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Questo documento può distruggere molte leggende
sulla Sinistra Comunista e sul “Bordighismo” meglio di dieci volumi
degli storici ufficiali
Carteggio
Alfa - Onorio (Amadeo Bordiga e Onorato Damen)
Onorio ad Alfa - 6 luglio 1951
Ho esaminato il tuo documento redatto sulla
traccia dei tuoi motivi di assalto contro certe posizioni teoriche e
politiche prevalenti in alcuni gruppi internazionali provenienti
quasi tutti dal trotskismo, e ti dico subito che sotto certi aspetti
ho preferito allo scritto la tua esposizione orale di Roma per una
maggiore acutezza di analisi e forse anche per una maggiore
compiutezza.
Ti riassumo qualche mia osservazione
affrettata.
Nel capoverso 5 dei capisaldi di orientamento
affermi che in Russia l’economia tende al capitalismo e ne dai la
ragione a pag. 8 dove scrivi che il carattere monetario, mercantile, redditiero
e titolaristico del tessuto economico russo predominante, per nulla
inficiato dalle statizzazioni di grandi industrie, servizi, ecc…
Non mi pare che tu contribuisca con ciò a
precisare l’idea di una economia sovietica a struttura di
capitalismo di Stato in un mondo economico nella fase più acuta del
suo sviluppo monopolistico.
La tendenza a un sempre maggior intervento
dello Stato, che è caratteristica di questa fase dell’economia nei
paesi industrialmente più progrediti, trova nella economia sovietica
la sua manifestazione più organica, più definita e completa. Sulla
generale linea di sviluppo del capitalismo monopolistico la Russia
ha potuto bruciare più d’una tappa, grazie alla Rivoluzione
d’ottobre che ha consentito l’accentramento più assoluto
dell’economia nell’ambito dello Stato, e grazie alla
controrivoluzione stalinista che si è servita di questo enorme
potenziale economico così accentrato per ingigantire il potere dello
Stato e dare l’avvio all’esperienza estrema del capitalismo.
Il protagonista di questa fase della storia è
dunque lo Stato la cui economia riproduce i modi e i caratteri, su
scala forse allargata, propri della produzione e della distribuzione
capitalistiche (salario, mercato, plusvalore, accumulazione, ecc.).
Quale la nuova classe che attraverso questo
Stato esercita la propria dittatura? La strapotenza dello Stato
sovietico non può non aver risolto in concreto il problema d’una sua
classe dirigente omogenea e forte, per la coscienza che ha del
proprio essere di classe e della funzione storica che è chiamata a
compiere.
Non mi pare che quanto tu scrivi in proposito
sia soddisfacente e porti elementi risolutivi tra gruppi
internazionali così divisi e smarriti su questo problema della
definizione della nuova classe dirigente sovietica. Non è
storicamente possibile che il più accentrato e ferreo esercizio del
potere che la storia ricordi possa essere demandato ad una ibrida coalizione e fluida associazione tra
interessi interni di classi piccolo-borghesi, medio-borghesi,
intraprenditrici dissimulate, e quelli capitalistici internazionali,
ecc...
Sempre nel capoverso 5 dei capisaldi di
orientamento, al trasporto delle forze di classe in tutti i
paesi sul terreno dell’autonomia di fronte a tutti gli Stati tu affidi il compito supremo di infrangere il potere capitalistico nei paesi
industriali più progrediti di occidente che sbarra la via alla
rivoluzione.
C’è da domandarsi: proprio soltanto i paesi
industriali più progrediti di occidente sbarrano la via alla
rivoluzione?
Inoltre a pag. 3 sempre sullo stesso argomento
scrivi:
Questo decorso confuso e sfavorevole della
lotta proletaria, coincidente coll’aumento inarrestabile della
industrializzazione capitalista altamente concentrata, sia come
intensità nei paesi di origine che come dilagante diffusione in
tutto il mondo abitato, viene a vantaggio dell’avanzata con cui la
massima forza dell’imperialismo moderno, quella americana, tende,
secondo la natura e la necessità di ogni grande concentramento
metropolitano di capitale, di forza di produzione, di potere, ad
assoggettare al suo sfruttamento e alla sua oppressione, brutalmente
spezzando ostacoli territoriali e sociali, le masse di tutto il
inondo.
C’è ancora da chiedersi: proprio soltanto la
massima forza dell’imperialismo moderno, quella americana, tende ad
assoggettare, ecc. le masse di tutto il mondo?
In un altro passo di un altro tuo scritto
recente, che non ho però sotto gli occhi, parli di una Russia
pacifista di fronte ad un’America bellicista.
Il motivo conduttore è poi sempre lo stesso;
soltanto per un errore della diplomazia sovietica e per un falso
calcolo dei suoi uomini politici venne applicata nell’ultima guerra
quella tale strategia politica che è sboccata — lasciamo andare a
quella vergognosa autoliquidazione dei relitti della grande
Internazionale Comunista — (non erano già forse marci fin nelle ossa
e legati anima e corpo all’imperialismo?) nel rafforzamento di un
potere imperialista occidentale, che troppo tardi governo e stato
maggiore russi riconoscevano più minaccioso di quello tedesco, agli
stessi loro fini ormai di aperto carattere nazionale.
In una parola Mosca è vista come la centrale di
una errata politica, antiproduttiva anche dal punto di vista del
puro interesse nazionalistico, e non come la centrale d’un
imperialismo alla pari con quello americano nel porre in funzione
russa il problema del dominio del mondo.
La rivoluzione anticapitalistica del
proletariato non esclude, voglio sperare, il regime sovietico e non
si muove secondo i criteri di una graduatoria dei Paesi
capitalistici da abbattere, ma colpisce l’avversario, quando e come
può, là ove questi appare più debole; ha colpito ad es. nel 1917 il
capitalismo internazionale nella Russia zarista non considerata
certamente matura ai fini del socialismo in confronto
all’Inghilterra, alla Germania ecc., e noi ne conosciamo bene le
ragioni.
Per il resto accentuerei l’analisi critica
consentita dalla constatazione che l’avversione allo stalinismo di
ogni secessione parte più dalla spinta della difesa della
personalità umana e della indipendenza nazionale che da una esigenza
di classe e dalla preoccupazione di portare materiale vivo e
operante alla ricostruzione del partito internazionale del
proletariato.
Alfa ad Onorio - 9 luglio 1951
Ho certamente gradito il contributo delle
osservazioni tue all’appello internazionale da me proposto, e ti
rispondo subito sulle cose principali.
Prendo prima la tua osservazione relativa alla
pag. 3. Domandi: proprio soltanto l’America tende ad assoggettare
etc.? — Ma tu stesso hai riportato l’inciso mio; secondo la natura e
la necessità di ogni grande concentramento metropolitano di
capitale, di forza di produzione e di potere.
Dunque non solo l’America, ma ogni
concentramento. Dove e quali nei successivi momenti storici tali
concentramenti? Qui il punto. Portiamo in conto: territorio e sue
risorse, popolazione, sviluppo della macchina industriale, numero
del proletariato moderno, possessi coloniali come materie prime,
riserve umane, mercati, continuità storica del potere statale, esito
delle guerre recenti, progresso nel concentramento mondiale delle
forze sia produttive che di armamento. Ed allora possiamo concludere
che nel 1905 o 6 grandi potenze erano sullo stesso fronte o quasi,
nel 1914 poniamo si fronteggiavano Inghilterra e Germania; oggi?
Esaminati tutti quei fattori si vede che l’America è il
concentramento n. 1 nel senso, oltre tutto il resto, ed oltre la
probabilità di vincere in ulteriori conflitti, che sicuramente può
intervenire ovunque una rivoluzione anticapitalista vincesse. In
questo senso storico dico che oggi la rivoluzione, che non può che
essere internazionale, perde il tempo se non fa fuori lo stato di
Washington. Ciò significa che ne siamo ancora lontani? Okei.
Veniamo poi alla solita richiesta; analisi e
definizione della odierna società russa. Ti sarà noto che penso che
su tale punto si può e deve dire poco e con circospezione. È una
elaborazione compiuta dal movimento in un lungo periodo, un dato
nuovo della storia, il primo caso di rivoluzione che si rincartoccia
in sé e sparisce; io do il contributo che posso e non credo che vi
sia il sommo sacerdote che aperto il Talmùd al versetto così e così
risponda così e così. Naturalmente ne dissi a Roma di più e ne andrò
dicendo di più in “Prometeo”, a tempo. Tu paragoni due cose che
stanno su diversi piani: veramente preoccupa un poco tanto difetto
di comprensione in tutti, poi tutti, e non faccio caso personale, si
sentono spinti e predisposti a compiti di guida. L’appello ha un
valore delimitativo, in certo senso negativo (come tutte le decisive
proporzioni del marxismo che sono se non proprio negative almeno
“alternative”) serve a stabilire confini tra noi ed altri e tu lo
dovresti chiamare “politico” con aggettivo che ti piace. Lo si legge
in non molti minuti, a Roma, per varie ore, si trattarono problemi
da un lato di analisi scientifica (direi ricerca, esame, analisi mi
piace poco se pure è termine di moda) e poi dall’altro di prassi
tattica. Per forza maggiore compiutezza e dettaglio insieme.
