settembre 2009

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L’ideologia del mercato caritatevole

citazioni e note critiche da LA VITA BUONA NELLA SOCIETÀ ATTIVA

Libro Bianco sul futuro del modello sociale del Ministero del lavoro della salute e delle politiche sociali (Maurizio Sacconi), maggio 2009

 

INIZIO

Si potrebbe provare a scrivere un libro rosso che si contrapponesse “globalmente” a quello bianco qui preso in esame, magari scambiando gli aggettivi del titolo: “La vita attiva nella società buona”. Ma in questo modo sarebbe troppo diretto il richiamo a Vita Activa di Hannah Arendt [*] e alla sua utopia politica, e ciò renderebbe inevitabile l’approfondimento del confronto critico fra le due concezioni della società, quella contenuta nel documento ministeriale (implicitamente totalitaria dietro la maschera social/liberista) e quella (coerentemente anti totalitaria e liberale, perciò comunque utile anche se - anzi, proprio perché - discutibile) della studiosa di filosofia tedesca divenuta statunitense dopo la fuga dalla persecuzione antiebraica. Ma sarebbe un compito troppo impegnativo per un dilettante come il sottoscritto; lo lascio volentieri a qualche esperto specializzato. Mi permetto solo di raccomandare a chi volesse cimentarsi in tale opera, di evitare il rischio di confezionare un’ulteriore, astratta e inutile “utopia” più o meno “comunista” fra le troppe già esistenti.

I brevi appunti che seguono hanno lo scopo più modesto di servire come traccia per una interpretazione critica (cioè non sottomessa all’ideologia dominante) del testo governativo. Non bisogna sottovalutarlo infatti: si tratta di una “buona” esposizione di quella che si può definire una “utopia capitalistica concreta”, cioè un modello sociale (com’è proclamato nel sottotitolo) programmato sulla base di linee guida già elaborate a livello europeo (si veda il Libro bianco della Commissione UE nel 2007) [**], a cui il blocco dominante italiano ha aderito in modo sostanzialmente unitario (salvo qualche discussione sui ruoli da affidare ai diversi protagonisti, specie a quelli sindacali). Tanto che Maurizio Sacconi (ex deputato del PSI craxiano, oggi a capo del berlusconiano ministero “del Benessere” [***]) sembra aver ottenuto finora un coro di consensi “bipartisan”, prima con l’interlocutorio Libro verde [****]e poi con questo Libro Bianco, che trae le conclusioni. Quest’ultimo in sostanza presenta all’opinione pubblica italiana il piano di fattibilità per l’Italia di quel progetto complessivo.

Ciò che interessa qui non è tanto l’effettiva praticabilità in tempi brevi di tale piano - messa in dubbio d’altra parte dallo stesso ministro, data l’incertezza sugli esiti della crisi attuale -. Piuttosto si vuole mettere in evidenza, attraverso una lettura non superficiale e ingenua, che il documento ha come scopo principale la copertura ideologica degli obiettivi realmente perseguiti dalla classe dominante col progetto in questione. La sistematica deformazione dei significati delle parole e dei concetti chiave, come vedremo, serve a far apparire il modello presentato non solo accettabile, ma assolutamente desiderabile da parte delle persone e delle famiglie (cioè di tutti: da chi deve lavorare per sopravvivere a chi fa lavorare gli altri per arricchirsi). Fin dal titolo (che riecheggia appunto, ma rovesciandoli, i termini usati dalla Arendt nella sua critica radicale al “totalitarismo economico”) nessun dubbio deve sfiorare il lettore sul significato progressista, civile e democratico della “società attiva” che i nostri governanti ci chiamano a costruire insieme, per garantire a tutti una “vita buona”!

Nel seguito cercherò di smascherare la faccia nascosta di tale modello, commentando criticamente una serie di parole e frasi significative di questo documento, opportunamente selezionate.

 

N.B.:

1- Per semplicità e chiarezza  le parole e i brani citati sono scritti in questo carattere grassetto (le sottolineature sono nostre).

2- Per un migliore controllo del contesto da cui sono estratte le citazioni, consiglio chi legge di tenere sotto mano una copia integrale del Libro Bianco di Sacconi (scaricabile, come il Libro Verde, dai siti www.lavoro.gov.it e www.ministerosalute.it).

[*]: Hannah Arendt (Linden 1906 – New York 1975). L'opera che delinea in maniera esemplare la sua teoria politica venne pubblicata nel 1958 con il titolo Vita Activa. La Condizione umana in cui la Arendt intende recuperare tutta la portata del politico nella dimensione dell'uomo nel tentativo di restituire "una teoria libertaria dell'azione nell'epoca del conformismo sociale", come rileva Alessandro Dal Lago nella sua introduzione per l'edizione italiana [http://it.wikipedia.org/wiki/Hannah_Arendt#Le_opere].

[**]: Un impegno comune per la salute: approccio strategico dell’UE per il periodo 2008-2013, Com 2007, 630 def., Bruxelles, 23 ottobre  2007.

[***]: Tale nome, nella sua forma originaria inglese (welfare), è quello più usato dai media (compreso quello qui esaminato). Chi conosce il romanzo “1984” di George Orwell [la magistrale profezia negativa scritta nel 1948, dove il potere assoluto – impersonato dal Grande Fratello si forma e si regge non solo sul continuo e sistematico intervento ideologico nella sfera pubblica – fino alla reinvenzione del linguaggio e della storia - ma anche sul controllo diretto delle emozioni e dei sentimenti, con l’obiettivo ultimo di far coincidere la volontà e la libertà individuali con la totale sottomissione al Partito], di fronte al ministero del Benessere non può non ricordare quelli del super stato di Oceania: i ministeri della Verità, della Pace, dell’Amore e così via. In seguito ci saranno altre occasioni di richiamare l’attualità di quel romanzo.

[****]: Pubblicato nel luglio 2008 con lo stesso titolo,  “La vita buona nella società attiva”; contiene un rapporto sulla situazione del welfare in Italia e un primo abbozzo di programma, dato da esaminare negli ambienti che contano.

 

 

dalla Presentazione

L’attenzione ai meriti e ai bisogni delle persone potrà consentire di meglio coniugare le esigenze della sostenibilità con quelle della equità…

La costruzione del nuovo modello dovrà pertanto proporsi la ricerca di percorsi virtuosi di protezione sociale idonei a garantirne, in termini di crescita e sviluppo, la piena sostenibilità

La stessa ricostruzione delle condizioni di stabilità della economia globale non può non considerare l’evoluzione degli indicatori della sostenibilità sociale ai fini della ricostruzione del circolo della fiducia. Ovunque nel mondo si afferma ora la convinzione per cui una regolata economia di mercato si deve integrare con la migliore attenzione ai criteri della coesione sociale.

La “sostenibilità” del modello sociale è forse l’argomento principale, che scorre sotto traccia per tutto il documento (ed emergerà esplicitamente nel cap. 6, quando l’opera di mistificazione e rovesciamento dei significati sarà compiuta). Fin da subito però per chi sa leggere risulta chiaro, dietro alcune ambiguità di linguaggio, che la sostenibilità perseguita dal ministro non è quella delle scelte di politica economica rispetto alle esigenze vitali della popolazione (da definire con criteri di equità sociale e compatibilità ambientale). Viceversa, devono essere i “percorsi di protezione sociale” a garantire “la piena sostenibilità in termini di crescita e di sviluppo” (manca, ma è pesantemente sottintesa, come si vedrà meglio più avanti, la parola capitalistico). Insomma, “l’attenzione ai meriti e ai bisogni delle persone” è la facciata che serve a (ri)costruire la “fiducia” e (rin)saldare la “coesione (leggasi consenso) sociale”, che è ormai considerata una condizione imprescindibile per garantire stabilità alla “economia di mercato”. Quest’ultimo infatti è lo scopo finale dell’intero progetto.

 

Dal cap.1: Lo scenario attuale e le grandi tendenze

Il contesto della grande crisi

Da oltre un anno viviamo una autentica “tempesta perfetta”. La peggiore crisi finanziaria dell’ultimo mezzo secolo ha prodotto una profonda crisi della economia reale.

E’ evidente il rovesciamento (o meglio il mascheramento) della natura strutturale e di lungo periodo della crisi, come sa bene ogni economista non sprovveduto e non complice degli interessi imperialisti [vedi oltre].

Il gioco delle aspettative negative ha paralizzato il mondo…

Basterebbe “giocare” (in borsa?!) con più ottimismo, e il mondo si salverebbe, perbacco! Ritorna in mente la canzone di Enzo Jannacci: “Sempre alegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al re…”

La crisi è dovuta alla esplosione di una bolla finanziaria, fondata su un capitalismo che ha privilegiato le pratiche a breve termine e di indebitamento. L’estrema autoreferenzialità del management non ha trovato argine negli organi di controllo.

Dunque ci sarebbe un capitalismo buono (quello rappresentato dai politici prudenti e lungimiranti e fondato sull’efficacia dei loro organi di controllo) e uno cattivo (quello dei “manager autoreferenziali”).  Peccato che tutti i provvedimenti anticrisi presi finora da quei politici sono dedicati a quei manager per rifinanziare le loro attività (più o meno speculative), delegando a loro il compito di realizzare il sogno di una (sempre imminente) ripresa di competitività del sistema.

Una eccessiva esposizione all’indebitamento, favorito da un regime espansivo di politica monetaria, ha portato a investimenti e consumi non del tutto razionali (elegante eufemismo per non dire “drogati”, “gonfiati” o simili, e non dover ammettere che tale tendenza è del tutto razionale in un sistema fondato sulla concorrenza di mercato e in presenza di una generale sovrapproduzione) con ripercussioni negative sullo stato patrimoniale e finanziario delle famiglie.

