Altra candidatura eccellente
Un'altra candidatura eccellente per IDV,Carlo Vulpio
è il giornalista che ha svelato i retroscena di Why not e che recentemente è
stato rimosso dall'incarico dal direttore del suo giornale per aver fatto
i nomi eccellenti coinvolti.
E' consolante vedere candidature di persone che non hanno seguito l'onda
anomala e che si sono distinte per fedeltà al proprio lavoro e alla
verità,l'altro candidato indipendente per IDV dovrebbe essere Sonia Alfano.
Qualcuno sa qualcosa?E' passato quasi un anno da quando è uscita questa
notizia:
| Brogli elettorali |
|
Voto di scambio all'estero
|
Qui altri
articoli sull'argomento
Beh,se qualcuno non si inventerà un controllo elettorale plausibile
tutto può essere vero e questi sondaggi ancora di più.
Se la magistratura non ha nessun compito di controllo, come è accertato, per
quale motivo chi ha la possibilita' di imbrogliare e ha a disposizione un
sistema semplicissimo da usare come quello informatico non dovrebbe
farlo,soprattutto se ha dei compari nell'opposizione?
Da :http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/03/18/159203-berlusconi_gradimento.shtml
Roma, 18 marzo 2009 - Ai parlamentari del Pdl riuniti a Palazzo Grazioli il premier Silvio Berlusconi ha letto i dati di un sondaggio Euromedia Research che vedrebbe il suo personale gradimento al 65%, mentre quello per il governo al 55,2%. Secondo il premier alle Europee ci sarà una vittoria schiacciante per il Pdl che, se sommato con la Lega, supera il 51% delle preferenze. I dati del sondaggio citato vedrebbero il Pdl al 42,1%, la Lega al 9,1% e il Pd al 22,5%. A completare il quadro, Berlusconi ha fornito poi i dati riguardanti anche l’Italia dei valori (7,5%), della Sinistra arcobaleno (4,6%) e dell’Udc (5,5%).
L'inganno globale sta nel pensare che chi non reagisce all'arroganza di un
premier che si permette qualsiasi cosa e qualsiasi affermazione,compresa la
democrazia del Taxi, possa essere diverso.
Una simile arroganza non avrebbe spazio se non ci fossero intenti comuni e
questi, gia nominati ,potrebbero essere fra i tanti:
Da :http://www.ilconsapevole.it/articolo.php?id=8357
.......................................
Ma Bankitalia garantisce il valore delle banconote, le copre con oro,
le cambia in oro se mi presento a un suo sportello… quindi è giusto che lo
Stato, noi, gliele paghiamo.
Questa è la menzogna che si fa credere alla gente e agli imprenditori,
per coprire i traffici incostituzionali con cui si derubano i lavoratori, i
risparmiatori, i pensionati, i contribuenti. Bankitalia non copre e non
garantisce affatto le sue banconote. Né lo fa la BCE o la Federal Reserve Bank
Corporation col Dollaro. E non le converte in oro. Si limita a stamparle, a
stampare pezzi di carta, e a farseli pagare dallo Stato, ossia da noi, dai
contribuenti, mille volte il costo di stampa, in modo da guadagnare enormemente
a nostre spese, senza produrre alcunché, sottraendo alla gente potere
d’acquisto. Ci si chiede dov’è andato il potere d’acquisto che abbiamo
perso nel passaggio all’Euro. Ebbene, è andato nelle tasche dei soci delle
banche che emettono l’Euro.
Mi scusi, ma se non è la banca di emissione a garantire il valore della
moneta, chi lo garantisce?
Era vero fino agli anni ’20 del secolo scorso. La copertura aurea non
serve e non si usa da decenni. Oramai tutti sanno che il valore della moneta è
dato dalla produzione e scambio dei beni e dei servizi – dalla forza
dell’economia. Dal lavoro, ultimamente, e dal consumo. Ossia, il valore della
moneta, dell’Euro per esempio, dipende dal lavoro e dal consumo della gente,
del popolo che lo usa. Ecco perché è ingiustificato che lo Stato paghi il
valore della moneta alla Banca d’Italia, che la emette. Bankitalia si limita a
stampare la carta, le banconote. Il valore glielo diamo noi. Però, attraverso
lo Stato e le tasse, i proprietari di Bankitalia ci costringono a pagarlo a
loro.
