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L'articolo qui sotto,
proveniente dal sito del programma Report in onda sulle reti
Rai, spiega il significato di "globalizzazione" e le
sue conseguenze, meno esplicite ma più gravi, sull'intero
sistema economico mondiale. Vi assicuriamo che leggerlo tutto
con attenzione non sarà una perdita di tempo.
La protesta di Seattle del '99-pericoli e zone d'ombra
della globalizzazione
Quando si pronuncia la parola
Globalizzazione gli animi si scaldano subito. Oggi infatti si
assiste a un dibattito sempre più acceso fra i contestatori dei
mercati globalizzati da una parte e dall'altra i sostenitori
dell'idea che il benessere economico mondiale richieda liberi
scambi senza troppe regole politiche o sociali. L'apice di
questa diatriba la si è vista nel novembre del '99 con la
grande contestazione di Seattle, la città americana che
ospitava il massimo vertice di Globalizzazione, sulla quale
discesero "sciami" di contestatori da ogni parte del
mondo. Ma la Globalizzazione cos'è esattamente? E quali sono le
sue ricadute sulla società civile? Questa inchiesta mostra solo
i lati controversi dei processi globalizzanti, e lo fa
intenzionalmente, poiché le ricadute positive ci vengono
illustrate ogni giorno, su ogni media, nella pubblicità, e
persino dai nostri politici. Ma i pericoli e le zone d'ombra ci
sono, e sono proprio quelle su cui si tenta di stendere un velo
interessato di silenzio. Iniziamo proprio da alcuni degli esempi
più noti. L'Europa ha decretato che la carne americana trattata
con ormoni artificiali, al contrario della nostra, è pericolosa
per la nostra salute e ha deciso di non importarla. Una
precauzione che però ci costa molto cara: 340 miliardi di
sanzioni americane contro il Vecchio Continente. Una ritorsione
decisa all'Organizzazione Mondiale del Commercio nel nome delle
regole della Globalizzazione. In Toscana e in Piemonte, nel
mezzo delle terre più belle e fertili d'Italia la
Globalizzazione ha colpito duro. Il tartufo è uno dei nostri
prodotti più pregiati e lo esportavamo in grandi quantità
negli Stati Uniti d'America; ciò creava reddito per le aziende
e i lavoratori italiani. Ma dall'anno scorso gli Stati Uniti
hanno deciso di tassare il tartufo del 100%, sbarrandogli la
strada. Chi l'ha deciso? L'Organizzazione Mondiale del Commercio
nel nome della globalizzazione. L'Unione Europea, per proteggere
la salute dei nostri bambini, ha detto di no all'importazione di
giocattoli che contengono un ammorbidente tossico. Ma anche
questa precauzione è oggi nel mirino dell'Organizzazione
Mondiale del Commercio e dei suoi accordi di globalizzazione.
Il WTO-In vendita,sugli scaffali del supermercato globale
:istruzione,sanità,cultura,servizi bancari,pensioni,diritti dei
lavoratori,gestione asili,alimentazione umana,animale sono merce
di scambio.
L'Organizzazione Mondiale del Commercio, più nota come WTO, è
dunque il grande motore della globalizzazione. Ma cosa c'è che
non va nel suo lavoro? L'ho chiesto alla professoressa Susan
George, direttrice del Transnational Institute di Amsterdam e
considerata oggi il critico più autorevole del sistema
globalizzato: "La Globalizzazione dei mercati" inizia
la George, "nasce, nella sua forma più spinta, sei anni fa
quando 135 nazioni sancirono la nascita del WTO, con i suoi
potentissimi accordi. Il problema è che praticamente tutto ciò
che compone la nostra esistenza viene trasformato in merce di
scambio: dall'istruzione, alla sanità, dalla cultura ai servizi
bancari, dalle pensioni ai diritti fondamentali dei lavoratori;
e poi la gestione degli asili, l'alimentazione umana, quella
animale... In sintesi, siamo come in vendita, sugli scaffali del
supermercato globale." Il WTO ha sede a Ginevra, e
rappresenta oggi 136 governi, incluso quello italiano. In teoria
al timone del WTO ci dovrebbero essere i ministri del commercio
dei vari paesi, ma nella realtà l'Italia e tutti gli stati
d'Europa sono rappresentati al WTO dalla Commissione Europea di
Romano Prodi, che siede per tutti noi al tavolo delle
trattative. Da questo tavolo sono usciti gli accordi sul
commercio planetario; ed è precisamente contro questi accordi
che è esplosa la protesta a Seattle: l'accusa è che si tratta
di regole dotate di poteri enormi, spesso superiori a qualunque
legge degli stati nazionali. Nella sede ginevrina di questa
controversa organizzazione chiedo a Keith Rockwell, uno dei
direttori, come ha fatto il WTO a diventare così impopolare:
"E' straordinario, vero?" risponde Rockwell con un
cenno di assenso, "ma si tratta di un destino che abbiamo
in comune con molte altre organizzazioni internazionali: la
Comissione Europea è impopolare, il Fondo Monetario lo è anche
più di noi, e così la Banca Mondiale. Vede, la gente si sente
lontana da questi grandi palazzi di Ginevra o di Brussell, le
persone comuni non capiscono né chi siamo né quali saranno gli
effetti sulla loro vita degli accordi che qui nascono. Ma vi
posso garantire che ogni singolo accordo è passato al vaglio
dei vostri governi." E allora vediamo questi accordi di
globalizzazione: hanno nomi difficili per noi, Accordo Sanitario
e Fitosanitario, Barriere Tecniche al Commercio, Diritti di
Proprietà Intellettuale e via discorrendo. In tutto formano
27.000 pagine di regole e codici, che hanno un potere pari al
loro incredibile volume. Per capire meglio facciamo un esempio.
