|
|
L’importante è non perdere la bussola!
Il fatto veramente importante
accaduto sabato 15 ottobre a Roma è stata la grande partecipazione
alla manifestazione degli “indignati”. Le provocazioni e le violenze
mostrate in televisione in tutte le salse non devono farcelo
dimenticare.
Naturalmente, c’è chi si è buttato a corpo morto su quelle scene.
C’è chi spera di sfruttare lo sdegno e lo sconcerto suscitato dalle
violenze e dai vandalismi per screditare ogni tipo di opposizione
sociale. Niente di tutto questo è nuovo.
Ma l’opposizione sociale, che in questi mesi si è espressa in molti
paesi del mondo, e ultimamente proprio nei paesi ricchi, sia pure in
forme diverse e spesso confuse, è figlia della crisi. Non c’è nessun
piano e nessun complotto segreto che possa muovere centinaia di
migliaia di persone a Roma come a Londra, Madrid, New York. Certo,
in mezzo ai manifestanti ci sono militanti della sinistra e anche
dell’estrema sinistra. Ma ci sono anche, in numero spesso rilevante,
le “persone della porta accanto”, cioè gente che non si è mai
occupata attivamente di politica e che ora si riconosce nella
protesta: giovani e non giovani, disoccupati, immigrati, precari,
operai che vedono in pericolo il proprio posto di lavoro.
Non si contano le indagini sociologiche che mostrano come lo spettro
della disoccupazione e della precarietà riguardi tutti i settori del
lavoro dipendente e una parte dello stesso lavoro autonomo.
L’estensione straordinaria del lavoro nero nell’edilizia e
nell’agricoltura e la quasi totale precarietà dei giovani, operai,
impiegati, ricercatori, ingegneri, tecnici, ci dicono che il
capitalismo, come sistema economico e sociale chiude le porte del
futuro alla maggioranza della popolazione.
Il giornalismo segue le regole non scritte della
politica-spettacolo: domenica 16 ottobre le foto dell’autoblindo dei
carabinieri dato alle fiamme grandeggiavano in prima pagina.
Il giorno dopo, con un risalto
di gran lunga inferiore, venivano diffusi i dati allarmanti della
Caritas sulla povertà in Italia. I poveri sono sempre di più: siamo
arrivati a 8,3 milioni. Un quinto di quanti si rivolgono ai centri
di ascolto della Caritas hanno meno di 35 anni. In quattro anni le
domande di sussidi economici sono aumentate dell’80%! Una violenza
sociale su larga scala.
Il capitalismo si dimostra sempre più incapace di soddisfare le
necessità di una vita civile. Eppure il mondo dispone oggi, in una
misura mai conosciuta nelle epoche passate, di uno “stock” di
laboratori, di apparati produttivi, di centri di analisi e di
studio, di competenze tecniche e scientifiche, oltre che di una
grande quantità di persone già istruite per mettere a rendimento nel
migliore dei modi queste risorse a beneficio della collettività.
La differenza fra capitalismo della produzione e capitalismo della
speculazione finanziaria è puramente teorica. Nella realtà ogni
grande gruppo industriale ha intrecci azionari con le banche e ogni
banca è invischiata nel gioco della speculazione finanziaria. Non
c’è un capitalismo “sano” da salvare.
Oggi, e ancor di più domani, rischiamo di finire nell’abisso della
miseria per stare dentro alle regole della compatibilità economica,
per non turbare i mercati, per risanare un debito pubblico che
certamente non hanno creato i giovani e la classe lavoratrice. I
vari pupazzi incravattati che occupano la scena dei dibattiti
televisivi continueranno a dire che “non ce lo possiamo permettere”
perché “abbiamo vissuto sopra alle nostre possibilità”. Loro,
intanto, continueranno a permettersi tutto e a vivere al riparo di
qualsiasi sventura economica. E sopra di loro - come testimoniano i
resoconti entusiastici sulle vendite dei beni di lusso - la classe
dei grandi borghesi non rinuncia a niente dei suoi privilegi.
Bisogna rivendicare il diritto a vivere per tutti, perché sotto a un
determinato livello di reddito e sotto un limite di servizi sociali
garantiti non si può parlare di civiltà.
Questa lotta deve trovare nei luoghi di lavoro le gambe che la
facciano marciare e nello sciopero la sua arma principale!
L’Internazionale - Inchiesta
Operaia
ottobre 2011 |