ATTENZIONE: la parola famiglie qui indica i  soggetti economici! L’implicita identificazione fra il ruolo dei manager e quello dei padri di famiglia la dice lunga sulla propaganda familista oggi in voga, e distribuita anche qui a piene mani.

La globalizzazione ha accresciuto la ricchezza delle economie e delle società, ampliando le possibilità di commercio mondiale, aumentando i mercati di esportazione, moltiplicando le opportunità di investimento finanziario, [ciò è vero dal punto di vista delle potenze imperialiste (multi e trans/nazionali, con solide basi politiche negli stati di antica tradizione capitalista e colonialista). Per quanto riguarda invece le economie deboli oggetto di penetrazione, le conseguenze sono distruttive e tragiche, con violente ristrutturazioni di classe: impoverimento delle popolazioni, sviluppo delle sole forze produttive sottomesse al capitale imperialista,  conseguente formazione di borghesie locali più o meno “progressiste” (leggasi integrate nel mercato internazionale) o “nazionaliste”, più o meno “affidabili” o “canaglia”, più o meno “alleate” o “terroristiche”, ecc. (gli esempi si sprecano)] ma ha anche dimostrato una estrema vulnerabilità al presentarsi di shock negativi.

Per ogni ideologo del capitale gli “shock” (emergenze esplosive delle contraddizioni di sistema fra lo sviluppo delle forze produttive sociali e i rapporti di produzione fondati su interessi privati) si devono accettare come le tempeste e i terremoti [vedi sopra], cioè come calamità naturali sostanzialmente non prevedibili o almeno inevitabili.

L’estrema volatilità dei mercati genera insicurezze nelle persone e produce effetti evidenti sui sistemi di Welfare…

Il concetto di “mercati volatili” suona un po’ bizzarro ai non addetti ai lavori, ma serve (specie in fase di recessione economica) per mascherare la realtà, cioè che la vera causa delle crisi è la tendenza (degli agenti) del capitale ad abbandonare i settori e le piazze che non rendono abbastanza profitti per giustificare nuovi investimenti. Quando il fenomeno si generalizza (a causa della sovrapproduzione e  della concorrenza) si creano le “bolle” speculative finanziarie, che prima o poi “scoppiano” facendo emergere la crisi (tutto ciò è stato già ampiamente studiato a suo tempo da K. Marx), con inevitabili conseguenze drammatiche sull’insieme della popolazione.

Quando il mondo [leggasi l’economia capitalista] tornerà a crescere… Maggiori saranno le pressioni su occupazione e salari… Altrettanto importanti saranno le spinte per una continua rilocalizzazione dei processi produttivi.

Insomma comincerà “Un altro giro di giostra” (questo è il titolo del libro in cui Tiziano Terzani racconta le sue vicissitudini con chi gli prometteva la guarigione dal cancro che lo stava portando alla morte: il riferimento non è casuale).

Il rinnovamento delle istituzioni internazionali dedicate alla regolazione del commercio e alla stabilità dei mercati finanziari dovrà assicurare una ben maggiore considerazione della sostenibilità sociale quale necessaria componente dello sviluppo economico.

Dunque, in un futuro comunque indeterminato, ci penseranno gli dei del nuovo Olimpo capitalista, cioè i dirigenti delle istituzioni internazionali economiche politiche e militari dai nomi strani (FMI, WTO, BCE, G8, NATO…) a ristabilizzare il sistema, magari dandosi una ripassatina al look  per evitare pericoli di possibili (e insostenibili) rivolte sociali generalizzate. Noi poveri mortali possiamo solo sperare di avere un buon riparo che non voli via al prossimo colpo di vento e non crolli alla prossima scossa. Il ministro Sacconi, sacerdote di questa religione, ci promette di intercedere per noi se saremo fedeli, meritevoli e collaborativi: solo così potremo sperare di migliorare il nostro destino. Ma guai a chi si ribella: sarà scacciato inesorabilmente dal nuovo Paradiso Terrestre !!

 

I cambiamenti demografici

I già precari equilibri del sistema previdenziale e della assicurazione sanitaria obbligatoria saranno sempre più messi in discussione dall’invecchiamento della popolazione e dalla conseguente rivoluzione epidemiologica in ambito sanitario.

Per dirla schietta: non sono disponibili risorse per far fronte (in Italia almeno) ai crescenti problemi di vecchiaia e di salute, perciò i tagli alle pensioni e alla sanità saranno sempre più pesanti.

Non è chiaro in cosa consisterebbe la “rivoluzione epidemiologica”; d’altra parte tutto il paragrafo risulta abbastanza confuso, sia per la sovrapposizione fra livello globale e situazione italiana, sia per l’apparente contraddittorietà di alcuni passaggi. Notiamo una certa difficoltà a dissimulare una realtà che altrimenti tenderebbe ad apparire evidente. Quale realtà? Per capire vediamo come sono trattati due fenomeni importanti: l’invecchiamento e l’inurbamento.

Una popolazione che invecchia tende a privilegiare la rendita e la sicurezza e vuol dire meno lavoro, meno consumi e meno investimenti.

Questa “equazione” è falsa. Intanto perché quelli che si scambiano per “privilegi” sono in realtà, nei limiti riservati ai lavoratori anziani, sacrosanti diritti: la “rendita” altro non è che salario differito, mentre la “sicurezza” (per quanto in sé sia un concetto vago) fino a un certo grado è un bisogno primario, e dunque i suoi costi fanno parte del salario indiretto (o sociale) [*]. Poi perché il “lavoro”, i “consumi” e gli “investimenti” sono attività economiche diverse, solo in parte interdipendenti, e soprattutto con legami molto diversi coi fattori demografici (non è semplice valutarli nemmeno per gli esperti): è assurdo e ridicolo attribuire una loro “diminuzione generale”ai… privilegi degli anziani! Eppure si affronta una figuraccia pur di scaricare in parte la colpa della crisi sulla gente (italiana) che non fa figli e si gode la pensione troppo a lungo (invece di morire al momento giusto). Inoltre, dopo aver affermato che la questione demografica non può essere affrontata solo sul piano dei numeri, si usa questa banalità unicamente per sminuire l’importanza del contributo dei flussi migratori, che – il ministro lo sa bene – potrebbe invece risolvere il problema demografico dell’invecchiamento, ma ciò non è sostenibile politicamente perché l’immigrazione porta con sé le domande relative ai tragici squilibri esistenti a livello globale, a cui il nostro sistema non è affatto disposto a rispondere.

La crescita demografica dei prossimi anni a livello globale si scaricherà inevitabilmente sulle città…

La concentrazione urbana è un fenomeno positivo per la crescita economica, lo sviluppo delle infrastrutture e il benessere delle persone, ma pone problemi rilevanti al sistema di Welfare. La vita nei grandi agglomerati segue necessariamente ritmi più impersonali, e può generare solitudine, privando molti delle reti di protezione informale a partire dalla famiglia.

Senza discutere sugli aspetti “positivi” dell’espansione urbana, non è forse un controsenso scrivere che essa è positiva per il “benessere delle persone” e subito dopo che pone “problemi rilevanti” per il  welfare? Beh, non esageriamo: a quanto pare l’unico problema effettivamente rilevato è… la solitudine. Per il resto la vita  nelle metropoli è una vera goduria, infatti là l’economia cresce che è un piacere!… O no?

Insomma qual è la verità che il ministro Sacconi vuole nascondere? La divisione della società in classi! Nelle città (ma non solo) vivono persone (e famiglie) con condizioni di vita molto diverse: quelle dell’oligarchia economica e/o burocratica (classe dominante, che gestisce e si spartisce il potere e la maggior parte della ricchezza); quelle dei “ceti medi”, più o meno libere di organizzare le proprie attività, a vari livelli di comando, responsabilità e reddito (da lavoro autonomo o dipendente, con quote di profitto e/o di rendita: funzionari, professionisti, piccoli imprenditori e commercianti, artigiani, agricoltori); quelle proletarie, la cui vita dipende essenzialmente dal lavoro salariato e dunque dalle condizioni di impiego individuali e collettive (contrattuali e non); infine il sottoproletariato urbano, i miserabili ed emarginati che vivono (se sopravvivono) di espedienti, carità o in condizioni di schiavitù ecc.. Ma il “socialista” Sacconi si guarda bene dal fare il minimo accenno a queste differenze.

 

[*]: Salario = La quota del valore prodotto socialmente che viene distribuita ai lavoratori per le necessità di mantenimento e riproduzione della forza lavoro (capacità e attitudine a svolgere attività produttive). Dal punto di vista (degli agenti) del capitale è il “prezzo” da pagare per il “consumo in affitto” (impiego sotto il proprio comando) della speciale “merce” forza lavoro, indispensabile per far funzionare i processi produttivi e permettere l’accumulazione di plusvalore (profitto), che sarà poi in parte direttamente reinvestito nel ciclo produttivo allargato, in parte tesaurizzato, speso in consumi o impiegato in operazioni finanziarie ecc. in base alle scelte “private” del proprietario unico, dell’assemblea dei soci, dell’amministratore delegato (responsabile del capitale “pubblico”, ma ben poco controllabile: si vedano p. es. le vicende dei “boiardi di Stato”) ecc.. Dal punto di vista dei proletari il salario è un diritto sociale da difendere collettivamente e da rivendicare con la lotta organizzata (sindacale e/o politica) al di là delle singole prestazioni di lavoro: sia perché le quantità e qualità di forza lavoro effettivamente impiegate (e riconosciute) dal padronato sono in genere ben inferiori a quelle riprodotte socialmente (specie in periodi di crisi), e i costi relativi non devono essere (ma spesso lo sono) scaricati sui lavoratori; ma anche perché il salario è l’unica fonte vitale di reddito per le famiglie proletarie, indipendentemente dalle possibilità e dalle condizioni individuali di impiego. Perciò vanno comprese nel salario anche la parte “differita” (pensioni, liquidazioni) e la parte “indiretta” – a volte impropriamente detta “sociale” - che comprende la gratuità o i prezzi calmierati di beni e servizi essenziali nonché i sussidi (cassa integrazione, disoccupazione, invalidità ecc.). Queste ultime due forme di salario sono quelle di specifica competenza del cosiddetto sistema del   welfare.  Ma proprio queste, come vedremo, saranno quelle più a rischio, se sarà realizzato il progetto proposto da questo Libro bianco.]