Però la Banca d’Italia è dello Stato, quindi i suoi profitti
rimangono allo Stato, o no?
No. In violazione dell’art. 3 del proprio statuto, Bankitalia è proprietà di
banche private e assicurazioni private al 95%; solo il 5% è dell’Inps. In
testa le Assicurazioni Generali col 44%. I profitti dovrebbero essere
‘girati’ quasi interamente allo Stato, ma non risultano come attivo in
bilancio, perché vengono pareggiati mediante l’iscrizione al passivo del
valore della moneta circolante (ciò vale anche per la BCE), come se la banca
emittente fosse tenuta a cambiare la moneta in oro a richiesta del portatore, ma
ciò non è più, dal 1929 circa. Quindi i profitti non vengono girati allo
Stato.
E dove finiscono?
Il presidente del Comitato di
Liberazione Monetaria, ing. Argo Fedrigo, ha ripetutamente mostrato in
televisione la dichiarazione di una banca delle Cayman Islands, che indicava di
tenere presso di sé due conti segreti della Banca d’Italia. Fedrigo sostiene
che quello sia uno dei canali di esportazione dei suoi profitti. Ha esortato la
Magistratura a indagare e si è messo a disposizione. Ma esistono molti canali
per far sparire e riapparire i soldi intorno al mondo: le indagini su
Clearstream ed Euroclear avevano iniziato a farli ‘emergere’. Tra parentesi:
i soldi della mafia, del narcotraffico, dei mercanti d’armi, delle tangenti,
non circolano certo per le banche normali. Esistono servizi appositi in paradisi
bancari esenti da ogni indagine. Quando i governanti ci raccontano che certe
norme sulla trasparenza bancaria sono necessarie per combattere il riciclaggio
del denaro sporco della mafia, mentono – sanno benissimo che non è là che si
ricicla il grande denaro sporco. Lo scopo di quelle norme è quello di spiare il
patrimonio del cittadino per spolparlo meglio, in favore dei proprietari di
Bankitalia.
Ancora un punto: è illegale che Bankitalia sia di proprietà privata, perché
l’art. 3 del suo Statuto stabilisce che essa deve essere di proprietà
pubblica almeno al 51%, e che le sue quote possono essere cedute solo a enti
pubblici. Ebbene, quando l’Iri ha privatizzato le tre banche di interesse
nazionale, proprietarie di quote di Bankitalia (Bnl, Comit e Crit), ha lasciato
che queste quote finissero in mano di privati. Anzi, ultimamente la Bnl è stata
comperata da Paris Bas, una banca francese – la quale, come prima mossa, ha
chiuso la direzione centrale della Bnl a Roma. Ora comanda Parigi.
Chi era presidente dell’Iri al tempo di quelle privatizzazioni?
Romano Prodi.
Quindi non c’è da sperare che il Governo Prodi cerchi di porre
rimedio a quegli ‘errori’, che cerchi di recuperare la sovranità monetaria,
tutte quelle centinaia di miliardi, che nazionalizzi Bankitalia…
Matematicamente impossibile. Infatti, ha immediatamente arrestato il
processo di nazionalizzazione avviato con la riforma fatta dal governo
precedente e ha fatto molte altre cose per le banche e contro la gente, contro i
lavoratori, soprattutto. Il Governo Prodi, in effetti, è un governo di alti
esponenti delle banche d’affari internazionali, della Goldman-Sachs in
particolare. Vuole che scenda nei dettagli biografici dei vari personaggi?
........................................................................................
Neanche
questo governo ha applicato però la legge sul risparmio( il ritorno delle
quote dalle banche private alla Banca d'Italia entro il 2008) ,quindi si
trattava di un contentino tanto per tacitare gli scandali.
