La crisi del capitalismo non ammette distrazioni: per questo,
la borghesia italiana — industriali, banchieri, padroni di ogni
genere — col sostegno di quella europea, ha messo da parte il
Ciarlatano e la sua corte impresentabile, per portare ancora più
a fondo l’attacco al lavoro salariato e, in generale, ai settori
più deboli della società.
Anni e anni di sacrifici imposti al proletariato — operai,
semplici impiegati, precari, sottoccupati e disoccupati,
lavoratori in pensione — da governi di qualunque colore politico
non sono stati in grado di disincagliare la macchina economica
del capitale, che, per cercare di superare le proprie
inguaribili contraddizioni, si è buttata a capofitto nella
speculazione finanziaria e nell’immiserimento di masse
lavoratrici sempre più vaste. Ancora una volta, dunque, si
chiede agli impoveriti di dare il sangue per tenere in vita quei
“mercati” che li hanno resi più poveri.
Non bastavano le manovre da 50 e passa miliardi del governo
Berlusconi-Bossi: più che sufficienti per peggiorare
drasticamente le nostre condizioni di esistenza
ma inadeguate — evidentemente — alle esigenze di un capitalismo
che fatica a risollevare i saggi di profitto generati nella
“economia reale”. Inadeguate, anche, a difendere l’euro —
strumento unificante di un imperialismo europeo ancora
incompiuto — dagli attacchi dell’imperialismo americano e della
speculazione internazionale.
Da qui, la manovra del “tecnico” Monti. Tra una raffica di
vecchie e nuove — o riesumate — imposte, il pezzo forte è
l’ennesima riforma delle pensioni: metodo
contributivo, età elevata a 62 anni per le donne che possono
però lavorare anche fino a 70 anni come gli uomini, la cui età
pensionabile viene elevata a 66 anni. Dunque “pensioni
flessibili”: finalmente liberi i lavoratori di “fare
quello che vogliono”, meno il suicidio ufficializzato, per
“premiare” chi dal lavoro salariato proprio non si vuol
separare se non in punto di morte. Saranno pensioni da
sopravvivenza (se arriveranno), visto che riguardo all’anzianità
sono previsti ben 42 anni ed un mese di contributi per gli
uomini e 41 anni e 1 mese di contributi per le donne. Altrimenti
si pagheranno “piccole penali”. E ancora, stop agli
adeguamenti delle pensioni all’inflazione: le lacrime del
ministro Fornero avrebbero risparmiato “le pensioni minime”
e quelle fino a 960 euro lordi (o 1400?). Dopo, si entrerebbe
nelle fasce degli “agiati”. Ma non finita qui: in cantiere, c’è
una riforma (ancora!) del mercato del lavoro,
che, dopo quella di agosto col famigerato art. 8 e l’accordo di
settembre tra “le parti sociali”, finirà per dare un potere
pressoché assoluto ai padroni e ai loro scagnozzi sindacali.
Mai come nei momenti di crisi è evidente
l’incompatibilità tra i nostri interessi di classe e quella dei
gestori del capitale, la borghesia. Mai come ora emerge la
natura del sindacalismo, maggioritario e “di base”.
Il primo non ha mai negato il suo “senso di responsabilità”
verso il “Paese”, cioè l’economia dei padroni, mettendo la sua
firma sotto contratti e accordi che, immancabilmente, ci hanno
portato verso il peggioramento delle nostre condizioni di vita,
dentro e fuori il luogo di lavoro. Se la CGIL, con la FIOM,
sembra meno arrendevole di CISL-UIL, è solo perché queste ultime
non fanno neanche più finta di difendere i lavoratori, ma
partecipano apertamente alla spoliazione della classe
lavoratrice.
Nemmeno il sindacalismo “di base” si è dimostrato uno
strumento utile anche solo per difendere lo stato di cose
presenti: diviso da squallidi litigi di bottega, tra le altre
cose ha accettato, per poter esistere, la logica del nostro
nemico di classe, cioè il rispetto della normativa antisciopero,
sterilizzando in partenza le azioni di lotta.
Che fare, allora, rassegnarsi, disertare gli scioperi e non
fare nulla? Esattamente il contrario! La strada da seguire non è
certamente facile, ma, nonostante le difficoltà, è l’unica che
ci possa dare prospettive concrete di risposta, almeno, alle
bastonate della borghesia. È la strada delle lotte che
partono dal basso, dai lavoratori stessi, fuori da organismi
istituzionali e istituzionalizzati, ovvero fuori — e se
necessario contro — i sindacati. Noi lavoratori dobbiamo dotarci
dei nostri organismi di lotta fondati sulla centralità
dell’assemblea, unica a decidere i modi e i tempi del conflitto
col padrone (per esempio, senza preavviso), che cercano la
solidarietà attiva delle altre categorie, che tendono a
superare, dunque, la barriere artificiali tra lavoratori
(fabbrica, comparto, settore. ecc.), pesante elemento di
debolezza e, solitamente, di sconfitta assicurata. I lavoratori
più combattivi comincino quindi a
creare sui posti di
lavoro comitati di sciopero e agitazione, per stimolare e
organizzare gli altri compagni di lavoro, per costruire momenti
di partecipazione assembleare che decidano modalità, obiettivi e
forme di lotta.
Tutto questo è necessario, ma non sufficiente, se non ci
poniamo anche il problema politico di una via d’uscita dalla
crisi e dal sistema che l’ha generata: il capitalismo. Fino a
che ci sarà il capitalismo, possiamo anche vincere una singola
battaglia, ma rimaniamo persone-merce da sfruttare, bastonare e
licenziare. Il superamento del capitalismo non può
prescidere dall’organizzazione politica degli elementi più
avanzati che le lotte esprimono e dalla più ampia diffusione del
programma rivoluzionario tra i proletari. Per un mondo diverso e
migliore.