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Lettera a un compagno italiano sull'appello: “Noi il debito non lo
paghiamo. Dobbiamo fermarli”
Tu mi proponi di dare un giudizio sull’appello uscito dalla
riunione del 1° ottobre : “Noi il debito non lo paghiamo. Dobbiamo
fermarli”.
Vorrei innanzitutto ricordare brevemente ciò che avevo cercato di
spiegare alla riunione di Genova alla quale mi avevi invitato :
perché la parola d’ordine « non pagare il debito » dovrebbe
essere al centro della nostra attività; questo significa difenderla
in seno alle organizzazioni sindacali, ma anche nelle assemblee dei
giovani o dei lavoratori che possono riunirsi in funzione dello
sviluppo della lotta delle classi.
Da quella riunione, il 3° piano d’austerità per i lavoratori
greci, il fallimento di Dexia e la collocazione all’ordine del
giorno della ricapitalizzazione pubblica delle banche, non hanno
fatto che confermare quanto la questione del pagamento o meno del
debito fosse una questione centrale.
Michael Spence, economista, premio nobel 2001, professore alla
Business School della New York University, pretende di avere
un’alternativa all’austerità "massacrante" che i lavoratori greci si
vedono inflitta dal loro governo. Innanzitutto constata i rischi,
per l’ordine borghese, che fa correre il 3° piano d’austerità :
"(…)Dopo quest´ennesimo passo falso (…) bisogna che la Ue e la Bce
mettano in piedi i meccanismi per permettere un´ordinata uscita
della Grecia dall´euro. E devono farlo in fretta: questa dev´essere
la vera priorità e l´emergenza. Basta con questa dissipazione
improduttiva di denaro (…) Quando parlavo di passo falso mi riferivo
non alla questione del deficit, che ieri il governo ha verificato
con la Troika essere sopra le aspettative, ma proprio alla misura
che Atene ha prospettato: il taglio di altri 30mila dipendenti
pubblici. È insostenibile per il rischio altissimo di rivolte
popolari violente, che peraltro sono già cominciate. La Grecia
rischia una rivoluzione, rischia di essere messa a ferro e fuoco
dalle gente esasperata per questa lunga agonia: vale la pena, per
restare nell´euro?»
Il giornalista gli chiede : qual è la soluzione?
«E´ l´uscita dall´euro. Finché si è in tempo, la si può gestire in
modo ordinato e limitare i danni. Che ci saranno, ma saranno
limitati nel tempo. Comunque la Grecia resterà legata all´Europa che
non l´abbandonerà al suo destino. Uscire dall´euro non significa
essere scacciati dal consesso civile. Ma è l´unico modo per
recuperare competitività. Deve svalutare e attuare misure di
austerity, quelle sì, penalizzanti ma non massacranti."
(Da "La Repubblica" del 3 ottobre).
Ma cos’è se non una svalutazione
competitiva, particolarmente in questo contesto di crisi mondiale
del capitalismo, se non una riduzione drastica di tutti i salari e
delle pensioni? Accompagnata, inoltre, da "misure d'austerità" quale
differenza farebbe, alla fine, per i lavoratori e i giovani? Non si
potrebbe, involontariamente senza dubbio, mostrare in modo migliore
fino a che punto, nel quadro dell’economia capitalista, il solo
futuro è l’aggravamento senza limiti delle condizioni di vita, di
lavoro e di studio per le più larghe masse.
La crisi aperta nel 2007 mette in piena luce come le banche
giochino un ruolo agli antipodi di ciò che ci si potrebbe attendere
in una società organizzata per rispondere ai bisogni della
maggioranza. Il fenomeno dei subprime è stato un primo rivelatore,
la "crisi del debito pubblico" ne è un altro.
Il debito pubblico è una conseguenza della crisi del sistema
capitalista, e non il contrario.
Ma né l'uno né l'altra sono le cause della crisi del sistema
capitalista, al contrario, ne sono le conseguenze. L'estensione
illimitata del credito nel settore immobiliare negli USA aveva per
ragione principale la necessità di mantenere in attività un settore
decisivo dell’economia, e ciò non poteva avvenire che in modo
artificiale, la crisi di sovrapproduzione lo esige.