Le indagini della Forleo comunque non erano unilaterali...
Da :www. genovaweb.org
Ecco un nuovo attacco a Clementina Forleo,
responsabile di non
aver chiuso gli occhi davanti ai potenti diessini nelle loro scalate con
Unipol. Intanto vi invitiamo a rileggere le Ordinanze sulle scalate
che abbiamo pubblicato integralmente.
[
Scalata
Antonveneta da
parte di BPL
Scalata
BNL da parte
di UNIPOL ]
E vi invitiamo alla mobilitazione civile per la difesa dell'autonomia e
indipendenza della Magistratura, nuovamente sotto attacco!
Leggete anche l'ultimo post di Beppe Grillo, clicca
qui
Da :
Carlo
Vulpio.it
PRIMO
PIANO: Censura al “Corriere” e altri yesmen
Non ci sono martiri, né eroi in questa storia.
E non c’è nemmeno un Humphrey Bogart che dica: “E’ la
stampa, bellezza”. Ci sono soltanto giornali e giornalisti. Fatti della vita,
che spesso sono fatti scandalosi, e modi diversi di raccontarli. Poteri forti e
uomini deboli.
Come forse qualcuno già sa, per il mio giornale, il Corriere
della Sera, mi sono occupato per quasi due anni delle inchieste Poseidone, Why
Not e Toghe Lucane dell’ex pm di Catanzaro, Luigi de Magistris, e delle
disavventure, chiamiamole così, di Clementina Forleo, da quando l’ex gip di
Milano ha cominciato a occuparsi delle scalate bancarie illegali
Unipol-Bnl-Antoveneta-Rcs.
Su queste cose, e su altre molto simili, ho scritto anche un
libro, “Roba Nostra” (il Saggiatore), in cui si narra di una Nuova
Tangentopoli italiana: il primo punto fermo sul quale si basa questa
riflessione.
Molti, a destra e a sinistra, naturalmente interessati a
smontare sia il contenuto di queste inchieste, senza conoscerle né discuterle,
sia l’idea stessa che possa esserci una Nuova Tangentopoli hanno di volta in
volta cercato di liquidare le une e l’altra. Come un rigurgito di
giustizialismo, come l’irresistibile mania di protagonismo dei soliti
magistrati in cerca di autore, o come l’insopprimibile desiderio di riattivare
quel circolo (definito sarcasticamente anche circo) mediatico-giudiziario che
porta certe notizie fin sui giornali (ma guarda un po’). Insomma, tutto
l’armamentario propagandistico che di fronte a un problema serio sposta sempre
il problema un po’ più in là per parlar d’altro e rovesciare le parti. Così
il problema, il “caso”, per tornare a noi, sono diventati de Magistris e
Forleo.
Sapete tutti com’è andata a finire. Forleo e de Magistris
trasferiti con motivazioni risibili, pretestuose, addirittura inesistenti e le
loro inchieste fatte a pezzi. Anche se alcuni mesi dopo la loro defenestrazione
e l’uscita di “Roba Nostra” sono stati in molti, a destra e a sinistra, a
riconoscere come stanno realmente le cose. Due persone, in modo particolare.
L’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, e Primo Greganti, sì,
proprio l’uomo del “conto Gabbietta” e delle tangenti rosse. Entrambi,
Ciampi e Greganti, hanno detto la stessa cosa: oggi non è “come”, ma è
“peggio” di Tangentopoli ’92.
Se la nuova Tangentopoli è più grave della vecchia, allora
si capisce meglio perché scriverne e parlarne in tv e sui giornali è cosa
molto, molto più difficile di quanto non lo fosse nel ’92. E non solo perché
è cambiata l’aria, o perché ci sono dentro tutti (anche allora c’erano
dentro tutti, ma alcuni hanno pagato e altri no), quanto perché questa
Tangentopoli è davvero “nuova”: innanzi tutto è, al tempo stesso, più
semplice e più raffinata nei meccanismi; poi, è più remunerativa e più
nascosta; infine è di una trasversalità perfetta, in alcuni casi sembra
studiata a tavolino affinché i suoi protagonisti “simul stabunt, simul
cadent”.
