macchinetta del caffè.
Niente furti, s'intende: è gente che preleva, converte, compra. Più
cresce il circuito del Simec, più aumentano il volume di affari, e i
rischi. "Ma anche - per il creatore della "moneta
abruzzese" - le possibilità di successo. La Finanza continua a
monitorare, ma per ora non trova motivi di intervento.
L'uomo che ha innescato questo incredibile "esperimento"
valutario, il professor Giacinto Auriti, 76 anni, è sempre nel paese,
gira a piedi e sulla sua Brava color amaranto (ammaccata) parla al suo
telefonino Alcatel dove riceve telefonate da tutto il mondo.
Persino da collezionisti numismatici che vogliono la serie completa
delle sue "banconote". A prima vista non sembra il primo
italiano che batte moneta in proprio. Si è formato su Ezra Pound,
racconta di aver messo in pratica la dottrina sociale della Chiesa
(" Soprattutto la Rerum Novarum "), è stato missino (ma non
in An), dice: I miei migliori amici sono i comunisti non ds, quelli di
Rifondazione, che hanno ancora ideali".
Ripete a nastro: "Faccio tutto per le persone, creo ricchezza:
la Banca d'Italia toglie, io do".
Professor Auriti, si calcola un circuito di Simec da 800
milioni, la sua valuta ha un corso parallelo a quello della lira,
arrivano turisti da fuori a fare shopping, le autorità la sorvegliano.
Si sente sull'orlo dell' illegalità ? Riesce ancora a dormire bene ?
" E perché no ? Sono un onesto, e nessuno lo mette in dubbio. Non
mi arricchisco di una lira, al contrario ho finanziato con la mia
associazione la stampa del Simec".
Lei sta battendo moneta...
" Attenzione: dal punto di vista strettamente legale il Simec è
come un francobollo".
Un francobollo con cui si compra tutto, dal caffè ai telefonini
?
" E perché no ? Il suo valore è una convenzione: se lei avesse in
mano un Gronchi rosa sarebbe come se possedesse l'equivalente in
milioni, no ? Chi converte Simec acquisisce un valore che è suo, del
portatore. E poi lo scambia con chi vuole. Non solo non faccio nulla di
male, ma aumento il prodotto interno lordo. Come se vendessi dei
francobolli rari, che però hanno buon mercato".
Se ne parla da due giorni, ma molti ancora non riescono a capire il
meccanismo... "
Rispieghiamolo, allora!
Ci provo: dunque, lei vende lOOmila Simec per lOOmila lire. I cittadini
che comprano i Simec, li... "scambiano" con i negozianti, e
ottengono mercé per un valore doppio. I negozianti che le rivendono i
Simec, incassano il doppio pure loro.
"È così".
Ma se tutti ci guadagnano, Che fine fa il deficit di questa catena ?
"Scusi, perché lei non si chiede che fine fa il... deficit
della lira? La convertibilità della moneta è finita nel 1971 con la
dichiarazione unilaterale di Nixon. Guardi le banconote italiane che ha
in tasca. Sopra c'è scritto Pagabili al portatore, ma se lei va in
banca a chiedere il corrispettivo in oro, giustamente la prendono per
matto".
Lei vuole riprodurre con il Simec la convenzione che ci fa
credere al valore della lira, indipendentemente dalla sua copertura in
riserve auree ?
" Esatto. Solo che io, vendendo Simec, do un credito del 200 per
cento. Fazio, vendendo lire, vende un debito del 100 per cento ".
Ma la Banca d'Italia ha ben altre risorse, per garantire la sua
credibilità !
"La mia teoria è: la velocità della circolazione crea un
valore che chiamo indotto. Quando si arriva a una velocità critica, il
Simec è come una dinamo che produce ricchezza e io non dovrò
convertire più. Sostituiremo la moneta della proprietà a quella del
debito".
Note: IL Giornale - del 05- 08 -2000
LUCA TELESE
nostro inviato a Chieti
La pecora non “sa” di produrre lana. L’uomo non si accorge di creare
valori monetari. Come il pastore tosa la lana, così le banche centrali tosano
il gregge umano della sua moneta: della sua “lana monetaria”.