 

Ricerca, ambiente, energia

Le nuove tecnologie hanno migliorato la qualità della vita, secondo il ministro, e spingono alla adozione di nuovi modelli di organizzazione del lavoro.

Questo e il successivo paragrafo  sono di fatto un inno alle “magnifiche sorti e progressive” del capitalismo manageriale nei suoi aspetti strategici: ricerca scientifica, innovazione tecnologica (fra cui si mettono in evidenza le biotecnologie). I cenni ai problemi e ai rischi che ne derivano non scalfiscono l’ottimismo “oscenamente” esibito. Si vedano p. es. i punti relativi alla trasformazione dell’ecosistema e al controllo delle emissioni inquinanti: le uniche preoccupazioni del nostro ministro del Benessere sono la stimata perdita equivalente del 2 per cento del PIL mondiale e i costi per le imprese, che possono essere asimmetrici e costituire un incentivo alla delocalizzazione (!). Non lo sfiora nemmeno l’idea dei costi umani (in termini di condizioni di vita individuale e sociale) causati dalle ingiurie all’ambiente provocate dal sistema produttivo (un esempio di attualità: l’accumulo di rifiuti e scorie tossiche – ma è solo una fra le tante e drammatiche emergenze).

 

Nuovi lavori e nuovi modelli organizzativi d’impresa

Per dare un’idea di quali siano i nuovi modelli, elenchiamo soltanto le parole chiave:

imprese in rete - specializzazione produttiva - esternalizzazioni e … delocalizzazione (è un destino…!). Di conseguenza:

know how facilmente reperibile in rete anche per funzioni centrali e altamente specialistiche - “multinazionali tascabili” - lavoro a forte contenuto auto-imprenditoriale (neologismo “positivo” che sostituisce il vecchio e negativo “autosfruttamento” e serve a nascondere la completa destrutturazione dei rapporti di lavoro).

E per concludere:

Sono trasformazioni che continueranno anche dopo la crisi economica in atto.

L’elemento di costo e la qualità del capitale umano [**] sono i fattori di produttività e di competitività che determinano le decisioni di organizzazione e di localizzazione delle imprese. E sono trasformazioni che investiranno anche i settori protetti dalla competizione, come quello dei servizi pubblici.

Et voilà, cari lavoratori, il quadro è servito. Le leggi di mercato non scherzano: per far fronte alla lotta per il profitto è assolutamente necessario (per i padroni) pagarvi il meno possibile, farvi rendere molto e possibilmente scaricare le responsabilità su ciascuno di voi come se le sorti dell’impresa (e dell’intera società…) dipendessero dalla vostra dedizione e collaborazione (doti tipicamente “auto-imprenditoriali” !)

 

[**]: Ricordiamo anche per il seguito che questo è il termine padronale che sostituisce forza lavoro – non solo formalmente, perché serve a cancellare di fatto la distinzione fra lavoro subordinato esecutivo, lavoro autonomo e “lavoro manageriale”, riducendo il concetto stesso di salario a quello (padronale) di capitale variabile.

 

Dal cap.2: I limiti e le potenzialità del modello sociale italiano

 

Le disfunzioni del modello tradizionale

Concetti essenziali (che vengono dati per noti e ampiamente documentati):

 - libertà di scelta e di iniziativa delle persone… compressa dalla invadenza dello Stato… cultura assistenzialista.

 - Nord sviluppato, Sud arretrato.

 - La spesa sociale: netto squilibrio verso la componente pensionistica.

 - …servizi pubblici per l’impiego diffusamente carenti; un corpus normativo incompleto delle forme di integrazione del reddito; investimenti nella formazione iniziale e continua di dubbia efficacia. Le varie forme di sostegno al reddito… concorrono esse stesse ad alimentare una fiorente economia sommersa.

Che faccia tosta! Hanno smantellato loro tutto il servizio pubblico di collocamento!

 

Il sistema sanitario e quello socio-assistenziale

Una questione centrale in questo campo è quella del governo della qualità e quantità della spesa sanitaria [che] rappresenta una condizione necessaria anche per la applicazione della nuova legislazione sul federalismo fiscale… I costi operativi sono profondamente diversificati nelle Regioni [dato il] criterio della “spesa storica”, che è ancora oggi alla base del riparto del Fondo sanitario nazionale.

Questo è un nodo primario, ma non sembra superabile all’interno degli attuali equilibri politici fra lobbies / clientele / cosche o come si voglia chiamarle.

 

Le relazioni di lavoro

 La partecipazione attiva al mercato del lavoro incentivata da Marco Biagi è in sostanza nient’altro che la disponibilità di forza lavoro per gli impieghi richiesti tramite le “agenzie interinali”: precari, sottopagati e coi livelli di supersfruttamento permessi dalle nuove leggi  di “riforma” allo Statuto dei Lavoratori (la principale conquista delle lotte negli anni ’70). - ricordiamo che la strada fu aperta dal “pacchetto Treu” -. Il ricatto padronale è riuscito anche per la mediazione dei nuovi caporali: i sindacati concertativi neo corporativi.

Dal 1997 sono stati creati più di tre milioni di posti di lavoro.

Sostanzialmente FALSO: in gran parte non si tratta di posti di lavoro aggiunti a quelli già esistenti, ma sostitutivi di posti persi per ristrutturazioni, dismissioni o “delocalizzazioni” precedenti; oppure “emersi” dal sommerso (ma in condizioni spesso non migliori).

Il tasso di occupazione [è cresciuto] di quasi 10 punti percentuali. È aumentato sensibilmente il numero di donne presenti nel mercato del lavoro.

Anche questo dato statistico misura in gran parte il fenomeno dell’emersione dal “nero” di attività “atipiche” prima non considerate, che è stato chiamato “effetto Biagi”, appunto. Comunque negli ultimi mesi (2009) queste cifre stanno calando rapidamente.

Grazie alle riforme introdotte si è diffuso l’impiego del lavoro a tempo parziale e di quelle forme di lavoro a orario modulato che, consentendo una migliore conciliazione tra tempo di lavoro remunerato e lavoro di cura, offrono opportunità di inclusione sociale a persone altrimenti escluse dal mercato del lavoro.

IPOCRITA: ciò che manca ai proletari (e alle donne) non è l’inclusione nel mercato del lavoro, ma l’adeguata valorizzazione (in termini di qualità di vita, non solo monetari) dei lavori che già fanno, compresi quelli di cura!

…caratteristiche autoreferenziali della offerta formativa e insufficiente valorizzazione dell’impresa quale luogo più idoneo all’aggiornamento delle competenze.

La mercificazione dei saperi consiste proprio nella riduzione della formazione culturale a puro “aggiornamento delle competenze” acquistabili sul mercato delle offerte formative, il cui valore è commisurato alla loro spendibilità nel mercato del lavoro in quanto utili alla (ri)produzione allargata (di merci e dunque) di capitale. Siamo di fronte a quel comando totalitario dell’economia (capitalismo imprenditoriale e finanziario) sulla politica e sulla cultura (cioè sull’intero sistema di valori  e comportamenti sociali) che H. Arendt in “Vita Activa” aveva intuito come causa profonda della barbarie contemporanea [*]. Ma per Sacconi non è ancora sufficiente.

I lavoratori chiedono maggiori e più incisive tutele. Le imprese reclamano a loro volta un quadro di regole… capaci di contribuire a cementare rapporti fiduciari e collaborativi.

Leggasi: tali regole dovranno fare in modo che le tutele siano intese come “premi di fedeltà” per chi collabora attivamente coi propri padroni nella guerra permanente contro gli altri padroni, accettando anche di essere mandato al macello, se necessario, senza rompere troppo i coglioni. A tener buoni i famigliari sopravvissuti ci penserà il sistema di  welfare !

Quanto al nuovo apprendistato, in coerenza con quanto detto sulle offerte formative, esso potrà diventare fondamentale, per l’investimento in capitale umano e la produttività del lavoro, [permettendo] il conseguimento di un titolo di studio [non solo] del secondo livello [ma anche] universitario e persino di un dottorato di ricerca. Il futuro occupazionale e previdenziale dei nostri giovani [sarà legato a] quel gioco di anticipo che consenta, attraverso un effettivo raccordo tra scuola e impresa, un tempestivo ingresso nel mercato del lavoro.

Leggasi: bisogna evitare di sprecare le “giovani risorse umane”: chi non può pagarsi gli studi (e saranno sempre di più) vada a fare l’apprendista, così sarà socialmente utile – specie per l’azienda che, con gli incentivi, lo impiegherà praticamente a costo zero – e maturerà un po’ di anzianità pensionabile (risatina di sottofondo). Dopo di che sarà scaricato sul mercato del lavoro come merce ben qualificata (in termini di esperienza settoriale e di obbedienza ai comandi) e magari titolata (per chi ci tiene alle formalità), ma soprattutto a prezzi stracciati, data la concorrenza degli altri nuovi apprendisti.

