La tragica vicenda di una etnia
perseguitata fin da tempi remoti
I CURDI UN
POPOLO
A RISCHIO DI MORTE
IN NOME DEL PETROLIO
di GIAN PIERO PIAZZA
Due profughe
curde
Hanno la faccia grigia, gli occhi neri da cui
traspare un'indomita fierezza che neppure secoli di persecuzioni, abominevoli
massacri, emarginazione e indifferenza sulla loro sorte hanno potuto offuscare.
Da qualche settimana sono balzati alla ribalta della cronaca nostrana e del
mondo occidentale dopo gli sbarchi sulle coste pugliesi, disperato e non ultimo
approdo di un'odissea in cui hanno assunto l'indesiderato ruolo di scomodi
protagonisti, capaci soltanto di acuire con la loro pacifica invasione lo
spinoso problema dell'ondata migratoria di profughi extracomunitari nel nostro
Paese. Eppure loro, i curdi, a differenza degli albanesi e dei nordafricani che
cercano in Italia il miraggio di un improbabile benessere e una nuova patria
adottiva, hanno imboccato il difficile cammino della clandestinità unicamente
per sfuggire a un tragico destino e proseguire oltre frontiera, diretti in
Francia e in Germania, la loro fuga da un inferno che non sembra avere fine.
Sono giunti stremati dopo settimane di peregrinazioni su autocarri di fortuna
che attraverso strade impervie li hanno condotti dalla Turchia fino al porto
greco di Patrasso e da lì, ammassati su precarie carrette del mare, hanno
intrapreso il viaggio della speranza con "scalo tecnico" sulle coste
albanesi per essere derubati dei loro pochi oggetti di valore dalle bande di
predoni locali. Ma i soprusi, le angherie e le nefandezze di cui questi curdi
fuggiaschi sono stati vittime sono davvero ben poca cosa, se confrontati a
quello che i loro fratelli hanno dovuto subire in casa propria in quest'ultimo
secolo da parte delle nazioni che si sono divise la zona geografica in cui è
fiorita e si è sviluppata la civiltà contadina di un popolo dimenticato da
tutti. La Turchia, l'Iraq, l'Iran e la Siria sono infatti da decenni gli
incontrastati padroni di un territorio, il Kurdistan, in cui i curdi hanno
perduto il diritto di cittadinanza, piegati alle leggi discriminatorie e
schiavizzati da feroci e tirannici regimi i che si sono accaparrati le immense
ricchezze minerarie del sottosuolo, i giacimenti di cromo e di petrolio. RAPINATI DAI VICINI Sono risorse che
rappresentano una manna pressoché senza fine, una fonte miracolosa di benessere
da cui i naturali possessori sono stati esclusi. La storia dei curdi, fin dai
tempi più bui, è stata condizionata da una serie di dominazioni che hanno
avuto, seppure in misure diverse, il comune denominatore delle sistematiche
persecuzioni finalizzate a relegare questo popolo in una situazione di brutale
sudditanza per privarlo di ogni velleità di sviluppo ed emancipazione. Il
Kurdistan, la regione geografica in cui i curdi abitano o hanno abitato fin
dall'antichità, è un territorio di mezzo milione di chilometri quadrati senza
sbocco al mare, in prevalenza montuoso, con catene di montagne per la maggior
parte brulle le cui vette raggiungono i cinquemila metri d'altitudine.