La carne agli ormoni degli USA
Alla fine degli anni '80 l'Unione Europea decise di
vietare l'uso degli ormoni nell'allevamento dei manzi da carne e
soprattutto proibì le importazioni di carne agli ormoni dagli
Stati Uniti d'America. I nostri scienziati la ritenevano
pericolosa per la salute umana. Perché? La risposta la trovo
alla periferia di Milano, dove incontro Luca Giove, un
professionista di 31 anni che quando era ragazzino ebbe degli
strani problemi di salute.
"Luca Giove cosa ti successe?", gli chiedo
appena dopo il nostro incontro davanti a quella che fu una volta
fu la sua scuola media. Giove ammicca: "A circa 12 anni mi
si era gonfiata l'aureola del capezzolo mammario sinistro, e
questo era dovuto probabilmente al fatto che avevo mangiato
della carne estrogenata, nelle mense di questa scuola."
Luca Giove, suo malgrado, ha un posto nella storia delle guerre
commerciali, poiché la battaglia dell'Europa contro la carne
agli ormoni americana inizia proprio dal suo caso, accaduto nel
1981. Il gonfiore del suo capezzolo richiese un intervento
chirurgico, e i sintomi di crescita anormali di altri piccoli
alunni scatenarono l'allarme negli scienziati europei, fra cui
l'italiano Giuseppe Chiumello. I sospetti caddero subito sulla
carne agli ormoni che allora circolava liberamente.
"Luca, hai avuto altri problemi di salute nella tua vita
adulta che tu possa ricondurre a questa vicenda?"
"Ma, diciamo che ho dei problemi a livello spermatico, il
numero è sotto la media e anche la motilità. Non so a cosa può
essere imputato ma non so cosa si possa escludere a priori. Io
ho anche avuto problemi di varicocele e problemi venosi, e non
so quanto si possa ricondurre alla carne estrogenata."
Giove mi lascia con una raccomandazione: "Guardi, io ne ho
passate... spero solo che la mia vicenda possa contribuire a
qualcosa di positivo."
WTO-FAO-sanzione all'Europa per 340miliardi all'anno sotto
forma di sanzioni commerciali americane.
Quindi, dalla fine degli anni '80 l'Unione Europea, per tutelare
la salute dei suoi cittadini, decise di vietare le importazioni
delle carni agli ormoni. Ma negli Stati Uniti questa decisione
non fu affatto gradita. Nel 1996 il governo di Washington,
brandendo uno dei potenti accordi di globalizzazione, trascinò
l'Europa davanti ai giudici del WTO. Tuttavia, nel farlo,
l'amministrazione Clinton aveva ceduto alle pressioni della più
potente lobby di allevatori di bestiame statunitense: la
National Cattleman Association, come dimostra un documento che
ho ottenuto in via riservata, dove si legge:
"Al signor Bob Drake della National Cattleman Association:
come lei ci ha espressamente richiesto, abbiamo iniziato una
procedura presso il tribunale del WTO contro il divieto europeo
di importare la nostra carne." Il documento di cui parlo
non è altro che una lettera autografa dell'allora ministro
americano per il commercio Michael Kantor.
La procedura si concluderà con la condanna dell'Europa, una
condanna inappellabile ottenuta grazie proprio a uno di quei
potentissimi accordi del WTO di cui parlavo prima. L'Europa
tuttavia non si è piegata e ha continuato a tenere la carne
agli ormoni fuori dai suoi mercati. Il WTO è allora tornato
alla carica e nel luglio del '99 i suoi giudici ci hanno
condannati ancora, condannati a pagare un prezzo altissimo: 340
miliardi all'anno sotto forma di sanzioni commerciali americane.
Le esportazioni italiane sanzionate.
Le sanzioni americane autorizzate dal WTO hanno colpito le
esportazioni europee più pregiate, e fra le vittime italiane si
contano i pomodori pelati, i succhi di frutta, il pane e
soprattutto il tartufo. Nella splendida valle chianina, in
Toscana, incontro il titolare di una azienda specializzata in
tartufi, che aveva trovato un grande sbocco di mercato in
America. Oggi il sogno è svanito e la sua azienda ha persino
vacillato per un attimo. "Mi dica sinceramente: prima di
questa vicenda lei aveva mai sentito parlare di globalizzazione
o di WTO?" chiedo provocatoriamente. Questo signore di
mezza età scuote il capo: "Ammetto la mia ignoranza, io ne
prendo nota soltanto adesso, e francamente non so chi siano
questi signori."
