indietro  sketch.jpg (274497 byte)                                  494                          JavaScript scaricato da HTML.it avanti    

 

http://www.storiain.net/arret/num16/curdi16.htm

La tragica vicenda di una etnia
perseguitata fin da tempi remoti

I CURDI UN POPOLO
A RISCHIO DI MORTE
IN NOME DEL PETROLIO

di GIAN PIERO PIAZZA
Due profughe curde
Hanno la faccia grigia, gli occhi neri da cui traspare un'indomita fierezza che neppure secoli di persecuzioni, abominevoli massacri, emarginazione e indifferenza sulla loro sorte hanno potuto offuscare. Da qualche settimana sono balzati alla ribalta della cronaca nostrana e del mondo occidentale dopo gli sbarchi sulle coste pugliesi, disperato e non ultimo approdo di un'odissea in cui hanno assunto l'indesiderato ruolo di scomodi protagonisti, capaci soltanto di acuire con la loro pacifica invasione lo spinoso problema dell'ondata migratoria di profughi extracomunitari nel nostro Paese. Eppure loro, i curdi, a differenza degli albanesi e dei nordafricani che cercano in Italia il miraggio di un improbabile benessere e una nuova patria adottiva, hanno imboccato il difficile cammino della clandestinità unicamente per sfuggire a un tragico destino e proseguire oltre frontiera, diretti in Francia e in Germania, la loro fuga da un inferno che non sembra avere fine. Sono giunti stremati dopo settimane di peregrinazioni su autocarri di fortuna che attraverso strade impervie li hanno condotti dalla Turchia fino al porto greco di Patrasso e da lì, ammassati su precarie carrette del mare, hanno intrapreso il viaggio della speranza con "scalo tecnico" sulle coste albanesi per essere derubati dei loro pochi oggetti di valore dalle bande di predoni locali. Ma i soprusi, le angherie e le nefandezze di cui questi curdi fuggiaschi sono stati vittime sono davvero ben poca cosa, se confrontati a quello che i loro fratelli hanno dovuto subire in casa propria in quest'ultimo secolo da parte delle nazioni che si sono divise la zona geografica in cui è fiorita e si è sviluppata la civiltà contadina di un popolo dimenticato da tutti. La Turchia, l'Iraq, l'Iran e la Siria sono infatti da decenni gli incontrastati padroni di un territorio, il Kurdistan, in cui i curdi hanno perduto il diritto di cittadinanza, piegati alle leggi discriminatorie e schiavizzati da feroci e tirannici regimi i che si sono accaparrati le immense ricchezze minerarie del sottosuolo, i giacimenti di cromo e di petrolio.
RAPINATI DAI VICINI Sono risorse che rappresentano una manna pressoché senza fine, una fonte miracolosa di benessere da cui i naturali possessori sono stati esclusi. La storia dei curdi, fin dai tempi più bui, è stata condizionata da una serie di dominazioni che hanno avuto, seppure in misure diverse, il comune denominatore delle sistematiche persecuzioni finalizzate a relegare questo popolo in una situazione di brutale sudditanza per privarlo di ogni velleità di sviluppo ed emancipazione. Il Kurdistan, la regione geografica in cui i curdi abitano o hanno abitato fin dall'antichità, è un territorio di mezzo milione di chilometri quadrati senza sbocco al mare, in prevalenza montuoso, con catene di montagne per la maggior parte brulle le cui vette raggiungono i cinquemila metri d'altitudine.
