|
|
Il “posto fisso”... delle burocrazie sindacali
Che Mario Monti non avesse alcun’intenzione
di dare una prospettiva di lavoro alle nuove generazioni lo
avevamo capito da tempo. Le recenti esternazioni sulla
“monotonia” del posto fisso sono una fedele fotografia delle
politiche economiche e sociali del suo governo: massacrare i
lavoratori per preservare gli investimenti dei capitalisti. Ciò
che più colpisce delle interviste che il premier rilascia nei
salotti televisivi sono i suoi “entusiasmi” per l’abbassamento
dello “spread” all’indomani del varo delle ultime manovre
finanziarie: in tanti (soprattutto quei lavoratori che si sono
visti improvvisamente innalzare fino a quasi settant’anni l’età
pensionabile), oltre a non capire esattamente cosa diamine sia
questo “spread”, cominciano a rendersi conto che i sacrifici dei
lavoratori servono solo per tutelare gli investimenti in borsa
della grande industria e delle grandi banche.
Monti: il
ligio esecutore dei dettami della troika
Al di là degli specchietti per le allodole,
utili per far credere che ci sia qualche discontinuità tra
l’attuale esecutivo e il precedente – si pensi ai simbolici
blitz della guardia di finanza a Cortina e nei ristoranti
milanesi, oppure alla riduzione infinitesimale degli stipendi
dei parlamentari – Monti, fin da subito, ha fornito prova di
essere un ligio esecutore dei diktat della troika (vale a dire
della triade costituita dalla Banca centrale europea, dal Fondo
monetario internazionale e dalla Commissione europea). Non solo
non sono state messe in discussione le leggi e le misure di
Berlusconi – dalla legge di stabilità ai tagli miliardari alla
scuola pubblica, dalle privatizzazioni selvagge ai decreti sulla
sicurezza – ma, soprattutto, sono arrivate nuove batoste per la
classe lavoratrice. A dicembre una manovra finanziaria da trenta
miliardi ha peggiorato drasticamente le condizioni di vita delle
masse popolari: innalzamento dell’età pensionabile, blocco
dell’indicizzazione delle pensioni, imposte sulla casa, aumento
dell'Iva, tasse sui carburanti, aumento dell’addizionale
regionale, ecc.
A gennaio, i decreti sulle liberalizzazioni hanno colpito
soprattutto la piccola borghesia, molti settori della quale
hanno conosciuto in questi anni un forte processo di
proletarizzazione. In Sicilia e in altre regioni del Sud
d’Italia la protesta, con i blocchi delle strade, ha trascinato
con sé anche strati di proletariato; lasciando tuttavia spazio
all’infiltrazione di elementi fascisti (si pensi ai legami tra
alcuni dirigenti del movimento dei Forconi e Forza Nuova). Si
tratta di settori che i comunisti devono essere in grado di
intercettare, nella consapevolezza che solo se egemonizzati
dalle organizzazioni del movimento operaio questi movimenti
potranno assumere un carattere progressivo.
Lo stesso decreto sulle liberalizzazioni ha avuto pesanti
ripercussioni anche sui lavoratori salariati dei trasporti. Il
decreto ha cancellato, nel silenzio pressoché totale delle
burocrazie sindacali, l’obbligo del contratto nazionale per il
trasporto ferroviario e per il trasporto locale: l’ennesima
bastonata per i lavoratori dei trasporti, che in questi mesi
hanno visto smantellati i diritti acquisiti in decenni di lotte
(smantellamento che va di pari passo con quello del servizio
ferroviario: paralizzato in queste ore da qualche centimetro di
neve).
Smantellamento dell’articolo 18: il ruolo delle burocrazie
sindacali
Se i giovani, ma anche i meno giovani,
possono scordarsi per sempre un “noioso” posto fisso, il posto
delle burocrazie sindacali di Cgil, Cisl e Uil è invece sempre
lo stesso: quello al tavolo della concertazione. Proprio in
questi giorni sono in corso incontri tra i rappresentanti degli
apparati sindacali di Cgil, Cisl e Uil (ormai vere e proprie
aziende a tutela dei propri affari), Confindustria e la ministra
Fornero. Cgil, Cisl e Uil annunciano di essere disposti a
“ragionare” insieme con la Marcegaglia per presentare al governo
una proposta comune sui contratti.
E’ la riproposizione del film già visto
l’anno scorso a fine giugno, quando Camusso, Epifani e Angeletti
hanno lasciato alla Marcegaglia, cioè alla rappresentante dei
capitalisti italiani, il ruolo di portavoce unico delle
cosiddette “parti sociali” (termine col quale si vuol far
credere che esistano interessi comuni di lavoratori e padroni).
Allora era ancora il tempo del governo Berlusconi. Oggi a
governare c’è Monti e le cose non sono cambiate: l’intento delle
burocrazie sindacali è quello di arrivare a un accordo con la
Fornero su un probabile “contratto unico d’inserimento” che
preveda lo smantellamento dell’articolo 18, con la possibilità
per le aziende di licenziare chiunque “per motivi economici”.
Per capire quanto la Cgil sia determinata a contrastare con la
mobilitazione la messa in discussione dell’articolo 18, basta
leggere le ultime dichiarazioni della Camusso. Mentre la Fornero
affermava di voler confrontarsi coi sindacati ma di essere
determinata a “procedere comunque con la revisione dell’articolo
18”, la Camusso, fingendo di non sentire la seconda parte della
frase, cioè la parte più importante, ha così commentato:
“dobbiamo apprezzare, pur usando condizionali obbligatori,
l'intento del governo di voler lavorare per fare un accordo”.
