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Articoli de L'Internazionale n.113
luglio 2012
editoriale
Parole chiare
Il governo dei “tecnici” non smette di
sfornare capolavori. Ha esordito portando l’età lavorativa alle
soglie della vecchiaia. Questo significherà, tra le altre cose,
esporre una quota maggiore di lavoratori ai rischi e alle malattie
professionali. La famosa “speranza di vita”, fra qualche anno, farà
una brusca inversione a “U”. Naturalmente, anche il peggioramento
generale delle condizioni dei ceti popolari contribuirà a questo
risultato se, come ormai ci dicono le statistiche ufficiali, sempre
più gente rinuncia a farsi curare perché non è più nelle condizioni
di sostenere le spese mediche. La modifica dell’articolo 18, cioè la
via libera ai licenziamenti facili, non farà che aggravare il quadro
generale della condizione operaia.
Passata dunque, senza resistenze
apprezzabili, la “Riforma del lavoro”, le attenzioni del governo si
rivolgono ora alla spesa pubblica e al pubblico impiego. Si parla
dei dipendenti dello stato e degli enti locali come di oziosi
privilegiati. “Bisogna poterli licenziare!”, si grida da tutte le
parti. L’obiettivo del governo è chiaro: ridurre del 10% la massa
dei dipendenti nell’ambito di una spending review che andrà a
indebolire ulteriormente il sistema sanitario e gli altri servizi
alla popolazione. Perché mentre si può rimettere in discussione ogni
norma, se questa tutela gli interessi della gente comune, non si
può certo mettere in discussione, tanto per fare un esempio, il
servizio del debito, ovvero quei settanta o ottanta miliardi che
il Tesoro paga mediamente ogni anno ai detentori dei titoli
pubblici, in grandissima parte banche, fondazioni e gruppi
finanziari.
Secondo Monti e secondo i suoi
sostenitori, I lavoratori, pubblici e privati, dovrebbero capire.
Dovrebbero tacere ed adeguarsi. Che cosa sono le loro pretese di una
vita decente, di un lavoro sicuro e di un salario dignitoso, di
fronte ai mercati, di fronte alle leggi dell’economia?
Dovrebbero rimettersi fiduciosi alla politica economica di quel
manipolo di milionari, banchieri, avvocati e ragionieri arricchiti,
che siede al governo. Ora si stringe la cinghia, ci dicono, ma poi
arriverà la crescita.
Intanto però loro la cinghia non la
stringono e l’unica cosa che cresce è la disoccupazione. E come
potrebbe essere altrimenti? In ogni azienda, in ogni
amministrazione, nel pubblico come nel privato, la parola d’ordine è
alleggerirsi. Diminuire il numero dei dipendenti è diventato
sinonimo di efficienza economica.
I sindacati che cosa fanno? Stanno
pensando allo sciopero generale. Proprio così: “stanno pensando”. In
pochi mesi, da quando si è insediato, il governo “tecnico” ha fatto
a brandelli i pochi diritti fondamentali rimasti ai lavoratori e
loro… stanno pensando!
Eppure sono maturi i tempi per una
risposta generale. Non parliamo di uno sciopero ogni tanto o di una
manifestazione a Roma una volta l’anno. Parliamo di un piano di
lotte che coinvolga tutto il mondo del lavoro su una piattaforma che
ne rappresenti gli interessi complessivi. Un salario minimo vitale
garantito a tutti e protetto dagli aumenti dei prezzi, una
spartizione del monte ore lavorativo fra occupati e disoccupati
senza decurtazione della paga, la proibizione dei licenziamenti.
Sono questi i provvedimenti di cui tutta la classe lavoratrice
avrebbe immediato bisogno per mantenere un livello accettabile di
civiltà, nel pieno di una crisi che il centro studi della
Confindustria ha paragonato, per i suoi effetti economici e sociali,
a una guerra.
Una mobilitazione generale del mondo
del lavoro è certamente qualche cosa di grande e di difficile da
realizzarsi. Senza dubbio però è anche il solo presupposto perché
milioni di persone non cadano nella miseria e altrettante ci si
avvicinino.
Per tutto c’è un inizio. Per ogni
grande impresa c’è un primo piccolo passo. Oggi il primo passo è
mettere insieme i lavoratori che non vogliono continuare a subire
senza reagire, quelli che non sono rassegnati, quelli che non dicono
“non possiamo farci niente”.