Le condizioni climatiche e la conformazione del terreno hanno forzatamente indirizzato i curdi verso l'unica attività consentita, la pastorizia, che li ha costretti a condurre una vita nomade legata alla transumanza del bestiame in cerca di pascoli. Un sistema di vita primitivo e arretrato che nel corso dei secoli non è cambiato, dal momento che tutte le risorse naturali di cui il territorio abbonda sono finite nelle mani dei Paesi che si sono divisi l'opulenta torta del Kurdistan, costringendo il popolo curdo a vegetare nella povertà e nel sottosviluppo. Quel "posto al sole" che è diventato dai primi anni del secolo un paradiso di ricchezze per chi ne sfrutta gli immensi giacimenti, era considerato nell'antichità la "mezza luna" fertile del Medio Oriente. A sud del Kurdistan, in territorio iracheno, c'è la depressione delimitata dal Tigri e dall'Eufrate, i due fiumi che secondo la credenza biblica erano i confini naturali della valle dell'Eden, quel Paradiso Terrestre dove Adamo ed Eva vissero nella primordiale beatitudine bruscamente interrotta dal morso peccaminoso a una mela. Lo stesso territorio in cui oltre sette millenni fa sorsero i primi centri abitati che diedero origine alle civiltà mesopotamiche, quella degli assiri e dei babilonesi, e in seguito dei curdi stessi.
LONTANISSIME ORIGINI Che gli antenati dei curdi fossero i diretti discendenti di Noè è un'ipotesi suggestiva che trova la mistica conferma nei testi sacri dell'Antico Testamento. L'Arca di Noè, dopo il diluvio, si sarebbe arenata sul Monte Ararat, in una zona non lontana dal Kurdistan. Non è certo che i curdi siano davvero i diretti discendenti degli antichissimi abitanti della Mesopotamia, tuttavia quel popolo viene citato per la prima volta nel 401 a.C. da Senofonte. Nell'Anabasi, in cui lo storico ateniese racconta la disfatta dei diecimila greci e la loro ritirata dalla Persia cui egli partecipa personalmente, si fa cenno all'incontro dei fuggitivi con un popolo di montanari abili nell'arte di guerreggiare e di districarsi in quella regione poco praticabile chiamati Karduchi.
Per l'assonanza del nome, e per il fatto che ancora oggi molti villaggi del Kurdistan hanno il toponimo con la radice Kard, era nata appunto la convinzione che i curdi fossero strettamente imparentati con quelle tribù autoctone di montanari, ma l'ipotesi più attendibile circa la loro origine si rifà alla leggenda secondo cui quel ceppo etnico avrebbe avuto come progenitori una coppia di giovani costretti a trovare rifugio fra le montagne per sfuggire alle persecuzioni di un feroce imperatore persiano, che aveva l'abitudine di sacrificare vite umane da dare in pasto a due mostruose divinità. I curdi, dunque, deriverebbero da antenati di origine iranica, quindi indoeuropea, e nei primi secoli della loro esistenza vissero appartati, liberi e indipendenti fra le loro montagne, praticando un culto che si ispirava alla religione monoteista persiana, il mazdeismo, fondato da Zaratustra, e sviluppando una lingua autonoma di ceppo iranico e pertanto anch'essa indoeuropea. Ma già a partire dai primi secoli dopo Cristo i curdi subiscono l'invasione araba che li coinvolge in un progressivo processo di islamizzazione. La forzata conversione religiosa che s'impone in tutto il Kurdistan è quella musulmana sunnita, una tiepida professione di fede molto distante dall'intransigenza dei fondamentalisti islamici. Ma l'imposizione del nuovo credo non si tramuta in un passaggio indolore per tutti i curdi.
Un villaggio curdo
DECIMATI A MIGLIAIA Gli arabi, per certi versi tolleranti nei confronti del popolo assoggettato, non transigono di fronte alla resistenza di alcune tribù delle montagne ad abbracciare supinamente la religione di Maometto e nel VII secolo dopo Cristo, a pochi anni dalla morte del profeta, infieriscono barbaramente contro gli "eretici" curdi decimando migliaia di famiglie. E' questa, per i curdi, la prima sanguinosa repressione della loro travagliata vicenda storica, un massacro che sarà soltanto il preambolo alle tante, successive cruente ritorsioni perpetrate ai loro danni. Pastori per naturale inclinazione e guerrieri per forza sotto le bandiere degli alterni invasori, i curdi, nel processo d'integrazione non solo religiosa con i dominatori arabi, fornirono all'oppressore anche personaggi che divennero eminenti protagonisti sul campo di battaglia, in quello delle arti e della pubblica amministrazione e perfino ai massimi vertici del potere.