Keith Rockwell, al WTO, ammette che è quasi impossibile
spiegare a un produttore italiano di tartufi o di pomodori in
scatola che è giusto che oggi il loro mercato estero, costruito
in anni di fatiche, sia polverizzato da una sentenza di
globalizzazione. Rockwell aggiunge: "E' difficile, ed è un
problema che non avete solo voi in Italia. Io posso offrire a
costoro tutta la mia comprensione, ma le regole sono
queste."
Abbiamo visto che il WTO è in grado di esercitare un enorme
potere. E allora c'è una domanda che sorge spontanea: i nostri
politici, quando nel 1994 aderirono a tutti gli accordi del WTO,
erano consapevoli di quello che stavano accettando? L'On.
Domenico Gallo era senatore proprio in quel periodo e grande
esperto della questione, e a lui giro la domanda.
"Certamente non c'è stato un dibattito politico pubblico né
riservato," inizia Gallo, "le questioni non sono state
oggetto di confronto politico in Italia. Scarsa fu anche la
sensibilità parlamentare. Tutto è stato vissuto non come un
evento di grande importanza globale, ma come un passaggio
obbligato, come una festa della modernità, dove non c'era
niente da dire perché andava tutto per il meglio."
Interviste a Fassino e a Prodi-Una realtà dimostrata da
indagare:la Commissione europea al servizio delle lobby
internazionali.
Fra i politici italiani, quando si parla di WTO, svetta il nome
di Piero Fassino, che fino a poche settimane fa era ministro per
il commercio con l'estero, era cioé il nostro maggior esperto
istituzionale di globalizzazione. Gli ho sottoposto alcune
domande sui punti dolenti che abbiamo appena visto, e su altri
che vedremo in questa inchiesta, ma le cose non sono andate nel
migliore dei modi. "No!, no! Il suo compito non è di
indagare sui punti dolenti.....In questa intervista lei
enfatizza i rischi, lei fa il protezionista, io cerco di
esaltare le opportunità della globalizzazione!" Ribatto:
"Vediamo però come siamo arrivati a dover accettare
livelli doppi di diossina nelle nostre carni e sanzioni
miliardarie per il nostro rifiuto di importare la carne ormonata
americana." Fassino: "Ma la carne agli ormoni non
entra in Europa, e poi non c'entra il WTO!..."
Lo correggo: "Ministro è il WTO che ci ha condannati a
pagare miliardi solo perché stiamo proteggendo la salute dei
cittadini europei."
"Senta facciamo così, io non voglio concederle questa
intervista... è del tutto folle... l'approccio è folle!"
tronca netto il ministro, "mi dia la cassetta, me la
consegni".
Di consegnare la casetta non se ne parla. Lascio Fassino e
proseguo nell'indagine. Come abbiamo detto, noi cittadini
d'Europa abbiamo delegato la Commissione Europea a trattare per
noi al tavolo della globalizzazione. Ma Susan George su questo
ha qualcosa da dire: "La Commissione Europea è un organo
politico che dovrebbe fare gli interessi di tutti i cittadini
quando siede al tavolo del WTO. E invece, da anni la Commissione
è al servizio delle multinazionali e delle lobby che le
rappresentano. Questo è grave, ed è anche il motivo per cui
gli accordi che vengono firmati al WTO sono così di parte. Io
parlo di una realtà dimostrata: a lei il compito di
indagare."
E ho indagato girando l'Europa con una domanda fissa nella
testa: ci possiamo fidare dei globalizzatori, di chi, come la
Commissione Europea, decide per tutti noi al tavolo della
globalizzazione?
Romano Prodi, che della Commissione è oggi il Presidente, mi
risponde con parole semplici: "La sua è una domanda
imbarazzante. Io penso che l'unico modo è fidarsi di noi."
E invece in questa indagine ho trovato documenti che
sembrerebbero minare la nostra fiducia, e mi sono imbattutto in
poteri forti di cui, almeno io, non sospettavo neppure
l'esistenza.
Il Trans Atlantic Business(TABD)
Siamo infatti abituati a immaginare che il potere abiti in
stupefacenti palazzi e grattacieli vertiginosi, ma non sempre.
In un anomino palazzetto di Brussell risiede forse la più
potente lobby industriale del mondo: il Trans Atlantic Business
Dialogue (TABD). Report ha chiesto di poter visitare la loro
sede, ma come spesso ci accade, non siamo i benvenuti. In questa
lobby si raggruppano aziende di calibro mondiale, con fatturati
complessivi pari al prodotto interno lordo di intere nazioni. Ed
è proprio il TABD che arriva al punto di presentare
periodicamente sia alla Commissione Europea che al governo
americano una lista di sue priorità per la globalizzazione, di
fronte alle quali la Commissione sembra proprio spalancare le
porte. Ho ottenuto attraverso contatti a Brussell una copia
delle liste di priorità del TABD, che hanno un tono perentorio.
Vi si trovano elencate le richieste delle multinazionali, chi
deve darsi da fare fra gli organi politici, e ci sono per
iscritto tutte le migliori intenzioni della Commissione Europea
nel soddisfarle. Prima di Seattle la Commissione ha addirittura
incoraggiato questa grande lobby a sottoporle ulteriori
richieste, definendole "priorità assolute". Ma è
giusto tutto ciò? E giro la domanda al presidente Prodi.
