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Articoli de L'Internazionale n.113

luglio 2012

 


editoriale

Parole chiare
 

Il governo dei “tecnici” non smette di sfornare capolavori. Ha esordito portando l’età lavorativa alle soglie della vecchiaia. Questo significherà, tra le altre cose, esporre una quota maggiore di lavoratori ai rischi e alle malattie professionali. La famosa “speranza di vita”, fra qualche anno, farà una brusca inversione a “U”. Naturalmente, anche il peggioramento generale delle condizioni dei ceti popolari contribuirà a questo risultato se, come ormai ci dicono le statistiche ufficiali, sempre più gente rinuncia a farsi curare perché non è più nelle condizioni di sostenere le spese mediche. La modifica dell’articolo 18, cioè la via libera ai licenziamenti facili, non farà che aggravare il quadro generale della condizione operaia.

Passata dunque, senza resistenze apprezzabili, la “Riforma del lavoro”,  le attenzioni del governo si rivolgono ora alla spesa pubblica e al pubblico impiego. Si parla dei dipendenti dello stato e degli enti locali come di oziosi privilegiati. “Bisogna poterli licenziare!”, si grida da tutte le parti. L’obiettivo del governo è chiaro: ridurre del 10% la massa dei dipendenti nell’ambito di una spending review che andrà a indebolire ulteriormente il sistema sanitario e gli altri servizi alla popolazione. Perché mentre si può rimettere in discussione ogni norma, se questa tutela gli interessi  della gente comune, non si può certo mettere in discussione, tanto per fare un esempio, il servizio del debito, ovvero quei settanta o ottanta miliardi che il Tesoro paga mediamente ogni anno ai detentori dei titoli pubblici, in grandissima parte banche, fondazioni  e gruppi finanziari.

Secondo Monti e secondo i suoi sostenitori, I lavoratori, pubblici e privati, dovrebbero capire. Dovrebbero tacere ed adeguarsi. Che cosa sono le loro pretese di una vita decente, di un lavoro sicuro e di un salario dignitoso, di fronte ai mercati, di fronte alle leggi dell’economia? Dovrebbero rimettersi fiduciosi alla politica economica di quel manipolo di milionari, banchieri, avvocati e ragionieri arricchiti, che siede al governo. Ora si stringe la cinghia, ci dicono, ma poi arriverà la crescita.

Intanto però loro la cinghia non la stringono e l’unica cosa che cresce è la disoccupazione. E come potrebbe essere altrimenti? In ogni azienda, in ogni amministrazione, nel pubblico come nel privato, la parola d’ordine è alleggerirsi. Diminuire il numero dei dipendenti è diventato sinonimo di efficienza economica.

I sindacati che cosa fanno? Stanno pensando allo sciopero generale. Proprio così: “stanno pensando”. In pochi mesi, da quando si è insediato, il governo “tecnico”  ha fatto a brandelli i pochi diritti fondamentali rimasti ai lavoratori e loro… stanno pensando!

Eppure sono maturi i tempi per una risposta generale. Non parliamo di uno sciopero ogni tanto o di una manifestazione a Roma una volta l’anno. Parliamo di un piano di lotte che coinvolga tutto il mondo del lavoro su una piattaforma che ne rappresenti gli interessi complessivi. Un salario minimo vitale garantito a tutti e protetto dagli aumenti dei prezzi, una spartizione del monte ore lavorativo fra occupati e disoccupati senza decurtazione della paga, la proibizione dei licenziamenti. Sono questi i provvedimenti di cui tutta la classe lavoratrice avrebbe immediato bisogno per mantenere un livello accettabile di civiltà, nel pieno di una crisi che il centro studi della Confindustria ha paragonato, per i suoi effetti economici e sociali, a una guerra.

Una mobilitazione generale del mondo del lavoro è certamente qualche cosa di grande e di difficile da realizzarsi. Senza dubbio però è anche il solo presupposto perché milioni di persone non cadano nella miseria e altrettante ci si avvicinino.

Per tutto c’è un inizio. Per ogni grande impresa c’è un primo piccolo passo. Oggi il primo passo è mettere insieme i lavoratori che non vogliono continuare a subire senza reagire, quelli che non sono rassegnati, quelli che non dicono “non possiamo farci niente”.