Negli anni in cui si svilupparono numerosi regni musulmani autonomi, quello retto da Saladino assume un'importanza particolare nella tradizione curda. L'uomo che passò alla storia per la sua "ferocia" e per l'illuminata politica, ma soprattutto per avere sconfitto i crociati in Palestina e riconquistato Gerusalemme, era di stirpe curda. Nato a Takrit nel 1138, Salah ad din Ayubbi, nome per esteso di colui che divenne storicamente noto con l'appellativo di Saladino, visse gli anni giovanili in Siria dove a Damasco ebbe modo di affinare le sue doti di condottiero e di fine diplomatico, mettendosi in luce alla corte del sultano Nur ad Din. Mandato in Egitto per sedare una ribellione di cortigiani che contestavano l'autorità de califfo, riuscì brillantemente nell'impresa, ma invece di limitarsi a riconquistare la regione in nome di Bagdad, l'allora capitale del califfato arabo, si autoproclama sultano d'Egitto e fonda una propria dinastia che controlla un vastissimo territorio esteso alla Siria, la Palestina, la Cirenaica, la Nubia e lo Yemen. Da quel momento Saladino dedica tutte le sue energie alla guerra contro i crociati che sconfigge nell'epica battaglia di Hittin, sulle rive del lago Tiberiade, nel 1187.
SALADINO, L'EROE CURDO Alla corte di Saladino e tra le file del suo esercito i curdi hanno modo di distinguersi e di occupare posizioni di rilievo, ma la legittima aspirazione di creare un regno specificamente curdo è resa dai superiori interessi dell'islamizzazione di tutto il Medio Oriente. Saladino muore a Damasco nel 1193 e la sua fama lascerà tracce indelebili nella storiografia e nella letteratura occidentale, che ne esalteranno lo spirito cavalleresco e la magnificenza, oltre che la tolleranza religiosa nei confronti dei crociati sconfitti. Gerusalemme per suo volere rimane aperta ai pellegrini e alle minoranze che professano la religione cristiana. Il magnifico sultano curdo sarà consacrato alla posterità nientedimeno che dal nostro sommo poeta Dante, che nella Divina Commedia lo colloca nel Limbo fra gli spiriti magni esenti da peccato.
Saladino in tempi molto più recenti è stato tuttavia celebrato anche in forma prosaica diventando un personaggio famoso e ambitissimo presso la gioventù italiana sotto il regime fascista. La sua millantata "ferocia" fece impazzire milioni di ragazzini per la rarità della figurina che effigiava appunto il "Feroce Saladino", indispensabile per completare la raccolta a premi lanciata con straordinario successo nel 1935 dalla Liebig. Quella ricercatissima figurina divenne un'ossessione nazionale e arricchì i fortunati collezionisti che ebbero la ventura di possederne un doppione, ceduto dopo concitate contrattazioni al miglior offerente per somme da capogiro. La scomparsa di Saladino coincide con un'epoca infausta per i curdi. Il califfato arabo era uscito malconcio dall'invasione dei turchi islamizzati, i Selgiuchidi, che inaugurano il periodo delle scorribande delle orde provenienti dall'Asia centrale. Particolarmente funesta si rivela l'invasione mongola del 1258 che costa la vita a centinaia di migliaia di uomini. I curdi non sfuggono al massacro e ai saccheggi delle truppe mongole e alcune tribù, per sfuggire alla carneficina, preferiscono imboccare la via dell'esilio e rifugiarsi in Siria, in Egitto e persino in terra algerina. All'inizio del 1500 il Kurdistan diventa terra di conquista fra due opposti contendenti, l'impero persiano e quello turco ottomano, rivali anche sul piano religioso: i persiani professano il credo sciita mentre i turchi quello sunnita.