Vengo quindi alla Russia. Vorrei che
quelli che collaborano a definire l’appello formulassero
positivamente le varianti che propongono. La formula di fase
monopolistica e capitalismo di Stato ti pare completa? t (...) estremamente indeterminata.
La si applica tanto al regime di Mussolini che a quello britannico
odierno che a quello russo. Due vie diverse per arrivare a posizioni
analoghe? Giusto, è un buon concetto di propaganda, ma per carità
evitiamo le confusioni. In quello che dirò, non credere che io
individui in quanto hai scritto gli errori che vado ad indicare; ma
tu dovresti appunto proporre di dati argomenti una tua stesura; tu
ed ogni altro che faccia osservazioni, lavoro che credo utile e che
è ben diverso dal “materiale per tutta l’organizzazione” con
relativi: fesso è lui, fesso è quell’altro.
Non è esatto che in una fase del capitalismo
sia stata protagonista la borghesia classe e che nella attuale sia
protagonista lo Stato. Classe e Stato sono cose e nozioni diverse e
non possono passarsi la stecca. Anche prima vi era lo Stato e anche
dopo vi è la classe. Lo Stato non è il protagonista dei fatti
economici ma un derivato di essi; se non la politica sorge
dall’economia ma l’economia dalla politica e dal maneggio del
potere, muore la interpretazione marxista della storia (chi lo pensa
lo dica chiaro!) e tornano in auge le vecchie teorie, nuovissime per
i fessi, che la storia nasce dal desiderio di comando dei capi, e il
desiderio di comando da quello di ricchezza.
Più o meno alla stessa fessata viene chi si
domanda: nella prima fase i protagonisti del duello eran borghesia e
proletariato, ora prendiamo la lanterna e andiamo alla ricerca del
terzo… uomo. Una terza classe? non la si trova e allora si risponde:
lo Stato, come se quello che cercava il terzo uomo dicesse: eccolo,
è questo paio di pantaloni. Oppure si risponde: la burocrazia: ecco
la nuova classe? Che diavolo vuol dire questo? Non so se tu avesti
un mio scritto su questo: la burocrazia l’hanno avuta tutti i regimi
di classe: essa non può essere “una classe”. In linguaggio nostro la
burocrazia è una delle “forme della produzione” mentre le classi
sono forze di produzione, successivamente nella storia.
Conoscerai tra i miei testi (utilissimo che di
essi si facciano critiche e si sollevino obiezioni) quello in cui
dico che il capitalismo di Stato significa non un assoggettamento
del capitale allo Stato, ma un ulteriore assoggettamento dello Stato
al capitale.
Capitale — capitalismo — classe capitalistica o
borghese — Stato capitalistico o borghese. Non facciamo pasticci.
Ordine storico per ordinare le teste.
Una volta vi era già del capitale, ma non
ancora il resto.
Questo capitale cominciò a concentrare forze di
produzione (materie, uomini, macchine) e vi fu il capitalismo, ma lo
Stato non era ancora borghese.
Poi vi fu la classe borghese, unione di tutti
quelli che nel nuovo sistema produttivo capitalistico erano in alto,
nello Stato in basso.
Questa classe prese il potere perché il
capitalismo aveva bisogno per il suo sviluppo di forme ben diverse
da quelle antiche. Si ebbe il nuovo Stato, la nuova burocrazia e
via.
Marx, a prendere o lasciare, indica questo
“postcapitalismo” (altra fessa parola di moda): il proletariato
prende il potere e attua il socialismo.
A ciò si oppone lo Stato borghese, e la classe
borghese.
Che cosa precisamente è la classe? Un insieme
di persone? Detto male. È invece una “rete di interessi”. Non ti è
piaciuta la mia formula intreccio, incontro di interessi? Io vi vedo
un saggio passo avanti mentre vedo poco nel gioco disordinato delle
parole: capitale, Stato, burocrazia.
Quando le classi erano ancora caste e poi
ordini coincidevano con gruppi fissi di persone (di famiglie). Dalla
rivoluzione borghese, a dispetto del cardinale diritto ereditario,
non è più così. Un pari di Francia non era nessuno oltre Manica. Un
capitalista lo è ovunque.
Tutte queste elementari cose — di cui non ti
descrivo come un avversario, meglio ripetertelo perché sei
abbastanza angoloso — sboccano nella questione russa. Ammesso che
non abbiamo dati (Marx poteva compulsare tutto il materiale del
British Museum, fotografia fedele del capitalismo inglese, ma noi
non possiamo stabilirci a Mosca ove troveremmo carte false) sulla
definizione anagrafica della classe dominante russa, non facciamo un
passo avanti colla famosa “burocrazia”. Io ho già fatto molto
assumendo esistere uno strato di intraprenditori senza proprietà
titolare dei mezzi di produzione e forti beneficiari di profitto. Ma
la burocrazia può essere anche come nei nostri paesi, uno strumento
di costoro e dei loro grossi affari, come uno strumento di affari
oltre frontiera.
La burocrazia governa e sbafa per sé sola? Ma
che vuol dire questo? Lo Stato personalizzato in una rete di
funzionari, la classe-Stato? Ohibò.
A noi, Monsieur de la Palisse. In capitalismo
di Stato non vi sono che burocrati nella popolazione: anche
l’operaio di officina è uno statale. Lo Stato-padrone, vecchia
formula anarcoide.
Comunque in un testo come quello che volevo
fare non è il caso di dire di più sull’argomento economico russo.
Ma tu mi dici: perché tutta l’artiglieria
puntata verso occidente? Qualcuno può credere che in Russia la
rivoluzione non si debba fare.
Accetto il rilievo: va detto qualche cosa per
evitare questo grosso equivoco. Per difficile che sia il dare le
leggi del processo di rivoluzione riassorbita, va detto che il
processo successivo altro non può essere che la nuova rivoluzione di
classe.
Mai ho detto o scritto o pensato diversamente.
Ma diamo anche qui, sia pure male e con grande fretta e ad usum
Onorii non “di tutta l’organizzazione” un poco di chiarimento. Hai
ragione che i testi si devono fare: sotto a farli, invece che a
litigare.
Né tu né io abbiamo le chiavi e le leve per
scatenare la rivoluzione a Washington o a Mosca, e possiamo
scegliere quale scambio dare alla storia.
La rivoluzione può cominciare dovunque, come
nel 1917. Bene. Ma fu un atto di volontà o un prodotto della storia?
Quali le circostanze? Regime feudale, disfatta militare, rottura tra
Stato e classe borghese etc. ben noto. Ed allora dicemmo: “la
rivoluzione mondiale può cominciare dovunque”.
Bada che potresti essere lo stalinisteggiante
proprio tu. È Stalin che dice: la rivoluzione proletaria russa
nacque crebbe e vivrà qui essa sola.
La questione va quindi vista
internazionalmente. Come nell’economia è internazionale quella “rete
di interessi” che è il regime borghese, così in politica è
internazionale la questione del potere. Nell’uno e nell’altro senso
i caratteri si vanno precisando da un secolo ad oggi.
Ora il momento storico è questo: gli stalinisti
impiantano tutta la propaganda sull’attacco all’America e sulla
pace. Il proletariato li segue, è finora indiscutibile. Tu riconosci
o almeno concedi che sia importante fare rilevare il pericolo di
opporsi ad essi per considerazioni di liberalismo di persone o
popoli, e non su base classista.
Si tratta non di limitarsi a tacciare di errori
nel senso nazionale russo la politica stalinista, ma di far leva
sull’anticlassismo della posizione: 1944: tutte le forze con
l’America, scioglimento etc. — 1951 tutto contro l’America, per
dire: avete tradito allora e, giustamente dici, da molto prima di
allora.
È già molto audace (nella lotta contro la
spietata diseducazione in cui concorrono occidente ed oriente) dire
“politicamente”: fatevi indietro che l’America così non la fregate,
la fregheremo noi classisti, sarà fregata solo dal proletariato
mondiale su base classista autonoma anche da voi.