Di che cosa si tratta in pratica? Di passare dalle discussioni casuali davanti alla macchinetta del caffè, alla mensa aziendale, nello spogliatoio, all’inizio di un’attività cosciente e organizzata di agitazione e denuncia sistematica. Anche pochi lavoratori possono rappresentare una forza se ben organizzati. Certo, non possono promuovere da soli uno sciopero generale, ma possono iniziare a combattere quella passività, quell’apatia, quella sfiducia nelle proprie forze che così spesso paralizzano la classe lavoratrice. Per il fatto stesso di esercitare questo tipo di attività, in una fabbrica o in un quartiere, tre o quattro lavoratori rappresenteranno già un inizio promettente, contribuiranno ad alzare il morale dei loro compagni, toglieranno terreno alla rassegnazione, dimostrando nei fatti che si può reagire, intanto facendo intendere la propria voce, con volantini, con riunioni, con bollettini periodici, con piccole manifestazioni.

Non è più l’ora della rassegnazione. È l’ora dell’impegno in prima persona e dell’iniziativa perché nessuno toglierà le castagne dal fuoco ai lavoratori se non lo faranno loro stessi.

 

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Prima ha minacciato sciopero e mobilitazioni per impedire l’approvazione della Riforma del Lavoro; ora che il danno è fatto, promette mobilitazione per modificarla …a colpi di comunicati stampa. Con queste premesse, sarà difficile impressionare Governo e imprese.

Resa incondizionata
 

Se c’era un modo per fermare la Riforma del mercato del Lavoro, non era quello di minacciare per due mesi uno sciopero che non c’è stato mai. La difesa dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, che aveva dato origine nel 2002 a quella che era stata definita la più grande manifestazione del dopoguerra, ha meritato solo scioperi locali, ristretti a poche fabbriche e posti di lavoro isolati. Nemmeno lo sciopero generale - che la Cgil aveva programmato per fine maggio, del tutto fuori tempo rispetto alla presentazione del disegno di legge avvenuta a marzo, ma molto opportunamente per non disturbare la campagna elettorale delle amministrative - si è mai realizzato: alla fine è stato revocato. Come se nel frattempo qualcosa lo avesse reso inutile.

Sicuramente il sindacato, la Cgil in particolare che ne aveva fatto un punto da cui non arretrare, porta un’enorme responsabilità in questa resa senza condizioni. Non si contrastano attacchi di questa forza e di queste dimensioni con semplici dichiarazioni di principio declamate dagli uffici stampa, o appellandosi al buon cuore dei partiti che stanno in Parlamento: meno che mai al PD, ennesimo simulacro di quello che fu – o meglio, che si spacciava per essere – il partito dei lavoratori. Questo partito non ha nessuna intenzione di mettere in discussione il suo sostegno al Governo, e lo fa in nome della “coesione” del Paese, della necessità di “salvare l’Italia”, di una collaborazione di classe in cui la classe operaia ha solo da perdere.

Se il punto di riferimento di un sindacato che si vorrebbe autonomo è questo partito, la sconfitta di qualsiasi lotta è già scritta nelle sue premesse. La classe operaia si trova disarmata di fronte agli attacchi più violenti degli ultimi anni, e senza punti di riferimento per rilanciare le lotte.

Diventa persino ridicolo, se non vergognoso, contrabbandare per passi avanti quelle che sono solo mistificazioni, come sostenere che nel dibattito parlamentare è stato reintrodotto il diritto alla reintegrazione per i licenziamenti economici. In realtà la reintegrazione ormai è una possibilità residuale, e la sua fattispecie stessa non ha più niente in comune con quella prevista dallo Statuto del 1970. L’art. 18 prevedeva, per i licenziamenti senza giusta causa, il reintegro nel posto di lavoro come se il lavoratore non fosse mai stato licenziato, e con l’erogazione di tutte le mensilità trascorse dal licenziamento alla riassunzione. Oggi, il reintegro nel posto di lavoro è possibile solo se il Giudice accerterà la “manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo”, e anche in questo caso potrà risarcirlo al massimo con 12 mensilità. Come si svolgeranno nella pratica questi giudizi, nei quali l’insussistenza dovrà essere dimostrata “manifesta”, non sappiamo. Ma questo cavillo servirà senz’altro per rendere le cause lunghe, complesse, e costose per il lavoratore, che non potrà permettersi di sostenerle per anni, senza contare su un risarcimento. Sarà difficile che aspetti senza lavorare per anni un giudizio che non sa se sarà favorevole, e comunque non gli restituirà il salario perso; se poi nel frattempo avrà lavorato altrove per sopravvivere, nella norma è previsto che quello che avrà percepito gli verrà dedotto dall’indennità risarcitoria. Tutto è ben congegnato in modo che il lavoratore sia strangolato a sufficienza da accettare una transazione rapida, prendere subito un po’ di soldi e rinunciare al posto di lavoro e all’indennità.