Le condizioni climatiche e la conformazione del terreno hanno forzatamente
indirizzato i curdi verso l'unica attività consentita, la pastorizia, che li ha
costretti a condurre una vita nomade legata alla transumanza del bestiame in
cerca di pascoli. Un sistema di vita primitivo e arretrato che nel corso dei
secoli non è cambiato, dal momento che tutte le risorse naturali di cui il
territorio abbonda sono finite nelle mani dei Paesi che si sono divisi
l'opulenta torta del Kurdistan, costringendo il popolo curdo a vegetare nella
povertà e nel sottosviluppo. Quel "posto al sole" che è diventato
dai primi anni del secolo un paradiso di ricchezze per chi ne sfrutta gli
immensi giacimenti, era considerato nell'antichità la "mezza luna"
fertile del Medio Oriente. A sud del Kurdistan, in territorio iracheno, c'è la
depressione delimitata dal Tigri e dall'Eufrate, i due fiumi che secondo la
credenza biblica erano i confini naturali della valle dell'Eden, quel Paradiso
Terrestre dove Adamo ed Eva vissero nella primordiale beatitudine bruscamente
interrotta dal morso peccaminoso a una mela. Lo stesso territorio in cui oltre
sette millenni fa sorsero i primi centri abitati che diedero origine alle civiltà
mesopotamiche, quella degli assiri e dei babilonesi, e in seguito dei curdi
stessi. LONTANISSIME ORIGINI Che gli antenati
dei curdi fossero i diretti discendenti di Noè è un'ipotesi suggestiva che
trova la mistica conferma nei testi sacri dell'Antico Testamento. L'Arca di Noè,
dopo il diluvio, si sarebbe arenata sul Monte Ararat, in una zona non lontana
dal Kurdistan. Non è certo che i curdi siano davvero i diretti discendenti
degli antichissimi abitanti della Mesopotamia, tuttavia quel popolo viene citato
per la prima volta nel 401 a.C. da Senofonte. Nell'Anabasi, in cui lo storico
ateniese racconta la disfatta dei diecimila greci e la loro ritirata dalla
Persia cui egli partecipa personalmente, si fa cenno all'incontro dei fuggitivi
con un popolo di montanari abili nell'arte di guerreggiare e di districarsi in
quella regione poco praticabile chiamati Karduchi.
Per l'assonanza del nome, e per il fatto che ancora oggi molti villaggi del
Kurdistan hanno il toponimo con la radice Kard, era nata appunto la convinzione
che i curdi fossero strettamente imparentati con quelle tribù autoctone di
montanari, ma l'ipotesi più attendibile circa la loro origine si rifà alla
leggenda secondo cui quel ceppo etnico avrebbe avuto come progenitori una coppia
di giovani costretti a trovare rifugio fra le montagne per sfuggire alle
persecuzioni di un feroce imperatore persiano, che aveva l'abitudine di
sacrificare vite umane da dare in pasto a due mostruose divinità. I curdi,
dunque, deriverebbero da antenati di origine iranica, quindi indoeuropea, e nei
primi secoli della loro esistenza vissero appartati, liberi e indipendenti fra
le loro montagne, praticando un culto che si ispirava alla religione monoteista
persiana, il mazdeismo, fondato da Zaratustra, e sviluppando una lingua autonoma
di ceppo iranico e pertanto anch'essa indoeuropea. Ma già a partire dai primi
secoli dopo Cristo i curdi subiscono l'invasione araba che li coinvolge in un
progressivo processo di islamizzazione. La forzata conversione religiosa che
s'impone in tutto il Kurdistan è quella musulmana sunnita, una tiepida
professione di fede molto distante dall'intransigenza dei fondamentalisti
islamici. Ma l'imposizione del nuovo credo non si tramuta in un passaggio
indolore per tutti i curdi.
Un villaggio
curdo
DECIMATI A MIGLIAIA Gli arabi, per
certi versi tolleranti nei confronti del popolo assoggettato, non transigono di
fronte alla resistenza di alcune tribù delle montagne ad abbracciare
supinamente la religione di Maometto e nel VII secolo dopo Cristo, a pochi anni
dalla morte del profeta, infieriscono barbaramente contro gli
"eretici" curdi decimando migliaia di famiglie. E' questa, per i
curdi, la prima sanguinosa repressione della loro travagliata vicenda storica,
un massacro che sarà soltanto il preambolo alle tante, successive cruente
ritorsioni perpetrate ai loro danni. Pastori per naturale inclinazione e
guerrieri per forza sotto le bandiere degli alterni invasori, i curdi, nel
processo d'integrazione non solo religiosa con i dominatori arabi, fornirono
all'oppressore anche personaggi che divennero eminenti protagonisti sul campo di
battaglia, in quello delle arti e della pubblica amministrazione e perfino ai
massimi vertici del potere.
