|
...a muso duro
a cura di
Mario Gangarossa
|
In lode della democrazia (operaia)
Chi è
ormai vicino (o ha superato) i sessant’anni ricorda benissimo gli
argomenti della martellante campagna ideologica che hanno
caratterizzato per decenni la guerra “culturale” della borghesia
contro i comunisti.
I comunisti vi toglieranno le case e gli orti, venderanno le vostre
mogli a orde di cosacchi allupati, costringeranno i vostri
pargoletti a lavori avvilenti e faticosi, abbasseranno il vostro
tenore di vita a livello di quello del più misero degli operai.
Il comunismo è negazione della democrazia, è dittatura di una
minoranza, solo il sistema capitalistico può garantire la
partecipazione di TUTTI i cittadini alle decisioni collettive. Col
voto, non con la rivoluzione! Con la mediazione in parlamento fra
“gli opposti interessi”, non con la lotta di classe. Con la
concertazione non con il conflitto. Cacciare i padroni? No. TUTTI
padroni!
Il binomio benessere-democrazia è stato il leitmotive che ha
caratterizzato il periodo di relativo sviluppo dell’economia
capitalistica nei decenni successivi al dopoguerra.
Non era solo propaganda. Era egemonia reale che aveva inciso
profondamente nel tessuto sociale del paese, nelle convinzioni e nel
sentire comune delle larghe masse popolari, perfino nel credo
politico e nelle aspirazioni della parte più avanzata della classe
operaia.
Per il Pci - la più importante esperienza socialdemocratica europea
di quel periodo - era inimmaginabile una politica al di fuori degli
schemi imposti dalla Costituzione.
Nelle sezioni, sotto lo sguardo benevolo di Amendola (ma anche di
Ingrao), si recitava quotidianamente il mantra della “democrazia più
avanzata del mondo”, magari qualche volta insidiata dalle “oscure
forze della reazione”, ma, certamente, unico orizzonte entro il
quale la classe operaia avrebbe trovato la soluzione ai propri
problemi.
L’opera di diseducazione portata avanti per decenni, il disarmo
ideologico, l’accettazione convinta degli steccati politici imposti
dall’economia borghese, è il lascito storico di quel partito che
qualcuno, oggi, vorrebbe perfino riesumare. I Napolitano, i D’Alema,
i Veltroni, i Diliberto, ne sono il precipitato più ingombrante,
scorie di un’esperienza ormai lontana che sopravvive a se stessa.
La
crisi si è occupata (e sempre più se ne occuperà!) di spazzare via
le convinzioni radicate sulle “magnifiche sorti e progressive” della
civiltà capitalistica.
A strappare le case, a chi non ha più un soldo per pagare gli esosi
mutui imposti dalle banche, ci hanno pensato gli ufficiali
giudiziari, e di orti, ormai, ce ne sono rimasti ben pochi, tranne
quelli che stentatamente resistono nei terrazzini condominiali.
I pargoletti sono finiti nei call center (a 400 euro al mese) a
vendere improbabili “servizi” a “clienti” riottosi che vivono
l'angoscia di non riuscire ad arrivare alla fine del mese.
Il ceto medio, che sognava l’accesso fra i ranghi della classe ricca
da sempre invidiata, scopre che, questa volta, “la ruota della
fortuna” ha girato all’incontrario e che è già tanto se riuscirà a
non dover fare la fila, assieme a un qualunque immigrato, alla mensa
della Caritas.
In quanto alle mogli, ci ha pensato Berlusconi a “socializzare” la
patonza, con la “contestuale” benedizione della chiesa che, in
mercificazione di corpi e di coscienze, ha una esperienza
millenaria.
Il benessere si converte in miseria. Non ci sono dubbi che la
democrazia si convertirà, molto prima di quanto immaginiamo, in uno
strumento di gestione del potere più “consono e più adatto” alle
mutate condizioni. Ne vediamo i primi segni nell'operazione Monti,
nel governo dei “tecnici”, nell’inedito e poco “protocollare”
interventismo presidenziale, perfino nella ritrovata efficienza di
un parlamento fino a ieri sonnecchiante (tranne quando si doveva
togliere dai guai il papi e i suoi sodali).
L’intero apparato politico-costituzionale, le tanto decantate
“istituzioni” a cui intere generazioni di “sinistri” hanno venduto
l’anima (e svenduto chi in loro ha avuto fiducia), i riti elettorali
che sancivano l’unità formale di un paese altrimenti diviso da
interessi inconciliabili, tutto questo frana.
