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...a muso duro
a cura di
Mario Gangarossa
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E’ il mercato, bellezza !
C'è una sottile ironia nelle lezioni che la
storia somministra, a dosi sempre più indigeste, a chi cerca di
spacciare le proprie illusioni (e le “giustificazioni” teoriche del
proprio asservimento agli interessi dei padroni) per moneta sonante.
Chi ricorda oggi l’amore a prima vista fra il
“subcomandante” Fausto e il “borghese buono” Marchionne che “non ha
accettato l' equazione buona-impresa - licenziamenti” (!), o le
dichiarazioni – di qualche settimana fa - di Chiamparino sui
lavoratori di Pomigliano, invitati ad accettare “assolutamente” “la
sfida della Fiat” e la sua “nuova” organizzazione del lavoro che li
renderà sempre più simili alle macchine a cui sono legati.
Non più esseri umani con bisogni e diritti, ma
“vili” strumenti che producono profitti e che hanno ragione di
esistere solo in quanto riescono a farlo in quantità tale da
sconsigliare il trasferimento dell’azienda in luoghi dove è più
accentuata la concorrenza di altri operai più affamati.
E che dire
del “sindacalista” (che Tremonti vorrebbe ministro allo Sviluppo
economico) Raffaele Bonanni, “deluso” una
prima volta dai tanti no di quegli ingrati di Pomigliano che hanno
scelto la dignità di uomini liberi (qualcosa di cui non ha memoria nemmeno la mattina
mentre si fa la barba e si guarda allo specchio) e “deluso” una
seconda volta da un padrone che “non mantiene gli impegni”,
nonostante la solerzia del suo sindacato nello svolgere il ruolo di
poliziotto verso chi rema contro il sacrosanto (e costituzionale!)
diritto dei padroni di sfruttare a loro piacimento ciò che a loro
appartiene: le macchine e i lavoratori.
La storia si permette perfino il lusso di
bacchettare i boriosi rappresentanti del “nord operoso”, quei
leghisti che fino a ieri tifavano, nelle loro osterie, per l’uso della
frusta contro quei “fannulloni” di meridionali che, a Termini e a Pomigliano, producevano poco e scioperavano molto e che ora i
disoccupati c’è li avranno a casa, incazzati e poco propensi a bersi
la favoletta che, se finiscono per strada, la colpa anche questa volta
è del “solito” marocchino che ruba il lavoro all’operaio padano.
L’unico che – diamogliene atto – riesce a
cogliere esattamente i termini della faccenda, nella babele di
pianti, lamenti, recriminazioni (sui tanti soldi che la Fiat ha
estorto alla collettività nel corso dei decenni passati), è stato il
nano di Arcore.
“In una libera economia ed in un libero Stato un
gruppo industriale è libero di collocare dove è più conveniente la
propria produzione”. E’ il giudizio lapidario di Berlusconi, padrone
fra i padroni, cresciuto alla scuola del capitalismo senza gli
orpelli ideologici di chi il capitalismo lo serve pretendendo pure
di tenere pulita la propria coscienza e che ora si affanna nella
richiesta piagnucolosa di “tavoli” a cui accomodarsi per “trattare”.
Cosa si deve trattare ?
La Fiat va in Serbia
perché lì gli operai li paga 400 euro al mese, in una situazione in
cui il conflitto sociale sarà tenuto lontano dalle catene di
montaggio grazie all'impegno di un governo che muore dalla voglia di
dimostrare la sua capacità di integrarsi nell'economia europea.
Il padrone, in un regime di libero mercato, ha
tutto il diritto di farlo, ne è legittimato dalle leggi vigenti
ed è “moralmente” giustificato dal fatto che, se non lo fa lui, altri
sfrutteranno questa succosa occasione e lui rischierà di essere
macellato dalla concorrenza dei suoi pari.
Nel caso in particolare, poi, quel mercato di
forza lavoro così appetibile lo abbiamo aperto noi (l'imperialismo
italiano) a suon di bombe,
quella fabbrica (la Zastava), ora di proprietà Fiat, l’abbiamo
conquistata sul campo, comandante in capo baffetto D’Alema, quello
dei capitani coraggiosi alla Colaninno altro “borghese buono”
saccheggiatore di Telecom e Alitalia.
Cosa c’è di strano se un capitalista cerca di
investire i “suoi” capitali (frutto di decenni di estorsione
legalizzata del lavoro vivo di generazioni di operai) dove può
guadagnare di più.
Cosa c’è di strano se la merce-lavoro subisce la
stessa sorte di tutte le altre merci deprezzandosi con l’aumentare
dell’offerta.
I fatti si fanno beffe delle illusioni
riformiste di chi cerca la soluzione nella conciliazione di
interessi inconciliabili, supplicando i padroni ad essere meno
esosi e invitando gli operai a moderare le loro “pretese”, sognando un capitalismo senza i suoi aspetti più barbari e
deteriori, senza la disoccupazione e la miseria che disturbano il
sonno dei borghesi illuminati alla Bertinotti e rovinano, con lo
spettro della lotta fra le classi, le deliziose cene a casa Vespa.
I
fatti, e le azioni concrete dei capitalisti reali,
rendono sempre più difficile l’opera di abbrutimento delle coscienze
che legioni di estimatori della libertà d’impresa conducono
quotidianamente a difesa degli interessi dei propri padroni e della
propria miserabile (ma certo non misera!) vita di parassiti sociali.
Oggi anche lavorare per 1.000 euro al mese, in
condizioni di totale e disumano asservimento fisico e psichico, è una
“pretesa” troppo onerosa per i padroni della Fiat.
Oggi perfino essere disponibili a farsi sfruttare ai limiti delle
proprie capacità e possibilità non
garantisce più nemmeno un posto da schiavo nell’organizzazione del lavoro
capitalistico.
I padroni, come bande di predoni accampati ai
margini della società, dopo aver rapinato tutto quanto era possibile
rapinare, si spostano verso lidi (per loro) più appetibili. E coloro
che orgogliosamente si definivano “datori di lavoro” (promettendo
benessere e progresso) si svelano per quello che effettivamente
sono: generatori e diffusori di miseria.
E’ il mercato, bellezza! Funziona così.
Mario Gangarossa
24 luglio 2010 |