 

[*]: Secondo la Arendt la politica “buona” consiste nella pratica dei rapporti tipici della (ideale) “polis” greca: i cittadini liberi, soggetti diversi per molti aspetti (e interessi) ma con pari dignità e diritti, si trovano nell’agorà (parlamento) per discutere responsabilmente del bene comune e decidere gli obiettivi nonché le azioni più adatte per perseguirli. Il più importante fattore di degenerazione nei rapporti politici, fino alle aberrazioni totalitarie, è proprio l’intromissione in essi dei criteri e dei metodi propri della “produzione artificiale di oggetti”, che riduce la ricerca di soluzioni umane ai problemi sociali, fondata sullo scambio di conoscenze (cultura) e di esperienze di vita (“sapienza”), a semplice (e incosciente) “applicazione meccanica di competenze tecniche”. Rifiutando però il materialismo storico, H.A. non riesce a riconoscere l’origine concreta (strutturale) delle disuguaglianze, e resta invischiata nella sua utopia idealista. Niente di meglio, per qualche marpione funzionario (politico) del capitale, che sfruttare la forma del suo pensiero per stravolgerne completamente la sostanza con bieche operazioni di organizzazione del consenso.

 

Dal cap.3: I valori: persona, famiglia, comunità

Con questi appunti non intendiamo discutere le interpretazioni date nel Libro bianco ai valori fondamentali della nostra Carta costituzionale - intorno a cui orientare l’opera di ricostruzione del sistema di Welfare. Ci interessa andare oltre i giudizi e le intenzioni di principio per cogliere, se possibile, il senso concreto delle innovazioni annunciate e delle applicazioni operative proposte (cioè la sostanza al di là delle forme).

Notiamo dunque che qui si parla di un Welfare State tradizionale [che contrappone] pubblico… “morale” a privato “immorale”; si dice che questo è un grave errore [frutto di ] vecchie ideologie e che bisogna sostituire l’assistenzialismo con la realizzazione di un Welfare delle opportunità diretto a sviluppare le potenzialità della persona, a promuovere le capacità umane [?]. [bisogna passare dal] controllo ex ante – realizzato attraverso fiumi di piccole regole complicate e minuziose che ostacolano, comprimono e snervano le potenzialità della cittadinanza attiva [?] – al controllo ex post, basato invece su un ampio riconoscimento di libertà e fiducia e sul rigore nella repressione delle eventuali violazioni sostanziali [?].

Cosa significhi ciò in concreto si può capire parecchio più avanti. In nome del concetto (fumoso) di sussidiarietà… deve cambiare il ruolo dell’attore pubblico. Invece di essere il monopolista della erogazione è chiamato a determinare le linee guida degli interventi e assicurare il controllo sulla qualità dei servizi.

Per chi aveva ancora dubbi, ora è tutto chiaro: il Benessere della popolazione deve diventare un settore di attività economiche come gli altri, da lasciare alla libera iniziativa privata e alla concorrenza. Si capisce anche che in realtà (al di là dei possibili – e voluti - equivoci) il discorso sulle “opportunità” di sviluppo delle “potenzialità della persona”, delle “capacità umane”, della “cittadinanza attiva” ecc.  non riguarda tanto gli utenti, quanto piuttosto i potenziali imprenditori dei servizi stessi (suggerendo addirittura una possibile applicazione del lavoro auto-imprenditoriale visto sopra: una specie di fai da te auto-assistenziale !?). Gli organi pubblici devono solo definire i criteri generali, orientare, regolamentare (il meno possibile) “ex ante” e limitare gli abusi “ex post”(in quanto alle sanzioni, si vede già come funzionano negli altri settori). Chi paga? Qui non si dice. Sembra di capire che non debba essere più la fiscalità generale (salvo che per i sussidi diretti forse) bensì i pazienti/utenti/clienti da un lato, i benefattori, cioè chi finanzia le imprese del  welfare, dall’altro. D’altra parte è un luogo comune dell’ideologia dominante che tutti i capitalisti/manager siano benefattori dell’umanità - almeno finché le loro imprese tirano sui mercati - perché fanno lavorare la gente: lasciamo il massimo spazio dunque all’iniziativa (economica) privata anche nel sistema del  welfare

 

Il lavoro e l’impresa

Anche qui l’autorità della Costituzione viene usata a proposito e a sproposito, nel tentativo di operare (surrettiziamente) un parziale “stravolgimento” dei diritti del lavoro (e d’impresa) e poter giustificare  le scelte programmatiche perseguite. Tutto il paragrafo, infatti, serve a preparare la conclusione:

Un moderno sistema di Welfare non può del resto manifestarsi unicamente nella tutela e nella promozione del lavoro dipendente. Anche le professioni, il lavoro autonomo, il lavoro in forma cooperativa e associata, l’autoimprenditorialità [rieccola!] e la connessa cultura del rischio di impresa devono essere riconosciuti come valori che meritano apprezzamento sociale e sostegno istituzionale.

Ora, se si è d’accordo (e noi lo siamo) con quanto scritto alcune righe più sopra: La Costituzione tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni. In particolare tre diritti appaiono fondamentali: il diritto ad ambienti di lavoro sicuri; il diritto a un compenso equo; quello all’incremento delle conoscenze e delle competenze lungo tutto l’arco della vita (a parte il senso reale da dare a quest’ultimo, su cui abbiamo già discusso), parrebbe ovvio che il sistema di  welfare abbia il compito di tutelare i diritti di tutti i lavoratori, non solo quelli assunti come dipendenti. Perché allora si insiste (in modo vagamente polemico) su una distinzione che non sembra opportuna? Per poter inserire nel sistema di protezione il “rischio d’impresa”, che non ha nulla a che fare coi diritti costituzionali e non c’entra nulla col  welfare (salvo effetti collaterali sulle persone, in particolare su chi perde il lavoro se l’impresa fallisce, ma qui non si tratta di questo). L’imbroglio sta nel fatto che si vuole assimilare il rischio economico legato al profitto d’impresa (e ai relativi giochi d’azzardo finanziari) coi rischi vitali imposti ai lavoratori (come individui, gruppi e classe sociale) dalle specifiche modalità capitaliste di impiego e di comando sulla forza lavoro [*] (pur diversificate a seconda delle forme di rapporto e dei gradi di sfruttamento). Insomma, si dovrebbero tutelare con interventi sociali, per esempio, i manager e i soci di una s.p.a. dal rischio di non arricchirsi abbastanza !

 

[*]: Ricordiamo che la forza lavoro è la forza vitale (fisica e intellettuale) dell’uomo, che cresce e si organizza per produrre i beni (valori) socialmente necessari, secondo modalità storicamente determinate. Perciò è  l’unico fattore attivo di produzione in ogni formazione sociale e in ogni sistema produttivo.

 

Dei diritti e dei doveri

Qui merita un cenno la questione degli immigrati.

Cittadinanza e lavoro erano per il Costituente concetti quasi inseparabili. Ragione per cui non è possibile ridurre il problema della immigrazione solo a una discussione sui diritti da riconoscere agli immigrati. I diritti degli immigrati non possono essere artificiosamente slegati dai loro doveri a partire da quello di contribuire al benessere sociale attraverso una attività lavorativa senza la quale sono trasformati in assistiti, alimentando un senso di alienazione e disperazione.

Sembra che chi non ha lavoro perda il diritto all’ospitalità e non sia nemmeno degno di essere cittadino… Si potrebbe fare una proposta: perché non togliere la cittadinanza a chi perde il lavoro e non riesce a trovarne un altro in Italia? Così, in nome della Costituzione, il Paese si riempirà, oltre che di clandestini ex regolari, anche di apolidi ex italiani, tutti disoccupati. Un’ipotesi interessante, che potrebbe porre le basi di una vera solidarietà di classe senza pregiudizi di nazionalità… che ne dite?

 

La sussidiarietà verticale: il federalismo fiscale

La trasformazione in autonomia impositiva regionale e locale degli attuali trasferimenti statali… rende tracciabili i tributi: i cittadini entrano nella condizione di potere giudicare effettivamente con il voto l’operato delle amministrazioni regionali e locali senza confusione delle responsabilità e facili assoluzioni.

Il “fallimento” politico, conseguenza automatica di definiti indicatori di bilancio, produce il commissariamento dell’ente, il ritorno alle urne e la inevitabile ineleggibilità di quegli amministratori che hanno prodotto il dissesto finanziario.

L’impressione è che questo ostentato ottimismo sia la copertura di un atteggiamento alla Ponzio Pilato. Non si capisce perché, infatti, i fondi dedicati ai servizi nelle regioni “inefficienti” dovrebbero essere più efficienti se raccolti localmente invece che trasferiti dallo stato. E’ facile prevedere invece che non si fermeranno le lotte fra potentati locali né la corruzione della politica (senza le mediazioni ma nemmeno i controlli dei funzionari centrali). Il voto servirà a poco, perché manovrato come sempre e perché aumenterà la rassegnazione di fronte all’impotenza della giustizia.  Così cresceranno le disparità, le situazioni di ingovernabilità, di degrado e di violenza, le emigrazioni interne ecc.. Insomma, non si combattono le mafie affidando ai mafiosi il controllo delle entrate fiscali e degli indici di efficienza dei servizi.

 

Dal cap.4: La visione: il nuovo modello delle opportunità e delle responsabilità

In questa parte si comincia ad entrare nel merito del progetto di nuovo  welfare. Senza perderci in dettagli poco utili al nostro discorso, ci soffermiamo solo sui punti che riteniamo più “stimolanti”.

 Le parole del nuovo Welfare

Al centro delle dinamiche del mercato del lavoro è ora una persona in frequente transizione da una occupazione all’altra ovvero dalla fase di attività a quella di inattività o a un percorso formativo.

Da una concezione statica di tutela del singolo posto di lavoro si deve definitivamente passare alla promozione della occupabilità della persona avviando, come già ipotizzato dalla legge Biagi, la costruzione di una rete di tutele sul mercato che preveda il coinvolgimento del mondo associativo e degli enti bilaterali [*] e una maggiore attenzione al potenziamento delle competenze del lavoratore tale da consentirgli di prevenire e gestire al meglio le criticità nelle transizioni occupazionali.