Negli anni in cui si svilupparono numerosi regni musulmani autonomi, quello
retto da Saladino assume un'importanza particolare nella tradizione curda.
L'uomo che passò alla storia per la sua "ferocia" e per l'illuminata
politica, ma soprattutto per avere sconfitto i crociati in Palestina e
riconquistato Gerusalemme, era di stirpe curda. Nato a Takrit nel 1138, Salah ad
din Ayubbi, nome per esteso di colui che divenne storicamente noto con
l'appellativo di Saladino, visse gli anni giovanili in Siria dove a Damasco ebbe
modo di affinare le sue doti di condottiero e di fine diplomatico, mettendosi in
luce alla corte del sultano Nur ad Din. Mandato in Egitto per sedare una
ribellione di cortigiani che contestavano l'autorità de califfo, riuscì
brillantemente nell'impresa, ma invece di limitarsi a riconquistare la regione
in nome di Bagdad, l'allora capitale del califfato arabo, si autoproclama
sultano d'Egitto e fonda una propria dinastia che controlla un vastissimo
territorio esteso alla Siria, la Palestina, la Cirenaica, la Nubia e lo Yemen.
Da quel momento Saladino dedica tutte le sue energie alla guerra contro i
crociati che sconfigge nell'epica battaglia di Hittin, sulle rive del lago
Tiberiade, nel 1187. SALADINO, L'EROE CURDO Alla corte di
Saladino e tra le file del suo esercito i curdi hanno modo di distinguersi e di
occupare posizioni di rilievo, ma la legittima aspirazione di creare un regno
specificamente curdo è resa dai superiori interessi dell'islamizzazione di
tutto il Medio Oriente. Saladino muore a Damasco nel 1193 e la sua fama lascerà
tracce indelebili nella storiografia e nella letteratura occidentale, che ne
esalteranno lo spirito cavalleresco e la magnificenza, oltre che la tolleranza
religiosa nei confronti dei crociati sconfitti. Gerusalemme per suo volere
rimane aperta ai pellegrini e alle minoranze che professano la religione
cristiana. Il magnifico sultano curdo sarà consacrato alla posterità
nientedimeno che dal nostro sommo poeta Dante, che nella Divina Commedia lo
colloca nel Limbo fra gli spiriti magni esenti da peccato.
Saladino in tempi molto più recenti è stato tuttavia celebrato anche in forma
prosaica diventando un personaggio famoso e ambitissimo presso la gioventù
italiana sotto il regime fascista. La sua millantata "ferocia" fece
impazzire milioni di ragazzini per la rarità della figurina che effigiava
appunto il "Feroce Saladino", indispensabile per completare la
raccolta a premi lanciata con straordinario successo nel 1935 dalla Liebig.
Quella ricercatissima figurina divenne un'ossessione nazionale e arricchì i
fortunati collezionisti che ebbero la ventura di possederne un doppione, ceduto
dopo concitate contrattazioni al miglior offerente per somme da capogiro. La
scomparsa di Saladino coincide con un'epoca infausta per i curdi. Il califfato
arabo era uscito malconcio dall'invasione dei turchi islamizzati, i Selgiuchidi,
che inaugurano il periodo delle scorribande delle orde provenienti dall'Asia
centrale. Particolarmente funesta si rivela l'invasione mongola del 1258 che
costa la vita a centinaia di migliaia di uomini. I curdi non sfuggono al
massacro e ai saccheggi delle truppe mongole e alcune tribù, per sfuggire alla
carneficina, preferiscono imboccare la via dell'esilio e rifugiarsi in Siria, in
Egitto e persino in terra algerina. All'inizio del 1500 il Kurdistan diventa
terra di conquista fra due opposti contendenti, l'impero persiano e quello turco
ottomano, rivali anche sul piano religioso: i persiani professano il credo
sciita mentre i turchi quello sunnita.
