Secondo le apparenze più accettate, godiamo la singolare ventura
di vivere nel secolo, nel mondo della "tecnica".
Il nostro
antenato appena di tre secoli fa, nei casi gravi faceva ricerca
del confessore; noi per porre i quesiti che ci premono andiamo
in traccia del tecnico, dello specialista, dell'esperto.
Tutto ciò che ci circonda si ammetteva allora amministrato da
Dio, e questi aveva creata una rete di suoi ministri per poterli
consultare. Oggi, giusta una certa retorica, ci amministriamo e
conduciamo da noi stessi, grazie agli istituti rappresentativi;
secondo un'altra siamo nelle mani di alcuni "grandi", i cui nomi
personali sono sulle bocche di tutti. Ma, consessi collettivi o
Uomini sommi che siano, se si mostrano pronti a pontificare
sulle più ardue questioni generali, e a dettare i
princìpi massimi della vita, ogni tanto si fermano e con
sussiego dichiarano: qui ci vuole il tecnico; e ne
chiedono la illuminata consulenza.
L'esperto consigliere viene allora sulla scena, sia esso un
impianto fisso e macchinoso di uffici dagli interminabili
corridoi, ove si tratta di trovare la sezione y e la
camera x, per apprendere tutto sul sollevato
problema; o sia un personaggio, spesso anonimo ma sempre
pieno di sussiego, che fornito di vasta borsa in cuoio segue,
silenzioso e fatale, in veste di esperto, il personaggio
più noto che ha saputo sfondare sul palcoscenico della
storia, ed è leggermente asino.
Gli Eroi semoventi nel presente, al fuoco delle macchine da
presa, con una coorte di taccuini aperti e una flottiglia di
microfoni nel raggio delle labbra illustri, non sentono di avere
dato all'attesa universa un degno intervento, se non provano,
previa debita preparazione, di essere stati costruttivi;
una volta con mezzi più semplici, e forse facendo assegnamento
maggiore su fisica prestanza, o almeno rai fulminei, e
voce di tuono uscente da polmoni di acciaio, bastava, senza
abbassarsi a dettagli o imbottire i detti di cifre, levarsi nei
cieli della lirica e scatenare col fuoco delle anime la mozione
degli affetti.
Sulle moltitudini, di norma osannanti, se allora pioveva la
poesia, oggi sgronda ragioneria ed ingegneria.
Dovremmo dunque noi, materialisti accaniti, cantare vittoria?
Ne siamo immensamente lontani.
Quando ancora incombevano le diffamate tenebre del Medioevo e
della scolastica, e dominava il principio di autorità, così sul
piano della cultura che su quello dell'amministrazione sociale,
si dettava agli uomini (nella chiesa, nella scuola o nella
piazza) che ogni direttiva andava chiesta ai testi sacri
e fondamentali, e per lettori di essi si assumevano i maestri,
sacerdoti, o uffiziali, incardinati nella gerarchia delle
investiture qualificate. Miliardi di parole scritte e dette si
sono sforzate di persuaderci, già da varie generazioni, che quel
sistema millenario costituiva il vivaio migliore delle
scempiaggini, delle frottole e delle truffe, e che ad esso
andava di un gran colpo dato di frego.
Dal tempo di Tommaso e di Alighieri quel sistema si era
eretto sui bene ordinati contributi di lunghe e battagliate
epoche di lavoro e di ricerca delle comunità umane, innestando
tra loro i dati trasmessi dall'epoca greco-romana, da quella
orientale-semitica e dalla stessa civiltà araba; formandovi
scienza, arte, filosofia e teologia una costellazione complessa
e potente.
Tuttavia con lo sviluppo di nuove forze nella vita e nella
produzione, nell'arte e nella scienza applicate al lavoro, le
ossature per quanto vaste presero a scricchiolare, e non ebbe
difficile gioco la nascente classe borghese a ridere di
applicazione divenute ormai rancide e balorde.
Nelle grandi calamità sociali, come la peste del Seicento, e
nei loro effetti su popolazioni oramai cresciute di numero,
fitte e legate da comunicazioni frequenti ignote all'antichità,
i riflessi del vecchio metodo cominciarono sempre più a
denunziare il fallimento. Il consultato pretonzolo (o
arcivescovo) parlò di peccati e di punizione divina; il basso
popolo credette di leggieri alla stregoneria e al malefizio e
perseguì l'untore che diffondeva il morbo, diavolo o
criminale che gli paresse; il dotto (che Lisander satireggia in
don Ferrante) fece ricorso al testo scolastico e ne applicò le
formule oramai divenute impotenti; crepando di peste, dopo aver
dimostrato che il contagio non poteva esistere, non essendo né
sostanza, né accidente, laddove ogni cosa doveva rientrare in
una delle due categorie.