Lo stesso per il debito pubblico. E’ innanzitutto la conseguenza
meccanica dei tentativi ricorrenti dei governi borghesi di superare
la crisi cronica del capitalismo, dovuta alla caduta tendenziale del
saggio di profitto : aiuti sempre più numerosi alle imprese,
riduzione delle imposte ai più facoltosi, spese di sicurezza, spese
militari e per gli interessi sul debito, ecco che cosa ha
contribuito a gonfiare questo debito da anni. L’esplosione della
crisi ha spinto questo sostegno al capitalismo a un livello
sconosciuto prima: salvataggio e rivalorizzazione delle banche,
sovvenzioni all’industria automobilistica, diminuzioni degli oneri e
delle imposte per molteplici settori...
L’esempio di stati che si trovano oggi sull’orlo della bancarotta
dimostra chiaramente il carattere insostenibile di questa strategia.
Questo accrescimento continuo del debito pubblico che accompagna i
tentativi ricorrenti di superare gli ostacoli all’accumulazione del
capitale, alla fine ne costruisce di altrettanto insormontabili. La
crisi del debito sovrano, che infuria già da due anni in Europa, e
che, fatte salve le proporzioni, raggiunge attualmente gli Stati
Uniti, finisce di dimostrare che il modo di produzione capitalistico
nel suo insieme fa fallimento. (I compagni che vogliono approfondire
queste questioni potranno consultare le “note sulle crisi del
capitalismo” in “Combattre Pour le Socialisme” n. 44 che apparirà
su "socialisme.free").
La parola d’ordine « non pagare il debito » è eminentemente
politica, in una parola, è rivoluzionaria. In effetti, la sua
realizzazione è impossibile per un governo che difende la proprietà
dei mezzi di produzione, in quanto l’annullamento del debito ha per
corollario l’espropriazione delle banche (che è cosa assai diversa
dalla loro “nazionalizzazione”). Allora, ci si potrebbe chiedere,
come, nella situazione attuale in cui la classe operaia prende colpo
su colpo, si può avanzare una parola d’ordine così improntata
all’offensiva ?
Not our debt ...
Dopo lo slogan : « questa crisi non è la nostra
», che è sorto spontaneamente nel 2007 nelle manifestazioni dei
giovani italiani, lo striscione in testa alla manifestazione
degli studenti romani del 7 ottobre portava la scritta: « Not our debt, no
solution : global révolution », se lo si avvicina ai tentativi
degli studenti milanesi di attaccare le banche, gli istituti di
credito, e la Borsa, anche se non è ancora sorto un movimento
cosciente per il socialismo, è giocoforza constatare che la
questione del pagamento del debito e del ruolo delle banche è ora
posta a una scala di massa. Bisogna dunque rispondervi. E per questo
definire un orientamento che apra alla lotta per aiutare i
lavoratori e i giovani a demolire gli ostacoli a una mobilitazione
che cominci a rovesciare il corso attuale della lotta delle classi.
Dovunque in Europa gli apparati burocratici (sindacati, PS, PC,…)
si levano per il pagamento del debito, “il controllo dei deficit” :
Partiamo dalla Francia: il 18 agosto, le organizzazioni sindacali
della Francia: CGT, FSU, Solidaires, CFDT, UNSA hanno firmato una
dichiarazione comune la cui sostanza si riassume in due frasi :
" Per l'intersindacale, risposte nuove che privilegino
l’occupazione, la coesione sociale, la riduzione delle
ineguaglianze, il potere d’acquisto, un’altra fiscalità, un
controllo del debito pubblico sono urgenti.
L'intersindacale riunita oggi, chiede che si realizzi una vera
concertazione sociale col governo e il padronato, per esaminare le
misure da prendere per sostenere la crescita, l’occupazione e
ridurre il debito, pur garantendo la coesione sociale
(sottolineatura mia).
Fin d’ora l'intersindacale ritiene indispensabile
l'intervento dei salariati (…)"
Questo mese il parlamento deve adottare un bilancio che assegna al
pagamento del debito il primo posto (48,8 miliardi contro
45,5miliardi per l'insegnamento scolastico, cioè più di tre quarti
del prodotto dell’imposta sul reddito), un bilancio che sopprime
30.000 posti di statali. L'intersindacale, rispettosa del «
controllo del deficit pubblico » e della « riduzione del
debito » indice una giornata di lotta per l’11 ottobre, senza
dire una parola del bilancio, senza dichiarare uno sciopero, senza
una manifestazione centrale: un sostegno pieno e completo al
governo.
