gennaio 2012

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La “rivolta dei forconi” e i proletari meridionali
 

A partire dalla seconda metà di gennaio, in Sicilia è scoppiata la cosiddetta “rivolta dei forconi”. Una mobilitazione che nei giorni scorsi ha bloccato l’isola per un’intera settimana, e che ora inizia a estendersi anche in altre regioni.

La rivolta è promossa da agricoltori, pescatori e autotrasportatori siciliani, e fa dunque il paio con la contemporanea mobilitazione dei tassisti a Roma e in altre grandi città. In entrambi i casi, infatti, si tratta di ceto medio in via di proletarizzazione, o che comunque ha visto peggiorare drasticamente le proprie condizioni, sotto i colpi di una crisi economica internazionale che i vari governi in carica, “tecnici” o meno, continuano a scaricare sui lavoratori dipendenti e in parte, come in questo caso, sulle frange più deboli della piccola borghesia.

Ma rispetto a quella dei tassisti, la rivolta dei forconi ha delle caratteristiche peculiari che la rendono, nel bene e nel male, degna di particolare attenzione da parte di chi auspica una ripresa a tutto campo della lotta di classe.

Il primo dato è l’ampiezza territoriale della lotta, che sta coinvolgendo non singole città ma un’intera regione, e che nei prossimi giorni potrebbe anche estendersi oltre lo Stretto di Messina e risalire la penisola.

Il secondo dato è che si tratta della Sicilia, dunque di una regione in cui, come nel resto del Meridione, il tasso di disoccupazione è molto alto e in cui le speranze per i giovani di trovare un lavoro decente, o semplicemente un lavoro, sono davvero minime. Regioni in cui, da 150 anni, moltissimi lavoratori continuano a emigrare al Nord per potersi costruire una vita. Non sorprende affatto, quindi, che in questi giorni gli studenti di molte scuole siano entrati in sciopero per solidarizzare con la rivolta: il malcontento si esprime dove c’è conflitto e viceversa, e in questo momento, in Sicilia, a bloccare strade e autostrade ci sono “i forconi”.

Il terzo dato, molto pericoloso, è l’egemonia che in questo momento hanno dentro la rivolta Forza Nuova e altre sigle della galassia neofascista e destrorsa, come ad esempio il “Movimento per la gente” dell’industriale Zamparini. Un dato che ricorda molto da vicino i fatti di Reggio Calabria del 1970 (leftcom.org), quando una rivolta durissima, che durò più di un anno e che coinvolse non solo il ceto medio ma anche ampi strati proletari e sottoproletari della città, venne pilotata dall’estremismo nero e indirizzata sul terreno qualunquista della lotta per il capoluogo. Oggi come allora, se i proletari non si mobilitano come classe trascinando con sé i settori più colpiti della piccola borghesia, il rischio è che accada esattamente il contrario, ossia che la piccola borghesia diventi protagonista del conflitto, trainando le nuove generazioni senza futuro e i proletari locali nella trappola del corporativismo e del regionalismo.

La confindustria siciliana che parla di “infiltrazioni mafiose” nel movimento dei forconi fa sorridere: come se in Sicilia la mafia e le istituzioni non fossero parte del medesimo sistema clientelare basato sulla paura e su profondissime disuguaglianze sociali. Proprio come nel resto del Meridione.

Chi vive nel Sud nelle zone ad alta densità mafiosa sa perfettamente che, salvo rare eccezioni, a destra e a sinistra il voto di scambio è la norma. Avere la raccomandazione, la protezione, l’aggancio, ecco la parola d’ordine. Altrimenti, se non possiedi un capitale da investire o un’azienda da ereditare, puoi anche fare le valige e andartene. La manovalanza mafiosa starà da una parte e dall’altra della barricata per controllare la situazione e per evitare che la protesta diventi troppo “spontanea” e anti-sistema. Un po’ come fanno i politicanti.

Ma lasciamo che confindustria faccia la sua parte nel teatrino e torniamo alla rivolta. In sostanza, il punto da cui bisogna partire è che il Sud non è il Nord. Al Sud il capitalismo è senza maschera: sfacciato e brutale. La scala sociale è particolarmente ripida e i poveri sono poveri davvero. In Meridione non esiste un tessuto produttivo capillare come quello delle regioni settentrionali, per cui la classe operaia di fabbrica è numericamente debole rispetto ai proletari impiegati nei servizi, ai sottoccupati, ai disoccupati e ai braccianti agricoli.

Ecco, i braccianti. Questi ultimi, in Sicilia come nel resto del Meridione, sono quasi tutti immigrati e rappresentano forse la chiave per spostare una lotta come quella dei forconi da un terreno corporativo e regionalista a un terreno classista e internazionalista. E’ inutile cercare di opporsi all’egemonia fascistoide della rivolta su un piano meramente ideologico, è nei contenuti che bisogna marcare la differenza. Se questa crisi colpisce anche l’agricoltore proprietario, colpisce comunque molto di più il bracciante immigrato – assunto quasi sempre in nero – che oggi è duramente sfruttato e domani rischia di rimanere senza lavoro e con il permesso di soggiorno revocato. A due anni dalla grande rivolta di Rosarno è su questo che bisogna insistere: sono comunque i proletari a pagare il prezzo più alto, e in particolare gli immigrati, l’anello più vulnerabile della classe.

Noi lavoratori dobbiamo cominciare a rompere le tante barriere che ancora ci dividono: l’operaio di Termini Imerese, il giovane disoccupato di Palermo, il bracciante agricolo della piana catanese… sono loro che dovrebbero unirsi in un unico fronte e bloccare le strade della Sicilia, e non tanto per abbassare questa o quella tassa o per opporsi a questo o a quel governatore, ma per rivendicare la legittima garanzia di un lavoro “dignitoso”, di una pensione “decente”… Se questi obiettivi risultano assolutamente incompatibili con un sistema capitalistico in crisi a livello internazionale, significa che occorre andare oltre. Perché non basta brandire i forconi: bisogna anche saperli puntare nella direzione giusta. E anche in Sicilia, questa direzione deve procedere oltre la singola lotta rivendicativa e cominciare a mettere in discussione il capitalismo dalle fondamenta, prospettando finalmente un nuovo tipo di società senza più padroni, padrini… e padroncini.

Battaglia Comunista

23 gennaio 2012

www.sottolebandieredelmarxismo.it