1. Per capire come ciò avvenga, occorre una premessa essenziale. La moneta
— di metallo o di carta o di altro, qualunque sia la natura e la
denominazione del suo segno o supporto materiale — ha valore di moneta solo
per il fatto che ci si è messi d’accordo, e si è d’accordo, che lo
abbia: solo perché esiste la convenzione sociale della sua accettazione,
ossia, in ogni paese, solo per il convenire di fatto dei cittadini
nell’accettarla in cambio di beni.
Il semplice atto umano di tale accettazione — atto, in sé stesso, senza
costo — crea e, per così dire, induce e incorpora nel segno o supporto
materiale prescelto il suo carattere sociale di moneta: il suo pregio
specifico di misura o metro del valore dei beni, anzitutto. E, insieme, quello
di mezzo — e per questo a sua volta bene reale, oggetto di diritto di
proprietà — valido ed efficace per acquisire i beni commisurati e
rappresentarne il corrispettivo. Tale mezzo, dunque, incorpora
convenzionalmente in sé stesso, e conferisce a chi se ne serve (al suo
portatore), il potere di acquisire validamente beni: la previsione certa di
poter cedere o ricevere beni in cambio di simboli monetari proporzionati,
ossia il potere d’acquisto.
2. Il valore monetario è indotto e nasce dunque senza costo nei segni o
supporti materiali prescelti, quasi per “magia”, dalla loro comune e
stabile accettazione, quali mezzi monetari, da parte della comunità nazionale
di un paese dato.
La convenzione sociale di accettazione può essere anche codificata e
disciplinata da una vera e propria legge dello stato. Ma anche allora, e anche
se l’accettazione è prescritta, è ancora e pur sempre l’ulteriore e
fattuale convenzione di accettazione di tale legge, ossia il fattuale
convenire dei cittadini nell’accettarla, a originare e determinare il
valore, il significato, l’utilità e l’uso efficace dei segni o supporti
materiali indicati, che solo allora nascono socialmente come mezzi monetari.
Mezzi che, per questo, diventano una sorta di convenzione fatta materia, di
convenzione al portatore, di conventio materiata sia della commisurazione del
valore e dell’equivalenza dei beni, sia della loro acquisizione.
Creato dalla comunità nazionale, il valore monetario è proprietà originaria
e patrimonio comune dell’insieme dei suoi cittadini, che lo causano in
radice e in quanto tale.
3. Lo stato — la cui autorità pubblica si esprime e si concreta nel
compito di disporre e specificare l’ordinarsi della comunità nazionale al
bene comune — è solo il custode e l’amministratore di tale patrimonio
comune. Solo in quanto tale lo stato può disciplinare le condizioni
dell’emissione, della circolazione e della distribuzione dei concreti e
parziali mezzi monetari, per il bene comune. Chi volesse indurre o pretendesse di costringere una comunità nazionale
— o lo stato che ne incarna la rappresentanza — ad accettare in prestito
la moneta stessa della nazione, ossia ad accettare di ricevere come prestito
ciò che già le è dovuto, che già è originariamente suo e che le è
vitalmente necessario, per ciò stesso e anzitutto affermerebbe falsamente di
potersi porre come proprietario di ciò che “presta”. Affermerebbe inoltre
di poter asservire alla condizione esplicita di debitore la comunità
nazionale così derubata. Affermerebbe, ancora, di potersi porre come sovranità
reale che subordina a sé la sovranità fittizia della comunità nazionale in
questione, che sarebbe così non soltanto derubata e asservita, ma anche
“indebitata” in misura equivalente al furto subìto, e tenuta oltre che a
restituire al ladro il “prestito” che ne ha ricevuto, a versargli anche
gli interessi su ciò di cui è stata derubata e “indebitata” (derubata e
“indebitata” di ciò che non soltanto è già suo, ma di cui, anzi, è
essa stessa a far sorgere il valore monetario accettandolo come moneta).
Infine e contestualmente, porrebbe altre implicite premesse di danni ulteriori
e gravissimi per la comunità nazionale in questione.