Per questa ragione, nessuno di noi (pochi) giornalisti che
avevamo deciso di scrivere ciò che sapevamo si è mai illuso che il giorno dopo
avrebbe continuato a scrivere sull’argomento. In questi ultimi due anni però,
bene o male, ci siamo riusciti. Con prezzi alti, in termini di costi umani e
professionali, ma ci siamo riusciti.
Abbiamo scritto di questa Nuova Tangentopoli nonostante non
operassimo in “pool”, come facevano i cronisti ai tempi di Mani Pulite, ma
fossimo altrettanti cercatori di notizie “maledetti e solitari”. E
nonostante tutti quei “colleghi” che, pur avendo le nostre stesse notizie,
sceglievano di non pubblicarle, di non battersi all’interno dei rispettivi
giornali per pubblicarle, o addirittura facessero a gara per “smentire”
quelle notizie prima ancora di venirne a conoscenza e di verificarle.
Per questa “presenza” del Corriere della Sera sulle inchieste
più delicate del Paese, nell’estate del 2007, i magistrati di Matera indagati
in Toghe Lucane mi hanno accusato (assieme ad altri quattro giornalisti e a un
capitano dei carabinieri) di “associazione a delinquere finalizzata alla
diffamazione a mezzo stampa”, un reato inedito e delirante, per il quale sono
ancora indagato.
Le indagini a nostro carico sono state prorogate
quattro volte. Ma per questa vicenda nessuna presa di posizione “garantista”
da parte dei commentatori un tanto al chilo della “libera stampa”. Per
questa vergogna, nemmeno un decimo dell’attenzione riservata da stampa e tv
per le proroghe d’indagine, naturalmente subito condannate, decise nelle
vicende abruzzesi, campane, toscane, in cui sono indagati politici e
imprenditori, cioè i principali protagonisti di ogni tangentopoli che si
rispetti.
Con l’imputazione di “associazione a delinquere
eccetera”, i magistrati di Matera mi hanno intercettato e hanno ascoltato
tutto ciò che dicevo con i miei colleghi e con il mio direttore, e hanno
intercettato - meglio sarebbe dire: spiato -, anche l’ufficiale dei
carabinieri e il pm de Magistris che parlavano delle indagini su quei magistrati
indagati. I quali si sono trasformati d’autorità in indagatori dei loro
indagatori (una vera e propria anticipazione, quasi un esperimento, di quanto
avverrà a dicembre 2008, nella cosiddetta “guerra” tra le procure di
Salerno e Catanzaro).
Quando accadde tutto questo, che se non è un vero e proprio
golpe giudiziario molto vi somiglia, tra i pochi a capire cosa stesse succedendo
e cosa ci stessero combinando - come giornale e come informazione libera,
intendo -, fu proprio Paolo Mieli. L’ho scritto anche in “Roba Nostra”, in
un momento non sospetto. Quindi il valore di questa testimonianza è doppio.
Mi disse Mieli: “La cosa più grave, più terribile che
possano fare a uno di noi, a un giornalista, è questa. Intercettarlo e metterlo
sotto controllo in questo modo. Dopo di che, possono solo sparargli”.
Io lamentai il silenzio degli altri giornalisti. Ma capii che
anche il direttore del mio giornale era sotto tiro e sotto pressione come me, a
causa di quelle inchieste raccontate dal Corriere, e uscii dalla sua stanza
forte di una convinzione: che “l’intesa” con un direttore che rischiava di
suo facendomi scrivere certe cose valesse molto di più di scontate
dichiarazioni di solidarietà dei “colleghi” e della “categoria” (che in
ogni caso non ci sono state). Insomma, la migliore dimostrazione che non fossi
solo e che non rischiassi l’isolamento era nel fatto che i miei articoli su
quelle vicende, che ormai erano diventate il più grave scandalo giudiziario dal
dopoguerra, potessero continuare a essere pubblicati.
