E’ ancora scosso, Andrea Di Sorte, ma fermo. E’ l’unico testimone
ad aver visto muoversi più d’una mano intorno alla statuina del Duomo
scagliata in faccia al premier, ma chissà perché nessuno lo vuole sentire.
Ventisei anni, studi giuridici, già
da cinque anni è consigliere comunale di Bolsena, in provincia di Viterbo.
Un tipo serio, dall’aria intellettuale che ha saputo conquistare la stima
dei vertici del Pdl: da un anno è il coordinatore dei Club della Libertà.
In questa veste era dietro le quinte del palco di Milano, tra gli
organizzatori. Ed era alle spalle di
Silvio Berlusconi, insieme
alla scorta, nell’attimo
esatto in cui è stato colpito da Massimo Tartaglia.
Era proprio lì dietro?
Ho accompagnato Berlusconi quando è sceso dal palco, dove avevo radunato
cinquanta giovani con la maglietta dei Club della Libertà. Lui voleva fare
il classico bagno di folla, sconsigliato dalle forze dell’ordine, ma si sa
com’è fatto Berlusconi, sta bene tra la gente e nessuno glielo ha potuto
impedire.
Perché lo avevano sconsigliato?
Era una piazza agitata. Tanti fischi, un tafferuglio scoppiato a un certo
punto, tra uno dei nostri che aveva fermato due disturbatori. C’era un
gruppo di giovani che provava continuamente a infiltrarsi, hanno tentato di
entrare nel perimetro dei manifestanti, senza bandiere, per mimetizzarsi.
All’inizio della serata sette-otto persone estranee si sono spinte vicino
al palco, ma noi stessi, i militanti, li abbiamo saputi isolare,
ricacciandoli ai margini della piazza“.
Massimo Tartaglia era tra loro?
Io non l’avevo notato, poi ho letto una sua ammissione dove diceva di
aver seguito il discorso di Berlusconi mischiato in mezzo ai militanti.
Che cosa ha visto di preciso?
Tutto. Ero incollato al
Presidente perché stava stringendo le mani di un gruppo di miei amici, di
giovani che conosco. Per questo stavo attento ad ognuno di loro, ai loro
volti, alle mani che toccava.
E a un certo momento è parso stringere la mano a Tartaglia.
Tartaglia l’avevo notato
spingersi in avanti a fatica, si faceva largo a gomitate per avvicinarsi più
possibile a Berlusconi. Ma
tra lui e il Presidente c’era una prima fila di nostri attivisti, poi la
transenna. Lui ha provato ad attaccarsi alla transenna con la mano sinistra,
per saltare in alto verso Berlusconi. Non
ce l’ha fatta e allora ha fatto leva sulla schiena della persona che
casualmente gli stava davanti. Ma un attimo prima, arrivato a quel
punto, una persona che gli stava dietro gli ha passato qualcosa di grosso
nella mano destra. Non ho visto benissimo l’oggetto, ma mi è parso un
blocchetto di marmo bianco, piuttosto pesante.
Una mano complice ha armato Tartaglia?
L’ho visto chiaramente e sono pronto a testimoniarlo. Non era solo, era
la punta avanzata di altre persone, almeno una che gli stava alle spalle.
Tartaglia si faceva largo tra la gente a mani nude ed è stato munito di
quel corpo contundente soltanto all’ultimo secondo.
Sarebbe la prova che non era il gesto improvvisato di un pazzo
isolato.
Certo, è un gesto premeditato, ma non il tentativo di disturbare o di
ferire. No. E’ stato un tentativo
di omicidio vero e proprio. Il
marmo era pesante, l’abbiamo sentito cadere a terra, persino nel caos del
momento, con tanta gente che urlava. Ha prodotto un rumore enorme,
sordo. Un tonfo secco. La
traiettoria è stata deviata dall’ondulazione della gente, e il
salto ha attutito la forza dell’aggressore, ma la volontà era quella di
spaccare la testa a Berlusconi. Dargli una mattonata sul cranio per
provocare una lesione certa. Questo è un disegno di morte nient’affatto
improvvisato.