All’assemblea degli industriali di Novara dell’11 giugno scorso, il Ministro del lavoro Fornero ha dichiarato candidamente “Abbiamo rivisto l’articolo 18 perché c’era un problema denunciato dalle imprese, che chiedevano di aumentare la flessibilità in uscita, anche per attrarre investitori stranieri […] L’aumento dei salari può avvenire solamente dall’aumento della produttività. Noi con queste riforme, compresa quella del mercato del lavoro, poniamo le basi per un aumento di produttività e da questo può venire un aumento dei salari, che a sua volta serve ad aumentare la domanda di consumi e quindi le imprese possono vendere anche sul mercato interno.” Non è un mistero che tutti i Governi borghesi agiscono in nome e per conto della classe sociale che sfrutta il lavoro. Quando il Governo è definito e si proclama “tecnico” i suoi obiettivi sono ancora più evidenti, e non passano per la fittizia mediazione del consenso. L’unica “tecnica” valida riconosciuta è quella di ottimizzare lo sfruttamento.

 

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Egitto: Tra dittatura militare e oscurantismo religioso
 

Il 24 giugno, dopo parecchi giorni di attesa, i risultati dell’elezione presidenziale egiziana sono stati ufficializzati. L’eletto è  il candidato dei Fratelli Musulmani Muhammad Morsi, che ha sconfitto Ahmad Chafik, ex primo ministro di Mubarak che aveva il sostegno dell’esercito. Sarà la prima volta che il presidente egiziano non sarà un militare, ma non per questo un tale risultato è da considerare una vittoria per tutti quelli che si sono mobilitati contro la dittatura di Mubarak.

D’altra parte i militari che da più di un anno governano la cosiddetta “transizione democratica” in Egitto avevano preso le dovute precauzioni. Il 14 giugno, la Corte costituzionale egiziana aveva sciolto l’assemblea legislativa eletta tra il novembre 2011 ed il gennaio 2012 e in cui i Fratelli musulmani avevano ottenuto 235 dei 498 posti di deputati. Il Consiglio supremo delle forze armate, il CSFA, ha poi annunciato che avrebbe ripreso in mano direttamente il potere legislativo, concentrando in questo modo i principali poteri. Così il nuovo presidente si troverà privo di appoggio legislativo e senza grandi poteri. Il CSFA rimarrà l’unico arbitro in Egitto, come lo è stato da più di un anno, dalla partenza di Hosni Mubarak nel febbraio 2011.

Questa situazione non è proprio nuova : dopo le manifestazioni contro la dittatura di Mubarak, la « transizione democratica » promessa si è presto rivelata un inganno. Si cercava di nascondere il fatto che il potere rimanesse in mano delle forze armate e dei diciannove ufficiali del CSFA, dietro al maresciallo Tantaui. L’importante per i militari era mantenere il controllo sull’apparato di Stato, come hanno fatto dal 1952, e su gran parte dell’economia del paese.  Sbarazzandosi dell’odiato dittatore e facendo in quell’occasione acclamare l’esercito “difensore del popolo” di fronte a Mubarak, i capi militari si davano i mezzi per assicurare la continuità del potere di Stato.

Ora, tra esercito e Fratelli musulmani, si svolge uno scontro che in realtà dura da anni in modo più o meno attutito. Già prima della caduta di Mubarak, la confraternita era diventata una specie di opposizione tollerata, facendo da sfogo politico al malcontento. Ma soprattutto i suoi militanti, presenti nei quartieri più poveri, assumevano un ruolo di tutela sociale laddove lo Stato e le istituzioni erano assenti. Questo suo ruolo di assistenza ha permesso alla confraternita di radicarsi e di diventare un fattore di stabilità sociale di fronte ad una miseria che poteva diventare esplosiva. In questo modo, la sua influenza è stata un utile complemento alla dittatura dell’esercito e della polizia per conto della borghesia egiziana.