Invece, il 3 dicembre scorso, dopo un mio articolo ricco di
nomi eccellenti sulle perquisizioni e sui sequestri ordinati dai magistrati di
Salerno nei confronti dei magistrati di Catanzaro, sono stato improvvisamente
“rimosso” da quel servizio. Stop. Basta. Senz’alcuna motivazione. E da
quel momento non posso più scrivere di Salerno, Catanzaro, Poseidone, Why Not,
Toghe Lucane.
Ma come, lo stesso Mieli che fino a quel momento si era fatto
“garante” della mia libertà e quindi della mia incolumità, proprio lui
dice basta? Articoli fatti male? Tutt’altro. Qualche grave “scivolone” su
un fatto, su una circostanza di rilievo, su un dettaglio? Nemmeno.
Dopo, molti giorni dopo, nel mio giornale circolerà voce che ero
stato rimosso perché ero “indagato”. Un tentativo debole di dare una
motivazione alla mia rimozione. Ma anche un tentativo maldestro, perché non
specificava che ero, e sono, indagato per quella acrobazia giuridica definita
“associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa”,
elaborata strumentalmente dalla procura di Matera. Avrebbe dovuto scattare come
un sol uomo, la “categoria”, di fronte a un fatto così grave e così
palesemente fuori dalle regole del diritto. Per difendere me, ma soprattutto per
difendere il principio di libertà e indipendenza dell’informazione. E invece
eccola pronta a farne un motivo di autogiustificazione della propria condotta.
Ma poi, cosa c’entra Matera con la cosiddetta “guerra”
tra le procure di Salerno e Catanzaro, che stavo seguendo?
E in ogni caso, cosa c’entra accampare questa motivazione
balorda basata su una figura di reato balorda, a sua volta basata sull’assenza
di qualsivoglia processo o sentenza che abbia definito diffamatori i miei
articoli? Articoli che, al contrario, in questi due anni hanno trovato via via
conferma negli sviluppi delle indagini. Articoli che in diversi casi sono stati
inchieste giornalistiche dalle quali – dopo – sono scaturite inchieste
giudiziarie.
Ancora. Si può davvero credere che siccome un giornalista
viene querelato da un cittadino, o peggio da un indagato, debba per ciò stesso
smettere di occuparsi dei fatti che coinvolgono quel cittadino o
quell’indagato?
Se siamo a questo punto, allora chiunque (ma già siamo su
questa strada) userebbe la querela (e ormai anche la citazione al risarcimento
danni) proprio per centrare l’obiettivo di togliersi (o far togliere) dai
piedi il giornalista “indesiderato”. Come del resto è stato fatto per il pm
Luigi de Magistris, quando ha iscritto tra gli indagati Clemente Mastella. Qual
è stata l’abnormità logica, prima che giuridica, concepita in quel caso per
trasferire de Magistris? Si è detto: un pm che indaghi sul ministro si mette in
una posizione di conflitto di interessi con il ministro indagato… Ne consegue,
quindi, che non si può indagare un ministro (nemmeno quando quel ministro, come
nel caso di Mastella, era indagato per fatti risalenti al periodo in cui era
senatore). Ma per favore!
La verità è che io dovevo smettere di occuparmi di ciò che
avevo seguito per due anni per una ragione molto semplice. Una ragione che
trascende i direttori di testata. In Italia, poi, li sopravanza di parecchie
lunghezze, non c’è gara. Ed è la ragione della forza.
La forza dei poteri forti, che si sono sentiti in pericolo
per le inchieste di magistrati che svolgevano il proprio compito di servitori
dello Stato senza accucciarsi sotto l’ala protettiva dei politici e dei
magistrati come loro. Ma, al contrario, hanno messo sotto accusa proprio i
magistrati, come mai era stato fatto prima, facendo emergere un dato
sconvolgente, che nessun procedimento disciplinare e nessun trasferimento
potranno mai fiaccare.