Il parlamento viene commissariato dal potere reale di chi detiene il
denaro, ed è penoso assistere alle sceneggiate di chi, fino a ieri,
si inchinava al “volere della nazione” certificato dagli
onnipresenti sondaggi e, oggi, cerca di dimostrare l’ineluttabile
necessità della “sospensione” della democrazia.
L’imbroglio della democrazia borghese si disvela nel momento stesso
in cui i “rappresentanti del popolo” si arrendono e si inchinano al
rappresentante dei “mercati”. Senza dover scomodare Marx, la
cronaca parlamentare si fa carico di spiegarci, concretamente, i reali
meccanismi della formazione e del funzionamento del “comitato
d’affari” volgarmente chiamato governo della repubblica.
L’imbroglio si ammanta di colori surreali e farseschi nel momento
stesso in cui si pontifica, urbi et orbi, che di sospensione si
tratta, si, ma momentanea. Lasciamo all’economia, ai tecnici, agli
impiegati del grande capitale, al procacciatore di affari di Goldman
Sachs, la possibilità di massacrare impunemente quei cittadini che
ci avevano votato e avevano creduto alle nostre promesse. Poi col
tempo, statene certi, torneremo di nuovo a infestare le piazze e i
talk show con nuovi e più stupefacenti programmi. L’importante oggi
è salvare i profitti, condizione sine qua non della nostra stessa
esistenza. Gobetti e Rossi strabuzzerebbero gli occhi di fronte alla
campagna martellante atta ad accreditare l’Uomo della Provvidenza
ben cosci che, istillare nelle masse la convinzione che ci sono
momenti in cui è alla Provvidenza che dobbiamo delegare la gestione
del potere politico, è la strada più facile per legittimare
qualsiasi futura velleità golpista. Ma Gobetti e Rossi erano dei
democratici borghesi prodotti di una fase superata del capitalismo.
Nell’era dell’imperialismo di democratici borghesi rimangono solo le
caricature alla Ferrara o alla Scilipoti.
Non
ci strapperemo le vesti per la fine ingloriosa della Repubblica
basata sul lavoro salariato e sfruttato. Il nostro orizzonte va
oltre i lacci e i laccioli del parlamentarismo borghese. Non
chiederemo (insieme a Maroni e La Russa) il voto popolare che, nella
migliore delle ipotesi, servirebbe solo a permetterci di decidere
quale fra i servi del capitale dovrà assumere il ruolo di carnefice.
E non ci interessano nemmeno battaglie di retroguardia, in cui i
lavoratori vengano chiamati a dissanguarsi, per ripristinare un
ordine costituzionale che era solo la foglia di fico che mascherava
la dittatura del capitale, quel capitale che ora si ritiene
abbastanza forte da non vergognarsi di presentarsi col suo vero
volto rapace di macellaio della società.
Ma il punto di maggior aggressività del capitale può diventare il
momento della sua massima debolezza se sapremo sottrarre, con la
chiarezza che ci proviene dalla nostra storia di comunisti, fette
consistenti di lavoratori all’egemonia culturale della borghesia,
nel vivo di un conflitto che si preannuncia aspro e difficile.
La
storia ci ha insegnato che esistono altri strumenti democratici:
quelli che nascono dalla pratica e dallo sviluppo della lotta di
classe. La democrazia dei Consigli, dei rappresentanti operai
riconosciuti nel corso delle lotte, la fiducia che non si aliena una
volta ogni tanto barrando il simbolo di un partito ma che nasce e si
sedimenta nei confronti del compagno vicino che fa il tuo stesso
lavoro, che vive la tua stessa vita, che ha i tuoi stessi nemici, e
che è punto di riferimento delle tue lotte.
Non più elettore in una democrazia che maschera, dietro i suoi riti
obsoleti, la natura reale delle forze che detengono il potere e che
decidono della tua vita e della tua morte, non più “cittadino”,
finzione giuridica che nasconde la reale diseguaglianza sociale
dietro la maschera dell’uguaglianza formale. Ma operaio,
disoccupato, lavoratore in lotta quotidiana per difendere i propri
interessi inconciliabili con gli interessi del padrone.
E’ la democrazia operaia che non può essere distinta dal conflitto
di classe ma che, anzi, ne è il prodotto più genuino e, nello stesso
momento, lo strumento concreto attraverso il quale si esprime
l’autonomia dai padroni e dai loro governi, lo strumento attraverso
il quale dalle mere lotte economiche ci si avventura nel mare aperto
delle lotte politiche.
Contro il binomio miseria-fascismo che è il nuovo programma del
capitalismo in crisi, opponiamo il nostro programma: sviluppo della
lotta di classe – sviluppo della democrazia operaia.
Mario Gangarossa
15 novembre 2011 |