Una tribù alla
ricerca di un accampamento
UNA SVOLTA CRUDELE Quando nel 1514 il
sultano ottomano Selim I, diventato celebre con il soprannome di Crudele,
sconfigge i persiani a Cialdiran, i curdi sono posti di fronte a una scelta
obbligata e si schierano per la maggior parte con il vincitore soprattutto in
virtù di una fedeltà religiosa che da secoli li accomunava ai sunniti. Per il
Kurdistan comincia un periodo di sudditanza pressochè globale verso l'impero
ottomano, caratterizzato tuttavia nell'Ottocento da una serie di rivolte
condotte dai curdi in nome di un'autonomia che perseguono nei momenti di
maggiore difficoltà del dominatore turco, senza mai riuscire compiutamente nel
loro intento. La profonda, crudele svolta che inciderà tragicamente sul destino
dei curdi si affaccia con l'inizio del ventesimo secolo e negli anni
immediatamente successivi alla fine della prima guerra mondiale, quando
l'assetto geopolitico del Medio Oriente e del Kurdistan in particolare subirà
una radicale trasformazione e trascinerà il popolo curdo nell'abisso delle più
disumane e crudeli repressioni le cui dimensioni sfioreranno quelle del
genocidio. E' l'argomento che tratteremo nella prossima puntata. ( 1 -
CONTINUA )
La storia di un popolo che combatte
da sempre una guerra
massacrante per inseguire
la chimera dell'autodeterminazione (2)
I CURDI: VENTI MILIONI
DI VITTIME DESIGNATE
di GIAN PIERO PIAZZA
Guerriglieri
curdi
Padrona incontrastata per secoli del Kurdistan, la Turchia, che fino alla
vigilia della prima guerra mondiale dominava con il suo impero un territorio
troppo esteso per essere facilmente controllabile, era diventata un colosso
traballante scosso da mille fermenti autonomisti, cui non erano estranei i
tentativi indipendentisti curdi, che per tutto l'Ottocento erano sorti in forma
spontanea e scoordinata ad opera di singoli gruppi o tribù, spesso in contrasto
fra di loro. L'inconsistenza e la disorganizzazione di quelle sparute frange di
rivoltosi non poteva impensierire le forze militari dell'impero ottomano, che
fin dal Settecento aveva perseguito un poderoso processo di ammodernamento del
suo esercito dotandolo di armamenti pesanti in grado di debellare sul nascere i
focolai antimperialisti. Tutti i tentativi di ribellione furono pertanto
repressi in modo cruento, e i curdi pagarono col sangue quegli aneliti di
patriottismo destinati al fallimento per la loro risibile efficacia sul piano
sia strategico che d'impatto materiale.
Nei curdi non si era ancora sviluppata una coscienza nazionale, e soltanto verso
la fine dell'Ottocento presero forma le prime organizzazioni mosse da fermenti
nazionalisti che si prefiggevano lo scopo di intraprendere azioni soprattutto
nel campo della politica per dare l'avvio al conseguimento dell'unità nazionale
curda. Artefici di quelle associazioni erano i curdi di origine aristocratica
che alimentavano le sparute file di intellettuali e quelle persone che avevano
avuto l'opportunità di istruirsi frequentando le scuole tribali o quelle
militari dell'impero ottomano. Nel 1898 questi autonomisti ebbero la possibilità
di diffondere i loro ideali attraverso il primo giornale stampato in lingua
curda, il "Kurdistan", nato quasi clandestinamente al Cairo sotto gli
auspici della famiglia Bedir Khan. Quel foglio, che costituiva la prima seria
minaccia all'assoluta dominazione turca sul popolo curdo, fu ferocemente
osteggiato dalle autorità ottomane e dovette cambiare sede più volte per
evitare la chiusura, trasferendosi addirittura per un certo periodo a Ginevra e
a Londra. Siamo ancora agli albori delle vere e
proprie attività di massa condotte per incidere istituzionalmente sul futuro
dei curdi, ma la volontà indipendentista si afferma con crescente vigore e le
iniziative nazionaliste curde prolificano concretizzandosi in vari settori della
vita sociale. Nasce la Società Mutua Assistenza e Progresso che pubblica anche
un suo giornale, il "Hetav Kurd", il "Sole curdo" e nello
stesso periodo prende corpo il primo comitato per la diffusione dell'istruzione
in tutto il Kurdistan. Non si tratta ancora di veri e propri movimenti politici,
la prima associazione degna di questo nome nasce in forma segreta nel 1910. Si
chiama "Hivija Kurd", "Speranza curda" e due anni dopo
riceve il crisma della legalità forse soltanto per una momentanea
accondiscendenza del califfato che si trova in una condizione di debolezza.