Tuttavia la situazione creata dalla partenza di Mubarak ha cambiato l’equilibrio tra le due forze, permettendo alla Confraternita di occupare più spazio all’interno del sistema politico. Ma l’esercito non vuole perdere il controllo della situazione e, con lo scioglimento dell’assemblea legislativa, ha indicato anticipatamente al presidente islamista i limiti del suo potere. Lo scontro per il potere tra esercito e Fratelli Musulmani potrebbe andare avanti nei prossimi mesi in modo più o meno felpato, come in realtà è sempre stato.

In questo scontro comunque non c’entrano niente né la pseudo « democrazia » conquistata nel febbraio 2011, né gli interessi della popolazione che si era mobilitata contro Mubarak.  Purtroppo un paradosso della situazione è che uno dei partiti più oscurantisti, il Partito della libertà e della giustizia formato dai Fratelli musulmani, sta per assumere nei confronti dei ceti popolari l’immagine di principale opposizione « democratica » di fronte allo stato maggiore e al CSFA. Il partito fondamentalista islamico potrebbe utilizzare questa fama non solo per rafforzarsi ma anche per imporre alla società egiziana un regresso sociale, che tra l’altro è già in corso se si guarda la situazione delle donne.

È probabile che una parte della popolazione si accorgerà sempre più che la partenza di Mubarak non è stata la « rivoluzione » che tanti hanno proclamata. Dal punto di vista degli interessi dei lavoratori e della popolazione povera, delle loro aspirazioni alla libertà e ad una vita migliore, la vera rivoluzione rimane tutta da fare.

Ma per questo, ci vorrà un partito che sia pronto a lottare fino in fondo per gli interessi degli sfruttati, tanto contro la dittatura militare quanto contro l’oscurantismo dei Fratelli musulmani.

V. L.

 

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Il nuovo governo in Grecia: continuano le misure di austerità
 

Le elezioni politiche che si sono tenute il 17 giugno in Grecia, le seconde in meno di 45 giorni, confermano la fotografia di come anche gli equilibri parlamentari sono stati travolti dalla bufera della crisi economica che da tre anni infuria sul paese. Un governo è stato fatto ma i due partiti principali, i conservatori di Néa Dimokratía e i socialisti del PASOK, che monopolizzavano oltre l'80% dei voti fino a pochi mesi fa e hanno governato come partiti "contrapposti" e "alternativi", oggi, uniti, mettono insieme una maggioranza tanto precaria da dover chiedere il soccorso a Dimokratikì Aristerà, una nuova, ultramoderata, formazione di sinistra.

Già le elezioni del 6 maggio, non avevano espresso un partito in grado di formare un governo, sarebbe stato possibile però formare un governo di coalizione, anche con la stessa coalizione che è ora alla guida del paese. Questo ci dice che la crisi ha anche accentuato una litigiosità, sintomo della debolezza dei partiti rappresentanti gli interessi della borghesia greca.

La seconda tornata elettorale ha visto un avanzamento delle due principali formazioni, Néa Dimokratía e il SYRIZA, una coalizione di sinistra. Tutti gli altri partiti chi molto leggermente, chi in maniera molto consistente, come i comunisti del KKE, hanno perso voti e seggi.

In un quadro complessivo che ha visto un ulteriore calo dei votanti, vi è stata quindi, se non una polarizzazione, una crescita molto consistente dei partiti principali. Il leader di Néa Dimokratía, Antónis Samaràs è stato molto abile a serrare in ranghi del suo partito e recuperare moltissimi di voti dispersi in partiti e partitini di destra e di estrema destra che non erano entrati in parlamento alle precedenti elezioni. Con la parola d'ordine "o con l'euro e l'Europa o una ricaduta nel terzo mondo e il baratro", è riuscito a far balzare i consensi del suo partito dal 18,8% a quasi il 30%.