"Presidente," inizio, mentre lui sfoglia la
documentazione che gli ho appena passato, "qui la vostra
risposta sembra decisamente appiattita sugli interessi di questo
grande gruppo industriale."
Prodi scuote il capo: "Fare gli interessi dei gruppi
industriali non significa non fare gli interessi della povera
gente o dei gruppi ambientalisti. Se lei mi accusa di proteggere
gli interessi industriali io dico sì, il problema è di vedere
come si armonizzano queste cose."
Nessuno contesta che la Commissione Europea debba anche pensare
agli interessi del mondo degli affari, ma gli uomini di Romano
Prodi sono dei politici, col mandato di tutelare gli interessi
di tutti i cittadini. I documenti riservati che seguono sembrano
invece contraddire in tema di globalizzazione le rassicurazioni
del Presidente Prodi. Ne riporto qui alcuni passaggi
preoccupanti, ricordando che si tratta di documenti ufficiali
che circolavano da tempo fra i burocrati di Brussell:
1997: DISCORSO ALLE INDUSTRIE CHIMICHE DEL VICE PRESIDENTE DELLA
COMMISSIONE EUROPEA
"Siate tempisti, e cioé diteci per tempo se pensate che
qualcosa debba essere fatto, o, ancora meglio, se pensate che
qualcosa debba essere stroncato sul nascere."
1997: COMMISSARIO EUROPEO AL COMMERCIO
"Il Trans Atlantic Business Dialogue è diventato un
meccanismo efficace per ancorare le politiche dei governi sugli
interessi dei gruppi di affari."
COMMISSIONE EUROPEA, DIRETTORATO GENERALE PER IL COMMERCIO
"Vogliamo trovare un accordo con gli Stati Uniti per
stabilire un sistema di pre-allarme contro le proposte politiche
che potranno avere un impatto negativo sulle industrie di
servizi."
Ancorare i governi sugli interessi dei gruppi d'affari? Sistemi
di pre allarme contro le proposte politiche? Ma per conto di chi
lavorate, presidente Prodi?
"Guardiamo alle cose più serie" ribatte il Presidente
di fronte a quelle carte, "non guariamo a queste frasi che
non dicono assolutamente nulla. Queste sono dichiarazioni che io
condivido."
I cittadini e le loro rappresentanze vengono interpellati?
Eppure, tutto sarebbe più equlibrato se la Comissione Europea,
che ci sta globalizzando, ogni tanto chiedesse anche a noi
cittadini cosa ne pensiamo. Ma lo fa? Una cosa è certa, i
grandi gruppi di servizi, come le finanziarie, le grandi
assicurazioni o le banche vengono consultati in tempo reale da
un sistema elettronico che si chiama S.I.S., messo in opera
dalla Commissione Europea, come prova un altro documento firmato
Direttorato Generale1, che recita: "La Commissione Europea
ha creato un sistema di consultazione con le industrie dei
servizi che permette ai negoziatori della Commissione di
consultare rapidamente le aziende e anche i singoli
azionisti."
Chiedo spiegazioni al responsabile di questa iniziativa,
Dietrich Barth, nel suo ufficio al quinto piano della
Commissione. Barth candidamente conferma: "Quest'anno sono
previsti i negoziati del WTO per la liberalizzazione dei
servizi. La Commissione ha un assoluto bisogno di conoscere gli
interessi dei grandi gruppi d'affari di questo settore." Ma
perché Barth, che lavora per i politici, non menziona anche gli
interessi dei semplici cittadini? Gli chiedo provocatoriamente:
"Sono sicuro che vorrete conoscere anche gli interessi
delle persone comuni, o dei gruppi che li rappresentano. Dov'è
il sistema elettronico per consultare anche loro?"
"L'S.I.S è accessibile anche ai sindacati e ai gruppi di
attivisti, non solo all'industria." Risponde sicuro.
Non mi rimaneva che chiedere conferma di questo sia ai sindacati
che agli attivisti. Inizio da Cecilia Brighi, una esperta di
globalizzazione dell'Ufficio Internazionale della Cisl, che
ribatte seccamente: "Purtoppo i contatti voluti dalla
Commissione con i sindacati sui temi della globalizzazione non
sono così spinti come quelli che avvengono con le
muntinazionali; anzi, praticamente non esistono."
" Signora Brighi, lei ha mai sentito parlare del
S.I.S.?", chiedo a bruciapelo. "No, mai."
"Vi hanno informati dell'esistenza di questo
sistema?", insisto. "Credo di poter affermare con
certezza che le organizzazioni sindacali italiane non siano mai
state informate di questo sistema di consultazione."
L'Italia è lontana da Brussell, e allora torno in Belgio per
chiedere a Friends of the Earth, uno dei più grandi gruppi
ambientalisti del mondo, se almeno loro, che hanno la sede a due
passi dalla Commissione Europea, hanno mai sentito pronunciare
il fatidico nome S.I.S. Mi risponde Alexandra Wandell, e lo fa
con grande stupore: "Sfortunatamente è la prima volta che
sento parlare di questo sistema di consultazione, me lo sta
dicendo lei, a noi non l'hanno mai comunicato. La Commissione
Europea dovrebbe smettere di declamare di iniziative che in
realtà non ha nessuna intenzione di portare avanti."