Lo scettico sorriso dei nuovi sapienti, che si sentono
ferratissimi nel dar di piglio alla matita rossa e blu segnando
gli strafalcioni sulle pagine della Fisica aristotelica,
o della Summa tomistica, o della Comedia dantesca,
non esprime una nuova luce che finalmente abbia squarciato le
tenebre e reso l'uomo signore della verità fino ad allora
bloccata da cerchie di iniziati e di ingannatori: esprime, oggi
è ben chiaro, una esigenza di nuove forze sociali, che nella
mercatura, nella manifattura e nell'industria hanno bisogno di
applicare, senza ingombri, canoni non chiesti al prete, al
nobile o al monarca. Questa rivoluzione di classe si presentò
agli occhi dei popoli, che non sapevano se come la strega e
l'untore non convenisse bruciare il telaio il battello a vapore
e la locomotiva, quale pomposo passaggio dall'Autorità alla
Ragione.
Le nazioni non ebbero più bisogno di preti, o di signori dal
sangue selezionato (criterio questo non privo di scientifico
fondamento, ove non demagogicamente studiato...), o di
parrucconi sfogliatori di ingialliti in octavo, bensì di
pensatori, di sapienti, di filosofi. Questi nuovi condottieri
non dissero più di venire dal segreto del tempio, o dall'antro
della sibilla, o dalla meditazione in penitenza, ma si
proclamarono figli del dubbio e della critica, e annunziatori al
popolo della Verità senza più alcun velo.
Nei primi parlamenti i grandi oratori ad ogni passo invocano
come guida alla vita collettiva i nuovi ideali, che pretendono
non rivelati dalla divinità ad una cerchia di mistici agenti, ma
scoperti nei valori generali comuni agli uomini tutti.
Così ogni quesito, ogni problema, come oggi si dice, ogni misura
da prendere ed applicare nei rapporti di governo e di
amministrazione, non si confronterà col volere di Dio, coi
versetti della Bibbia, o coi teoremi del filosofo tradizionale,
bensì col "trionfo" della Giustizia, della Libertà. Il singolo
chiedeva dapprima al confessore come comportarsi, e quello gli
assicurava di aver compulsato la teologia moralis prima
di vietare o permettere; e ai singoli creder facevasi che il
capitano il nobile e il re parimenti stabilissero il
comportamento proprio. Gridano invece i nuovi profeti che, come
ogni privato ha in sé la sua Coscienza per agire secondo Morale,
così nella vita collettiva e generale basta consultare e servire
la coscienza morale e "civile". Dal penitente al cittadino,
dalla Chiesa allo Stato.
L'estrema espressione di questo continuo invocare, nei
rapporti politici, il metro etico, sta nell'aspetto oratorio e
letterario in Robespierre (uomo in realtà dal potente pensiero
storico), nell'Incorruptible. Nulla toglie al nostro
radicale superamento del suo orizzonte, che egli abbia,
incorrotto, asceso il palco dell'ultimo supplizio.
A questo primo trapasso storico dalla Autorità e dalla Fede
alla Ragione e alla Coscienza, nelle soprastrutture che
servivano a presentare la pubblica guida, ne seguirà presto un
altro. È il passaggio dalla Ideologia e dalla filosofia politica
alla Economia.
La sottostruttura, inesorabile, si rivela. Gladstone,
liberale puro e classico, non voleva sentir parlare di
questione sociale. Ma fu forse l'ultimo in tale attitudine,
l'ultimo o tra gli ultimi che sostenessero dovere il cittadino
perfetto, ogni volta consultato a delegare la sua molecola di
pubblico potere, decidere secondo una generale visione di tutto
lo Stato, riflessa nella sua interiore coscienza, e giammai
secondo la suggestione di un suo interesse materiale, di un
bisogno che con altri in analoga condizione egli condividesse.
Ma lo stesso Gladstone non si sottrasse a dover parlare dalla
tribuna dei Comuni non più di principi, ma di cifre di
ricchezza, e invano si inferocì allorché Marx nell'Indirizzo
della Prima Internazionale tradusse le sue parole nel
linguaggio di classe, svelandovi l'inno, non al benessere
popolare, ma alla feroce strapotenza inflazionante del
capitalismo britannico.
Da allora in poi, per quanto esaltabili ed esaltati dalla
loro stessa non ancora avvizzita primavera romantica, gli
oratori della borghesia dovettero fare i conti non solo col
pensiero e con la coscienza, ma anche coi bisogni e con la fame
dei cittadini, e soprattutto delle classi non abbienti e
sfruttate dal sistema industriale e dalla onnipotenza del nuovo
Stato. Il vecchio era - a loro dire - dispotico, ma i suoi
tentacoli arrivavano poco entro la crosta sociale, e larghi
strati lo conoscevano meno del dio, di cui lor predicava il
curato; il nuovo e liberale arriva dovunque, tutti classifica e
censisce, per coscriverli quando gli occorra nell'esercito del
lavoro o in quello della guerra nazionale e borghese: ante
omnia nella lista puzzolente degli elettori.