È inutilmente bluffistico dire: prima vi
mettiamo alla pari, non uno un millimetro prima dell’altro, e poi
col colpo nostro vi sbirilliamo giù tutti e due colla stessa palla.
La sinistra si deve difendere dalla sciocca
accusa di non vedere la storia e biascicare tesi astratte: deve
provare che sono gli altri a non aver vista la storia.
Fermo restando che dopo la fase delle
liberazioni nazionali ogni alleanza è spietatamente condannata si
deve porre la spiegazione del restare in piedi del capitalismo in
relazione non alla scoperta di ricette come il protagonismo dello
Stato nell’economia, ma ai rapporti imperiali dei più grandi
apparati industriali, e alla persistenza, non invasione nel
territorio, non sconfitta delle guerre, degli apparati di Stato
(comitati di delega degli interessi capitalistici giusta Marx, sia o
non sia lo Stato gestore di aziende e botteghe) più continui e
persistenti storicamente.
Indubbiamente il concentramento di potere di
Mosca è anche un ostacolo che sbarra la via alla rivoluzione e lo è
non solo come capitale della corruzione proletaria ma pure come
forza fisica. Va detto chiaro.
Ma ha di vita solo 34 anni. Il territorio e il
popolo sono miscugli di economie e tipi sociali.
Giappone e Germania sono a terra. Francia e
Italia hanno subìto scosse tremende. La stessa Inghilterra è in
crisi grave.
Ecco come vengo al chiodo America. Altri pochi
anni e la polizia detta O.N.U. sarà efficiente a distanza di minuti
in ogni punto del mondo.
Se possibile togliamo Baffone da Mosca e
mettiamoci, per non sfottere nessuno, Alfa; Truman, che oggi ci sta
pensando sopra, arriverà cinque minuti dopo.
Mi sono spiegato? Se così non è vuol dire che
sto infessendo io pure. Mal di poco, per il mio convinto marxismo, a
dialettica non volontarista. Ti farò anche quel papiello, non
dubitare.
Onorio ad Alfa - 23 luglio 1951
Rispondo e a tono, come da tuo desiderio.
Prima constatazione, cui sono costretto, è il
tono alquanto… asprigno del tuo scritto, che il contenuto e forse il
modo delle mie osservazioni hanno involontariamente provocato. Nello
scriverti sono partito dalla preoccupazione di tener conto del come
i gruppi internazionali, cui l’indirizzo è rivolto, avrebbero
reagito al nostro modo di porre, se non di risolvere, almeno di
definire nei limiti delle possibilità subiettive e obiettive, i
problemi del riannodamento internazionale dei gruppi rivoluzionari.
D’accordo col senso “politico” — sei contento
così? — che ti ha guidato nel dar valore delimitativo, e in un certo
senso negativo all’indirizzo, più adatto così a non respingere
coloro che si vorrebbe accostare e possibilmente allacciare. Ma non
sono d’accordo col tuo metodo di discussione, anche se cortese, che
ha bisogno di crearsi a volte argomenti ora fittizi ed ora del tutto
arbitrari, che esponi alla tua maniera e alla tua maniera combatti
dando l’impressione che il tuo contraddittore porti la paternità
effettiva o latente della loro formulazione. Segui pure il filo
delle tue argomentazioni, ma tieni anche conto qualche volta, e
obiettivamente, di quelle in realtà espresse da chi con te discute.
Seguo l’ordine della tua del 9 luglio. America
Concentramento N. 1 ? Giusta la formulazione a patto però che sia
intesa nel senso che il capitalismo internazionale, considerato
nella sua realtà unitaria anche se diversamente graduata per effetto
del suo sviluppo ineguale, ha nell’America il suo più grande concentramento metropolitano
di capitale, di forza di produzione e di potere.
Ma a che cosa si perviene allorché traduciamo
tale formulazione sul piano della tattica e della strategia
politica?
Si perviene alla tua constatazione che l’America oltre tutto e oltre la probabilità di
vincere in ulteriori conflitti (chi potrebbe impedirlo, dico io, e a
che varrebbe?!) può sicuramente intervenire ovunque una rivoluzione
anticapitalistica vincesse.
Difatti oggi avverrebbe così. E con ciò? Si
dovrebbe forse per questa considerazione proclamare l’inutilità
della rivoluzione in questo o in quel paese fino al giorno in cui il
proletariato non fosse in grado di far fuori lo Stato di Washington?
Non scherziamo, anche se quanto scrivi va
inteso storicamente.
Ripiglio il mio accenno su quest’argomento.
La rivoluzione proletaria colpisce
l’antagonista di classe quando e come può, là ove questi è più
debole.
È proprio necessario che io aggiunga per te che
la rivoluzione, anche se scoppiasse a Roccacannuccia, è sempre un
momento della rivoluzione internazionale, e ti senta perciò
autorizzato a parafrasare proprio per me ciò che può aver detto
Stalin?
Ciò che comunque interessa è la messa a punto
della questione teorica.
Ecco come la porrei io. Secondo la dottrina uno
scardinamento rivoluzionario si dovrebbe logicamente avere in quel
dato concentramento di potere ecc. ecc. dello schieramento
capitalistico mondiale in cui più intensa è stata l’accumulazione
delle contraddizioni economiche e degli antagonismi sociali della
dominazione del capitale, senza la presunzione però che questa abbia
“raggiunto economicamente gli ultimi limiti obiettivi del suo
sviluppo”.
A questo punto, invece di porre, come fai tu,
il problema, a mio avviso unilaterale e statico, dell’intervento
strangolatorio della polizia dell’O.N.U. (e non perché anche quello
della polizia del Cominform non meno interessata allo
strangolamento?), si dovrebbe porre l’altro storicamente più vivo
che fa leva sulla capacità e potenza esplosiva e di irradiazione
d’una prima realizzazione rivoluzionaria in un mondo obiettivamente
maturo per il socialismo. t il solo modo per la rivoluzione
socialista di porre in concreto il problema “di far fuori” anche lo
Stato di Washington; in questo senso e solo in questo senso la
“rivoluzione non perde tempo”. Ma lo perderebbe sicuramente, e con
esso perderebbe tutte le occasioni che la crisi del capitalismo
potrà offrire al proletariato, non importa in qual punto del suo
schieramento, se la rivoluzione battesse il passo nell’attesa
messianica e, peggio, subordinasse il compimento della sua missione
su scala internazionale alla conquista del potere negli Stati Uniti.
In base all’esperienza dell’Ottobre bolscevico
sappiamo che la spinta dinamica verso l’allargamento del fronte di
lotta, insito ad ogni radicale vittorioso rovesciamento dei rapporti
di forza, in parte effettivo, in parte potenziale, non consente di
essere premisurata scientificamente. E’ una specie di riserva
“atomica” che ogni rivoluzione porta in sé. La frattura psicologica
si allarga? La rivoluzione straripa, travolge gli ostacoli con
obbiettivo il mondo. Nel caso opposto la rivoluzione si batte per
morire in piedi o si “rincartoccia” in sé, come tu dici, e sparisce.
Ma la strada è questa e soltanto questa.
E veniamo all’analisi e definizione della
odierna società russa. Avrai notato che su quest’argomento mi sono
limitato a formulare e indirettamente quesiti e obiezioni. Scrivi:
Non è esatto che in una fase del capitalismo
sia stata protagonista la borghesia classe, e che nell’attuale sia
protagonista lo Stato.
Tale inesattezza l’hai forse pescata nel mio
scritto, e formulata in modo così maldestro? Non sarebbe stato più
corretto e assai più utile ai fini della chiarezza che tu ti fossi
obbligato a considerare anche criticamente l’importanza delle
obiezioni che ho sentito di doverti fare? Ti riporto quanto ho
scritto sull’argomento “economia e Stato”:
La tendenza a un sempre maggior intervento
dello Stato, caratteristica di questa fase della economia nei paesi
industrialmente più progrediti, trova nella economia sovietica la
sua manifestazione più organica ecc. ecc.
Più oltre:
Sulla generale linea di sviluppo del
capitalismo monopolistico la Russia ha potuto bruciare più d’una
tappa grazie alla Rivoluzione d’ottobre che ha consentito
l’accentramento più assoluto della economia nell’ambito dello Stato
e grazie alla controrivoluzione stalinista che si è servita di
questo enorme potenziale economico così accentrato per ingigantire
il potere dello Stato e dare l’avvio alla esperienza estrema del
capitalismo. Il protagonista di questa fase della storia è dunque lo
Stato la cui economia (l’economia cioè dello Stato sovietico)
riproduce i modi e i caratteri, su scala forse allargata, propri
della produzione e della distribuzione capitalistica (salario,
mercato, plusvalore, accumulazione ecc.).