Di che cosa si tratta in pratica? Di
passare dalle discussioni casuali davanti alla macchinetta del
caffè, alla mensa aziendale, nello spogliatoio, all’inizio di
un’attività cosciente e organizzata di agitazione e denuncia
sistematica. Anche pochi lavoratori possono rappresentare una forza
se ben organizzati. Certo, non possono promuovere da soli uno
sciopero generale, ma possono iniziare a combattere quella
passività, quell’apatia, quella sfiducia nelle proprie forze che
così spesso paralizzano la classe lavoratrice. Per il fatto stesso
di esercitare questo tipo di attività, in una fabbrica o in un
quartiere, tre o quattro lavoratori rappresenteranno già un inizio
promettente, contribuiranno ad alzare il morale dei loro compagni,
toglieranno terreno alla rassegnazione, dimostrando nei fatti che si
può reagire, intanto facendo intendere la propria voce, con
volantini, con riunioni, con bollettini periodici, con piccole
manifestazioni.
Non è più l’ora della rassegnazione. È
l’ora dell’impegno in prima persona e dell’iniziativa perché nessuno
toglierà le castagne dal fuoco ai lavoratori se non lo faranno loro
stessi.
*
Prima ha minacciato
sciopero e mobilitazioni per impedire l’approvazione della Riforma
del Lavoro; ora che il danno è fatto, promette mobilitazione per
modificarla …a colpi di comunicati stampa. Con queste premesse, sarà
difficile impressionare Governo e imprese.
Resa incondizionata
Se c’era un modo per fermare la
Riforma del mercato del Lavoro, non era quello di minacciare per due
mesi uno sciopero che non c’è stato mai. La difesa dell’art. 18
dello Statuto dei Lavoratori, che aveva dato origine nel 2002 a
quella che era stata definita la più grande manifestazione del
dopoguerra, ha meritato solo scioperi locali, ristretti a poche
fabbriche e posti di lavoro isolati. Nemmeno lo sciopero generale -
che la Cgil aveva programmato per fine maggio, del tutto fuori tempo
rispetto alla presentazione del disegno di legge avvenuta a marzo,
ma molto opportunamente per non disturbare la campagna elettorale
delle amministrative - si è mai realizzato: alla fine è stato
revocato. Come se nel frattempo qualcosa lo avesse reso inutile.
Sicuramente il sindacato, la Cgil in
particolare che ne aveva fatto un punto da cui non arretrare, porta
un’enorme responsabilità in questa resa senza condizioni. Non si
contrastano attacchi di questa forza e di queste dimensioni con
semplici dichiarazioni di principio declamate dagli uffici stampa, o
appellandosi al buon cuore dei partiti che stanno in Parlamento:
meno che mai al PD, ennesimo simulacro di quello che fu – o meglio,
che si spacciava per essere – il partito dei lavoratori. Questo
partito non ha nessuna intenzione di mettere in discussione il suo
sostegno al Governo, e lo fa in nome della “coesione” del Paese,
della necessità di “salvare l’Italia”, di una collaborazione di
classe in cui la classe operaia ha solo da perdere.
Se il punto di riferimento di un
sindacato che si vorrebbe autonomo è questo partito, la sconfitta di
qualsiasi lotta è già scritta nelle sue premesse. La classe operaia
si trova disarmata di fronte agli attacchi più violenti degli ultimi
anni, e senza punti di riferimento per rilanciare le lotte.
Diventa persino ridicolo, se non
vergognoso, contrabbandare per passi avanti quelle che sono solo
mistificazioni, come sostenere che nel dibattito parlamentare è
stato reintrodotto il diritto alla reintegrazione per i
licenziamenti economici. In realtà la reintegrazione ormai è una
possibilità residuale, e la sua fattispecie stessa non ha più niente
in comune con quella prevista dallo Statuto del 1970. L’art. 18
prevedeva, per i licenziamenti senza giusta causa, il reintegro nel
posto di lavoro come se il lavoratore non fosse mai stato
licenziato, e con l’erogazione di tutte le mensilità trascorse dal
licenziamento alla riassunzione. Oggi, il reintegro nel posto di
lavoro è possibile solo se il Giudice accerterà la “manifesta
insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per
giustificato motivo oggettivo”, e anche in questo caso potrà
risarcirlo al massimo con 12 mensilità. Come si svolgeranno nella
pratica questi giudizi, nei quali l’insussistenza dovrà essere
dimostrata “manifesta”, non sappiamo. Ma questo cavillo servirà
senz’altro per rendere le cause lunghe, complesse, e costose per il
lavoratore, che non potrà permettersi di sostenerle per anni, senza
contare su un risarcimento. Sarà difficile che aspetti senza
lavorare per anni un giudizio che non sa se sarà favorevole, e
comunque non gli restituirà il salario perso; se poi nel frattempo
avrà lavorato altrove per sopravvivere, nella norma è previsto che
quello che avrà percepito gli verrà dedotto dall’indennità
risarcitoria. Tutto è ben congegnato in modo che il lavoratore sia
strangolato a sufficienza da accettare una transazione rapida,
prendere subito un po’ di soldi e rinunciare al posto di lavoro e
all’indennità.
