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Anche in crociera il capitalismo non va in vacanza
Il dramma della nave da crociera Costa Concordia ha avuto un
fortissimo impatto mediatico. Giornali e trasmissioni televisive si
sono concentrati sull’avvenimento con interviste, ricostruzioni,
servizi speciali etc. La sciagura che ha colpito un colosso del
mare, una di quelle “città galleggianti” su cui si impernia
l’industria delle crociere ha dato il via al solito copione
giornalistico: processi sommari inscenati negli studi televisivi o
nelle redazione dei giornali, personaggi infami o eroici costruiti
nello spazio di un pomeriggio televisivo, una corsa scatenata a
costruire la storia miscelando tutti i registri del dramma caro alle
esigenze dei principali mass media (nefandezze ed episodi di
commovente solidarietà, drammi personali ridotti al formato di spot
strappalacrime). Grande spazio hanno avuto le testimonianze dei
superstiti, molte concordi nel descrivere un quadro di terribile
disorganizzazione come fattore determinante nel maturare della
tragedia (carenza di giubbotti salvagente, caos nell’utilizzo delle
scialuppe di salvataggio, passeggeri disinformati e abbandonati
spesso al proprio destino, personale di bordo impreparato e non di
rado persino incapace di esprimersi in italiano).
A questo punto, il
rischio di imboccare la via delle fesserie, rese ancora più
intollerabili proprio dalla tragicità dell’evento, è alto: rimpianti
per i bei tempi quando le crociere erano roba selettiva, da signori
e non le odierne resse low cost dove si accalca un’accozzaglia priva
di savoir faire, la colpa al personale di bordo straniero,
egoisticamente sordo ai richiami dell’etica marinara (priorità
quindi al lavoro italiano!).
Non ci interessa nemmeno inoltrarci nei
meandri della ricostruzione dell’eventuale errore umano e appioppare
gogne troppo comodamente individuali. Già, perché quello che troppo
spesso, nella moltitudine di carta stampa e di ore televisive
dedicate alla tragedia della Concordia, è stato taciuto è il dato di
fondo più forte e determinante. La disorganizzazione, la
trascuratezza, l’inadeguatezza che l’organizzazione della nave ha
mostrato nel momento dell’emergenza non è una condizione
esclusivamente singola, imputabile all’incuria del singolo
ufficiale, ha una sua precisa radice economica, una sua logica
perfettamente incardinata nel funzionamento del mercato
capitalistico. Garantire alti livelli di sicurezza in momenti di
forte criticità a migliaia di persone è davvero qualcosa di
impegnativo e soprattutto costoso. Comporta investimenti nettamente
maggiori dei percorsi luminosi verso i punti di raccolta, delle simil-esercitazioni, in genere rari momenti di ridanciana
mobilitazione, a cui sono tenuti i passeggeri, comporta l’assunzione
di un personale di bordo (anche quello adibito alle mansioni più
quotidiane e umili) che sia preparato a dare un contributo nel
momento dell’emergenza.
Una maggiore sicurezza in genere poi si
combina con la riduzione del numero dei passeggeri (il Corriere
della Sera del 15 gennaio ha riportato la
valutazione di un ingegnere e perito navale secondo cui il
gigantismo di queste navi è diventato un problema non tanto in
termini tecnici ma proprio in ragione della difficoltà di
organizzare quattromila persone in mare in situazione di emergenza).
Tutto apparentemente ovvio, scontato, ma in realtà tutto in
stridente contraddizione con le logiche del mercato che anche una
gigantesca nave da crociera (che, nonostante gli spettacoli, le
suggestioni, le serate danzanti e le iniziative ludiche
instancabilmente organizzate rimane uno strumento di attività
economica) deve rispettare.
Perché porre un tetto più sicuro al
numero dei passeggeri in un momento storico in cui la crociera è
diventata un prodotto di ampio consumo, perché rinunciare a fare “il
pieno”, perché limitare i profitti? Come pretendere un alto livello
di preparazione in situazioni estreme, la capacità di assumere un
ruolo di altissima responsabilità e persino la conoscenza
dell’italiano da una forza-lavoro che si vuole massimamente
flessibile e al più basso costo possibile? Perché infine effettuare
investimenti significativi per far fronte ad eventualità
statisticamente irrilevanti, in un settore poi in cui la concorrenza
è agguerrita? A ben vedere si tratta della stessa logica, tutt’altro
che rara nei luoghi di lavoro più “classici” come fabbriche,
stabilimenti etc. Perché la colossale, sfavillante, Concordia
avrebbe dovuto fare eccezione? Pretendete troppo, qualcuno potrebbe
obiettare. Cosa si può fare contro il destino crudele, contro la
forza della natura tanto superiore all’umana superbia (persino in
questa occasione non sono mancate sui giornali a tiratura nazionale
scemenze del genere) se non distribuire pateticamente giubbotti
salvagente, approntare scialuppe destinate ad essere inadeguate.
Non
è così. Volete avere un esempio di organizzazione costante,
efficientissima, rodata, capillare, addirittura pressante, in grado
di abbracciare migliaia di persone? Bene, pensate a tutta la vasta,
articolata attività commerciale che ruota intorno alla nave da
crociera e che si abbatte sul passeggero prima ancora che metta
piede sulla nave: dalla foto di partenza poi acquistabile dal
fotografo di bordo, al poderoso giro di affari degli “extra” (con
tanto di offerte di pacchetti caffè, bibite e quant’altro) con la
“card” assegnata ad ogni passeggero, dalle escursioni a pagamento
(dalla visita dal sapore culturale all’escursione subacquea) fino
alla rete di bar, negozi, casinò e centri benessere che operano
instancabilmente nel corso del viaggio. In queste cose non si
scherza, si tratta di soldi sicuri e immediati, l’organizzazione
deve esserci, deve funzionare e deve essere costantemente resa più
efficiente. Questo è il capitalismo, anche quando solca le belle
acque dell’isola del Giglio con il nome poetico di Concordia.
Prospettiva Marxista
19 gennaio 2012 |