Questa storia, che non ha martiri e non ha eroi, è,
pensateci bene, anche una storia di trasferimenti decisi da altrettanti poteri
forti: la magistratura ha trasferito Forleo da Milano a Cremona e de Magistris
da Catanzaro a Napoli, il Vaticano ha fatto cambiare aria al vescovo di Locri,
monsignor Giancarlo Bregantini, mandandolo a Campobasso, l’Arma dei
carabinieri ha trasferito nelle Marche il capitano Pasquale Zacheo, braccio
destro di de Magistris in Basilicata, la procura generale di Catanzaro (quella
che secondo i magistrati di Salerno ha avocato illegittimamente l’inchiesta
Why Not) ha sollevato dall’incarico il consulente informatico del pm de
Magistris, Gioacchino Genchi. Mancava un giornalista. E’ toccato a me.
I poteri forti, dicevamo. Tra questi, vi è senz’altro la
magistratura. Ma cosa fa paura davvero in tutta questa storia? Qual è la novità
indicibile? Eccola. Partendo dalla
Calabria e dalla Lucania, su su per l’Italia intera, stava venendo fuori ciò
che in fondo tutti pensavano ma non osavano confessare nemmeno a se stessi. E
cioè che non c’è mafia e non c’è tangentopoli e non c’è corruzione e
non c’è sistema di malaffare che regga e prosperi, come purtroppo accade in
Italia, se non ci sono interi pezzi di magistratura, soprattutto ai livelli
direttivi, che garantiscono e coprono questo sistema di nefandezze e in
moltissimi casi vi partecipano a pieno titolo.
E’ stata la prima volta che un potere forte come la
magistratura si è trovata a doversi confrontare non con il problema di alcune
“mele marce” al suo interno, ma con una realtà ben più estesa e radicata,
che minacciava, partendo da Toghe Lucane, di provocare uno sconquassante effetto
domino per “il sistema”.
Ecco dunque spiegata la corsa del ceto politico – ma non
era l’avversario “storico” della magistratura? – a difendere i
magistrati inquisiti per reati gravissimi e a garantirli nei loro posti e nelle
loro funzioni. Mentre, insieme con il Csm e l’Anm, preparava il rogo per tutti
i magistrati liberi, appassionati al loro lavoro, pronti a fare il proprio
dovere, impartendo così una durissima lezione, che fosse d’esempio per tutti
gli altri, ai due giudici “senza partito”, le pietre dello scandalo
Clementina Forleo e Luigi de Magistris.
Il potere forte “magistratura”, per esempio, prima ancora che
il potere forte “politica”, non gradisce che si dica, e infatti non lo dice
nessuno, che nel Palazzo di giustizia di Milano è rimasta chiusa nei cassetti
per due mesi la risposta della giunta per le autorizzazioni a procedere del
Senato riguardante l’iscrizione del senatore Nicola Latorre sul registro degli
indagati (sempre per la vicenda delle scalate bancarie).
Siamo nella primavera-estate 2008. Il
caso doveva essere trattato dal giudice competente, che era ancora il gip
Clementina Forleo. Invece le carte, regolarmente trasmesse dal Senato il 29
maggio al presidente del tribunale di Milano, Livia Pomodoro, sono state tenute
letteralmente nascoste negli uffici del Palazzo di giustizia fino al 29 luglio.
Fino a quando cioè la Forleo, per un piccolo incidente domestico, ha dovuto
ricorrere a qualche giorno di congedo per malattia. Appena la Forleo va in
malattia, con la motivazione della “urgenza a provvedere” (l’urgenza? due
mesi dopo?) le carte vengono tirate fuori e assegnate ad altro gip, Pietro
Gamacchio. Il quale “in tempo reale” studia un processo complesso, che non
conosce, e il primo agosto (il giorno prima del rientro della Forleo) rinnova la
richiesta di autorizzazione all’iscrizione del parlamentare nel registro degli
indagati.
Dov’è l’inghippo? Nel
fatto che a quel punto la procura di Milano poteva tranquillamente iscrivere
Latorre nel registro degli indagati (e così D’Alema e gli altri parlamentari,
perché la Camera dei deputati aveva già dato il nulla osta, affermando che non
era necessaria l’autorizzazione del Parlamento). Ma non lo ha fatto. Grazie al
gip Gamacchio. Infatti, in un caso del genere, dice la legge, il giudice “può”
(può, non deve) rinnovare la richiesta di autorizzazione.