All’assemblea degli industriali di
Novara dell’11 giugno scorso, il Ministro del lavoro Fornero ha
dichiarato candidamente “Abbiamo rivisto l’articolo 18 perché
c’era un problema denunciato dalle imprese, che chiedevano di
aumentare la flessibilità in uscita, anche per attrarre investitori
stranieri […] L’aumento dei salari può avvenire solamente
dall’aumento della produttività. Noi con queste riforme, compresa
quella del mercato del lavoro, poniamo le basi per un aumento di
produttività e da questo può venire un aumento dei salari, che a sua
volta serve ad aumentare la domanda di consumi e quindi le imprese
possono vendere anche sul mercato interno.” Non è un mistero che
tutti i Governi borghesi agiscono in nome e per conto della classe
sociale che sfrutta il lavoro. Quando il Governo è definito e si
proclama “tecnico” i suoi obiettivi sono ancora più evidenti, e non
passano per la fittizia mediazione del consenso. L’unica “tecnica”
valida riconosciuta è quella di ottimizzare lo sfruttamento.
*
Egitto: Tra dittatura militare e oscurantismo religioso
Il 24 giugno, dopo
parecchi giorni di attesa, i risultati dell’elezione presidenziale
egiziana sono stati ufficializzati. L’eletto è il candidato dei
Fratelli Musulmani Muhammad Morsi, che ha sconfitto Ahmad Chafik, ex
primo ministro di Mubarak che aveva il sostegno dell’esercito. Sarà
la prima volta che il presidente egiziano non sarà un militare, ma
non per questo un tale risultato è da considerare una vittoria per
tutti quelli che si sono mobilitati contro la dittatura di Mubarak.
D’altra parte i
militari che da più di un anno governano la cosiddetta “transizione
democratica” in Egitto avevano preso le dovute precauzioni. Il 14
giugno, la Corte costituzionale egiziana aveva sciolto l’assemblea
legislativa eletta tra il novembre 2011 ed il gennaio 2012 e in cui
i Fratelli musulmani avevano ottenuto 235 dei 498 posti di deputati.
Il Consiglio supremo delle forze armate, il CSFA, ha poi annunciato
che avrebbe ripreso in mano direttamente il potere legislativo,
concentrando in questo modo i principali poteri. Così il nuovo
presidente si troverà privo di appoggio legislativo e senza grandi
poteri. Il CSFA rimarrà l’unico arbitro in Egitto, come lo è stato
da più di un anno, dalla partenza di Hosni Mubarak nel febbraio
2011.
Questa situazione
non è proprio nuova : dopo le manifestazioni contro la dittatura di
Mubarak, la « transizione democratica » promessa si è presto
rivelata un inganno. Si cercava di nascondere il fatto che il potere
rimanesse in mano delle forze armate e dei diciannove ufficiali del
CSFA, dietro al maresciallo Tantaui. L’importante per i militari era
mantenere il controllo sull’apparato di Stato, come hanno fatto dal
1952, e su gran parte dell’economia del paese. Sbarazzandosi
dell’odiato dittatore e facendo in quell’occasione acclamare
l’esercito “difensore del popolo” di fronte a Mubarak, i capi
militari si davano i mezzi per assicurare la continuità del potere
di Stato.
Ora, tra esercito
e Fratelli musulmani, si svolge uno scontro che in realtà dura da
anni in modo più o meno attutito. Già prima della caduta di Mubarak,
la confraternita era diventata una specie di opposizione tollerata,
facendo da sfogo politico al malcontento. Ma soprattutto i suoi
militanti, presenti nei quartieri più poveri, assumevano un ruolo di
tutela sociale laddove lo Stato e le istituzioni erano assenti.