Sul filo ancora tenue della speranza era sorta nel 1908 a Istanbul
l'Associazione per l'elevazione e il progresso sociale dei curdi cui avevano
preso parte due eminenti personaggi, il generale Sherif Pascià e il senatore
Abad ul Qadir. Ma ad alimentare le speranze in direzione di una svolta
risolutiva delle condizioni di sudditanza in cui il popolo curdo era costretto a
vivere contribuì un evento imprevedibile, la rivoluzione dei Giovani Turchi. Il
fatto si verificò nello stesso anno, il 1908, ed ebbe origine per la forte
presa di posizione di un gruppo di giovani ufficiali appartenenti all'alta
borghesia che avevano avuto modo di frequentare accademie militari europee
assorbendo la mentalità occidentale improntata a ideali di liberalismo e
autonomia nazionale. Il loro intento era quello di arginare
i gravi rischi di smembramento dell'impero con la trasformazione della Turchia
in uno Stato costituzionale e moderno sensibile alle composite aspirazioni
nazionaliste delle popolazioni sparse sul territorio, dagli arabi, agli armeni,
ai siriani, ai curdi. Abdul Hamid, il sultano dell'epoca, aveva un concetto
tutto privato sulla conduzione politica dell' impero e quando venne a conoscenza
che nelle zone di Mossul, in territorio curdo, il sottosuolo era tutto un
immenso giacimento di petrolio, si affrettò a varare una legge che assegnava
quelle terre al suo personale controllo. Quel poco illuminato tiranno che
minacciava di fomentare gli odii e le rivalità intestine con il rischio di far
precipitare la Turchia in uno sfacelo inarrestabile fu fermato dai Giovani
Turchi. La rivoluzione degli ufficiali progressisti ebbe un esito positivo e si
concretizzò il 13 luglio 1908 con la sconfitta politica del sultano, che fu
costretto a promulgare la Carta Costituzionale. A neppure un anno di distanza,
il 27 aprile 1909, Abdul Hamid è costretto a ritirarsi dalla scena politica.
Per i curdi tuttavia il "nuovo corso" non porta con sè i benefici
effetti che le attese e le speranze avevano alimentato. La casta militare turca, nel timore
che le ondate di aspirazioni autonomiste travolgano la già precaria stabilità
interna, pur evitando lo scontro diretto con il movimento indipendentista curdo,
assume una posizione di netto contrasto attuando una serie di ritorsioni come la
chiusura delle scuole curde e la messa al bando delle associazioni
manifestamente nazionaliste, tenendo d'occhio i capi dei gruppi più numerosi e
organizzati. E' in questo clima di incertezza e di stallo che i curdi si
ritrovano alla vigilia della prima guerra mondiale, che cambierà radicalmente
l'assetto geopolitico del Medio Oriente e del Kurdistan in particolare,
ridimensionando drasticamente l'estensione territoriale dell'impero ottomano,
destinato irrimediabilmente a scomparire.