Perdonami la lunghezza della citazione ma mi
premeva documentarti che nessuno ha confuso e tanto meno capovolto i
termini “economia e Stato” e del tutto inutile il tuo richiamo allo
Stato non protagonista dei fatti economici.
Meglio sarebbe stato invece confutarmi.
Estremamente indeterminata la formula di fase
monopolistica e capitalismo di Stato? Ma non è mia ed è prima d’ogni
altro di Lenin il quale affermava che il capitalismo di Stato,
compatibile col sistema della dittatura del proletariato, aveva come
compito di fare da intermediario tra il potere sovietico e la
campagna e stabilire la loro alleanza. È sempre Lenin che
considerava il capitalismo di Stato come forma dominante della
economia sovietica.
Questo nel 1921; nel 1925 diamo la parola a
Sokolnikov, voce non sospetta per conoscenza e sincerità:
il nostro commercio estero è condotto come una
intrapresa di capitalismo di Stato; le nostre società di commercio
interno sono ugualmente intraprese di capitalismo di Stato e la
Banca di Stato è allo stesso modo una intrapresa di Stato.
Egualmente il nostro sistema monetario è tutto impregnato dei
princìpi dell’economia capitalistica.
E dal 1925 in poi? In “Vers le capitalisme ou
vers le socialisme?” Trotskij scrive testualmente:
Di fronte all’economia mondiale capitalistica
lo Stato sovietico si comporta come un proprietario privato
gigantesco.
Inoltre l’industria dello Stato riunita in un
solo trust viene poi efficacemente definita “il trust dei trusts”.
Si trattava di sapere allora, l’opuscolo citato risale al 1925, se
“con lo sviluppo delle forze di produzione le tendenze
capitalistiche sarebbero aumentate a scapito della tendenza
socialista”. La storia ulteriore ha provato la prevalenza decisiva
della tendenza basata sulla economia mercantile, che è appunto dire
capitalista.
Se a questo punto la rivoluzione si
rincartoccia, ciò non vuol dire che l’economia trustificata
nell’ambito dello Stato, e con la quale lo Stato fa corpo, debba
decentrarsi e ritornare cioè al capitalismo individuale e al suo
regime di concorrenza. Gli strumenti creati dalla evoluzione
tecnologica della economia nazionalizzata e che dovevano operare per
una più rapida realizzazione del socialismo, sono serviti, di fatto,
per operare la spinta in avanti del capitalismo.
Che cosa intendo dire con lo Stato che fa corpo
con l’economia trustificata? Intendo riferirmi alla tendenza
dell’imperialismo a formare lo Stato che Lenin chiama dei rentiers,
lo Stato degli usurai la cui borghesia vive esportando capitali e
tagliando coupons. Tale fenomeno, visibilissimo nella economia
americana per il noto predominio del capitale finanziario, è comune
alla stessa economia russa anche se operante nei limiti d’una più
ristretta zona d’influenza.
Il mondo si divide in un piccolo gruppo di
Stati usurai e una immensa massa di Stati debitori.
Stato gestore? Stato imprenditore? Stato
soggetto della economia? Non si tratta di questo, ma di considerare
certi fenomeni propri di questa fase della economia quali il ruolo
del capitale finanziario, una delle leve di comando manovrate
prevalentemente dallo Stato, la politica della sua esportazione come
strumento di dominio mondiale, la organizzazione a carattere di
permanenza di una parte dell’economia nella fase di economia di
guerra col mantenimento di due eserciti permanenti, quello dei
funzionari e l’altro dei militari, tutti fenomeni che vanno a
confluire nello Stato, la sola organizzazione unitaria e
potentemente accentrata, che possa e sappia risolvere le
contraddizioni economiche e i contrasti sociali, in tal modo acuiti,
sul piano della forza, della violenza e della guerra. Ce n’è
abbastanza, mi pare, per vedere nello Stato imperialista qualcosa di
più della sua funzione di Comitato di delega degli interessi
capitalistici.
E, come per ogni fenomeno del capitalismo,
anche per questo la linea della interpretazione marxista va dalla
economia allo Stato e non inversamente.
Che poi il capitalismo resti in piedi e
permangano gli apparati di Stato storicamente più continui e
persistenti, è constatazione questa aperta all’esame critico dei
marxisti. Sotto chi ha filo abbastanza per tessere…
E siamo così alla classe dirigente in Russia.
Io mi chiedevo e continuo a chiedermi: quale è la nuova classe in
Russia che attraverso lo Stato esercita la propria dittatura? Per
mio conto mi limitavo alla constatazione reale e storicamente
inconfutabile che la strapotenza dello Stato sovietico non può
non aver risolto in concreto il problema d’una sua classe dirigente
omogenea e forte per la coscienza che ha del proprio essere di
classe e della funzione storica che è chiamata a compiere.
Quanto tu vai sostenendo sul ruolo della
burocrazia non può che trovarmi consenziente; ma la tua formula di
“ibrida coalizione e fluida associazione ecc.” esclude allo Stato
attuale la esistenza d’una classe storicamente definita e si intona
perfettamente con l’altra tua formula d’una economia che tende al
capitalismo.
Se tende al capitalismo, vuol dire che in
Russia c’è una economia che non è ancora capitalismo, per cui la
classe dirigente che la esprime tende essa stessa a divenire
capitalista, e non è ancora capitalista.
Che l’economia contadina tenda per gran parte
al capitalismo, d’accordo; ma che tenda al capitalismo l’economia
trustificata nello Stato, assolutamente no. Su questa realtà
economica caratteristicamente capitalistica si articola
inevitabilmente la classe dirigente che le è propria.
È qui, mi pare, la chiave di volta per la
interpretazione di tutto il tuo pensiero sul problema russo, da qui
la minore urgenza, per te, della rivoluzione socialista in questo
paese in confronto agli Stati Uniti. Giunti a questo punto non credo
che i termini della nostra conversazione manchino di chiarezza,
anche se siamo andati oltre la preoccupazione dell’indirizzo
internazionale.
Alfa ad Onorio - 31 luglio 1951
Sono a rispondere alla tua del 22-23 luglio.
Accolgo la proposta di togliere di mezzo
toni asprigni.
Anzitutto elimino anche l’appunto di avere
esagerato le tue tesi formulandone di più
esagerate ed erronee, e mi sforzerò di
ritornare alle tue formulazioni e citazioni
di quanto già formulato. Non è un cattivo
metodo prestare al contraddittore opinioni
un poco più errate, anzi è un metodo
marxista utile, quando conduce a belle
chiarificazioni di punti notevoli e che pure
alle volte in tanto tempo elementi anche di
primo piano non hanno assimilati. Mi dico
sempre un modesto ripetitore e non più, ma
tale metodo credo di averlo bene assimilato.
Evidentemente purché la messa a punto sia
buona non è molto grave aver prestato
all’altro una tesi che non era proprio la
sua: non ci interessa la democrazia nella
polemica e non dobbiamo arrivare a punti di
merito scolastici e tanto meno ad una
classifica generale per vedere chi è il
migliore, siamo appunto andati oltre questa
robetta. Può essere utile una contestazione
inventata per andare avanti; e alle volte
scrivendo la formula volutamente falsa si
trova la soluzione dell’equazione scoprendo
una via che nel procedimento normale non vi
era; e intanto non si è mandato in galera
nessuno. Dunque che prima giocava la classe
borghese ed ora l’ha sostituita lo Stato,
non sono parole con la tua firma, comunque
sono un grosso pregiudizio in circolazione
più o meno cosciente, ed è utile sventrarlo,
lavoro che si fa insieme e non serve al
merito o alla celebrità di un autore, etc.
Ed ora alcune note. Quando io parlo di più
importante centro capitalistico di potere
che accorrerebbe a spegnere ogni tentativo
rivoluzionario, non intendo vietare
tentativi o fare una graduatoria di
tentativi. Intendo soprattutto portare in
prima linea che il movimento politico, che
di questo centro è stato alleato in tutta la
fase più decisiva del cammino alla egemonia,
deve essere giudicato dai militanti operai
come pur sempre controrivoluzionario, anche
quando vi è in contesa politica e adopera a
far gioco posizioni teoriche comuniste e
classiste. Questo il punto: tentare per ora
non possiamo né a Pittsburg né a Casale,
dobbiamo lavorare a rettificare l’indirizzo
della classe rivoluzionaria di domani o
dopodomani. Perché dico verrebbe qui
l’O.N.U. e non il Cominform? Prima di tutto
i paesi cominformisti stanno nell’O.N.U. In
secondo luogo se mi volto vedo la sagoma
della Mount Olympus e non quella di una nave
sovietica. Sono convintissimo che la
squadraccia scenderebbe anche da quella e te
ne do atto.