Questo suo ruolo di assistenza ha permesso alla confraternita di
radicarsi e di diventare un fattore di stabilità sociale di fronte
ad una miseria che poteva diventare esplosiva. In questo modo, la
sua influenza è stata un utile complemento alla dittatura
dell’esercito e della polizia per conto della borghesia egiziana.
Tuttavia la
situazione creata dalla partenza di Mubarak ha cambiato l’equilibrio
tra le due forze, permettendo alla Confraternita di occupare più
spazio all’interno del sistema politico. Ma l’esercito non vuole
perdere il controllo della situazione e, con lo scioglimento
dell’assemblea legislativa, ha indicato anticipatamente al
presidente islamista i limiti del suo potere. Lo scontro per il
potere tra esercito e Fratelli Musulmani potrebbe andare avanti nei
prossimi mesi in modo più o meno felpato, come in realtà è sempre
stato.
In questo scontro
comunque non c’entrano niente né la pseudo « democrazia »
conquistata nel febbraio 2011, né gli interessi della popolazione
che si era mobilitata contro Mubarak. Purtroppo un paradosso della
situazione è che uno dei partiti più oscurantisti, il Partito della
libertà e della giustizia formato dai Fratelli musulmani, sta per
assumere nei confronti dei ceti popolari l’immagine di principale
opposizione « democratica » di fronte allo stato maggiore e al CSFA.
Il partito fondamentalista islamico potrebbe utilizzare questa fama
non solo per rafforzarsi ma anche per imporre alla società egiziana
un regresso sociale, che tra l’altro è già in corso se si guarda la
situazione delle donne.
È probabile che
una parte della popolazione si accorgerà sempre più che la partenza
di Mubarak non è stata la « rivoluzione » che tanti hanno
proclamata. Dal punto di vista degli interessi dei lavoratori e
della popolazione povera, delle loro aspirazioni alla libertà e ad
una vita migliore, la vera rivoluzione rimane tutta da fare.
Ma per questo, ci
vorrà un partito che sia pronto a lottare fino in fondo per gli
interessi degli sfruttati, tanto contro la dittatura militare quanto
contro l’oscurantismo dei Fratelli musulmani.
V. L.
*
Il nuovo governo in Grecia: continuano le misure di austerità
Le elezioni
politiche che si sono tenute il 17 giugno in Grecia, le seconde in
meno di 45 giorni, confermano la fotografia di come anche gli
equilibri parlamentari sono stati travolti dalla bufera della crisi
economica che da tre anni infuria sul paese. Un governo è stato
fatto ma i due partiti principali, i conservatori di Néa
Dimokratía e i socialisti del PASOK, che monopolizzavano
oltre l'80% dei voti fino a pochi mesi fa e hanno governato come
partiti "contrapposti" e "alternativi", oggi, uniti, mettono insieme
una maggioranza tanto precaria da dover chiedere il soccorso a
Dimokratikì Aristerà, una nuova, ultramoderata, formazione di
sinistra.
Già le elezioni
del 6 maggio, non avevano espresso un partito in grado di formare un
governo, sarebbe stato possibile però formare un governo di
coalizione, anche con la stessa coalizione che è ora alla guida del
paese. Questo ci dice che la crisi ha anche accentuato una
litigiosità, sintomo della debolezza dei partiti rappresentanti gli
interessi della borghesia greca.
La seconda tornata
elettorale ha visto un avanzamento delle due principali formazioni,
Néa Dimokratía e il SYRIZA, una coalizione di
sinistra. Tutti gli altri partiti chi molto leggermente, chi in
maniera molto consistente, come i comunisti del KKE, hanno
perso voti e seggi.
In un quadro
complessivo che ha visto un ulteriore calo dei votanti, vi è stata
quindi, se non una polarizzazione, una crescita molto consistente
dei partiti principali. Il leader di Néa Dimokratía, Antónis
Samaràs è stato molto abile a serrare in ranghi del suo partito e
recuperare moltissimi di voti dispersi in partiti e partitini di
destra e di estrema destra che non erano entrati in parlamento alle
precedenti elezioni. Con la parola d'ordine "o con l'euro e l'Europa
o una ricaduta nel terzo mondo e il baratro", è riuscito a far
balzare i consensi del suo partito dal 18,8% a quasi il 30%.