La Commissone Europea ha fatto uno sforzo ciclopico per
consultare i business d'Europa prima di Seattle. Ha fatto un
sondaggio sui desideri dell'Investment Network, un'altra lobby
di giganti industriali che include la Fiat e la Pirelli, e un
secondo sondaggio su 10.000 aziende. Tutto documentato da me,
nero su bianco. Fra l'altro ho cercato a Brussell anche la sede
di questo Investment Network, ma non l'ho trovata. Per forza,
perché questo gruppo di multinazionali si riunisce proprio
nella sede della Commissione Europea. E anche di tutto ciò ho
discusso con Romano Prodi.
"Vede Presidente, la cosa che preoccupa è che tutto questo
sembra non esistere poi con le ONG, coi consumatori, coi
sindacati" e attendo la sua reazione.
"Coi sindacati io sono in colloquio quotidiano," mi
rassicura Prodi, "ma se esiste questo Investment Network io
francamente non glielo so dire, non lo sapevo, non sapevo
neanche che esistessero sondaggi per le imprese, me lo fa vedere
lei adesso. Ma se stesse qui dentro lei vedrebbe quanto dialogo
c'è con le organizzazioni non governative e con i
sindacati."
Cecilia Brighi, a distanza, replica con altrettanta sicurezza:
"Non c'è ancora nulla, non lo hanno assolutamente ancora
fatto, non c'è nulla, noi non sappiamo quali sono gli impatti
degli accordi già sottoscritti, per esempio in tema di
agricultura o di occupazione, come per esempio non c'è
consultazione sui temi sociali nel mondo. Tutto questo va
costruito in tempi rapidissimi."
Che ci sia dialogo è dunque tutto da verificare; ma una cosa
verificata invece c'è: anche quando la Commissione comunica con
le organizzazioni dei cittadini non sempre c'è da fidarsi. Ho
ottenuto due documenti sulla globalizzazione scritti dalla
Commissione Europea che dovevano essere identici, intitolati
"Regole internazionali per gli investimenti in seno al
WTO", stesso protocollo e stessa data: solo che uno era
destinato ai burocrati, l'altro ai cittadini. A una lettura più
attenta sono emerse differenze radicali nei testi: la versione
per la gente comune era tutta un'altra cosa.
FAO- Chi sono gli esperti che vengono consultati-Il conflitto
di interessi su scala mondiale
Ma a proposito di fiducia, ritorniamo alla carne agli ormoni
americana. Sulla base di quali prove il WTO condannò l'Europa?
A rispondere è di nuovo Keith Rockwell: "Quello che le
posso dire è che il WTO nel caso di dispute sulla sicurezza
degli alimenti decide in base al parere degli scienziati della
FAO. A loro fu chiesto di emettere il verdetto sulla carne agli
ormoni."
E infatti un gruppo di scienziati cosiddetti super partes si
riunirono proprio alla FAO a Roma, e più precisamente nella
commissione chiamata Codex. Dalla FAO partì il verdetto:
secondo loro l'Europa aveva torto. Ma gli scienziati della Fao
erano davvero super partes, erano davvero imparziali?
"Certamente" sentenzia con fermezza Alan Randell, uno
dei massimi responsabili dei gruppi scientifici della FAO, cui
ho rivolto quelle domande. Randell spiega: "Siamo una
organizzazione intergovernativa e il nostro compito è di
fissare gli standard internazionali per la sicurezza degli
alimenti. Abbiamo deciso che gli ormoni nella carne americana
non pongono problemi alla salute, e potete fidarvi."
Pochi giorni dopo aver registrato quelle affermazioni, mi sposto
a Londra per un incontro cruciale. L'uomo che mi aspetta alla
stazione Victoria vuole rimanere anonimo, perché è un chimico
farmaceutico che ha lavorato per 35 anni con la grande industria
e che oggi ha deciso di raccontare tutto quello che sa sulla
cosiddetta indipendenza degli scienziati della FAO. Trovarlo è
stata veramente un'impresa, attraverso una serie infinita di
contatti. Gli chiedo prima di tutto: perché vuole parlare?
"Il mondo sta cambiando, le multinazionali farmaceutiche e
agroalimentari hanno assorbito ormai tutto....non so...forse
perché mi sto per ritirare dalla scena...ma guardi, io ho visto
troppe cose, e c'è un limite per tutti, o forse solo per
me." La nostra conversazione continua, e lo invito a venire
al dunque, e cioé alle prove di quanto mi vorrebbe rivelare.
Questo scienziato dall'aria aristocratica mi invita a sedermi a
un tavolo del bar della Royal Albert Hall, e poi inizia:
"La documentazione che le mostro era in gran parte segreta,
e infatti molti fogli portano il marchio declassificato. Ora,
per dimostrale quanto siano inaffidabili gli organi scientifici
della FAO è necessario che le racconti una vicenda parallela a
quella che a lei interessa."