Siamo all’apoteosi del precariato come sistema di vita. Al centro c’è il concetto di “occupabilità”: di fatto si scarica sul singolo lavoratore  la responsabilità di mantenere sempre disponibile e aggiornata la propria forza lavoro (cioè la salute – almeno apparente -, l’acquisizione di nuove competenze – da non confondersi con la cultura critica, per carità! -, la capacità di adattamento), di offrirla ad uso temporaneo sul mercato del lavoro (in concorrenza con gli altri, sperando che la sua qualità sia apprezzata abbastanza), nonché di ripristinarla al più presto quando si “guasta” o si “rompe”, fino a che ciò sarà possibile (a costi non proibitivi) per lui, e soprattutto vantaggioso per i gestori dei servizi di  welfare. <Allegri! - incoraggia Sacconi - ci sarà la rete di “tutele sul mercato” che vi accompagnerà nelle “criticità”: basterà avere un certo grado di auto-imprenditorialità e tutto andrà per il meglio: si resterà attivi più a lungo, si guadagnerà in salute e si farà risparmiare alla comunità. Così il bene-essere è assicurato: alla fine poi magari si riuscirà a godere pure un po’ di pensione, non si sa mai!>

Non siamo in un film di Paolo Villaggio sul rag. Fantozzi: è tutto vero. Bisogna prendere sul serio questo progetto, perché intorno ad esso si dovrà giocare la scontro sociale, non solo a livello sindacale, ma politico complessivo.

 

[*]: Gli “enti bilaterali” sono la più recente forma di cogestione. I lavoratori di un’azienda, o gruppo, vengono forzatamente  “fidelizzati” tramite la cooptazione (aggregazione per scelta diretta) di rappresentanze sindacali selezionate opportunamente negli apparati gestionali. Tali rappresentanze si fanno garanti sulla assunzione di responsabilità da parte dei lavoratori circa le decisioni di politica aziendale. La contropartita dovrebbe essere la garanzia delle tutele sul lavoro, ma questo resta solo formale dato il totale collaborazionismo sindacale e la frammentazione delle situazioni di lavoro (che vanifica ogni possibilità di organizzare vertenze collettive autonome).

 

Le politiche integrate sulla vita

L’ospedale, come luogo di risposta predominante ai bisogni di salute e assistenza, lascia spazio a una filiera di servizi di prevenzione, diagnosi, cura, riabilitazione per la non autosufficienza assolutamente innovativi anche nelle modalità di erogazione e organizzazione, in grado di rispondere con appropriatezza e puntualità alle richieste dell’utente. Tutto ciò, paradossalmente, con un minore costo del sistema.

Alcuni dei servizi “di avanguardia” qui nominati sono già in funzione in qualche regione (del Nord). Per quanto ne sappiamo l‘efficienza è cresciuta (non abbiamo dati di paragone sui risultati clinici e terapeutici in generale, ma certo sono diminuiti i “tempi di risposta” e i costi unitari delle prestazioni). Quanto ai costi complessivi del sistema, non è facile definirli: non si tratta solo di contabilità di gestione, ma di valore degli impianti nuovi e della dismissione dei vecchi, dell’andamento dei livelli di utilizzazione in relazione ai bisogni, ecc.; non ultimi, dei costi relativi alla quantità, al tipo di formazione, all’intensità di lavoro e alle relative retribuzioni del personale variamente specializzato. Ora, se il ministro fa un’affermazione così drastica, sfidando il paradosso, avrà le sue buone ragioni. Sospettiamo fortemente che egli confidi in un forte abbattimento del costo del lavoro in seguito alla prevista liberalizzazione del “mercato della salute” e dei servizi alla persona, con l’introduzione in esso dei criteri di profitto “industriale” e “commerciale”(come già da tempo p. es. nel farmaceutico) ma soprattutto con l’uso massiccio del precariato e del volontariato. Se è così, appare chiaro anche il senso che bisogna dare all’espressione Welfare delle responsabilità condivise, che si legge poche righe sopra.

 

 La maternità

-- Un breve inciso sul concetto di  discriminazione che secondo il ministro si verifica non solo quando soggetti uguali vengono trattati in modo diverso, ma anche quando soggetti diversi vengono trattati in modo uguale.

Non esistono “soggetti uguali”, ma uguali diritti che una società civile deve riconoscere a tutti i soggetti, tenendo conto delle diversità. La discriminazione è proprio la negazione dei diritti fondata sul rifiuto delle differenze.--

L’Italia si colloca, per tasso di natalità, agli ultimi posti in Europa… Sulla rinuncia al figlio influiscono molti fattori… Segue un elenco abbastanza dettagliato e condivisibile di cause strutturali e culturali, senza evidenziare però il nesso più generale e profondo che (almeno in parte) le accomuna: il crescente divario fra le condizioni di vita desiderate (conformi al “modello sociale” di riferimento) e quelle attese nel breve/medio periodo. Le ricerche demografiche confermano il senso comune, cioè che la disponibilità a procreare (e dunque il tasso di natalità) è maggiore nelle coppie che hanno forti aspettative di stabilizzazione in un ambiente accogliente e favorevole alla crescita (in senso largo), e ciò indipendentemente dalle condizioni di partenza (e dal fondamento reale delle previsioni). Ne sono esempi le famiglie “ricongiunte” di immigrati, oppure le residue situazioni di famiglie “allargate” dove la maternità è (si sente) protetta “socialmente” dalle attività e dagli affetti (oltre che dal reddito) dei famigliari.

 

La “presa in carico” della persona

Sulla base di queste considerazioni, e di quelle precedenti sulla prospettiva di totale precarizzazione della vita, suona quanto meno ambigua e poco rassicurante la seguente affermazione:

Un Welfare delle opportunità è fondato sulla “presa in carico” della persona attraverso una ampia rete di servizi e di operatori – indifferentemente pubblici o privati – che offrono, in ragione di precisi standard di qualità ed efficienza validi per tutto il territorio nazionale, non solo semplici servizi sociali e prestazioni assistenziali, ma anche la promessa [!] di un miglioramento della vita quotidiana.

Lungi da noi ogni atteggiamento tradizionalista e conservatore! Per spiegarci: in alternativa sarebbe stimolante ipotizzare (e sperimentare) nuove forme di “comuni”, cioè spazi sociali aperti e organizzati anche tecnologicamente – con collegamenti a rete territoriali e telematici - dedicati allo scambio di aiuti e assistenza dall’infanzia alla vecchiaia secondo regole condivise, che comprendano comunque la produzione solidale di reddito e l’accoglienza verso espressioni non invadenti delle diversità. Esperienze di questo genere potrebbero integrare (e in prospettiva sostituire, pur senza forzature “anarchiche”) i tradizionali e ormai obsoleti legami parentali. Ciò implica una rivoluzione culturale, e non solo. Ma se non è scandalosa la  proposta “rivoluzionaria” di Sacconi, perché dovrebbe esserlo questa?

Ed eccoci al fascicolo personale elettronico, destinato a raccogliere le informazioni inerenti le varie fasi della vita, nonché gli interventi preventivi, curativi e riabilitativi e più in generale tutte le informazioni utili per l’integrazione sociale e la partecipazione attiva al mercato del lavoro.

Siete avvertiti. Lo scopo reale del sistema di  welfare non è quello di favorire l’equilibrio fra sé e l’ambiente naturale, di sviluppare rapporti solidali all’interno del proprio gruppo sociale e scambi di conoscenze con altri gruppi, di permettere la partecipazione libera e responsabile alle attività creative (insomma la qualità della vita individuale e sociale). Per questo non ci sarebbe alcun bisogno di una schedatura integrale. No: essa serve per controllare il grado di idoneità (fisica, mentale, sociale) alle condizioni richieste per “partecipare attivamente al mercato del lavoro”. Nessuno potrà più dire che non lo sapeva!!

Nel seguito il discorso si fa ancora più esplicito, con espressioni come dati sensibili – informazioni strategiche …fondamentali per l’inclusione sociale e la occupabilità  - banca dati che… aiuti a ricomporre in un disegno unitario carriere e percorsi formativi.

Naturalmente  la persona potrà liberamente decidere in merito alla circolazione delle informazioni che la riguardano (ma) il fascicolo sarà liberamente accessibile a tutti i servizi competenti e così via liberando.

Il nesso tra occupazione e libertà costituisce il primo tassello delle riforme avviate con la legge Biagi. (sull’ingresso di Auschwitz c’era scritto “ARBEIT MACHT FREI”…)

Pensiamo al mercato del lavoro come a un luogo libero ma regolato. Anzi, libero perché regolato. Dove la libertà è, da parte della utenza, la possibilità di scegliere il servizio e gli erogatori che più si ritengono idonei e, da parte degli operatori dei servizi, la possibilità di definire innanzitutto le attività che si intendono esercitare e poi la forma e lo scopo delle stesse. [**]

Cerchiamo di tradurre ed esplicitare il senso complessivo di questi paragrafi centrali, che è importante per la comprensione di tutto il documento.