4. Per il principio della totalità e coerenza ermeneutica, accanto a ogni
asserzione o significato esplicito vi sono infatti asserzioni e significati
impliciti, che ne sono i postulati o gli esiti necessari.
Così è nel nostro caso: quello in cui una comunità nazionale, mentre da un
lato accetta originariamente di riconoscere un determinato segno o supporto
materiale come moneta e per ciò stesso la causa in quanto tale, ossia ne crea
il valore monetario (anche se continentemente ignora di farlo), dall’altro,
in ipotesi, essa ne accetta contraddittoriamente il valore monetario stesso
come prestito da parte di chi gliene trasmette o emette i segni o supporti.
Oggi è la banca centrale, indebitamente, a emettere la quasi totalità dei
supporti materiali della moneta, nella forma di biglietti di banca; mentre le
pubbliche autorità dello stato, colpevolmente, trascurano di emettere senza
mediazione (e senza bisogno di “indebitarsi” per riceverne il
“prestito”) biglietti di stato, che siano patrimonio immediato e
originario della comunità nazionale e in immediata disponibilità del tesoro
dello stato, che anche di tale patrimonio comune è amministratore e custode. Nel caso indicato (l’accettazione della sua stessa moneta come prestito),
la comunità nazionale pone allora una prima (e falsa) asserzione esplicita:
l’ovvio riconoscimento esplicito di essere debitrice di quanto le è stato
prestato. E debitrice non certo e non solo del costo di produzione del
supporto materiale in sé stesso, costo che può essere infimo, ma dello
stesso valore monetario che vi è contrassegnato; più gli interessi.
Ma la stessa comunità nazionale pone implicitamente anche altre e più
importanti asserzioni.
Ricevendo il segno o supporto materiale e riconoscendogli il carattere di
moneta (e creandone per ciò stesso, come si è detto, il valore monetario,
che falsamente crederebbe di ricevere insieme con il suo segno o supporto
materiale), ma insieme accettando contraddittoriamente tale moneta come
prestito da parte della banca centrale, la comunità nazionale riconosce
infatti implicitamente (e falsamente) alla banca di emissione la proprietà
della moneta in quanto tale. Infatti, autorizza la banca a prestargliela. Ma
il prestare — prestare denaro o qualsiasi altra cosa — è prerogativa di
chi è proprietario di ciò che viene prestato.
Di tutto il denaro di cui essa emette i segni o supporti materiali (che essa
produce, grosso modo, con i soli costi della loro materia prima, della loro
stampa e della loro logistica di custodia e di diffusione, ossia,
approssimativamente, gli stessi costi che ogni falsario deve sopportare), la
banca si appropria dunque in questo modo: “prestando” il suo valore
monetario. E attendendo poi la restituzione non dei costi di produzione dei
biglietti di banca, ma del loro valore monetario, o del loro equivalente in
beni reali; con l’aggiunta degli interessi, calcolati su tale valore.
5. La banca tosa quindi due volte la comunità nazionale della sua
“lana”, del suo valore monetario: la prima perché la espropria di tutto
il suo ammontare, “prestandoglielo”, la seconda perché la indebita
stabilmente del suo ammontare e dei suoi interessi. Gravissime e permanenti,
di conseguenza, sono la lesione e la menomazione del bene comune, così come
dei diritti e delle libertà sia della comunità nazionale in se stessa, sia
di ognuno dei suoi cittadini e dei suoi corpi sociali. L’intera comunità
nazionale, per tale “moneta” (circolante fraudolentemente come debito che
grava sull’insieme della comunità stessa), viene infatti sottoposta al
giogo di una spoliazione usuraia massima e di un debito pubblico
inestinguibile. Al limite e al termine del processo storico della sua
rapina, neppure il progressivo trasferimento di tutti i beni reali del paese
all’usuraio-prestatore sarà riuscito a colmarlo ed estinguerlo, poiché
permarrebbe pur sempre all’usuraio-prestatore l’indebita attribuzione
della proprietà della moneta-debito circolante (con l’aggiunta dei
permanenti interessi). Ossia gli rimarrebbe pur sempre l’indebita
attribuzione della proprietà del valore monetario, che l’usuraio-prestatore
insieme sottrae e presta alle sue vittime, cioè all’insieme di quanti
compongono la comunità nazionale.