Il SYRIZA,
guidato dal giovane ingegnere Aléxis Tsípras, si è posto come
principale forza di opposizione alla politica economica (riassunta
nel cosiddetto "memorandum") imposta alla popolazione e alla società
dal governo greco e da UE, BCE e FMI. Il SYRIZA che fino a
due anni prima col 4,6% dei voti era il più piccolo partito presente
in parlamento, che influenzava principalmente strati intellettuali e
impiegatizi, è riuscito a raggiungere il quasi il 27% dei voti
conquistando grandi consensi fra strati popolari che precedentemente
avevano votato PASOK o KKE.
Il SYRIZA è
in questo momento una formazione che sta vivendo una crisi di
crescita, basta parlare con i suoi militanti per capirlo, e siccome
non è un partito organico e strutturato, ma un contenitore formato
da una decina di formazioni politiche diverse, vive all'interno
delle intense contraddizioni. Il suo radicalismo verbale non riesce
a nascondere la sua natura riformista, la sua incapacità di dare una
prospettiva di classe ai lavoratori greci. Il suo
"internazionalismo" si limita ad una generica solidarietà fra i
"popoli europei", mentre la sua fortuna elettorale è dovuta anche ai
suoi appelli in difesa della patria greca schiacciata dalle potenze
europee. La sua parola d'ordine per un "governo di sinistra" ha
coltivato l'illusione che fosse sufficiente entrare nella "stanza
dei bottoni" per salvare la società dalla crisi e far volgere le
forze dello stato in favore dei lavoratori.
Il nuovo governo
tripartito, guidato da Antónis Samaràs e composto da ministri "non
politici", promette di portare il paese fuori dalla crisi e di
attenuare le misure di austerità che lo stesso ministro aveva votato
con grande entusiasmo alcuni mesi orsono. La promessa di una
"attenuazione" delle misure d'austerità è stato un tentativo per
recuperare un po' di credito fra la popolazione durante la campagna
elettorale. Già subito dopo le elezioni questo tema è passato in
seconda fila e possiamo scommettere che presto finirà nel
dimenticatoio. Infatti la "troika" (la commissione dei
rappresentanti di UE, BCE, e FMI che di fatto controlla e dirige la
politica economica greca) non ancora giunta ad Atene, che aveva
lasciato prima delle elezioni, annunciava che gli "aiuti" alla
Grecia sarebbero continuati ad arrivare solo se il paese avesse
continuato a mantenere i suoi impegni. Alcuni funzionari inoltre
dichiaravano che se la crisi fosse continuata e la ripresa in Grecia
non fosse arrivata (il calo del PIL previsto quest'anno è del 5 o
6%) sarebbe stato necessario aggiungere misure alle misure già
prese.
Il nuovo governo
greco, anche con la sua copertura di "sinistra", non porterà niente
di buono ai lavoratori, ai pensionati, ai disoccupati, sempre più
immiseriti dalla crisi, il suo ruolo e quello della difesa ad
oltranza di un sistema economico ormai in bancarotta. La sua
politica non potrà essere che di dura austerità. Ma il governo
agisce in un momento di grande incertezza, unica cosa certa è il
protrarsi della crisi, ed in Grecia, paese strutturalmente debole,
in maniera ancora più acuta.
Nei prossimi mesi
vedremo se questa politica andrà avanti speditamente e senza
resistenza o se la reazione delle masse popolari porterà a far
nascere lotte di opposizione al capitalismo greco e al suo governo.
Corrispondenza da
Atene
*
Un altro arretramento per i
ferrovieri?
Alla fine di giugno è stato siglato il
contratto dei dipendenti del Gruppo FS e quello più generale delle
“attività ferroviarie”. Ad una prima lettura del testo si sono
confermati i timori che serpeggiavano nella categoria. In modo
particolare, sono i capitreno e i macchinisti, cioè gli equipaggi
dei treni, che subiscono gli attacchi maggiori. Siamo ormai nella
condizione paradossale che un contratto di lavoro firmato nel 2003,
e già peggiorativo delle condizioni precedenti, costituisce l’unico
appiglio normativo contro le “novità” introdotte da quello
successivo. Infatti uno dei commenti più diffusi nei giorni
successivi era: “Era meglio se lasciavano tutto com’era”. Il
malcontento è generalizzato anche se il clima da ferie e
l’aspettativa di qualche spicciolo di indennità arretrate rallentano
un po’ i riflessi. Resta il fatto che il nuovo contratto prevede un
aumento dell’orario di lavoro settimanale, una riduzione dei riposi
e degli intervalli fra un turno e l’altro. Una vita lavorativa
ancora più dura e logorante. Se a questo si aggiunge il
prolungamento dell’età lavorativa previsto dalla riforma Fornero il
quadro del disastro è completo.