<Dimenticate il posto di lavoro sicuro: è una bestemmia. Il ministero del Benessere (cfr. Orwell, 1984) vi prenderà in carico “dalla culla alla tomba” col suo fascicolo, dove sarà sempre aggiornata la certificazione di qualità, cioè lo “stato di occupabilità” della vostra forza lavoro. Così, schedati e contenti, sarete liberi di presentarvi sul Mercato del Lavoro, dove gli agenti del Grande Fratello  vi aiuteranno a “definire” liberamente le vostre specifiche competenze fornendovi i necessari “servizi” di apprendistato e di “formazione continua”; nel contempo sarete liberi di offrire ed “erogare” i vostri “servizi”  presso gli “utenti” che vi ritengano “idonei” per soddisfare le loro richieste (in termini di qualità e di tempi). Il tutto sotto l’occhio vigile del Grande Fratello, che garantisce le libertà di tutti. In pratica le regole contrattuali saranno decise e controllate dagli “enti bilaterali”, col vostro consenso, s’intende; altrimenti siete liberi di arrangiarvi in altro modo. Siete anche liberi  di rivolgervi a un sindacato per far valere i vostri diritti, ma a vostro rischio e pericolo, nel caso vi passasse per la testa di mettere vincoli e contestare la libertà dei padroni (scusate, “utenti”) nella loro sacrosanta lotta per il profitto. D’altra parte (anche se non è scritto in questo Libro bianco) quanto maggiore è l’offerta (di forza lavoro), tanto più basso sarà il prezzo (salario reale) esigibile. E’ il mercato, baby! – Coraggio! Il nostro consiglio è di sfruttare le vostre doti auto-imprenditoriali, lottando per scalare i posti di comando aziendali e/o politici. Questo, in fondo, è lo scopo del sistema del  welfare: dare a tutti le opportunità di diventare manager e di gestire “produttivamente” il capitale che vi viene affidato! Nulla vieta dunque di chiamarlo esplicitamente mercato dei servizi (senza nemmeno preoccuparci di distinguere i servizi sociali dagli altri) e di farlo funzionare esattamente come un settore del mercato capitalistico, dove il capitale umano (=forza lavoro) viene impiegato sotto il comando di operatori che, non diversamente da tutti gli altri, organizzano e gestiscono le attività per i loro interessi privati  (accumulare profitti e/o potere), ma così facendo – come assicurano gli assiomi del “capitalismo buono” e del “mercato caritatevole” – sviluppano “quasi automaticamente” il benessere dell’intera umanità. Basta che l’attore pubblico (leggasi: l’apparato politico/amministrativo) svolga bene il suo ruolo di “certificatore d’idoneità” e di “controllore della qualità” col sistema delle autorizzazioni e degli accreditamenti. [Sottinteso: chi vuol far carriera ovviamente dovrà gestire bene le sue risorse e le sue amicizie – per esempio  presso la dirigenza sindacale buona, in generale, oppure la gerarchia ecclesiastica, nel settore specifico del  welfare]>

La vita activa di Biagi/Sacconi è tutta qui. Per i proletari e le classi subalterne, ovviamente. Chi è già proprietario o funzionario del capitale – classe (ancora) dominante – non ha bisogno di questi discorsi.

 

[**]: Si noti l’uso della neolingua (cfr. ancora una volta Orwell) che cancella il concetto stesso di lavoro dipendente assimilandolo a generiche prestazioni di servizi, giungendo con ciò anche al completo annullamento delle differenze fra servizi sociali, finalizzati al bene pubblico, e prestazioni di lavoro private finalizzate da un lato (del comando) al profitto d’impresa, dall’altro (del lavoratore - prestatore d’opera) al reddito individuale. Lo scopo finale è far accettare come normale e del tutto logica l’applicazione del concetto e delle pratiche di mercato nel campo del  welfare, tanto da poter assumere tranquillamente come obiettivo la crescita e lo sviluppo sul territorio del mercato dei servizi, dove cooperino, in chiave sussidiaria, operatori pubblici e privati, profit e non profit.

 

Lo Statuto dei lavori

Anche il quadro normativo dovrà essere riformato: al posto dello Statuto dei lavoratori (mai nominato in questo Libro bianco) ci vuole lo “Statuto dei lavori” ipotizzato da Marco Biagi [per realizzare] un moderno sistema di tutele attive…  nel mercato. Inoltre, per Sacconi sono oramai maturi i tempi per assetti regolatori e statuti normativi specifici per tipologia di settore produttivo, ma anche territorialmente diversificati fermo restando uno standard protettivo minimo.

E’ dunque finito il tempo dei contratti nazionali e delle vertenze generali di tipo (anche solo formalmente) “conflittuale”. C’è bisogno di soggetti attivi (= collaborativi) nella costruzione e co-gestione del mercato del lavoro, e in particolare del mercato dei servizi (cfr. “enti bilaterali” ecc.).

Ovviamente il diritto del lavoro dovrà in ogni caso superare i limiti della distinzione tra lavoro autonomo e lavoro subordinato. Ma la frase che merita maggiore attenzione è la successiva:

Abbracciare ogni forma di lavoro di indiscusso valore economico reso in un contesto organizzativo a favore o nell’interesse di altri rappresenta il primo passo per una graduazione delle tutele in funzione dei meriti e dei bisogni.

Potrebbe sembrare a prima vista un modo alternativo di esprimere il criterio distributivo socialista enunciato da K. Marx: “a ciascuno secondo il suo lavoro”… addirittura tenendo conto dei meriti e dei bisogni. La “piccola” differenza sta nel significato (sottinteso!) di qualche parola. Il “valore economico” qui richiamato - come dimostra tutto il contesto - è quello alienato [***] dai rapporti capitalistici di produzione (e di mercato), non quello riappropriato dai lavoratori organizzati in classe autonoma (e tendenzialmente dirigente dell’intera società) con criteri di reale uguaglianza dei diritti tenendo conto delle differenze, per cui “lo sviluppo di ciascuno sia il presupposto dello sviluppo di tutti” (K. M.). Da tale equivoco nasce la profonda ipocrisia del lavoro a favore di altri”, dove si vuole far intendere che questi altri siano in generale “gli utenti bisognosi (dei servizi prestati)”, mentre in concreto sono i proprietari, i manager oppure al massimo i clienti serviti da ogni azienda che “sta sul mercato”, qualunque sia il tipo di merci (materiali o immateriali) prodotte e vendute in qualunque settore (da quello della salute e dei servizi sociali a quello, per esempio, degli arsenali e delle basi di guerra).

 

[***]: Il lavoro umano, unica fonte reale di valore economico, è alienato quando non solo i suoi frutti (ricchezza sociale), ma anche il controllo e le decisioni sulle quantità e modalità di impiego delle risorse (cioè sulla creatività del lavoro) vengono espropriate da parte di una ristretta classe dominante. La forma tipica di alienazione prodotta dal capitalismo è la mercificazione delle “prestazioni” di lavoro. Nell’attuale fase avanzata (imperialismo “maturo”) il lavoro “produttivo” va ben oltre il concetto tradizionale di “industria” – nel senso della concentrazione territoriale e della consistenza fisica sia dei mezzi di produzione che delle merci -. Gli investimenti “reali” tendono a spostarsi con la velocità dei flussi di denaro, seguendo le opportunità di valorizzazione del capitale. Anche il mercato del lavoro ormai ha dimensioni mondiali, con enormi conseguenze sui livelli di alienazione per intere popolazioni (si vedano anche le note al capitolo 1, in particolare sulla globalizzazione). Nel Libro bianco questi fenomeni non sono ignorati (non del tutto almeno), ma vengono associati sistematicamente al concetto positivo di “progresso”, come inevitabili “effetti collaterali”. Noi abbiamo un’idea del tutto diversa di progresso, che implica il riconoscimento delle tendenze attuali all’imbarbarimento dei rapporti sociali, l’individuazione delle responsabilità, nonché il contributo attivo (“militante”) per cambiare la direzione dello sviluppo ed evitare conseguenze più tragiche.

 

I punti successivi, pur trattando di diritti fondamentali, contengono poco più che aria fritta, oltre che ribadire cose già dette. Le espressioni più significative sono le seguenti.

 La tutela della salute e sicurezza sul lavoro

modernizzazione dei contesti organizzativi e dei modelli gestionali del lavoro - collaborazione tra le parti sociali.

 Il diritto all’apprendimento continuo

rapporto tra la spesa e la resa in termini di effettiva capacità di incremento delle competenze [da garantire tramite] il lavoro (contratto di apprendistato ecc.) l’impresa (e) la certificazione… a prescindere dai corsi frequentati (;) l’attenzione deve essere diretta alle conoscenze, competenze o abilità che la persona ha acquisito e che è in grado di dimostrare

Qui sembra di capire che il conseguimento del titolo di studio/qualifica non basterà: saranno i valutatori delle imprese a decidere sulla effettiva utilità dei risultati della formazione (certificata nel famoso fascicolo?) e quindi sul destino di lavoro del destinatario (strano nome per una persona che dovrebbe scegliere liberamente il proprio percorso formativo), il quale così si troverà sempre solo e nudo di fronte al giudizio del mercato del lavoro (il Grande Fratello è sempre più incombente).

Le pari opportunità

Per le donne, l’unico suggerimento concreto è la modulazione dell’orario di lavoro [con] accordi individuali tarati sulle specifiche esigenze delle parti

Ve lo immaginate un accordo “alla pari” fra le esigenze di una persona (donna) che deve vendere parte della propria vita nel mercato del lavoro per sopravvivere e far crescere i figli, e quelle del suo “cliente” [spesso definito anche, con espressione altrettanto ipocrita, datore di lavoro], a cui la legge riconosce il diritto di usarla in modo da ottenere il maggior profitto possibile spendendo il meno possibile (per mantenere la “competitività”)?! [N.B.: quando poi dalla parte del cliente/utente si schiera anche il rappresentante dei lavoratori – sindacato – allora al danno si aggiunge la beffa].

Per gli immigrati, alla vaghezza (un po’ inquietante, vista la situazione) sugli  adattamenti e sulle forme specifiche di applicazione dei tre diritti fondamentali già citati, per una loro più compiuta inclusione nel mercato del lavoro, segue un solo esempio di applicazione: L’accesso all’autoimpiego [in] forme di artigianato altrimenti destinate alla scomparsa [!].  

<Aiutiamo gli immigrati ad autoimpiegarsi nell’artigianato, così risolveremo il problema della loro esclusione sociale e contribuiremo alla crescita economica !!>. Inutile sperare in qualche accenno alle forme più brutali di esclusione realizzate “per legge”: i respingimenti e la clandestinità “forzata”, poi trasformata perfino in reato, degli immigrati che non possono dimostrare di essere occupati (o magari occupabili).