In questo periodo i candidati alle primarie del PS disputano su
come fare meglio del... governo Sarkozy in materia di riduzione del
deficit. Il candidato alle presidenziali della coalizione sostenuta
dal PCF si è distinto per il fatto che ha attaccato violentemente
quei lavoratori che s'opponevano all’orientamento dei dirigenti
sindacali, che rifiutavano di rompere con la politica concertativa
sulla controriforma delle pensioni l’autunno passato.
Bisogna pure decifrare la posizione emblematica di una certa
“sinistra radicale”, che si riepiloga in questa dichiarazione del
NPA :
" In Francia, siamo ben lontani dalla situazione del settembre 2010,
in cui una giornata di sciopero e di manifestazioni era annunciata
e preparata per il 7 settembre. Quest’anno, la data fissata è l’11
ottobre e la forma non è ancora precisata. Ma ancora più
allarmante, la dichiarazione intersindacale, che accettando di
riprendere per conto suo l’obiettivo della «riduzione dei
deficit», lascia spazio alla propaganda governativa
sull’inevitabile rigore. In numerosi settori, tuttavia, riunioni di
militanti, assemblee di rientro dalle ferie, la tonalità è
differente, numerosi militanti sindacali si rifiutano di farsi
arruolare nell’unione sacra e decidono di preparare l’11 ottobre
come una prima tappa, una condizione per sperare un domani .(…)
Più gli scioperi saranno numerosi, più le manifestazioni saranno
importanti e combattive, migliori saranno le condizioni per
preparare il seguito, costruire le convergenze.
"
Dopo avere constatato che l’intersindacale si unisce a Sarkozy
per la "riduzione dei deficit" e dunque la giornata di lotta dell’11
si colloca integralmente nel quadro della politica di concertazione
delle direzioni sindacali, il NPA le apporta il proprio sostegno,
“di sinistra”, evidentemente! Sostegno confermato nella riunione
della direzione nazionale della FSU (principale federazione
sindacale del personale della pubblica istruzione), in cui i membri
eletti del NPA hanno votato contro la parola d’ordine “non pagare il debito” e contro la proposta di una manifestazione nazionale
davanti al parlamento, al momento della discussione del bilancio.
Niente di molto differente dalla pratica dei leader della Rete 28
Aprile che pronunciano frasi contro la politica concertativa della
direzione della CGIL, per poi vedere nell’appello allo “sciopero
generale” del 6 settembre una rottura con questa politica, sciopero
generale dopo del quale la Camusso ha
(confermato) aggiunto la
sua firma all’accordo del 28 giugno!
Ricordiamo la nota della Cgil del 6 agosto, che rende conto
dell’incontro col governo del 4 :
" Dopo l'appello alla coesione del presidente Napolitano, le
parti sociali hanno inteso lanciare un appello al Governo ed
all'opposizione affinché di fronte all'emergenza si praticassero
azioni di responsabilità e straordinarietà per rilanciare la
crescita e l'occupazione, unica via per rispondere al bisogno di
lavoro e far riprendere la produzione di reddito e ridare fiducia
ai mercati " (sottolineatura mia).
Nessuna illusione può essere mantenuta su questo orientamento
(condiviso dai loro colleghi di Spagna, Portogallo, Inghilterra,
…). Un orientamento che guida le giornate di lotta, scioperi e
manifestazioni dislocate, che evitano accuratamente i luoghi del
potere, la cui funzione reale è di svuotare lavoratori e giovani
dalla volontà di affrontare il governo per sconfiggerne la politica.
Combattere per non pagare il debito, contro i piani
d’austerità, comporta la lotta per la rottura dei sindacati con la
borghesia:
Da questo punto di vista occorre esaminare l’appello del 1°
ottobre.
Prima constatazione, si pronuncia per il non pagamento del debito,
il che segna una differenza con le posizioni della direzione della
CGIL. Un po’ dopo si legge:
" Ci impegniamo a portare i temi affrontati in questa assemblea
diffusamente in tutto il territorio nazionale, costruendo un
movimento radicato e partecipato. Così pure vogliamo approfondire il
singoli punti della piattaforma con apposite iniziative e con la
costruzione di comitati locali aperti alle firmatarie e ai firmatari
e a chi condivide il nostro appello. (…)
Nel mese di dicembre, a conclusione di questo percorso a cui siamo
tutti impegnati a dare il massimo di diffusione e partecipazione,
verrà convocata una nuova assemblea nazionale, che raccoglierà tutti
i risultati e le proposte del percorso e che definirà la
piattaforma, le modalità di continuità dell’iniziativa, le
mobilitazioni e anche eventuali proposte di mobilitazione e di
lotta. "
Nel caso in cui questo impegno sia seguito da una vera campagna
d’organizzazione (costituzione di comitati locali) non è assurdo
riflettere a quello che dovrebbe contenere la piattaforma perché
sia un punto d’appoggio per i movimenti che potrebbero svilupparsi
in primo luogo tra i giovani.