Se Gamacchio non avesse fatto ciò che con ogni probabilità
non avrebbe fatto la Forleo (qualora le avessero trasmesso gli atti che le
spettava avere), a quest’ora le cose starebbero diversamente. Non ci sarebbero
state tutte le danze inutili tra Roma e Strasburgo, tra parlamento italiano ed
europeo, e Latorre, D’Alema e gli altri telefonisti, a loro garanzia si
capisce, come per ogni altro cittadino, risulterebbero iscritti nel registro
degli indagati.
Ma questo, in Italia, non si può dire. Non si può
dire che il “caimano” Berlusconi, bene o male, nelle aule di giustizia ci è
entrato (giustamente) affinché alcuni processi a suo carico fossero celebrati.
Mentre per il “caimano” D’Alema (e compagni) non ci può essere nemmeno la
semplice iscrizione in un registro degli indagati.
Ognuno a questo punto tragga le conclusioni che vuole,
anche quelli ancora convinti che la logica del “meno peggio” sia opportuna o
necessaria. Per la cronaca, resta l’esito finale: Forleo trasferita e
Gamacchio promosso a presidente di sezione.
Queste cose, per chi volesse conoscerne tutti i passaggi e i
dettagli, sono state da me già scritte in una nota (“Su Forleo e de Magistris
è calato il silenzio totale”) pubblicata non sul giornale per il quale
lavoro, bensì sul blog del giudice Felice Lima, “Uguale per tutti”. Quella
nota è stata poi ripresa da “Dagospia” e ora è anche sul mio blog,
carlovulpio.it. “Ne dobbiamo scrivere in rete, quasi fossimo esuli o
clandestini”, così concludevo quella ricostruzione, che in qualunque altro
Paese “a democrazia occidentale” avrebbe trovato almeno un giornale o una tv
disposti a parlarne.
Forse adesso si comprende meglio perché non è il 3
dicembre, non è la mia “rimozione” dai fatti di Catanzaro il cuore del
problema. Quell’episodio è solo l’acme di una patologia. Di un sistema
malato. In cui vi sono poteri forti non controllati né temperati da necessari
contrappesi, tra i quali - essenziale, vitale – l’informazione. Che invece
è fatta da “uomini deboli”, i giornalisti, una categoria che non c’è.
Per i giornalisti, o per la maggior parte di loro, l’idea
che l’informazione sia prima di tutto un mezzo per difendere e garantire la
democrazia è un’idea superata, o peggio, inservibile per far carriera e per
scalare posizioni di potere.
Se non fosse così, se fosse vero il contrario, non
sarebbe passata sotto silenzio la intimidazione messa in atto da magistrati
inquisiti che intercettano un intero giornale per sapere come ragionano i suoi
giornalisti e per conoscere in anticipo cosa pubblicheranno. Se non fosse così,
quei magistrati inquisiti e coloro che li hanno sostenuti, a tutti i livelli
istituzionali, si sarebbero ben guardati dall’attuare l’azione eversiva di
spiare i magistrati che indagano su di loro.
Su questo, non c’è stata ancora una sola procura
della Repubblica che abbia aperto un’inchiesta. Mentre il sistema
dell’informazione si è ben guardato dal trattare l’argomento. Ma il
silenziatore non ha funzionato. Non può più funzionare. Perché c’è un
mondo reale, ormai, fatto di persone reali, che utilizzano lo strumento virtuale
della Rete e che si parlano, si informano, si confrontano. E’ molto difficile
ingannarle. E infatti, che questa mia “rimozione” dal “caso Catanzaro”
non fosse solo un deprecabile episodio, ma il sintomo di una malattia ben più
grave, che va ben oltre la mia persona e il mio lavoro, lo hanno capito subito
qualche milione di frequentatori della Rete. Associazioni, singoli individui,
blog noti come quelli di Beppe Grillo e di MicroMega, o meno noti (elencarli
tutti non si può), e finanche un migliaio di giornalisti (ebbene sì, ce ne
sono ancora) che hanno firmato un documento senza sbavature
“corporativistiche”.