Viva le pari opportunità…

 

Dal cap.5: Meriti e bisogni

In questo capitolo si definisce ulteriormente il modello sociale fondato sul binomio opportunità – responsabilità , cioè il contesto ideologico in cui si collocano le proposte programmatiche, specificando poi una serie di provvedimenti che si ritengono adatti a realizzare in pratica gli obiettivi indicati. Ci limitiamo ad alcune osservazioni.

La lotta alle povertà e il reddito di ultima istanza

La prima risposta al bisogno è il lavoro (questo, come già visto, è un leit motiv di tutto il documento; inutile ribadire che è un’affermazione generica, ambigua e in molti casi infondata) e quindi il contrasto e la prevenzione della povertà avvengono in primo luogo con la promozione di una società attiva e di un mercato del lavoro inclusivo. Un mercato efficiente, trasparente, sostenuto da servizi che non abbandonano nessuno a sé stesso e accompagnano ciascun disoccupato – anche il più difficile – con percorsi personalizzati.

Ecco un’ottima immagine del mercato caritatevole, promosso e sostenuto dal capitale buono ! Come la fata morgana, fa un magnifico effetto ma rappresenta a rovescio la realtà, come può constatare chi riesce ad andare oltre le apparenze.

Certo tale situazione idilliaca sarebbe realizzabile solo in un quadro più favorevole di finanza pubblica e di certa sostenibilità del sistema previdenziale. Ma le colpe (sempre secondo Sacconi) non sono certo del mercato. Piuttosto un ostacolo sarebbe la permanenza nella condizione di emarginazione o lavoro nero [favorita], soprattutto nelle aree del Mezzogiorno, [da] un sistematico ricorso al sussidio rivelatosi disincentivante rispetto alle occasioni di lavoro regolare, ponendo chiari problemi di sostenibilità sociale ed economica.

Chi ragiona con la propria testa e conosce un po’ come funziona il mercato capitalistico sa che i veri problemi di sostenibilità (prima economica e di conseguenza sociale) semmai sono dati dalla fuga dei capitali, dalla tesaurizzazione (rendite al posto di investimenti produttivi), dall’evasione fiscale e dallo spreco opulento (e scandaloso) dei ricchi. L’unica cosa veramente insostenibile per gli emarginati è l’emarginazione! Se alcuni trovano lavori “in nero” – peggio, vengono reclutati nella criminalità - non è colpa loro, ma di chi ha interesse a sfruttare la loro condizione (come quella dei migranti clandestini).

 

L’inclusione delle persone disabili

L’inclusione nel mercato del lavoro deve costituire obiettivo sostanziale…

E’ proprio una fissa ! La riabilitazione e il reinserimento sociale e ambientale (anche con lavori protetti) sono altra cosa dall’inclusione nel “mercato del lavoro”, che per definizione ha finalità di scambio economico: prestazioni contro salario. Come altra cosa, del tutto diversa, è l’esercizio della vita attiva nel senso nobile della partecipazione alla cultura e alla politica (cfr. nota su H. Arendt).

 

La soggettività sociale dell’anziano e la continuità della cura

Anche qui incombe il problema di come utilizzare questo potenziale di capitale umano, e la soluzione “strategica” è ovviamente la permanenza nel mercato del lavoro…

 

Il sostegno alla famiglia

La leva fiscale appare la più idonea a sostenere la domanda, la libera scelta del cittadino o della impresa,

Qualcuno dovrebbe spiegare cosa c’entra la “libera scelta dell’impresa” nel contesto della “domanda” di servizi e agevolazioni fiscali alle famiglie (si pensa forse a imprese gestite da famiglie bisognose o con disabili?)…

Molto di più si capisce dalla frase successiva:

Il rigoroso postulato della centralità della persona nel nuovo Welfare comporta inesorabilmente una maggiore libertà di scelta e la conseguente creazione, ove possibile, di regolati mercati competitivi della offerta.

C’è tutto un programma in queste parole. Gli operatori di imprese competitive nel mercato del  welfare non si lamentino poi se avranno turni stressanti e stipendi irrisori con eventuali premi legati al risultato o alla produttività. Dovranno ricordare che tutto dipende dal “postulato inesorabile” della “libertà di scelta” dei pazienti!!

 

Il sistema degli ammortizzatori sociali

…frequenza dei processi di riorganizzazione della offerta produttiva

Leggasi: continue ristrutturazioni e accorpamenti aziendali con tagli dell’occupazione.

…sussidio generalizzato collegato a investimenti nella occupabilità di ciascuna persona

Leggasi: solo se ti dai da fare “attivamente” per migliorare la tua “occupabilità” (= produttività individuale) in concorrenza con gli altri lavoratori ti “meriterai” il sussidio. Se no ti arrangi!

organismi bilaterali promossi dalle parti sociali anche grazie alla completa remissione ad essi della gestione dei fondi alimentati da contribuzioni obbligatorie dei lavoratori e degli imprenditori e oggi dedicati alla cassa integrazione.

Leggasi: le dirigenze sindacali “affidabili” (= corrotte) entrano a far parte degli apparati neo-corporativi (con le associazioni padronali e le altre “parti sociali” interessate) diventando cogestori dei fondi contributivi, con criteri di assoluta discrezionalità – e dunque con enorme potere di ricatto nei confronti dei lavoratori.

 

L’equa remunerazione del lavoro

Al rinnovato sistema contrattuale viene assegnato il compito di concorrere all’aumento della produttività del lavoro, a una più efficiente dinamica retributiva e, infine, al miglioramento dei prodotti e dei servizi resi dalle pubbliche amministrazioni.

Leggasi: i sindacati “buoni” rinunciano di fatto a rappresentare l’autonomia del lavoro accettando a priori gli obiettivi dello sviluppo competitivo, in cambio di vantaggi corporativi. Ciò presuppone una pseudo-contrattazione che trasforma quei sindacalisti in guardiani della c. d. “coesione sociale”, detti anche pompieri delle lotte.

Qui il discorso si fa esplicito: l’obiettivo è costruire un nuovo modello di relazioni industriali funzionale a collegare i salari alla produttività del lavoro. Solo in questo modo è possibile ipotizzare dinamiche retributive che a un tempo rispondano alle pulsioni salariali e alle esigenze di competitività e controllo dell’inflazione.

[N.B.: in presenza di una crisi sistemica non c’è “modello” che tenga, perché emergono le contraddizioni di classe e il ruolo “stabilizzante” dei sindacati di regime perde di efficacia, lasciando il posto alla resistenza da una parte, alla repressione dall’altra].

La descrizione del “modello” è istruttiva: vediamola.

Il salario si definisce in termini solidali [cioè per la parte “garantita”] solo nella misura media del 60 per cento circa del reddito effettivo [N.B.: ora è circa l’80 per cento]. Il resto sarebbe regolato in termini “premiali” garantendo uno spazio adeguato alla contrattazione collettiva aziendale e, nel quadro di questa, anche ad accordi individuali. Tutte le componenti variabili e meritocratiche del salario, nel settore privato come in quello pubblico, dovranno essere soggette a una tassazione separata in modo da essere sottratte alla logica punitiva del merito imposta dalla progressività del prelievo.

La stessa retribuzione delle funzioni dirigenziali deve collocarsi entro regole ragionevoli, trasparenti e responsabilmente definite dalle parti nel settore privato esposto alla concorrenza mentre nel settore pubblico o negli operatori privati che operano in regime di monopolio in concessione, o beneficiano di forme di sostegno pubblico, possono essere opportune modalità, per quanto leggere, di regolazione formale.

La logica (non tanto) sottintesa è la seguente. <Se collabori in modo attivo ed efficace alla “produttività” (o meglio all’incremento del profitto d’impresa – parallelamente, al risultato economico del servizio) meriti un premio. Se sei un “bravo esecutivo” avrai un’integrazione di salario maggiore della media. Se sei un dirigente la tua “retribuzione”, che solo in parte è salariale (il resto, molto variabile, dipende dal ruolo e dal livello di comando, dal grado di partecipazione alla proprietà e da altri fattori “politici”) sarà contrattato “fra le parti” rispettando i rapporti di forza fra i soggetti che si spartiscono i profitti [*] e decidono le quote di salario [**]. Tutto ciò col minimo di prelievo fiscale (il merito non dev’essere tassato, perbacco!). Per i dirigenti del settore pubblico, per salvare la faccia potrà servire qualche “regola formale”, ma che sia “leggera” per carità.>

 

[*]: Ma non le eventuali perdite (frequenti in periodi di crisi), nella misura in cui funzionano i ricatti sull’occupazione dei salariati e il “rastrellamento” di fondi pubblici sotto forma di “aiuti alla ripresa”.

[**]: Ricordiamo che fra tali soggetti vanno inclusi i sindacati cogestionali.

 

Partecipazione e bilateralità

Oltre che indicare i compiti degli organismi bilaterali (territoriali e nazionali) per una gestione condivisa dei mercati del lavoro e dei servizi, qui si giunge a prospettare (furbamente) una domanda crescente di controllo e partecipazione da parte dei singoli lavoratori (quelli “meritevoli”, s’intende), che – in forme ordinate – può essere interesse di molte imprese accogliere.  Poco oltre si scopre il trucco: si tratta di forme di azionariato interno all’azienda (ovviamente senza alcuna interferenza o confusione dei ruoli con la direzione). L’impresa offre ai lavoratori dipendenti più o meno temporanei (accogliendo - si presume - le loro stesse richieste) la possibilità di diventare (formalmente) “soci” impiegando a rischio i loro risparmi in azioni dell’impresa stessa. E’ chiaro che ciò costituisce un forte incentivo alla collaborazione per incrementare gli (eventuali) utili, nella speranza di ottenere un ulteriore “premio” coi dividendi, e soprattutto dimenticando i rischi crescenti connessi allo stress e alla precarizzazione selvaggia del mercato del lavoro. Il doppio legame di dipendenza dai destini dell’impresa (come lavoratori e come micro finanziatori) viene così da essi percepito come libera scelta, perché diventano “imprenditori di se stessi”, coinvolti in modo “attivo” e “responsabile” nel gioco d’azzardo impegnativo ed emozionante che si chiama rischio d’impresa.