Una tribù alla ricerca di un accampamento
UNA SVOLTA CRUDELE Quando nel 1514 il sultano ottomano Selim I, diventato celebre con il soprannome di Crudele, sconfigge i persiani a Cialdiran, i curdi sono posti di fronte a una scelta obbligata e si schierano per la maggior parte con il vincitore soprattutto in virtù di una fedeltà religiosa che da secoli li accomunava ai sunniti. Per il Kurdistan comincia un periodo di sudditanza pressochè globale verso l'impero ottomano, caratterizzato tuttavia nell'Ottocento da una serie di rivolte condotte dai curdi in nome di un'autonomia che perseguono nei momenti di maggiore difficoltà del dominatore turco, senza mai riuscire compiutamente nel loro intento. La profonda, crudele svolta che inciderà tragicamente sul destino dei curdi si affaccia con l'inizio del ventesimo secolo e negli anni immediatamente successivi alla fine della prima guerra mondiale, quando l'assetto geopolitico del Medio Oriente e del Kurdistan in particolare subirà una radicale trasformazione e trascinerà il popolo curdo nell'abisso delle più disumane e crudeli repressioni le cui dimensioni sfioreranno quelle del genocidio. E' l'argomento che tratteremo nella prossima puntata. ( 1 - CONTINUA )

http://www.storiain.net/arret/num17/curdi17.htm

La storia di un popolo che combatte
da sempre una guerra
massacrante per inseguire
la chimera dell'autodeterminazione (2)

I CURDI: VENTI MILIONI
DI VITTIME DESIGNATE

di GIAN PIERO PIAZZA
Guerriglieri curdi
Padrona incontrastata per secoli del Kurdistan, la Turchia, che fino alla vigilia della prima guerra mondiale dominava con il suo impero un territorio troppo esteso per essere facilmente controllabile, era diventata un colosso traballante scosso da mille fermenti autonomisti, cui non erano estranei i tentativi indipendentisti curdi, che per tutto l'Ottocento erano sorti in forma spontanea e scoordinata ad opera di singoli gruppi o tribù, spesso in contrasto fra di loro. L'inconsistenza e la disorganizzazione di quelle sparute frange di rivoltosi non poteva impensierire le forze militari dell'impero ottomano, che fin dal Settecento aveva perseguito un poderoso processo di ammodernamento del suo esercito dotandolo di armamenti pesanti in grado di debellare sul nascere i focolai antimperialisti. Tutti i tentativi di ribellione furono pertanto repressi in modo cruento, e i curdi pagarono col sangue quegli aneliti di patriottismo destinati al fallimento per la loro risibile efficacia sul piano sia strategico che d'impatto materiale.
Nei curdi non si era ancora sviluppata una coscienza nazionale, e soltanto verso la fine dell'Ottocento presero forma le prime organizzazioni mosse da fermenti nazionalisti che si prefiggevano lo scopo di intraprendere azioni soprattutto nel campo della politica per dare l'avvio al conseguimento dell'unità nazionale curda. Artefici di quelle associazioni erano i curdi di origine aristocratica che alimentavano le sparute file di intellettuali e quelle persone che avevano avuto l'opportunità di istruirsi frequentando le scuole tribali o quelle militari dell'impero ottomano. Nel 1898 questi autonomisti ebbero la possibilità di diffondere i loro ideali attraverso il primo giornale stampato in lingua curda, il "Kurdistan", nato quasi clandestinamente al Cairo sotto gli auspici della famiglia Bedir Khan. Quel foglio, che costituiva la prima seria minaccia all'assoluta dominazione turca sul popolo curdo, fu ferocemente osteggiato dalle autorità ottomane e dovette cambiare sede più volte per evitare la chiusura, trasferendosi addirittura per un certo periodo a Ginevra e a Londra.