Tralascio le questioni trattate da Michele Basso per limitarmi a
qualche proposta.
" Nazionalizzare le banche ". Attenzione, nello stesso giorno,
(9 ottobre) i rappresentanti dei governi francesi e belgi si
incontrano, e la nazionalizzazione di una parte di Dexia è presa in
considerazione. Si tratterebbe, in questo caso, di una «
socializzazione delle perdite » di cui i salariati sarebbe
chiamati a fare le spese.
Se si tratta della lotta per l’annullamento del debito, si deve
dire « espropriazione delle banche senza indennità di riscatto
», evidentemente ciò esclude ogni combinazione per sostituire a
Berlusconi un governo di salvezza... della borghesia.
" Per l'ambiente, i beni comuni, lo stato sociale ".
Il concetto dei "beni comuni" è direttamente estratto dalla dottrina
sociale della chiesa, il cui ideale è il corporativismo. Il
capitalismo subordina alla ricerca del profitto tutti gli aspetti
della vita sociale, lasciamo i vescovi predicare che il capitalismo
è la realizzazione della volontà di dio, parlare di "beni comuni"
quando la proprietà delle banche e delle grandi imprese è privata,
è un artificio retorico da denunciare.
" Per il diritto allo studio nella scuola pubblica ".
Perché non sia una posizione vuota di contenuto e di fronte alla
collera che si manifesta tra insegnanti e gioventù scolarizzata, non
sarebbe il caso di precisare : « ristabilimento dei posti
soppressi dal 2008, abrogazione delle riforme Gelmini? »
" Siamo contro l'accordo del 28 giugno e l'articolo 8 della
manovra". Bene. La denuncia del patto con la Confindustria non
si discute. Ma ci si può fermare qui ? Molti promotori di questo
appello hanno posti di responsabilità nella Cgil. Perché non
invitano a una battaglia interna per il ritiro della firma in tutte
le forme possibili : prese di posizioni di sezioni sindacali, firme
di petizioni, delegazioni alla direzione…? Sarebbe indicare una via
per un processo di riconquista del sindacato da parte dei
lavoratori.
" Intendiamo costruire un fronte comune di tutte e tutti coloro
che oggi rifiutano sia le politiche del governo Berlusconi, sia i
diktat del governo unico delle banche. Diciamo no al vincolo europeo
che uccide la nostra democrazia ".
Quale delle seguenti raccomandazioni della BCE sarebbe contraria a
ciò che la borghesia italiana, PD compreso, chiede di realizzare al
governo italiano ?
a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di
riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici
locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in
particolare alla fornitura di servizi locali attraverso
privatizzazioni su larga scala.
b) C'è anche l'esigenza di riformare ulteriormente il
sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi
al livello d'impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni
di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi
accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione.
L'accordo del 28 Giugno tra le principali sigle
sindacali e le associazioni industriali si muove in questa
direzione.
c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che
regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo
un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di
politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di
facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i
settori più competitivi.
Anzi, ci sono rivendicazioni formulate dalla Confindustria e dai
partiti borghesi del paese (rileggere i nove impegni per la crescita
pubblicati ne "Il Sole 24 ORE" del 16 luglio e la lettera di Bersani
allo stesso giornale del 5 Agosto : "Il PD pronto al confronto sulle
5 priorità"). Particolarmente significativo e vergognoso per la
direzione della CGIL il fatto che la BCE si possa poggiare
sull’accordo del 28 giungo per rivendicare la liquidazione del
diritto del lavoro, un accordo che non potrebbe essere più italiano
e più concertato !!!!
Allora perché mantenere questo riferimento al « governo unico
delle banche » che getta un velo pudico sulle responsabilità
della borghesia italiana, quando essa è precisamente il nemico da
combattere ? Non è indifferente notare che il termine « borghesia »
è assente dal testo.
Ecco rapidamente brevemente alcune annotazioni su un testo, che (a
mio avviso) non si può difendere così com’è, ma il cui titolo
potrebbe attirare lavoratori e giovani, dei quali sarebbe
interessante sviluppare la riflessione.
Jean-Louis Roussely
13 ottobre 2011 |