Il SYRIZA, guidato dal giovane ingegnere Aléxis Tsípras, si è posto come principale forza di opposizione alla politica economica (riassunta nel cosiddetto "memorandum") imposta alla popolazione e alla società dal governo greco e da UE, BCE e FMI. Il SYRIZA che fino a due anni prima col 4,6% dei voti era il più piccolo partito presente in parlamento, che influenzava principalmente strati intellettuali e impiegatizi, è riuscito a raggiungere il quasi il 27% dei voti conquistando grandi consensi fra strati popolari che precedentemente avevano votato PASOK o KKE.

Il SYRIZA è in questo momento una formazione che sta vivendo una crisi di crescita, basta parlare con i suoi militanti per capirlo, e siccome non è un partito organico e strutturato, ma un contenitore formato da una decina di formazioni politiche diverse, vive all'interno delle intense contraddizioni. Il suo radicalismo verbale non riesce a nascondere la sua natura riformista, la sua incapacità di dare una prospettiva di classe ai lavoratori greci. Il suo "internazionalismo" si limita ad una generica solidarietà fra i "popoli europei", mentre la sua fortuna elettorale è dovuta anche ai suoi appelli in difesa della patria greca schiacciata dalle potenze europee. La sua parola d'ordine per un "governo di sinistra" ha coltivato l'illusione che fosse sufficiente entrare nella "stanza dei bottoni" per salvare la società dalla crisi e far volgere le forze dello stato in favore dei lavoratori.

Il nuovo governo tripartito, guidato da Antónis Samaràs e composto da ministri "non politici", promette di portare il paese fuori dalla crisi e di attenuare le misure di austerità che lo stesso ministro aveva votato con grande entusiasmo alcuni mesi orsono. La promessa di una "attenuazione" delle misure d'austerità è stato un tentativo per recuperare un po' di credito fra la popolazione durante la campagna elettorale. Già subito dopo le elezioni questo tema è passato in seconda fila e possiamo scommettere che presto finirà nel dimenticatoio. Infatti la "troika" (la commissione dei rappresentanti di UE, BCE, e FMI che di fatto controlla e dirige la politica economica greca) non ancora giunta ad Atene, che aveva lasciato prima delle elezioni, annunciava che gli "aiuti" alla Grecia sarebbero continuati ad arrivare solo se il paese avesse continuato a mantenere i suoi impegni. Alcuni funzionari inoltre dichiaravano che se la crisi fosse continuata e la ripresa in Grecia non fosse arrivata (il calo del PIL previsto quest'anno è del 5 o 6%) sarebbe stato necessario aggiungere misure alle misure già prese.

Il nuovo governo greco, anche con la sua copertura di "sinistra", non porterà niente di buono ai lavoratori, ai pensionati, ai disoccupati, sempre più immiseriti dalla crisi, il suo ruolo e quello della difesa ad oltranza di un sistema economico ormai in bancarotta. La sua politica non potrà essere che di dura austerità. Ma il governo agisce in un momento di grande incertezza, unica cosa certa è il protrarsi della crisi, ed in Grecia, paese strutturalmente debole, in maniera ancora più acuta.

Nei prossimi mesi vedremo se questa politica andrà avanti speditamente e senza resistenza o se la reazione delle masse popolari porterà a far nascere lotte di opposizione al capitalismo greco e al suo governo.

Corrispondenza da Atene

 

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Un altro arretramento per i ferrovieri?
 

Alla fine di giugno è stato siglato il contratto dei dipendenti del Gruppo FS e quello più generale delle “attività ferroviarie”. Ad una prima lettura del testo si sono confermati i timori che serpeggiavano nella categoria. In modo particolare, sono i capitreno e i macchinisti, cioè gli equipaggi dei treni, che subiscono gli attacchi maggiori. Siamo ormai nella condizione paradossale che un contratto di lavoro firmato nel 2003, e già peggiorativo delle condizioni precedenti, costituisce l’unico appiglio normativo contro le “novità” introdotte da quello successivo. Infatti uno dei commenti più diffusi nei giorni successivi era: “Era meglio se lasciavano tutto com’era”. Il malcontento è generalizzato anche se il clima da ferie e l’aspettativa di qualche spicciolo di indennità arretrate rallentano un po’ i riflessi. Resta il fatto che il nuovo contratto prevede un aumento dell’orario di lavoro settimanale, una riduzione dei riposi e degli intervalli fra un turno e l’altro. Una vita lavorativa ancora più dura e logorante. Se a questo si aggiunge il prolungamento dell’età lavorativa previsto dalla riforma Fornero il quadro del disastro è completo.