Tutto questo ha un valore ancora più grande se
pensiamo che negli altri Paesi occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti,
esiste una più o meno profonda convinzione che la stampa debba essere libera e
indipendente. Mentre in Italia libertà di espressione e di informazione (sia
come diritto a informare, sia come diritto a essere informati) sono ormai
considerati beni di lusso, o armi improprie. O entrambe le cose. E quindi vanno
tenute sotto controllo.
Ecco, appunto, il controllo. Come si fa a controllare,
a purgare, a troncare e a sopire, a narcotizzare, a seppellire? E qual è la
“linea rossa” oltre la quale scatta il controllo e, zac, la tagliola si
chiude?
Rispondere a queste domande sembra facile. Si dirà: ci sono
tanti modi per modificare un articolo, o per censurarne le parti più scomode.
Si potrebbe cominciare da quel “taglia e cuci” praticato all’insaputa
dell’autore da tempo immemore in tutte le redazioni, magari in nome della
esiguità dello spazio, e si potrebbe finire con il pressing e con le
“raccomandazioni” di un caporedattore, o di un membro della direzione, o del
direttore in persona: raccomandazioni che in certi casi sono più cogenti di
quelle emanate dalla Unione europea…
Ma tagliare brutalmente un articolo è ormai considerato un
modo primitivo di raggiungere l’obiettivo. Mentre il pressing e la
“raccomandazione”, oltre a scoprire i giochi, possono creare antipatici
incidenti diplomatici.
E allora come si fa? Non si fa. Siamo in una nuova era,
ormai. Nella quale, l’Uomo Nuovo – immaginiamolo come la creatura di Aldous
Huxley trasferita in tutti i mezzi di comunicazione di massa – è uno Yes Man
perfetto.
Ecco, i giornalisti oggi sembrano dei replicanti, altrettanti
Yes Men pronti a ubbidire. Ma la grandezza di questa ultima fase
dell’evoluzione della specie è nel fatto che costoro ubbidiscono senza
nemmeno attendere gli ordini. Che, attenzione, non sono sempre e necessariamente
gli ordini di un Altro. Sono, ormai, gli ordini che lo Yes Man ha imparato a
impartire a se stesso. Se non lo facesse si sentirebbe perduto. Oltre ogni
autocensura, dunque, che pure si pensava fosse il massimo stadio del controllo
della stampa “libera”.
Poteri forti e uomini deboli, affinché il controllo totale
delle notizie e delle loro chiavi di lettura sia sempre più efficace. La
perfezione però si raggiunge quando il controllo si evolve in riflesso
condizionato. La tomba di ogni senso critico. I cani di Pavlov.
Se invece il meccanismo dell’autoimposizione non dovesse
funzionare per una ragione qualsiasi, scatta il sistema d’allarme
tradizionale. La catena di sant’Antonio delle telefonate. Da un giornalista
all’altro, come dal brigadiere al maresciallo al colonnello, fino al generale
e oltre. E naturalmente anche in senso contrario, poiché non si telefona mica
soltanto “dal” giornale (o dalla tv). Si telefona anche “al” giornale (o
alla tv). E le telefonate da un Palazzo all’altro non sono mica soltanto
chiamate urbane, è ovvio.
“E’ la stampa, bellezza”. Sollevarne uno per far
sentire sollevati tutti gli altri. Ma non dura, vedrete.
Carlo Vulpio (da MicroMega di gennaio/febbraio 2009)
Di qui l'inganno: far credere che ci sia una possibilità di scelta fra
destra e sinistra, potremo fidarci veramente di qualcuno se ci dara' modo di
controllare i risultati elettorali,per quanto mi riguarda non aspiro a una
schiavitù ridotta ma a una democrazia piena ed effettiva.