Siamo ancora agli albori delle vere e proprie attività di massa condotte per incidere istituzionalmente sul futuro dei curdi, ma la volontà indipendentista si afferma con crescente vigore e le iniziative nazionaliste curde prolificano concretizzandosi in vari settori della vita sociale. Nasce la Società Mutua Assistenza e Progresso che pubblica anche un suo giornale, il "Hetav Kurd", il "Sole curdo" e nello stesso periodo prende corpo il primo comitato per la diffusione dell'istruzione in tutto il Kurdistan. Non si tratta ancora di veri e propri movimenti politici, la prima associazione degna di questo nome nasce in forma segreta nel 1910. Si chiama "Hivija Kurd", "Speranza curda" e due anni dopo riceve il crisma della legalità forse soltanto per una momentanea accondiscendenza del califfato che si trova in una condizione di debolezza.
Sul filo ancora tenue della speranza era sorta nel 1908 a Istanbul l'Associazione per l'elevazione e il progresso sociale dei curdi cui avevano preso parte due eminenti personaggi, il generale Sherif Pascià e il senatore Abad ul Qadir. Ma ad alimentare le speranze in direzione di una svolta risolutiva delle condizioni di sudditanza in cui il popolo curdo era costretto a vivere contribuì un evento imprevedibile, la rivoluzione dei Giovani Turchi. Il fatto si verificò nello stesso anno, il 1908, ed ebbe origine per la forte presa di posizione di un gruppo di giovani ufficiali appartenenti all'alta borghesia che avevano avuto modo di frequentare accademie militari europee assorbendo la mentalità occidentale improntata a ideali di liberalismo e autonomia nazionale.
Il loro intento era quello di arginare i gravi rischi di smembramento dell'impero con la trasformazione della Turchia in uno Stato costituzionale e moderno sensibile alle composite aspirazioni nazionaliste delle popolazioni sparse sul territorio, dagli arabi, agli armeni, ai siriani, ai curdi. Abdul Hamid, il sultano dell'epoca, aveva un concetto tutto privato sulla conduzione politica dell' impero e quando venne a conoscenza che nelle zone di Mossul, in territorio curdo, il sottosuolo era tutto un immenso giacimento di petrolio, si affrettò a varare una legge che assegnava quelle terre al suo personale controllo. Quel poco illuminato tiranno che minacciava di fomentare gli odii e le rivalità intestine con il rischio di far precipitare la Turchia in uno sfacelo inarrestabile fu fermato dai Giovani Turchi. La rivoluzione degli ufficiali progressisti ebbe un esito positivo e si concretizzò il 13 luglio 1908 con la sconfitta politica del sultano, che fu costretto a promulgare la Carta Costituzionale. A neppure un anno di distanza, il 27 aprile 1909, Abdul Hamid è costretto a ritirarsi dalla scena politica. Per i curdi tuttavia il "nuovo corso" non porta con sè i benefici effetti che le attese e le speranze avevano alimentato.
La casta militare turca, nel timore che le ondate di aspirazioni autonomiste travolgano la già precaria stabilità interna, pur evitando lo scontro diretto con il movimento indipendentista curdo, assume una posizione di netto contrasto attuando una serie di ritorsioni come la chiusura delle scuole curde e la messa al bando delle associazioni manifestamente nazionaliste, tenendo d'occhio i capi dei gruppi più numerosi e organizzati. E' in questo clima di incertezza e di stallo che i curdi si ritrovano alla vigilia della prima guerra mondiale, che cambierà radicalmente l'assetto geopolitico del Medio Oriente e del Kurdistan in particolare, ridimensionando drasticamente l'estensione territoriale dell'impero ottomano, destinato irrimediabilmente a scomparire.