In Toscana, anche nei mesi precedenti alla firma (firma che sarà ratificata il 20 luglio) si erano avuti pronunciamenti contrari alle ipotesi di piattaforma. Sia nella Filt-Cgil, con documenti approvati nelle assemblee di Pisa e Lucca, sia nell’Orsa regionale . Ora si tratterà di vedere se alle parole seguiranno i fatti.

Intanto l’Orsa Regionale ha confermato lo sciopero di 24 ore del personale dei treni tra il 19 e il 20 luglio. Come è già successo nel passato, per i lavoratori, in generale e anche per i ferrovieri in particolare, non è detto che i giochi siano conclusi. Un accordo si può ritirare e riscrivere se i lavoratori sviluppano una forza che costringa aziende e vertici sindacali a farlo. Ecco perché bisogna contrastare lo scoramento che rischia di seguire all’indignazione.

Ma in concreto si pone il classico problema del che fare e questo problema può trovare una prima risposta nella organizzazione di quelli che non ci stanno a piegare semplicemente la testa. Bisogna passare dal generico brontolio, dal mugugno diffuso, all’organizzazione di una opposizione seria nella categoria. Cominciando col mettere insieme, impianto per impianto, dei gruppi di macchinisti e capitreno che assumano l’atteggiamento e lo spirito di iniziativa del militante del movimento operaio e non più quello della vittima passiva di tutte le porcherie che si combinano a danno dei lavoratori. Non si tratta di fondare nuovi sindacati, ma di mettere insieme intanto quelli che possono e vogliono impegnarsi in prima persona. Non conta quale tessera sindacale abbiano in tasca, e nemmeno se non ce l’hanno. E si tratta di non farsi togliere di mano l’iniziativa: oggi di assemblee e volantinaggi, domani della direzione delle lotte.

Corrispondenza ferrovieri Toscana

 

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L’appetito vien mangiando
 

Si saranno detti: la pensione a 68 anni, ci è costata 3 ore di sciopero; la demolizione dell’articolo 18, zero ore di sciopero; maggio è passato senza intoppi, la Cgil agli scioperi generali non ci pensa nemmeno, poco anche agli scioperi di categoria…di preferenza ultimamente proclama comunicati stampa: non se li fila nessuno e anche la Cgil lo sa bene, ma d’altra parte qualche cosa deve sembrare che faccia. Così il PD è contento, e agli ultimi talk show prima di ferragosto magari la Cantone a parlare dei pensionati la invitano. Perché non pensare a un altro colpetto, così di passata?

E dal cappello del sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo esce la nuova geniale proposta: perché non diminuire di una settimana i giorni di ferie, a parità di salario? Si aumenterebbe il PIL dell’1%!

A dire il vero l’accoglienza è tiepida. Con il mondo in cassa integrazione, vien da pensare a chi venderanno le merci prodotte in più. Anche Dario Di Vico sul Corriere della Sera del 19 giugno esprime qualche dubbio. Ma Polillo è baldanzoso: in Italia il meccanismo di accumulazione della media delle imprese si è bloccato, è fermo al 1995! E dove intervenire, se non spremendo ulteriormente i salari?

D’altra parte, anche se Di Vico gli risponde “Oggi aumentare il margine operativo lordo delle imprese, alzando le ore lavorate senza intervenire sui salari, non avrebbe effetti concreti sulla domanda interna che resterebbe stagnante”, siamo sicuri che Polillo non si sarà scomposto. Che aumenti o non aumenti la domanda interna, intanto si tiene fermo un principio: paghino comunque i lavoratori salariati, e qualunque loro conquista o diritto acquisito si intende transitorio, e mai conquistato per sempre. E poi, più si riesce ad arraffare oggi, in tempo di vacche magre e con una reazione debolissima, più tornerà comodo domani. In tempi di vacche grasse, sai che botta di profitti con una settimana di ore lavorate in più, per lo stesso salario!

                     

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