Adesso mi fermo sul perché vediate tutti in
primo piano la definizione degli stadi di
trapasso della economia in Russia da uno
all’altro tipo sociale, e dopo chiarirò un
equivoco a cui forse le mie parole hanno
dato luogo sul “senso” delle tendenze di
tale trapasso, o meglio di tale insieme di
trapassi.
Non sono una sola le tre questioni: va nel
senso giusta l’economia russa? fa la
politica giusta il partito comunista russo e
l’Internazionale? Fa la politica giusta
internazionale lo Stato russo? Dico giusto
per rivoluzionario e pongo le questioni
generali, come si potevano porre dal 1919 ad
oggi. Chiaro che oggi rispondiamo picche su
tutti i tre punti. Ma non vi è la condizione
che si debba rispondere o tutti e tre sì o
tutti e tre no, e quindi la risposta
economica non decide sulle altre due.
Spiego al solito con esempi storici. Guerra
antigiacobina dell’Inghilterra e politica di
appoggio agli emigrati feudali. Quale il
paese più progredito come economia borghese
nel mondo? L’Inghilterra. Quale il paese in
cui certo il processo capitalistico non è
minacciato da involuzione feudale? Idem. Ma
quale la politica dei partiti inglesi al
governo rispetto alla lotta in Francia?
Controrivoluzionaria, non meno di quella
austriaca e russa, ove sono al potere le
aristocrazie. Quale la politica estera del
governo inglese? Controrivoluzionaria, tenda
essa a fermare la convenzione o Napoleone.
Non abbiamo dunque risposto sì — sì — sì e
neppure no — no — no. Abbiamo risposto sì —
no — no.
Rivoluzione di ottobre 1917 in Russia e
prime misure di comunismo magari primitivo.
Lotta comunista in tutto il mondo; lotta
internazionale contro i tedeschi ed intesa
su tutti i fronti: tre posizioni
rivoluzionarie: sì — sì — sì. Errore aver
cominciata la rivoluzione europea e
mondiale, poi sconfitta, nel paese poco
capitalista? Lo dimostrammo cento volte:
nemmeno per idea!
Ripiegamento economico sociale del 1921 e
rinunzia a certe forme socialiste (il punto
strettamente economico dopo). Tutti noi
sinistri approvammo le giustificazioni di
strategia rivoluzionaria internazionale: un
passo indietro per riprendere lena:
risposta: no — sì — sì. Cioè l’economia
sociale interna rincula, la lotta
rivoluzionaria va avanti.
Dopo la morte di Lenin, deviazioni tattiche
dal 1922 poniamo al 1926, ma nessuna
alleanza con nessun paese borghese del
mondo, chè tutti lottano contro la Russia:
noi sinistri non siamo contenti della
politica di partito; nostra risposta: no —
no — sì.
Ulteriore degenerazione sia nell’economia
interna, sia nella politica di partito che
ridiviene collaborazionista e opportunista,
sia infine nella politica estera dello Stato
russo con alleanze capitaliste; siamo al
finale no — no — no.
Ho voluto stabilire che il sì o no sul
processo economico interno non determina di
per sè solo, automaticamente, le altre due
risposte. L’insieme delle tre risposte
dipende dall’avere inteso tutto il quadro
storico internazionale, marxisticamente,
dialetticamente.
Ciò toglie molta importanza al problema che
vi pare — o che pare a molti — problema
chiave: quale l’economia russa odierna,
quale la classe nuova, etc. Non che questo
problema non conti, solo che la sua
soluzione non risolve tutti gli altri. Come
l’economia inglese 1793 era quanto di più
avanzato e la politica quanto di più
reazionario, così potrebbe accadere che un
paese con evoluti caratteri socialisti della
economia sociale facesse una politica di
partito e di guerra borghese. Qualunque sia
la verità sul processo della economia russa
e sulla sua vera “direzione” la politica di
partito e la politica internazionale degli
stalinisti sono egualmente fetenti.
Ecco perché nell’appello agli operai non mi
importa tanto dire: in Russia il cittadino
Borgo Capitalistoff in via tale numero tale
non fa niente e si nutre di caviale e vodka
e quadri di Rubens; ma: la politica di
liquidare i partiti fu fetente, perché
americani e inglesi facessero bene la
guerra; la politica dei blocchi partigiani
fu fetente.
Ed adesso al tuo punto centrale: capitalismo
di Stato. Esattamente citato da Trotsky
Sokolnikoff Lenin, e del resto Marx ed
Engels un secolo fa: vedi Fili su Fili in
cui da tempo lo provo. Ora vedremo che è il
capitalismo di Stato. Ma tu vai oltre, parli
di economia di Stato e di “accentramento più
assoluto della economia nell’ambito dello
Stato”. Ora tale formula, non dico merita
tanti anni di galera, ma dico lascia pensare
che non sia ben visto che cosa sono
marxisticamente parlando: società
-produzione — economia — Stato. Ed allora io
rimastico, e con ciò non voglio menomare
nessuno.
Cominciamo a stabilire un altro punto
essenziale. Ammettiamo la serie di tipi
economici: capitalismo di libera concorrenza
e aziende personali — capitalismo di trusts,
monopolii — capitalismo parassitario
finanziario — dirigismo di Stato nella
economia — statizzazione di aziende
industriali e bancarie. Prendiamo poi la
serie di rapporti politici di potere:
democrazia parlamentare borghese —
imperialismo e totalitarismo capitalistico —
potere proletario rivoluzionario — potere
proletario degenerante — potere proletario
degenerato e quindi capitalistico (senza
terza classe, e ciò non perché le classi
della società moderna siano due sole).
Orbene dico che le due serie non sono
parallele; non formano una corrispondenza
biunivoca, si dice in matematica. Ogni tipo
della prima serie può nel tempo x e nel
luogo y coincidere con ogni tipo della
seconda serie.
Comincio a spiegarmi. Quanto ci è voluto per
battere nella testa di democratici e
libertari il nostro chiodo marxista numero
uno: la dittatura? Quale l’argomento di
centro? E è non solo possibile, ma
inevitabile, che dopo un’ora, un anno o un
lustro dalla distruzione del potere borghese
sia in piedi una cellula economica, una
struttura aziendale di tipo borghese: si
dice una per dire eventualmente anche tutto
un sistema. Non solo quindi in tali settori
della produzione vi saranno operai salariati
e sfruttati ma anche un padrone che si
approprierà un profitto. Ebbene ciò non
toglierà che anche in tale periodo vi sia il
pieno potere politico operaio; solo che la
trasformazione produttiva non avrà ancora
raggiunto quel settore: lo farà dopo.
Intanto quel borghese è privo di diritti
civili e politici, controllato per quanto
tollerato ancora dagli organi della
dittatura rossa. È questo? Ed è solo per
questo che la dittatura si spiega e si
impone? Bene. Dunque possiamo avere un
proletariato e partito rivoluzionario al
potere che buona tattica interna ed
internazionale comunista, e nello stesso
tempo una zona di economia capitalistica
anche ad azienda privata.
Viceversa con un potere squisitamente
borghese come ad esempio l’Inghilterra
possiamo avere anche un settore industriale
del tutto statizzato, ossia che non solo è
passato dall’azienda personale a quella
anonima, poi a quella sindacata e
trustizzata, infine al tipo in cui lo Stato
è proprietario ed imprenditore dell’azienda,
poiché la conduce non in concessione ma in
economia, come ad esempio in Italia le
Manifatture Tabacchi: ogni operaio è un
dipendente statale. Come dissi altre volte
abbiamo anche più: veri tipi comunisti in
potere capitalistico: esempio il servizio
dei vigili del fuoco: quando qualcosa brucia
nessuno paga per spegnerlo; se nulla brucia
i pompieri sono lo stesso nutriti.
Dico tutto ciò per combattere la tesi,
chiunque ne sia autore, che segna come stadi
successivi: capitalismo privato, capitalismo
di Stato come prima forma di socialismo
inferiore, socialismo superiore o comunismo.
Il capitalismo di Stato non è un
semi-socialismo, ma un capitalismo vero e
proprio; anzi è lo sbocco del capitalismo
secondo la teoria marxista della
concentrazione, ed è la condanna della
teoria liberista di un permanente regime di
produzione in cui il gioco mirabile della
concorrenza metta sempre di bel nuovo una
fetta di capitale alla portata di tutti.
A discriminare tra capitalismo e socialismo
non basta la titolarità (vedi Proprietà e
Capitale) del possesso dello strumento
produttivo, ma occorre considerare il
fenomeno economico integrale, ossia chi
dispone del prodotto e chi lo consuma.