Già prima dello scoppio della Grande Guerra, la rivoluzione industriale e l'ondata di progresso tecnologico che si erano sviluppate nel mondo occidentale, creando nuove esigenze energetiche e mutando profondamente il panorama sociale di molte nazioni europee, avevano convogliato gli interessi delle potenze del Vecchio Continente verso i ricchissimi giacimenti petroliferi scoperti nel Medio Oriente. L'ingerenza europea si era manifestata fin dai primi del Novecento con concessioni da parte del sultanato turco per l'estrazione del petrolio alla Germania e alla Gran Bretagna che nel 1912 aveva fondato la Turkish Petroleum Company. Il destino dei curdi, quanto mai nebuloso e in balìa di mille incognite, era già inesorabilmente segnato dalla presenza nel loro territorio d'origine di quelle inestimabili ricchezze contese da una schiera di oppressori preoccupati soltanto di garantirsi l'appropriazione delle immense fonti di benessere del Kurdistan, con buona pace delle rivendicazioni nazionaliste di quei montanari nomadi e retrogradi.
Allo scoppio della prima guerra mondiale la Turchia, dopo aver stipulato un trattato segreto di alleanza con la Germania per proteggersi da un eventuale attacco da parte russa, rimane in una posizione neutrale, ma il 29 ottobre 1914 entra fattivamente nell'orbita del conflitto a fianco degli austro-tedeschi in seguito a uno scontro nel Mar Nero con unità della flotta russa. Per i curdi si presenta l'opportunità di aderire all'appello del califfo Maometto V e di scendere in armi accanto all'esercito turco in appoggio all'alleato tedesco per far valere a guerra finita i loro diritti, ma le tribù sono divise e le popolazioni del Kurdistan meridionale e di Dersim non accettano di partecipare alla guerra, mentre alcune tribù del Nord preferiscono combattere al fianco dei russi schierandosi contro i turchi e il loro stessi fratelli che sono entrati a far parte delle forze ottomane. Alla fine del conflitto la Turchia, che siede al tavolo degli sconfitti, subisce l'inevitabile smembramento auspicato dagli
Un pastore curdo
Alleati anglo-francesi per spartirsi il controllo e lo sfruttamento dei pozzi petroliferi del Kurdistan. Nascono seppure in forma embrionale gli Stati dell'Iraq, della Siria, della Palestina, del Libano e della Transgiordania, inizialmente in forma di "mandati" posti sotto la tutela giuridica dei Paesi europei più evoluti con il compito di garantire la graduale indipendenza di quei popoli ritenuti al momento ancora incapaci di autogovernarsi da soli.
In realtà fin dal 1916 Francia e Inghilterra avevano stipulato un accordo sottobanco per spartirsi il controllo delle zone d'influenza, il Libano e la Siria ai francesi, l'Iraq agli inglesi. I curdi, che avevano sul proprio territorio il 70% del petrolio iracheno, rappresentavano per gli interessi della Corona britannica un ostacolo degno soltanto di essere messo a tacere, ma al tavolo delle trattative si sedette un illuminato idealista che era favorevole all'autodeterminazione delle etnie presenti in quel crogiuolo multinazionale formato dall'ex impero ottomano. Quello statista di prima grandezza era il presidente americano Thomas Woodrow Wilson, che riuscì a imporre le sue lungimiranti idee sul nuovo assetto politico mondiale, basato sui princìpi del liberalismo e della sovranità nazionale.
Quel documento sarebbe passato alla storia come " i 14 punti di Wilson" e fu ratificato nell'agosto del 1920 con il Trattato di Sèvres firmato da tutte le nazioni vincitrici. Il desiderio di autodeterminazione del popolo curdo rientrava nelle clausole del documento di Wilson, ma un evento imprevisto ne inficiò per sempre l'applicazione. I turchi, umiliati dalle condizioni stipulate al tavolo della pace nei loro confronti, che relegavano l'ex potenza imperiale ottomana al ruolo di protettorato sotto l'occupazione delle forze inglesi, francesi, italiane e greche, ordirono una rivolta capeggiata dal generale Mustafà Kemal Ataturk che riorganizzò l'esercito e inflisse un dura sconfitta ai greci che avevano occupato importanti punti strategici in Anatolia.