Già prima dello scoppio della Grande Guerra, la rivoluzione industriale e
l'ondata di progresso tecnologico che si erano sviluppate nel mondo occidentale,
creando nuove esigenze energetiche e mutando profondamente il panorama sociale
di molte nazioni europee, avevano convogliato gli interessi delle potenze del
Vecchio Continente verso i ricchissimi giacimenti petroliferi scoperti nel Medio
Oriente. L'ingerenza europea si era manifestata fin dai primi del Novecento con
concessioni da parte del sultanato turco per l'estrazione del petrolio alla
Germania e alla Gran Bretagna che nel 1912 aveva fondato la Turkish Petroleum
Company. Il destino dei curdi, quanto mai nebuloso e in balìa di mille
incognite, era già inesorabilmente segnato dalla presenza nel loro territorio
d'origine di quelle inestimabili ricchezze contese da una schiera di oppressori
preoccupati soltanto di garantirsi l'appropriazione delle immense fonti di
benessere del Kurdistan, con buona pace delle rivendicazioni nazionaliste di
quei montanari nomadi e retrogradi. Allo scoppio della prima guerra
mondiale la Turchia, dopo aver stipulato un trattato segreto di alleanza con la
Germania per proteggersi da un eventuale attacco da parte russa, rimane in una
posizione neutrale, ma il 29 ottobre 1914 entra fattivamente nell'orbita del
conflitto a fianco degli austro-tedeschi in seguito a uno scontro nel Mar Nero
con unità della flotta russa. Per i curdi si presenta l'opportunità di aderire
all'appello del califfo Maometto V e di scendere in armi accanto all'esercito
turco in appoggio all'alleato tedesco per far valere a guerra finita i loro
diritti, ma le tribù sono divise e le popolazioni del Kurdistan meridionale e
di Dersim non accettano di partecipare alla guerra, mentre alcune tribù del
Nord preferiscono combattere al fianco dei russi schierandosi contro i turchi e
il loro stessi fratelli che sono entrati a far parte delle forze ottomane. Alla
fine del conflitto la Turchia, che siede al tavolo degli sconfitti, subisce
l'inevitabile smembramento auspicato dagli
Un pastore curdo
Alleati anglo-francesi per spartirsi il controllo e lo sfruttamento dei pozzi
petroliferi del Kurdistan. Nascono seppure in forma embrionale gli Stati
dell'Iraq, della Siria, della Palestina, del Libano e della Transgiordania,
inizialmente in forma di "mandati" posti sotto la tutela giuridica dei
Paesi europei più evoluti con il compito di garantire la graduale indipendenza
di quei popoli ritenuti al momento ancora incapaci di autogovernarsi da soli.
In realtà fin dal 1916 Francia e Inghilterra avevano stipulato un accordo
sottobanco per spartirsi il controllo delle zone d'influenza, il Libano e la
Siria ai francesi, l'Iraq agli inglesi. I curdi, che avevano sul proprio
territorio il 70% del petrolio iracheno, rappresentavano per gli interessi della
Corona britannica un ostacolo degno soltanto di essere messo a tacere, ma al
tavolo delle trattative si sedette un illuminato idealista che era favorevole
all'autodeterminazione delle etnie presenti in quel crogiuolo multinazionale
formato dall'ex impero ottomano. Quello statista di prima grandezza era il
presidente americano Thomas Woodrow Wilson, che riuscì a imporre le sue
lungimiranti idee sul nuovo assetto politico mondiale, basato sui princìpi del
liberalismo e della sovranità nazionale. Quel documento sarebbe passato alla
storia come " i 14 punti di Wilson" e fu ratificato nell'agosto del
1920 con il Trattato di Sèvres firmato da tutte le nazioni vincitrici. Il
desiderio di autodeterminazione del popolo curdo rientrava nelle clausole del
documento di Wilson, ma un evento imprevisto ne inficiò per sempre
l'applicazione. I turchi, umiliati dalle condizioni stipulate al tavolo della
pace nei loro confronti, che relegavano l'ex potenza imperiale ottomana al ruolo
di protettorato sotto l'occupazione delle forze inglesi, francesi, italiane e
greche, ordirono una rivolta capeggiata dal generale Mustafà Kemal Ataturk che
riorganizzò l'esercito e inflisse un dura sconfitta ai greci che avevano
occupato importanti punti strategici in Anatolia.