Precapitalismo, economia dei produttori
individuali: il prodotto è del lavoratore
indipendente; ognuno consuma quel che ha
prodotto. Ciò non toglie che prelievi di
sopraprodotto e quindi sopralavoro siano
fatti a dan no delle moltitudini di
lavoratori parcellari (talora uniti con la
forza in masse ma senza la moderna divisione
di momenti produttivi) da caste ordini e
poteri privilegiati.
Capitalismo: lavoro associato (in Marx
lavoro sociale) divisione del lavoro
prodotto a disposizione del capitalista e
non del lavoratore che riceve danaro e
compra sul mercato quanto gli occorre a
tenersi in forza. Tutta la massa di oggetti
prodotti passa per la forma monetaria nel
viaggio da produzione a consumo.
Socialismo inferiore. Il lavoratore riceve
dalla organizzazione economica sociale
unitaria una quantità fissa di prodotti che
occorrono alla sua vita e non ne può avere
di più. Finisce la moneta ma sussistono
buoni di consumo non accumulabili né
mutabili di destinazione. La tessera? Già,
il socialismo inferiore è la tessera a
tutti, senza impiego di danaro, e senza
mercato.
Socialismo superiore e comunismo. In tutti i
settori si tende ad abolire la stessa
tessera e ognuno preleva quanto gli occorre.
Qualcuno assisterà a cento spettacoli
cinematografici di seguito? Lo può fare
anche oggi. Telefonerà ai pompieri dopo aver
dato fuoco alla casa? Lo fa oggi, ma allora
non vi saranno assicurazioni. Comunque
allora ed oggi il servizio manicomio è fatto
secondo l’economia comunista pura: è
gratuito ed illimitato.
Riepilogo:
Precapitalismo: Economia senza danaro o con
impiego complementare del danaro. Produzione
parcellare.
Capitalismo: Economia con impiego
totalitario del danaro. Produzione sociale.
Socialismo inferiore: Economia senza danaro
e con tessera. Idem.
Socialismo superiore o comunismo: Economia
senza danaro né tessera. Idem.
Il capitalismo di Stato che sarebbe
cretineria chiamare socialismo di Stato sta
tutto sano sano nel reparto capitalismo.
Tutti divenuti salariati dello Stato?
Sussiste il plusvalore, lo sfruttamento,
ecc. Tu questo lo dici, ed è esatto, ma le
cose non basta che siano in esatti termini,
devono stare nelle esatte relazioni di luogo
e tempo etc.
Una parolina ancora su cose da me spesso
dette o meglio copiate nei testi prima di
venire ai processi russi.
La corresponsione del salario in danaro
definisce il capitalismo. Il plusvalore non
è che una conseguenza dedotta da Marx,
polemicamente, dialetticamente, anche e
perfino nella gratuita ipotesi di scambi
ovunque e sempre liberi ed uguali. Un regime
che dia ai salariati in danaro il frutto
indiminuito del lavoro in danaro non può
esistere (insegnato a Lassalle). Per due
principali ragioni: il solo mezzo mercantile
conduce alla accumulazione e sfruttamento
capitalistico (M-D-M; D-M-D’ etc.); un
prelievo è sempre indispensabile a fini
sociali; manutenzione ammortamento
miglioramento con incessante nuovo
investimento di beni prodotti che divengono
strumentali.
In atmosfera mercantile non vi può essere
prelievo sociale senza sfruttamento di
classe.
Ma il fatto è questo: il tanto di plusvalore
che la minoranza capitalista pappa
materialmente non è il fenomeno
preponderante. È il prelievo a preteso fine
sociale che diventa abnorme, sbagliato,
sperequativo, distruttivo.
Sia dieci ore la media giornata del
lavoratore nel mondo.
I capitalisti pappano mezz’ora.
Il capitalismo pappa sei ore e mezza.
Il lavoratore pappa tre ore, se va bene.
Nel capitalismo di Stato, e più in apparenza
che altro, si è tolta via la mezz’ora. Roba
da poco. Si sono però concentrate le
condizioni per cui è tremendamente più
difficile riscattare le altre sei ore
diventate sette o più.
Sarebbe più socialismo legare tutti i
capitalisti e mandarli a Tahiti a papparsi
un’ora, e amministrare poi le altre nove
ore: dopo poco basterebbe lavorare poche ore
al giorno.
Dunque, in un certo senso posso dire con te
che partendo da punti diversi paesi
capitalisti e Russia vanno a situazioni
paragonabili, come tessuto economico, in cui
lo Stato accumula maneggia investe capitali
che non hanno titolari privati. La
concentrazione del potere facilita la
capitalizzazione dei settori economici
ancora precapitalistici: benissimo. Però la
forza dello Stato non cessa di essere usata
a fini di classe come fin dall’inizio quando
teoricamente esso si disinteressava
dell’economia. (Una economia borghese sorge
dal libero scambio di equivalenti; ma questo
non è possibile senza che una forza concreta
non sia pronta a colpire chi tenta di
scambiare non equivalenti nel senso
giuridico borghese: dunque il fattore Stato
è decisivo sempre).
Nei paesi borghesi tu richiami la
descrizione di Lenin che vale fino alla
vigilia della prima guerra. Bene anche qui.
Torneremo sui paesi (non Stati) creditori e
debitori, ossia sui capitalisti che
investono all’estero, e sulla vera
spiegazione del parassitismo. Nella moderna
forma questo non è dei cedolisti o rentiers,
ma dei brasseurs d’affaires e sempre
dell’imprenditore: ma non si tratta più di
imprenditore di produzione che lavorava su
piccoli margini ma dell’imprenditore di
grandissimi affari con scarti colossali e
mutamenti personali frequentissimi etc.
Il dirigismo e capitalismo di Stato moderno
a mio avviso lascia posto maggiore del
passato al brigantaggio della iniziativa
privata e di gruppi, nella solidarietà di
classe che la borghesia ha avuto
politicamente e socialmente da quando è
apparsa; solidarietà sempre più mondiale,
anche in guerra.
Qui una “analisi” a cui è bene lavorare.
Solo che il meccanismo può essere puta caso
in Siberia e il gruppo profittante nel
Canadà…, via Tangeri o altra.
Processo in Russia, poi per stavolta chiudo.
Comincio col notare che sotto lo Zar il
capitalismo era affermato quasi solo
nell’industria pesante e di guerra: il
capitalismo in fondo nasce nella forma di
Stato (arsenali delle monarchie assolute
etc.); viene poi l’officina privata…
Sarebbe bastata la rivoluzione borghese
democratica a dare un maggiore impulso allo
svolgimento di tendenza capitalistica in
tutti gli altri settori arretrati:
contadino, patriarcale asiatico, etc. etc.,
artigianato commercio e simili. Naturalmente
la Rivoluzione d’Ottobre fatta soprattutto
dai proletari industriali delle grandi città
lancia tutta l’economia del paese in avanti
ancora di più e quindi da allora almeno i
nove decimi della preborghese società russa
tendono al capitalismo, e non possono
tendere al socialismo che per questa
trafila.
Ma io ho parlato di quel decimo di economia
che aveva tentato di divenire socialista e
poi ha dovuto tendere al capitalismo andando
all’indietro.
Ora ha finito di tendere ed è tutta
capitalista? Può ammettersi, ma da quando,
oltre a tendere per aspettare la rivoluzione
mondiale, tende senza più aspettarla; la
posizione controrivoluzionaria è acquisita
anche se a Mosca… i pompieri sono gratis.
Nel 1919-20 a Leningrado e Mosca si va in
tram gratis ossia non solo il lavoratore ha
un ticket per andare al lavoro, ma chiunque
sale non fa biglietti e non mostra
tagliandi. In treno non si paga neppure, ma
ci vuole il biglietto di una organizzazione
sovietica. Socialismo qui inferiore.
Il lavoratore di fabbrica ha molte cose in
natura tra cui il pane; che si va a prendere
in campagna anche colla forza. La moneta non
vale nulla: tuttavia riceve un poco di
denaro e compra qualcosa ai mercati
illegali.
Viene la NEP. Lenin spiega: inutile,
dobbiamo legalizzare il mercato, ammettervi
il contadino dopo che ci avrà data una quota
di imposta, portare al mercato di provincia
i prodotti industriali, pagare in danaro gli
operai di fabbrica. Inutile dilungarsi: in
attesa della rivoluzione mondiale ed anche
nei grossi centri e per la grande industria
noi liquidiamo il poco socialismo che
l’economia russa consentiva e ricadiamo nel
capitalismo. Non abbiamo i borghesi padroni
delle fabbriche o le azioni di esse alla
borsa di Londra. Che per ciò, Lenin dice, è
forse questo un fattore socialista? È sempre
capitalismo, ma di Stato. Se lo regge uno
Stato proletario la cosa feto di più che se
lo regge uno Stato borghese.