E forte di quel successo militare, il 29 ottobre 1923 Ataturk detronizzava il sultano creando la prima repubblica turca di cui si autonominò presidente, carica che mantenne fino alla sua morte, nel 1938. In virtù della nuova realtà politica turca il Trattato di Sèvres non potè essere applicato e fu giocoforza per gli Alleati stipularne uno nuovo che fu firmato a Losanna nel luglio 1923 da Francia, Inghilterra, Russia, Italia e naturalmente la Turchia. Il nuovo accordo accoglieva molte delle richieste avanzate dai turchi, tra cui la totale sovranità sugli stretti aperti tuttavia alle navi di ogni nazione e l'integrità territoriale della penisola.
In cambio Ataturk rinunciava agli altri territori precedentemente dominati dall'impero, la Siria, l'Iraq, il Libano, la Palestina, la Transgiordania e l'isola di Cipro. La questione curda fu risolta con l'accettazione da parte dei vincitori della convinzione turca secondo cui i curdi non erano per nulla diversi dai turchi e nonostante la differenza linguistica erano da considerarsi con essi una sola entità etnica, accomunati dalle stesse usanze e dalla medesima fede religiosa, l'islamismo. Quella "sentenza", ratificata nel 1925 dalla Società delle Nazioni, sancì definitivamente la divisione del Kurdistan fra Turchia, Iran, Iraq e Siria, e condannò il popolo curdo a vivere in condizioni di schiavitù sulla propria terra per sempre, in nome di "supremi" e più pressanti interessi legati allo sfruttamento delle immense risorse petrolifere da parte delle nazioni che si erano accaparrate il Kurdistan.
Soltanto per un brevissimo momento nell'arco della loro travagliata storia i curdi hanno avuto la ventura di raggiungere una parvenza di unità nazionale. Il 15 dicembre 1945, nasceva a Mahabad, in territorio iraniano, la Repubblica popolare curda sostenuta dall'Unione Sovietica e retta da un miniparlamento di soli 13 membri. Artefice del primo e unico staterello indipendente curdo, il generale Mustafà El Barzani, grande protagonista delle sollevazioni autonomiste curde, seguito poi dai suoi due figli. Presidente Gazi Muhammad, ucciso dopo l'ingloriosa fine, appena a un anno di distanza, del sogno nazionalista curdo per mano dei soldati iraniani.
L'Urss, che aveva ottenuto dal governo iraniano vantaggiose forniture di petrolio, aveva abbandonato i curdi al loro destino consentendo all'Iran di cancellare nel modo più sanguinoso quella illusoria parentesi di liberalismo curdo. Nel secondo dopoguerra, con il consolidamento delle sovanità nazionali di Iraq, Turchia, Siria, i curdi sono stati vittime di cruente repressioni nel corso di ben 22 tentativi di ribellione armata finiti tutti in un bagno di sangue. Decimati dai turchi, dagli iraniani sotto il regime integralista di Khomeini, dalle micidiali armi chimiche di Saddam Hussein nel 1987 e 1988, i curdi sono un popolo alla mercè di troppi feroci padroni, protagonisti di una tragedia senza fine e profughi che nessuna nazione vuole accogliere. I curdi, recita un antico detto, non hanno mai avuto un amico al mondo. Il peggiore nemico è la ricchezza che sgorga dalle viscere di una terra che è loro per diritto ancestrale ma che non riusciranno mai a possedere; e che ha trasformato venti milioni di uomini in un popolo di martiri da sacrificare sull'altare del più bieco egoismo. (2-FINE)

    indietro  sketch.jpg (274497 byte)                                  494                          JavaScript scaricato da HTML.it avanti