"Guardi questi documenti. E' il novembre del '97, e la FAO
si sta preparando a giudicare la sicurezza degli ormoni nel
latte, che sono prodotti dalla multinazionale Monsanto. Qui si
legge che uno scienziato della FAO, il dott. Nick Weber, aveva
passato al dott. Kowalczyk della Monsanto i documenti riservati
che solo gli scienziati della FAO avrebbero dovuto leggere prima
di emettere il verdetto. Fra questi documenti c'erano persino
gli studi della Commissione Europea, che era contraria agli
ormoni artificiali. Capisce? La Monsanto poté studiarsi con
molto anticipo cosa avrebbero sostenuto i suoi critici durante i
dibattimenti. Ma è normale ciò?"
Non rispondo e lo invito con un cenno del capo a continuare. Lui
prosegue: "La FAO esaminò gli ormoni nel latte e in un
primo tempo espresse parere positivo. Un trionfo per la
Monsanto, ma c'era una nota che stonava. Michael Hansen, un
consulente della FAO, non era d'accordo e stava per lanciare un
allarme. Ed ecco un fax che la Monsanto spedisce a un
funzionario della sanità pubblica, dove si legge: Sembra che
Michael Hansen non sia dei nostri. Dei nostri!!, capite che
razza di mentalità? La Monsanto considerava gli esperti della
FAO roba propria."
La mia fonte sosta per il tempo necessario a sorseggiare il
bicchiere di vino bianco che gli ho offerto, poi estrae dalla
borsa altri fogli, altre prove inedite. E rincara la dose:
"Ma alla FAO ci sono altri scienziati gravemente
compromessi: sono Margaret Miller e Leonard Ritter. In questo
documento riservato del Congresso degli Stati Uniti si legge che
la dottoressa Miller era sotto inchiesta perché, da dipendente
pubblico, fu sorpresa a lavorare....indovini per chi? Per la
Monsanto naturalmente, per conto della quale studiava gli
ormoni. Veniamo al dottor Ritter: ho scoperto dagli archivi del
parlamento canadese che Ritter è stato più volte pagato del
CAHI, una grossa lobby nordamericana di industrie veterinare
favorevoli agli ormoni. Insomma, Miller e Ritter, due gioielli
di indipendenza interni alla FAO, non le sembra?"
E allora ricapitoliamo: la mia fonte inglese ha dimostrato che
alcuni scienziati consulenti della FAO, e specialmente Nick
Weber, Margaret Miller e Leonard Ritter, erano da tempo collusi
con una lobby e con una grande multinazionale interessate a
vendere ormoni, e nonostante l'evidente conflitto di interessi
hanno continuato a decidere della nostra salute per conto della
FAO.
Lo scienziato inglese ora conclude e porta l'affondo decisivo:
"E non è proprio la FAO che ha giudicato innoqui anche gli
ormoni della carne, permettendo così al WTO di condannare
l'Europa. Come ci si può fidare? E poi guardi le liste degli
scienziati della FAO che nel '99 e nel 2000 hanno di nuovo
esaminato gli ormoni americani nella carne: chi ci troviamo?
Weber, Miller, Ritter e tutti gli altri. Sono tutti qui, sono
sempre qui!"
Lo fisso con un'unica domanda nella testa: la FAO sapeva, ha mai
sospettato qualcosa? "Certo che sapeva," risponde con
un accenno di sorriso, "infatti Micheal Hansen, il bastian
contrario, scrisse tutto nero su bianco e lo spedì persino al
direttore generale della FAO. Tutto si sapeva... persino nei
dettagli. Ma questo non ha impedito a noi europei di essere così
penalizzati dal verdetto sulla carne agli ormoni."
Torno a Roma e ricontatto il dirigente della FAO che avevo
incontrato pochi giorni addietro. Gli passo le prove contro i
dottori Weber, Miller e Ritter, ma lui non sembra molto
interessato ai documenti. Li degna appena di un'occhiata e
ribatte: "I nostri scienziati sono scelti dalla FAO e
dall'Organizzazione Mondiale delle Sanità, e sono confermati
nell'incarico dai governi membri. Sono esperti al di sopra di
ogni sospetto e le sue affermazioni ci giungono assolutamente
nuove."
L'articolo del WTO non invocato per evitare la
sanzione...perchè?
Una storia pesantissima questa, nella quale erano in gioco non
solo interessi multimiliardari, ma soprattutto la nostra salute.
E a questo punto tutto mi potevo aspettare meno che fosse
proprio il WTO a rilanciare alla grande, a far esplodere la
bomba. E' ancora Rockwell che parla: "Se i vostri governi
avessero invocato l'articolo 5.7 del nostro accordo Sanitario e
Fitosanitario la battaglia sulla carne agli ormoni non sarebbe
mai esistita: niente FAO, niente sanzioni americane, nulla di
nulla. L'articolo 5.7 del WTO vi dava il diritto di evitare lo
scontro, mentre l'Europa studiava la sicurezza della carne
americana." "E perché l'Europa non l'ha usato?"
gli chiedo più che sorpreso. Rockwell mi fissa pregustando il
colpo ad effetto, e con un che di trionfale aggiunge: "Lo
chieda a loro. Non lo hanno mai invocato quell'articolo!"
Non mi rimane che girare la scottante questione ai massimi
responsabili politici, e cioé al ministro Fassino e al
Presidente della Commissione Europea Romano Prodi. Perché non
è stato invocato quell'articolo?