Rileggi le tue citazioni e vedrai che
collimano con quanto dico. Ora da allora,
sulle spalle del proletariato, si è
accumulato ed investito, diffondendo
industrialismo e potenziale capitalista: hai
ragione. E sempre nella stessa forma:
capitalismo. Di Stato, aggiungiamo? Sia
pure.
Dovunque esso sia e dovunque sia la forma
economica di mercato il capitale è una forza
sociale. È una forza di classe. Ed ha a sua
disposizione lo Stato politico. I suoi
interessi divengono sempre più
internazionali, anche quando la lotta
agonica dei centri statali li mette in
guerra. Formano una rete impersonale, hanno
una propria inerzia dinamica che li muove
secondo le loro leggi. Per dare in concreto
l’idea della situazione presente di tali
forze nell’ambito russo ho creduto di dire
qualcosa che vada oltre la frase sul
capitalismo di Stato, che in sé nulla ci
dice.
Onorio ad Alfa - 6 ottobre 1951
Ripiglio la conversazione al punto in cui è
stata lasciata dalla tua lettera del 31 luglio, e abbozzo alcune
note riassuntive a mo’ di conclusione.
Il mio appunto critico si era particolarmente
indirizzato su quel tuo perder tempo della rivoluzione se non avesse
prima provveduto a far fuori il più importante centro capitalistico,
universalmente individuato oggi nello Stato di Washington.
Qui convieni con me, né poteva essere
altrimenti, che non si intendeva vietare tentativi rivoluzionari o
fare una graduatoria di tentativi. Per noi marxisti non si tratta
invero di “vietare” ma di riconoscere che l’esplosione
rivoluzionaria in qualunque punto dello schieramento capitalistico
possa avvenire, esprimerà — qui il punto — una sua capacità e
potenza esplosiva e di irradiazione su cui la strategia della
rivoluzione socialista punta per investire dall’esterno e cercare di
“far fuori” lo Stato di Washington. Anche tutto ciò va inteso
storicamente, ma non sottinteso, per evitare di discuterne la
validità sia in sede teorica che in quella politica. Ne convince
l’aver messo in linea un argomento politico che vorrebbe essere di
propedeutica rivoluzionaria verso quei proletari che dovrebbero
giudicare per contro-rivoluzionarie le forze politiche della Russia
sovietica che sono state alleate di quelle americane nella fase più
decisiva del loro cammino alla egemonia; argomento su cui non si può
non essere d’accordo ma che messo lì sa di mero accorgimento
polemico per evitare di centrare il problema della intima capacità
espansiva nel mondo di ogni episodio di rivoluzione vittoriosa,
dovunque questa vittoria rivoluzionaria si fosse affermata.
Così, per incidens, ricordo d’avere letto sulla
nostra “Battaglia” qualche cosa che vorrebbe essere in posizione
originale tra le nostre due tesi che in fondo hanno cessato di
divergere dal momento che tu accetti che la rivoluzione può
scoppiare là dove il fronte del capitalismo appare più debole
all’assalto del proletariato. La tesi sostenuta dallo scrittore di
“Battaglia” è un saggio assai significativo del modo con cui vien
posto il problema della rivoluzione: la polemica politica di partito
al posto d’un esame dialettico.
Si pone la rivoluzione antistalinista come
“conditio sine qua non” perché sia reso possibile di far fuori lo
Stato di Washington. Ma non si chiede se questa rivoluzione in
quanto opera del proletariato, risolve il problema fondamentale di
classe che è quello della distruzione dello Stato capitalista che
consente il passaggio dell’economia capitalista sul piano della
produzione e della distribuzione socialista. Questo non è detto
perché chi lo ha scritto crede ad una rivoluzione evirata dei
presupposti deterministici essenziali nella concezione marxista.
Siamo ad un ritorno di fiamma dei motivi di
pura marca idealista e volontarista che credevamo definitivamente
sorpassati almeno nel seno di questa nostra sparuta avanguardia.
La rivoluzione antistalinista per il fatto
stesso che è realizzata dal proletariato avrà tutti i caratteri
dell’anticapitalismo oppure si ridurrà alle proporzioni di un banale
episodio di rivoluzione di palazzo e di cambio di guardia.
E poiché siamo ad una applicazione del metodo
dialettico ripiglio il filo della nostra conversazione per dire quel
che penso anche sul tuo “modo” di dialetticizzare la storia.
Il gioco contraddittorio dei tuoi “sì” e “no”
non mi pare si liberi del tutto dalle maglie della dialettica
formale; gli esempi storici che citi se hanno valore dimostrativo
nei riguardi del tuo assunto, non soddisfano in pieno l’esigenza
d’una valutazione dialettica del moto rivoluzionario della nascente
borghesia. I dati che desumi dall’esperienza inglese sembrano
formalmente esatti, ma chi pensa e crede ad una specie di
sincronicità non soltanto temporale tra il moto delle cose del
sottosuolo e il moto delle forze sociali e politiche della
sovrastruttura, pensa e crede secondo i precetti d’un determinismo
meccanicista che ripugna al materialismo storico inteso come lo
intendeva Marx più “storico” che “materialismo”.
Ti ricordo con Bukharin che ogni contraddizione tra le forze produttive e
l’economia si appiana rapidamente, esercita rapidamente la sua
influenza sulla sovrastruttura, poi la sovrastruttura a sua volta
sull’economia e le forze produttive, e il circolo ricomincia senza
posa.
Non si tratta insomma di cogliere soltanto la
contraddizione tra una progredita economia inglese a carattere
capitalista e una relativa politica di partiti e di governo in
funzione anticonvenzione e antinapoleone.
Il dipanarsi della rivoluzione industriale
inglese aveva posto il problema d’una organizzazione sociale
politica e d’un costume borghese come esigenza rivoluzionaria il cui
affermarsi e progredire andava misurato sul metro della quantità
delle forze economiche politiche e sociali dell’antico regime da
vincere e sulla loro materiale capacità di resistenza.
Ti sei chiesto se la rivoluzione industriale
inglese era stata poi soltanto inglese?
È poi accettabile quanto tu affermi che “tutte”
le forze di sovrastruttura inglese fossero in questo periodo in
funzione controrivoluzionaria? Che lo fossero in buona parte e
prevalenti nella politica estera per la necessità della lotta per il
predominio sul continente che la Francia minacciava è
spiegabilissimo, ma che lo fossero in “toto” no. In ogni caso la
lotta sul piano politico tra le forze dell’antico regime dure a
morire e le nuove forze liberali espresse dalla rivoluzione
industriale non significava che il moto borghese dovesse
dialetticamente realizzarsi. Il movimento illuministico trovò la sua
prima formulazione in Inghilterra dopo la rivoluzione del 1688 e si
concluse con l’assalto alla Bastiglia che fu del resto una risposta,
la prima di una serie di risposte rivoluzionarie, alla istanza posta
internazionalmente dal nascente capitalismo.
Comunque la linea di sviluppo storico del moto
liberale è facilmente individuabile e cesseremmo di capire nel suo
complesso e nelle sue contraddizioni l’affacciarsi dell’Inghilterra
nel mondo della moderna borghesia, se sottovalutassimo questo vasto
e progressivo conflitto tra le nuove ed ingrandenti forze del moto
liberale e l’antico regime, tra i difensori dell’ “habeas corpus” e
i ritorni dell’assolutismo, tra il mondo dei forti residui
medioevali e dell’età delle lotte religiose, dei privilegi politici
delle proprietà fondiarie e il mondo dell’industria e del commercio
che doveva dare i motivi e le forze per la veemente lotta dei
libero-scambisti. Questo è il mondo reale della sovrastruttura che
dialetticamente riflette quel momento dell’economia capitalistica
inglese anche quando, per la maggiore grandezza e complessità dei
suoi interessi politici e commerciali nel mondo, la politica del
governo era forzatamente in funzione controrivoluzionaria nei
confronti della Francia della Convenzione e di Napoleone.
Ed è su questa linea di interpretazione
dialettica che si perverrà alla conoscenza delle ragioni reali che
erano alla base dei primi moti operai di violenta, rabbiosa azione
contro la macchina ritenuta generatrice di disoccupazione e al
sorgere delle prime unioni operaie a cui farà seguito un gran numero
di scioperi.
C’è, in una parola, una economia capitalistica
in progressiva dilatazione e affermazione a cui corrisponde una
classe dirigente borghese la cui politica è liberale e reazionaria
insieme, progressiva e perciò stesso sagacemente conservatrice.