E forte di quel successo militare, il 29 ottobre 1923 Ataturk detronizzava il
sultano creando la prima repubblica turca di cui si autonominò presidente,
carica che mantenne fino alla sua morte, nel 1938. In virtù della nuova realtà
politica turca il Trattato di Sèvres non potè essere applicato e fu giocoforza
per gli Alleati stipularne uno nuovo che fu firmato a Losanna nel luglio 1923 da
Francia, Inghilterra, Russia, Italia e naturalmente la Turchia. Il nuovo accordo
accoglieva molte delle richieste avanzate dai turchi, tra cui la totale sovranità
sugli stretti aperti tuttavia alle navi di ogni nazione e l'integrità
territoriale della penisola. In cambio Ataturk rinunciava agli
altri territori precedentemente dominati dall'impero, la Siria, l'Iraq, il
Libano, la Palestina, la Transgiordania e l'isola di Cipro. La questione curda
fu risolta con l'accettazione da parte dei vincitori della convinzione turca
secondo cui i curdi non erano per nulla diversi dai turchi e nonostante la
differenza linguistica erano da considerarsi con essi una sola entità etnica,
accomunati dalle stesse usanze e dalla medesima fede religiosa, l'islamismo.
Quella "sentenza", ratificata nel 1925 dalla Società delle Nazioni,
sancì definitivamente la divisione del Kurdistan fra Turchia, Iran, Iraq e
Siria, e condannò il popolo curdo a vivere in condizioni di schiavitù sulla
propria terra per sempre, in nome di "supremi" e più pressanti
interessi legati allo sfruttamento delle immense risorse petrolifere da parte
delle nazioni che si erano accaparrate il Kurdistan.
Soltanto per un brevissimo momento nell'arco della loro travagliata storia i
curdi hanno avuto la ventura di raggiungere una parvenza di unità nazionale. Il
15 dicembre 1945, nasceva a Mahabad, in territorio iraniano, la Repubblica
popolare curda sostenuta dall'Unione Sovietica e retta da un miniparlamento di
soli 13 membri. Artefice del primo e unico staterello indipendente curdo, il
generale Mustafà El Barzani, grande protagonista delle sollevazioni autonomiste
curde, seguito poi dai suoi due figli. Presidente Gazi Muhammad, ucciso dopo
l'ingloriosa fine, appena a un anno di distanza, del sogno nazionalista curdo
per mano dei soldati iraniani. L'Urss, che aveva ottenuto dal governo
iraniano vantaggiose forniture di petrolio, aveva abbandonato i curdi al loro
destino consentendo all'Iran di cancellare nel modo più sanguinoso quella
illusoria parentesi di liberalismo curdo. Nel secondo dopoguerra, con il
consolidamento delle sovanità nazionali di Iraq, Turchia, Siria, i curdi sono
stati vittime di cruente repressioni nel corso di ben 22 tentativi di ribellione
armata finiti tutti in un bagno di sangue. Decimati dai turchi, dagli iraniani
sotto il regime integralista di Khomeini, dalle micidiali armi chimiche di
Saddam Hussein nel 1987 e 1988, i curdi sono un popolo alla mercè di troppi
feroci padroni, protagonisti di una tragedia senza fine e profughi che nessuna
nazione vuole accogliere. I curdi, recita un antico detto, non hanno mai avuto
un amico al mondo. Il peggiore nemico è la ricchezza che sgorga dalle viscere
di una terra che è loro per diritto ancestrale ma che non riusciranno mai a
possedere; e che ha trasformato venti milioni di uomini in un popolo di martiri
da sacrificare sull'altare del più bieco egoismo. (2-FINE)