Fassino risponde che non lo sa, che ci sarà una ragione legale,
e conclude sbrigativo: "Chieda a qualcun altro" dice
scuotendo il capo. Romano Prodi invece tenta una battuta
("Non lo so, non sono mica un veterinario!") e poi
conclude sostenendo che si tratta di aspetti tecnici "...e
non potete venire a chiedere a me."
Entrambi si sono difesi aggiungendo che l'importante è che la
carne agli ormoni non entri in Europa, ma questo francamente non
mi basta. Abbiamo miliardi di sanzioni che ci penalizzano ogni
giorno, e si tratta della più pericolosa disputa commerciale
degli ultimi 20 anni. Se la si poteva evitare appellandosi a un
semplice articolo, i nostri massimi dirigenti politici lo
avrebbero dovuto sapere. Ma tant'è.
L'accordo che può cancellare le leggi degli Stati,delle
amministrazioni locali e delle piccole organizzazioni non
governative-Le etichette-L'importazione di palloni frutto del
lavoro minorile e dei giocattoli agli ammorbidenti-
Io non chiedo più nulla, e scelgo invece di mostrarvi qualcosa
di concreto. Parliamo sempre della globalizzazione, del WTO e
dei suoi potentissimi accordi. La parola a Susan George:
"L' arma più tagliente del WTO è l'accordo sulle Barriere
Tecniche al Commercio, che può annullare le leggi degli Stati,
quelle delle amministrazioni locali e persino le regole delle
piccole organizzazioni non governative. Esso colpisce
particolarmente il diritto dei cittadini di sapere come sono
fatte le merci che acquistano e da chi sono fatte."
E infatti questo accordo prende di mira proprio le etichette: le
etichette che ci dovrebbero dire se nei giocattoli che diamo ai
nostri piccoli ci sono sostanze tossiche, se nei cibi che
mangiamo ci sono ingredienti geneticamente modificati, o se i
palloni che compriamo sono fatti da bambini sfruttati nei paesi
poveri. Iniziamo proprio da questo esempio. Susan George spiega:
"Il calcio è sicuramente un grande sport, anche se io sono
americana! Ma l'accordo WTO sulle Barriere Tecniche al Commercio
ci impedisce proprio di rifiutarci di importare palloni da
calcio cuciti dai bambini sfruttati in Asia. Per i
globalizzatori un pallone è un prodotto e lo possiamo rifiutare
solo se è di cattiva qualità e non se è fatto da piccoli
schiavi."
Damiano Tommasi, mediano della Roma, è da tempo impegnato
contro l'importazione di palloni prodotti col lavoro minorile.
Un accordo del WTO rischia dunque di vanificare il suo impegno.
Lo sapeva? "No, non lo sapevo" mi dice Tommasi al
termine di un allenamento di fine campionato. "E' una
brutta notizia. E' un altro segnale che l'economia e la
globalizzazione prevalgono su qualsiasi altro codice."
Proprio al ministro Fassino ho sottoposto questo punto dolente
degli accordi del WTO, "lei non sa che l'Italia ha firmato
le convenzioni dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro che
ci danno il diritto di rifiutare i palloni prodotti col lavoro
minorile!" Rispondo: "Ministro, ciò che lei afferma
non sembra vero. Io cito accordi del WTO sovranazionali che già
sono esistenti e che sono già ratificati dall'Italia."
Fassino adesso urla: "Ma l'Italia non ha mai ratificato
nessun accordo che dice che si possono importare i palloni
cuciti dai bambini sfruttati. Credo di sapere la materia di cui
sono ministro!...non è possibile!"
Racconto quanto affermato dal ministro Fassino a Susan George, e
lei sorpresa ribatte: "Ma certo che è possibile. Fu
purtroppo scritto nero su bianco sia negli accordi del GATT che
nell'accordo del WTO, ai punti 2.1 e 2.8, e i nostri governi lo
dovrebbero sapere."
Interrogo anche Cecilia Brighi, la sindacalista della Cisl
esperta di questioni internazionali. Le dico: "Signora
Brighi, a battuta risposta: l'Italia ha firmato le convenzioni
dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro che danno la
possibilità di bloccare le importazioni di palloni fatti da
bambini sfruttati nel terzo mondo..." C'è una pausa, la
Brighi ribatte: "Chi ha detto questo?" E io:
"Fassino." Lei scuote il capo.
Nel frattempo al WTO qualcuno sta già protestando contro le
regole europee che vietano nei nostri giocattoli l'uso di
ammorbidenti tossici. Me ne parla Fabrizio Fabbri, uno dei
responsabili di Green Peace Italia: "Sta succedendo che
Hong Kong e il Brasile stanno invocando l'intervento del WTO per
annullare il provvedimento europeo che vieta i composti chimici
pericolosi nei giocattoli per bambini. Il WTO potrebbe ritenere
questa misura di tutela della salute un ostacolo alle leggi del
libero commercio, in base a un accordo sottoscritto anche
dall'Italia che prevede il non utilizzo di ragioni sociali o
ambientali come discriminazione commerciale." Fabbri apre
una borsa e fa cadere sulla scrivania una miriade di pupazzetti
e bamboline colorati, quelli tossici appunto. Ma dovessero
tornare questi giocattoli pericolosi, almeno che ci sia
un'etichetta che ce li fa distinguere. Fabbri scuote il capo:
"Teoricamente sarebbe la misura minima di tutela dei
consumatori, ma è quella maggiormente contestata proprio dal
WTO."