6. Posto ciò che si è detto, si comprende la prospettiva in cui collocare la
questione della proprietà della moneta, come proprietà dovuta alla comunità
nazionale.
La comunità nazionale, quanto alla sua moneta, non è affatto nella
condizione del “povero” a cui deve essere prestato — secondo la legge
mosaica (Deuteronomio 15, 8) — ciò di cui è privo e di cui ha vitalmente
bisogno; e che, ricevutolo, lo obbliga come debitore. La sua moneta, infatti,
è già originariamente dovuta alla comunità nazionale, che con la sua
accettazione la crea. Prestarle ciò che le è dovuto significherebbe
sottrarglielo come non più suo. Il “prestito” stesso la costituirebbe
allora nella condizione oggettivamente ingiusta di povertà e di debito. La
comunità nazionale si trova invece nella condizione per cui la sua moneta nel
senso indicato, è inclusa tra ciò che, secondo la legge naturale e
cristiana, «è dovuto all’uomo in quanto uomo» (Centesimus annus). In
questo caso, obbligato non è chi riceve quanto gli è dovuto, ma chi dà,
riconosce e restituisce alla comunità nazionale il suo.
“Prestare” il dovuto è la grande usura — perseguita da raffinate e
inumane scuole di pensiero — che cade, anch’essa, sotto l’anatema
evangelico (scagliato contro quanti caricano gli uomini di pesi
insopportabili, mentre essi non li sfiorano neppure con un dito) e spiega la
severa accusa dell’enciclica Quadragesimo anno: «E in primo luogo ciò che
ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della
ricchezza, ma anche l’accumularsi di una potenza enorme, di una dispotica
padronanza dell’economia, in mano di pochi [...]. Questo potere diviene più
che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il denaro, la fanno da
padroni; per cui sono in qualche modo i distributori del sangue stesso di cui
vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima
dell’economia, così che nessuno, contro la loro volontà, potrebbe neppure
respirare.»
7. Il riconoscimento del valore monetario come valore giuridicamente indotto
dalla convenzione sociale di accettazione consente — contro l’asservimento
alla moneta-debito della grande usura e al numero della bestia con cui essa
contrassegna le sue vittime (diversamente dall’uomo, la bestia non è
giuridicamente capace di proprietà) di restituire alla moneta-proprietà il
suo rango tra ciò che «è dovuto all’uomo perché è uomo» e di
reimmettere nella comunità nazionale liberata «il sangue stesso di cui vive
l’organismo economico».
Il Prof. Avv. Giacinto Auriti di A.Pimpini
Sabato 06 Settembre 2008 12:41 amministratore
Una
esistenza a smascherare il sistema delle Banche centrali
Ha esaltato la figura umana contro la finzione di persona giuridica della
società anonima
Il Prof. Avv. Giacinto Auriti. Nasce a Guardiagrele (CH) il 10 ottobre
1923 da nobile famiglia del luogo, che aveva già dato i natali ad un avo
Presidente della Corte di Cassazione.
Si trasferisce a Roma dove svolse gli studi in Giurisprudenza e, senza
soluzione di continuità, entra nella Cattedra di Diritto della
Navigazione della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università “la
Sapienza”. Si distingue, sin da subito, nello studio del codice di
diritto della navigazione, svolgendo un’approfondita ricerca che lo
conduce ben presto ad essere ritenuto, in Dottrina, un acuto osservatore
della peculiarità degli Istituti della predetta branca del diritto
privato, tanto da condizionare la stessa Giurisprudenza di merito e di
legittimità che ne condividerà l’orientamento.
Ultimo aggiornamento Sabato 06 Settembre 2008 12:51
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Un modo per fare
sentire la nostra voce e dire a chi conta che non abbiamo dimenticato Ustica con
le sue 81 vittime sull'aereo e le altre 21 seguite a causa sua,le altre stragi e
chi ancora non se ne è assunto la responsabilità :