Perché usare un souvenir del Duomo, e non un’arma bianca più
classica, un coltello?
Perché c’era molta polizia, l’area era controllata e potevano
esserci perquisizioni. Un coltello sarebbe stato sequestrato e il suo
possessore fermato. Con un souvenir no, non c’era rischio. I venditori
della piazza erano liberi di vendere oggetti in marmo affilato, a ridosso
della manifestazione e durante il suo svolgimento. Qualcuno, andandoselo a
comprare, l’ha pensata proprio nei dettagli, altro che improvvisazione.
C’è stata una regia, a suo avviso?
Mi ha colpito molto una cosa. Appena fermato, nell’attimo stesso in cui
è stato bloccato dalla scorta prima e dalla polizia subito dopo,
l’aggressore ha iniziato a urlare: ‘Non c’è nessuno dietro di me!’,
‘sono solo’, cose così. Come se qualcuno l’avesse preparato per
tempo, gli avesse raccomandato di ripetere quelle frasi, nell’evenienza.
Lui l’ha urlate subito, sin troppo tempestivamente. Come si dice,
escusatio non petita, accusatio manifesta.
Il suo racconto è preciso, circostanziato. Non ne ha parlato con
gli inquirenti?
No, perché nella concitazione del momento io ed altri dello staff
abbiamo seguito Berlusconi in ospedale, dove sono arrivato pochi minuti dopo
di lui, dopo aver rassicurato i nostri rimasti attoniti, sotto choc, in
piazza. Però prima di andare al San Raffaele ho parlato con un giornalista
che era lì vicino, Francesco Bei di Repubblica.
Gli ha riferito quanto ha visto?
Sì. Gli ho fatto notare il punto esatto dove ho visto passare
l’oggetto contundente nella mano di Massimo Tartaglia. Mi ha fatto
raccontare tutto e mi ha ringraziato, come unico testimone di questo
particolare, dicendo che erano informazioni preziose e che Repubblica se ne
sarebbe occupata. Poi ho comprato il giornale e ho visto che non solo le mie
dichiarazioni non c’erano, ma che la notizia è stata completamente
censurata. Come se non avessi riferito niente. Strano, no?
Molti continuano a sostenere la tesi del gesto isolato.
Non lo è stato. Ma ammettiamo che sia stato così. Quest’uomo è un
disturbato psichico che ogni giorno va a casa e trova un giornale che scrive
che Berlusconi è il male, Berlusconi aiuta la mafia, Berlusconi è un
dittatore, e il malato di mente che fa? Si avvicina a Berlusconi e cerca di
ucciderlo. Mi chiedo se il pazzo è davvero solo lui, o se non lo sono tutti
quelli che fanno finta di non aver capito che qui è entrata in gioco una
spirale di violenza, che ha mandanti oscuri e vigliacchi, capaci di mettere
in mano a uno psicolabile la possibilità di sfondare il cranio al
presidente del Consiglio.
Sono convinta che la maggior parte degli amici di cui parla A.Di Sorte non ha ben capito a chi si è aggregato
e di essere usato.
Nessuno può essere indicato come partecipante a una messinscena per
aver fatto un cenno col capo o con la mano o essersi messo del
cotone idrofilo sulla faccia,sta di fatto che tutte le persone dell'area x ,nessuna
esclusa,ne ha fatto uno.
L'elenco comincia a partire dal signore che consegna la borsa e comprende
tutti quelli posti ai lati del lancio e anche un pochino più in
là(anche la signora alla transenna ,a fianco dell'interlocutore in blu di
B., ne fa uno molto puntuale in concomitanza e in abbinamento col cotone idrofilo
facciale soprastante).
L'effetto della recita si è visto,complimenti!
Cos'era la prova generale per entrare a far parte di una nuova o vecchia Gladio
contro il pericolo comunista incalzante?
O solo l'esame per il normale arruolamento nei ranghi del popolo della
libertà?
Fingere,mentire e fregarsene di chi paga il conto.