Guerra dunque persino alle etichette che ci dovrebbero informare
su quello che acquistiamo, ma non solo. Ciò che veramente
stupisce è scoprire che chi ha scritto gli accordi di
globalizzazione ha voluto che il loro potente braccio si
estendesse ben oltre i governi nazionali, e che raggiungesse
persino le piccole organizzazioni volontarie. Persino loro. Per
capire meglio ciò che ho detto seguiamo la signora Luciana
Giordano nello shopping. Questa giovane linguista di Bologna fa
parte della nutrita schiera di italiani che acquistano
regolarmente il caffé equo & solidale, e questo significa
che Luciana sa che il suo caffé è prodotto da lavoratori del
terzo mondo tutelati nella dignità e nei diritti fondamentali.
Ma come fa a saperlo? Attraverso la presenza sulla confezione
dell'etichetta Transfair, oppure comprando il macinato nelle
cosiddette Botteghe del mondo. Si tratta di piccole
organizzazioni non a fine di lucro, ma sembra prioprio che sia
loro che le loro etichette violino i contenuti del solito
accordo WTO sulle Barriere tecniche al commercio.
Proprio a Bologna incontro Giorgio Dal Fiume, uno dei massimi
dirigenti nazionali della rete equo & solidale e gli chiedo
di spiegarmi perché i globalizzatori dei commerci temono così
tanto persino le loro etichette: "Perché quello che noi
scriviamo in etichetta rende possibile la libera scelta da parte
del consumatore" dice Dal Fiume mentre mi fa da guida
all'interno di una delle Botteghe del Mondo. "E'
paradossale, ma in questo sistema globalizzato siamo noi a
difendere il vero funzionamento del mercato, dove a diversa
offerta corrisponde una diversa scelta. Ma proprio questo è il
punto debole del WTO: può condizionare interi stati ma non può
obbligare i cittadini a consumare quello che loro
vogliono."
Forse Dal Fiume ha ragione, ma il WTO può costringere il
governo italiano a fare tutto quanto è in suo potere per
fermare iniziative come quella per cui si è impegnato. E'
scritto infatti nero su bianco nell'accordo sulle Barriere
Tecniche al Commercio. Lui lo sapeva? "Sì, ci siamo
studiati i testi, ed è per questo che siamo andati a Seattle a
contestare con ogni mezzo il WTO" conclude.
Etichettare le merci, così che il cittadino possa rifiutare
quelle che violano i principi etici, o di protezione
dell'ambiente e della propria salute è un diritto fondamentale
che il WTO sembra volerci togliere. In tutto ciò sono chiare le
pressioni esercitate dai colossi industriali, e non sono
illazioni: ho trovato due documenti che non lasciano dubbi. Il
primo, stilato dalla Camera di Commercio Internazionale
(un'altra lobby di multinazionali che comprende anche la Pirelli
e la nostra Confindustria) chiedeva al cancelliere tedesco
Schroeder (poco prima della storica conferenza del WTO a
Seattle) quanto segue: I programmi di etichettatura ecologica
dei prodotti possono creare barriere al libero commercio, e
vogliamo su questo una urgente applicazione degli accordi del
WTO. Nel secondo documento ho trovato un'esplicita richiesta del
Trans Atlantic Business Dialogue, che recita: Alla Commissione
Europea chiediamo che un accordo internazionale sugli
investimenti non sia indebolito da clausole sui diritti dei
lavoratori o sulla tutela dell'ambiente.
Si comprende così come anche la legge europea
sull'etichettatura obbligatoria dei cibi contenenti geni
modificati sia finita nel mirino del WTO, e infatti il governo
di Washington ha già iniziato a Ginevra una procedura legale
per costringere Brussell a tornare sui suoi passi. Eppure quella
legge non è poi così severa: essa infatti dice che se i geni
modificati sono presenti nei cibi sotto la quantità dell'1%,
non vanno dichiarati in etichetta. E io ho voluto fare una
prova. Ho infatti comprato alcuni prodotti contenenti soia:
dicono che la soia oggi sia quasi tutta geneticamente
modificata, ma nelle etichette dei biscotti VitaSystem, dei
crackers Misura, di quelli della Cereal e del pane a fette della
Barilla non è segnalato alcunché. E allora sono andato a farli
anlizzare. Ecco i risultati delle analisi. Pane alla soia della
Barilla: nessuna presenza di soia transgenica; crackers della
Misura, anche qui nulla di geneticamente modificato; veniamo
alla Cereal: idem come prima, e cioé niente geni manipolati; e
infine abbiamo i biscotti della VitaSystem, e qui la soia
transgenica c'era, ma nella percentuale dello 0,6%, e la legge
europea, come dicevo, non prevede che questa quantità si debba
segnalare in etichetta. Ciò significa che noi consumatori
stiamo comunque ingerendo e sperimentando cibo transgenico,
anche se in piccole quantità, e questo prima che la scienza
sappia con certezza quali saranno gli effetti sulla nostra
salute. |