Per inciso, facciamo notare che un discorso simile riguarda i fondi pensione privati (anche sindacali): si chiede di capitalizzare a rischio i contributi previdenziali – che sono frutto del proprio lavoro, salario differito - nella speranza di accumulare interessi ben maggiori dei “minimi garantiti”.

In entrambi i casi il risultato strategico che si ottiene è lo stesso: la finanziarizzazione del “capitale umano”.

Sono strumenti (quasi) perfetti che il Ministero del Benessere italiano (sezione di quello Europeo) sta impiegando per realizzare la “coesione sociale” (cose da far invidia a Orwell!).

Ma per fortuna la sezione italiana è un po’ in ritardo, e nel frattempo la crisi ha mostrato tutta la sua virulenza rendendo ben poco praticabili questi strumenti. I fallimenti a catena di società finanziarie (cominciando dai  gestori dei fondi pensione) e le chiusure a raffica di strutture produttive, con molti milioni di persone (occupati, pensionati e relative famiglie) rimasti sul lastrico in America e in Europa, hanno aperto gli occhi a molti altri che (grazie anche alla meritoria opera di informazione fatta dai sindacati di base - o di classe, comunque non corrotti concertativi) non sono caduti in trappola.

 

Dal cap.6: La sostenibilità del modello sociale

Siamo giunti alla chiusura del cerchio, come appare chiaro (crediamo) fin dalla prima frase.

La concreta possibilità di periodiche fasi di instabilità delle economie rende il tema della sostenibilità estremamente importante per garantire coesione sociale senza ostacolare la crescita.

Non serve commentare: chi ci ha seguito con pazienza e attenzione finora sa interpretare e giudicare il significato di questi termini, come di parecchi altri che ricorrono nel “Libro bianco” di Sacconi e si ripetono anche qui: “società attiva”, “vita attiva”, “gestione condivisa” ecc.. Restano solo da vedere le proposte operative concrete riguardanti la gestione dei finanziamenti e delle spese nel sistema del  welfare italiano.

Si parte dall’indicazione di alcuni (veri o presunti) ostacoli esistenti, interni (finanziamento pressoché esclusivo sugli attivi - polarizzazione eccessiva della spesa sulle pensioni - servizio socio-sanitario inefficiente e oneroso nel Centro-Sud) ed esterni (il declino dei tassi di fertilità e l’aumento della aspettativa di vita). Per questi ultimi “l’obiettivo” da raggiungere sarebbe l’incremento dei contribuenti (tramite) l’incremento della natalità e dei tassi di occupazione regolare. Abbiamo visto che il primo è solo un auspicio, il secondo è di fatto un imbroglio.

Quanto  alla efficienza delle prestazioni l’accento è posto sulla promozione di una pluralità di fonti e di modalità di finanziamento di carattere privato.

A ben vedere, in pratica le soluzioni “nuove” proposte non sono altro che la radicalizzazione delle tendenze attuali e in certi casi il ritorno (con aggiornamenti) a situazioni del passato.

 

Una visione per il futuro: il sistema multipilastro

Si tratta di accelerare da un lato lo smantellamento (già in atto) del criterio a ripartizione (una conquista dei lavoratori, solidaristica e basata sulla fiscalità generale – aggiornabile con una vera contrattazione sociale collettiva), dall’altro  lo sviluppo del canale di finanziamento a “capitalizzazione reale”, con la connessa contribuzione a piani di investimento privati [cfr. sopra: “partecipazione al rischio”].

 

L’universalismo selettivo

 Non è altro che la generalizzazione di Tariffazioni e compartecipazione ai costi [sia pure “graduata”] da parte dei beneficiari dei servizi: criterio selettivo ed essenzialmente privatistico applicato alla spesa, contrabbandato come “assunzione individuale di responsabilità” verso i costi di produzione a carico della collettività.

 

La diversificazione degli istituti di Welfare (investe prioritariamente le pensioni e le prestazioni sanitarie integrative).

Tale operazione, propagandata come possibilità di sperimentare formule nuove (…) può spingersi sino a riconoscere ai cittadini, come singoli o in formazioni associate, la possibilità di partecipare alla definizione degli interventi e alla loro organizzazione funzionale.

L’ipotesi che si tratti di un ritorno alla vecchie “società di muto soccorso” e “casse mutue” corporative (con “nuove opportunità” di manovre da sottogoverno a livello locale) sarà puntualmente confermata qualche pagina più avanti.

 

Il Welfare della società attiva tra fiscalità e contribuzioni individuali

La distinzione chiara tra prestazioni redistributivo/assistenziali (…) e prestazioni assicurative, a cui sarebbe importante pervenire, consiste in sostanza in un ulteriore attacco ai diritti, col drastico trasferimento dalla sfera sociale/solidaristica a quella individuale/concorrenziale delle responsabilità e delle tutele relative ai rischi (vitali, non solo finanziari) connessi al lavoro e al salario (occupazione, sicurezza, salute, previdenza).

 

Esemplare, in questo contesto, è il paragrafo dedicato a

La sostenibilità del sistema pensionistico

Al di là delle proposte concrete (alcune già viste: allungamento della “vita attiva”, generalizzazione del sistema contributivo a capitalizzazione con fonti di finanziamento differenziate, calcolo delle singole prestazioni anche in base alla “speranza di vita” del destinatario – questa è una novità) chi lo leggerà integralmente potrà constatare quanta attenzione venga posta nell’uso di un linguaggio e di argomenti adatti a far apparire ragionevoli e desiderabili per tutti (uomini e donne, giovani e anziani) tali obiettivi, cancellando il più possibile la loro natura di classe, data semplicemente dal fatto che le condizioni di sostenibilità (compresa la famosa “coesione sociale”) sono dettate unicamente dalle regole del mercato dei capitali.

Altrettanto vale per i successivi paragrafi, che (tolte le trascurabili conclusioni) sono gli ultimi del Libro bianco : La sostenibilità del sistema sanitario: il federalismo sostenibile responsabile - dove compaiono, fra l’altro, le società di mutuo soccorso accanto ai livelli essenziali di assistenza (LEA) - e Una cultura del dono e della solidarietà, dove si esalta la carità degli italiani vista come una risorsa con straordinarie potenzialità da valorizzare tramite il terzo settore - il “mercato della carità” appunto -, che ha letteralmente dato un volto al nostro Paese.

Un volto che assomiglia molto a quello del “GRANDE FRATELLO”.

 

 

 

 FINALINO per le compagne e i compagni

 

Mi sembra di aver argomentato a sufficienza l’opinione che la finalità programmatica (strategica) espressa – in modo mascherato - nel documento governativo preso in esame (che, non dimentichiamo, ha ricevuto consensi da tutte le parti politiche istituzionali) sia quella di  organizzare la società (italiana, nel caso specifico) in funzione del comando incondizionato e totale del capitale. Per giungere a ciò è necessario distruggere ogni ipotesi di progetti di vita diversi e alternativi rispetto a quello della sottomissione alla logica del mercato del lavoro.

“Vita buona” significa “in buone condizioni”, cioè utile per sé e per la società. Tutto bene. Sennonché l’unica utilità possibile qui considerata (e dunque l’unica attività accettabile) è quella d’impresa, con le conseguenze alienanti di cui si è detto [cfr. nota *** al cap. 4].

La critica radicale (marxista) a questa ideologia è necessariamente connessa alla costruzione di strumenti (collettivi e solidali) di lotta contro questo sistema di potere che serve a mantenere questa divisione classista del lavoro. Non si tratta di affermare un’astratta (e altrettanto ideologica) “utopia politica” che voglia correggere, per esempio, quella della Arendt (o, ancor peggio, che ripeta a memoria i dogmi  di una delle tante “scuole” di comunismo del secolo scorso) – ho già preso le distanze da ciò all’inizio. Ma spero che questo lavoro possa aiutare a chiarire alcune idee al nuovo movimento di classe, e che la consapevolezza delle nuove e difficili condizioni date conduca la ricerca e la sperimentazione (di forme di riaggregazione sociale e di organizzazione del conflitto) a risultati concreti, cioè a individuare nuovi e più efficaci punti di forza su cui far leva per costruire la nuova resistenza attiva (e necessariamente complessiva: insieme economica, politica e culturale) al sistema e alla sua ideologia.

L’idea centrale, il filo rosso che mi ha guidato in questo studio è stata la necessità di uscire dal terreno dei facili slogans e di giustificare ogni affermazione, se volevo raggiungere il livello profondo del discorso e portarlo in superficie perché diventasse utile ed efficace.

Affido dunque queste poche ma sofferte pagine al vostro giudizio, e a quello del tempo, in attesa di poter leggere - o magari scrivere, insieme a tanti altri - le cronache dello sviluppo di un nuovo potere popolare e di una nuova stagione rivoluzionaria socialista sulla strada del comunismo [so che sono parole consumate e pressoché distrutte dagli errori ed orrori, dai tradimenti e dalle sconfitte a cui sono state sottoposte nella loro storia eroica e travagliata; ma non riesco a trovarne di migliori perché, per quel che ho capito da dilettante quale sono, penso che nonostante tutto sia ancora irrinunciabile il riferimento al pensiero e all’opera di Karl Marx].

Pol Vice

9 settembre 2009

www.sottolebandieredelmarxismo.it