In Toscana, anche nei mesi precedenti
alla firma (firma che sarà ratificata il 20 luglio) si erano avuti
pronunciamenti contrari alle ipotesi di piattaforma. Sia nella
Filt-Cgil, con documenti approvati nelle assemblee di Pisa e Lucca,
sia nell’Orsa regionale . Ora si tratterà di vedere se alle parole
seguiranno i fatti.
Intanto l’Orsa Regionale ha confermato
lo sciopero di 24 ore del personale dei treni tra il 19 e il 20
luglio. Come è già successo nel passato, per i lavoratori, in
generale e anche per i ferrovieri in particolare, non è detto che i
giochi siano conclusi. Un accordo si può ritirare e riscrivere se i
lavoratori sviluppano una forza che costringa aziende e vertici
sindacali a farlo. Ecco perché bisogna contrastare lo scoramento che
rischia di seguire all’indignazione.
Ma in concreto si pone il classico
problema del che fare e questo problema può trovare una prima
risposta nella organizzazione di quelli che non ci stanno a piegare
semplicemente la testa. Bisogna passare dal generico brontolio, dal
mugugno diffuso, all’organizzazione di una opposizione seria nella
categoria. Cominciando col mettere insieme, impianto per impianto,
dei gruppi di macchinisti e capitreno che assumano l’atteggiamento e
lo spirito di iniziativa del militante del movimento operaio e non
più quello della vittima passiva di tutte le porcherie che si
combinano a danno dei lavoratori. Non si tratta di fondare nuovi
sindacati, ma di mettere insieme intanto quelli che possono e
vogliono impegnarsi in prima persona. Non conta quale tessera
sindacale abbiano in tasca, e nemmeno se non ce l’hanno. E si tratta
di non farsi togliere di mano l’iniziativa: oggi di assemblee e
volantinaggi, domani della direzione delle lotte.
Corrispondenza ferrovieri Toscana
*
L’appetito vien mangiando
Si saranno detti: la pensione a 68
anni, ci è costata 3 ore di sciopero; la demolizione dell’articolo
18, zero ore di sciopero; maggio è passato senza intoppi, la Cgil
agli scioperi generali non ci pensa nemmeno, poco anche agli
scioperi di categoria…di preferenza ultimamente proclama comunicati
stampa: non se li fila nessuno e anche la Cgil lo sa bene, ma
d’altra parte qualche cosa deve sembrare che faccia. Così il PD è
contento, e agli ultimi talk show prima di ferragosto magari la
Cantone a parlare dei pensionati la invitano. Perché non pensare a
un altro colpetto, così di passata?
E dal cappello del sottosegretario
all’Economia Gianfranco Polillo esce la nuova geniale proposta:
perché non diminuire di una settimana i giorni di ferie, a parità di
salario? Si aumenterebbe il PIL dell’1%!
A dire il vero l’accoglienza è
tiepida. Con il mondo in cassa integrazione, vien da pensare a chi
venderanno le merci prodotte in più. Anche Dario Di Vico sul
Corriere della Sera del 19 giugno esprime qualche dubbio. Ma Polillo
è baldanzoso: in Italia il meccanismo di accumulazione della media
delle imprese si è bloccato, è fermo al 1995! E dove intervenire, se
non spremendo ulteriormente i salari?
D’altra parte, anche se Di Vico gli
risponde “Oggi aumentare il margine operativo lordo delle
imprese, alzando le ore lavorate senza intervenire sui salari, non
avrebbe effetti concreti sulla domanda interna che resterebbe
stagnante”, siamo sicuri che Polillo non si sarà scomposto. Che
aumenti o non aumenti la domanda interna, intanto si tiene fermo un
principio: paghino comunque i lavoratori salariati, e qualunque loro
conquista o diritto acquisito si intende transitorio, e mai
conquistato per sempre. E poi, più si riesce ad arraffare oggi, in
tempo di vacche magre e con una reazione debolissima, più tornerà
comodo domani. In tempi di vacche grasse, sai che botta di profitti
con una settimana di ore lavorate in più, per lo stesso salario!
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