Noi pensiamo che non ci sia proprio nulla da apprezzare: se sarà
smantellato l’articolo 18, i lavoratori soggiaceranno ad una
condizione di ricatto permanente, che renderà ancora più
difficile persino la sindacalizzazione sui luoghi di lavoro.
Tanto più in una situazione caratterizzata da disoccupazione di
massa, privare i lavoratori di quest’elementare tutela rischia
di trasformare anche il diritto di sciopero in carta straccia.
Quale
risposta sindacale?
Se volessimo provare a descrivere con una
sola immagine il quadro politico e sindacale dell’ultimo anno,
potremmo rappresentarlo con lo scontro tra un esercito dotato
d’armi sofisticatissime (quello dei capitalisti e dei loro
governi) e un esercito mandato allo sbaraglio a mani nude
(quello dei lavoratori e dei loro sindacati). Quello che è
mancato, di fronte ai pesantissimi attacchi del governo, di
Confindustria e della Fiat è stata una risposta forte, che
mirasse ad unificare le tante lotte in corso e a trasformarle in
un’azione di sciopero prolungato contro governo e padronato.
Mentre Cisl e Uil hanno fatto per anni da stampella al governo
Berlusconi, la Cgil si è limitata a scioperi generali di poche
ore, trasformati in innocue (e per nulla combattive)
passeggiate, senza mettere veramente in difficoltà né il
precedente governo né l’attuale. Oggi, mentre Monti rincara
persino la dose rispetto al suo predecessore, l’unica cosa che è
cambiata è che anche la Cgil si prepara a fare quello che fino a
poco tempo fa facevano solo Cisl e Uil: la stampella di un
governo delle banche e dei padroni.
Nemmeno il sindacato dei metalmeccanici, la Fiom, nonostante
l’opposizione verbale di Landini agli accordi vantaggiosi per il
padrone, ha saputo mettere in campo l’azione di sciopero
prolungato che sarebbe stata necessaria per respingere l’attacco
di Marchionne agli operai del gruppo Fiat. L’imposizione del
modello Pomigliano a tutte le aziende del gruppo (dopo l’uscita
di Marchionne da Confindustria) ha trovato una resistenza forte
solo nello sciopero prolungato degli operai della Ferrari di
Maranello. La direzione di Landini, al di là della combattività
di molti delegati e operai Fiom, non ha voluto rilanciare, a
partire dallo straordinario risultato del No a Pomigliano e
Mirafiori, un’azione di lotta prolungata. Peraltro, le titubanze
della direzione Fiom stanno conducendo non solo gli operai della
Fiat, ma anche la stessa Fiom, in un vicolo cieco: l’esito
inevitabile di questa politica temporeggiatrice è stata la
capitolazione di Landini alla possibilità di firmare il nuovo
contratto in Fiat.
La storia ci ha insegnato che in congiunture come questa –
quando cioè il nemico di classe intende riprendersi, armato fino
ai denti, persino le briciole che in passato ha concesso ai
lavoratori – una politica esitante, la frammentazione delle
lotte, l’incapacità di mettere in campo un’azione di lotta
prolungata e incisiva portano solo sconfitte per i lavoratori.
E, ogni volta che si subisce una sconfitta, bisogna organizzare
una lotta ancora più dura per riguadagnare terreno.
La necessità
di un sindacato di classe
Ciò che manca in Italia è un sindacato di
massa e di classe che sappia difendere gli interessi dei
lavoratori attraverso l’organizzazione e l’unificazione delle
lotte.
Il sindacalismo non concertativo si trova in
una situazione di grossa difficoltà e vive un momento di
frammentazione e debolezza. Le nuove generazioni di lavoratori
precari, anche e soprattutto per il ricatto cui sono sottoposte,
sono scarsamente sindacalizzate. A questo dato oggettivo si
aggiunge la miopia di gruppi dirigenti che spesso antepongono la
difesa delle proprie rendite di posizione allo sviluppo di
un’azione unitaria e incisiva, come è il caso (il più clamoroso)
di Usb: un piccolo sindacato che ha un apparato molto
burocratizzato e privo di democrazia interna (chi scrive ne sa
qualcosa essendo stata espulsa con motivi pretestuosi), disposto
a tutto - anche ad apporre la firma a contratti a perdere o a
sospendere uno sciopero – pur di preservare i propri
microprivilegi. Gli altri sindacati di base (come la Cub o le
varie sigle dei Cobas), benché più combattivi o dotati
di qualche spazio maggiore di democrazia interna, scontano per
ora, esattamente come Usb, uno scarso radicamento nei luoghi di
lavoro.
Eppure, nella fase che si apre, con la probabile ascesa delle
lotte anche nel nostro Paese – sull’onda del contagio che viene
dagli altri Paesi d’Europa, dalla Grecia alla Russia alla
Romania – nuovi scenari possono emergere anche in ambito
sindacale. E’ lecito prevedere che si avranno fenomeni di
rottura di settori di attivisti con gli apparati dei sindacati
concertativi. Rotture che, auspichiamo, potranno inaugurare una
nuova stagione per il sindacalismo conflittuale e favorire anche
in Italia la costruzione di quella direzione sindacale di classe
e di massa di cui c’è urgente bisogno.
Fabiana Stefanoni
4 febbraio 2012 |