Chi non sa che in ogni società
nell’ondeggiamento tra il regressivo e il progressivo il gravitare
verso la tradizione è ovunque e in ogni epoca prevalente?
Qualche osservazione ancora sul tuo modo di
applicare la dialettica all’esperienza della Russia sovietica. Tu
scrivi:
Ripiegamento economico sociale del 1921 e
rinunzia a certe forme socialiste (il punto strettamente economico
dopo). Tutti noi sinistri approvammo le giustificazioni di strategia
rivoluzionaria internazionale: un passo indietro per riprendere
lena: risposta: no — sì — sì. Cioè l’economia sociale interna
rincula, la lotta rivoluzionaria va avanti.
Le risposte che dai “no” — “sì” — “sì” possono
aver senso se riferentisi alla condizione tutta soggettiva della
nostra lotta politica di allora, ma se dovessimo rispondere oggi
agli stessi quesiti, non c’è dubbio che risponderemmo no a tutti e
tre; non è vero cioè che l’economia sociale interna della Russia
rinculava e la lotta rivoluzionaria andava avanti. Ora sappiamo che
l’economia di allora ha continuato a rinculare e la lotta
rivoluzionaria non è andata più avanti dalla morte di Lenin in poi
né nella patria del… socialismo né altrove.
La verità è che noi della sinistra fino al 1926
ci siamo mostrati contrari alla politica di partito ma non ci siamo
sufficientemente preoccupati di legare le ragioni del declino della
rivoluzione proletaria nel mondo al sempre minore socialismo e alla
sua scomparsa nelle organizzazioni economiche e sociali della prima
rivoluzione proletaria. La colpa è semmai soltanto nostra che
abbiamo preferito farci assertori d’una dialettica delle parole al
posto d’una dialettica delle cose.
Non c’è automatismo in tutto ciò, d’accordo,
c’è soltanto svolgimento involutivo sul piano della sovrastruttura
verso la prassi borghese, riflesso d’un ritorno al modo di
produzione proprio del capitalismo. È adombrata perciò di idealismo
l’ipotesi da te formulata che:
come l’economia inglese 1793 era quanto di più
avanzato e la politica quanto di più reazionario, così potrebbe
accadere che un paese con evoluti caratteri socialisti della
economia sociale facesse una politica di partito e di guerra
borghese.
Se si tratta d’una possibilità al presente,
logica vuole che il tuo riferimento sia diretto all’esperienza
russa, se si trattasse invece di possibilità al futuro, l’ipotesi
cesserebbe d’interessarci perché sfugge all’analisi marxista.
Constato infine volentieri come le nostre
argomentazioni inizialmente divergenti sulla valutazione del
capitalismo di Stato siano andate raccordandosi come era naturale
che ciò avvenisse. Soltanto che la vecchia funzione dello Stato più
carabiniere che interessato all’economia ha maggior rilievo nella
tua visione del mondo borghese, mentre nella mia lo Stato potenzia
al massimo l’esercizio della forza a particolare protezione della
economia in esso accentrata contro le forze concorrenti e di urto
ingigantite anch’esse su scala nazionale e internazionale.
Poichè consideriamo insieme il capitalismo di
Stato “tutto sano nel reparto capitalismo”, tiriamo le conclusioni
anche sul processo in Russia. Le tiro da parte mia con le tue parole
che a loro volta parafrasano quanto sono andato scrivendoti
sull’argomento dell’economia russa in quanto capitalismo di Stato:
Ora da allora sulle spalle del proletariato, si
è accumulato ed invertito, diffondendo industrialismo e potenziale
capitalista. sempre nella stessa forma: capitalismo. Di Stato,
aggiungiamo? Sia pure.
Dovunque esso sia e dovunque sia la forma
economica di mercato il capitale è una forza sociale. È una forza di
classe ed ha a disposizione lo Stato politico.
Termini esatti fino al 1900, epoca in cui si
suole aprire la fase dell’espansione imperialista, termini che
rimangono veri e attuali anche se per sé soli incompleti quando
l’evoluzione del capitalismo attribuisce allo Stato la funzione di
sottrarre le punte terminali di tale evoluzione all’iniziativa
privata. Varrebbe la pena documentarsi sull’attuale svolgimento di
determinati settori dell’economia americana per vedere plasticamente
vivo questo fenomeno, che osservatori borghesi già puntualizzano
nella realizzazione a carattere di capitalismo di Stato demandata
alla possente personalità del Kaiser. Non è che io vada oltre nel
parlare di economia di Stato, gli è che i fatti dell’economia sono
più innanzi di noi, che alla loro dinamica preferiamo a volte gli
schemi fissi d’una cultura economica, che là ove cessa di combaciare
con la storia cessa anche di essere marxista. Faremmo torto alla
nostra capacità d’intendere rivoluzionaria-mente e alla nostra
“cultura” se anche in questo fossimo dei ritardatari.
Non si tratta di discutere più o meno
acutamente intorno ad un assunto teorico, ma di mettere in evidenza
e precisare le caratteristiche di questa fase dello sviluppo
capitalistico che pone il problema d’una particolare visione tattica
e strategica ad un partito che sia di rivoluzionari e non di… frati
trappisti.
Per la Russia, che non si sottrae a questa
realtà, c’è di particolare secondo la tua opinione questo tendere
della sua economia verso il capitalismo, vi tendono, tu dici, i nove
decimi della pre-borghese società russa, come vi tende ora quel
decimo di economia, che aveva tentato di divenire socialista, e che
ora procede all’indietro.
Riconosciamo che la tendenza dei nove decimi è
sul binario giusto, ma quella del decimo, anche nella supposizione
che fosse pervenuta al socialismo, diciamo pure inferiore, non può
ora tendere al capitalismo perché, a mio parere, non può
strutturalmente tornare all’imprenditore privato, ma rimane
funzionante con le sue caratteristiche di economia accentrata,
nell’ambito dello Stato il quale ci appare oggi come lo “sbocco
naturale del capitalismo secondo la teoria marxista della
concentrazione”.
In questo preciso mondo va ricercata la ragione
d’una politica di partito e di Stato che pute, e non in un nesso
dialettico che non regge dal punto di vista storico e tanto meno dal
punto di vista della lotta rivoluzionaria.
Non voglio chiudere queste note col sottacere
la mia impressione su quanto hai sostenuto, o meglio sul modo come
tu l’hai sostenuto. Che dirti? Allorché rileggo i tuoi scritti a
distanza di tempo, quello strano senso di meraviglia e di
insoddisfazione proprio della prima lettura, è tuttora presente e
forse più precisato. C’è nei tuoi scritti un motivo centrale allo
stato di nebulosa che non osa scoprirsi per intero, e attorno tutta
una frangia di scintillio polemico dove non è difficile scorgere la
tendenza ad attenuazioni e accomodamenti che sconcerta.
Il motivo centrale è dato dalla tua persuasione
che l’economia sovietica nella sua marcia all’indietro verso il
capitalismo non abbia ancora portato a compimento questa sua curva
d’involuzione: in parole povere non è tornata tutta al capitalismo.
Da questa persuasione appena accennata discende
tutto il resto, e la formulazione di un ipotetico paese con evoluti
caratteri sociali che fa una politica di partito e di guerra
borghese, e l’affannosa ricerca nella storia inglese e francese di
esempi a mo’ di riprova valida, e infine la tesi del concentramento
capitalista n. 1 Stati Uniti d’America verso cui deve puntare lo
sforzo rivoluzionario, mentre il concentramento russo solo in un
secondo tempo e in via del tutto subordinata dovrebbe entrare nelle…
grazie della Rivoluzione Proletaria.
Perché insisto tanto su questo particolare
aspetto della tua interpretazione? Per le conseguenze che se ne
possono trarre sul piano più specificatamente politico. In verità
quel nostro metter gli U.S.A. e la Russia sulla stessa bilancia, tu
non l’accetti, e non da oggi.
Non è possibile al partito rivoluzionario non
praticare una politica di equidistanza, soprattutto se in periodo di
guerra guerreggiata, tra un paese a massimo sviluppo capitalistico
come gli U.S.A. e la Russia ad economia che tu fai tendere al
capitalismo; potrebbe divenire la premessa teorica per nuove
esperienze intermediste; in ogni modo verrebbe a turbare
profondamente i termini della visione strategica del partito della
rivoluzione nel corso della prossima guerra imperialista.
Se questo apprezzamento riassuntivo fosse però
ispirato dal demone della polemica, vorrei poter prenderne atto con
piacere.
Et de hoc satis
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