Le Camere da cui la classe borghese finge di dirigere la
società (mentre tiene in pugno ben altri e potenti apparati,
ignoti al mondo di ancien régime, o in lui introdotti
nella misura in cui le istanze borghesi lo premevano), sempre
meno si occuparono di costituzioni, di codici e di bei proclami
o tornei di oratoria letteraria, sempre più di bilanci, imposte,
prestiti, stanziamenti; e finalmente della colluvie
irresistibile delle mille e mille "leggi speciali".
L'uomo politico, concepito all'inizio come un canoro
trombone, che sapesse echeggiare quanto era nello "spirito" dei
cittadini e nelle loro "passioni", andò sempre più svolgendosi
nella figura di quello che doveva saper fare i conti nelle loro
saccocce. Ma non ci conduce questo alla visione ingenua e
pedestre dei socialisti fine Ottocento, per cui davvero la
statistica elettorale poteva riflettere una statistica di
interessati, secondo il loro numero, e quindi dare ai molti
poveri una via per affermarsi contro i pochi ricchi:
bensì furono i grossi e concentrati interessi, che sempre
avevano tutto mosso, a venire sul primo piano della discussione;
e in modo ovvio tutte le misure di Stato che al capitale
premevano, figurarono come misure per il bene del popolo e il
generale interesse: un generale ben famoso, perché ha
perduto sempre tutte le sue battaglie.
Comunque, dopo il trapasso dalla Autorità alla Razionalità,
abbiamo quello dalla Idealità alla Economicità.
Il terzo passaggio, da questa alla Tecnicità, dei
signori Uomini Pubblici, derivò dal complicarsi tremendo degli
interventi dello Stato nelle faccende della produzione e del
mercato, e di tutto il resto. Tutto è regolato da una apposita
misura statale, e non potrebbe essere altrimenti, con la
grandinata di nuove invenzioni ed applicazioni innumeri, in cui
la vita degli uomini si ingroviglia facendo diventare servizio
pubblico ogni antica naturale funzione come il bere, lo
scaldarsi o l'essere illuminati, o il rivolgersi la parola, o il
darsi una mano quando scappava un piede o la casa andava a
fuoco; di più creando mille nuovi servizi per bisogni prima
sconosciuti, dal cinema alla radio, dall'aviazione alla
televisione, eccetera, eccetera; per tacere (si capisce) delle
grandiose nuove organizzazioni al fine di farsi la pelle, al che
si provvedeva in origine con mezzi tanto incivili, quanto
rudimentali.
Ed allora, se è chiaro che tutto questo devesi amministrare e
governare, e se del tutto improponibile (se non da qualche
matto) risulta la tesi che a tanti novamenti meglio sarebbe
rinunziare, dandosi a sforzi per smeccanizzare, diselettrificare
e "rinaturare" la società, se tutto il nuovo ingranaggio è un
chiaro portato di condizioni fisiche, ci stupiremo che la
materia tecnica venga in primo piano quando si tratta, per i
padri coscritti, di dettare le norme in tutti questi difficili e
complessi campi? Evidentemente, no; non ce ne stupiremo affatto.
Oltre tutto vediamo, per la classe al comando, un grande
vantaggio che il discorso, dopo averlo condotto dai temi dello
spirito e delle sue dignità a quello degli interessi economici,
si sposti dalle valutazioni troppo strettamente economiche a
quelle tecniche, che assurgono a nuove "santità"
superiori e ineccepibili. In materia di economia occorre ben
scrivere cifre di entrata e di uscita, e per abile che sia
divenuto il linguaggio dei bilanci e degli articoli di legge (il
latinorum di don Abbondio a Renzo era, al paragone,
limpido come acqua di fonte) si finisce col non poter
dissimulare il movimento dei benefizi, l'indirizzo di casa di
chi guadagna e di chi perde. Sono belle entità e nozioni della
moderna scienza delle finanze il patrimonio nazionale ed
il reddito medio del cittadino, ma dove stanno mai di casa? Quel
tale Marx, omaccio impossibile, non si mise forse a calcolare
con le cifre ufficiali che più il paese è ricco, più le classi
non abbienti di esso sono fregate? E con tanto dissertare su
investimenti ed impieghi di capitale e di lavoro, su inflazioni
e deflazioni, su disavanzi ed avanzi, il cittadino completamente
enfoncé non seppe configurare che un solo soggetto
economico generale, e lo chiamò Pantalone, quello che
versa sempre dove c'è da rimettere, e quando c'è da spartire
contempla, stordito, quelli che ci sanno fare.
Con la tecnica è un'altra cosa; e queste storie di
cattivo gusto di vedere chi ha fatto l'affare e chi è stato
fregato sono messe da parte. La tecnica, che credete? è scienza!
La scienza, è scienza; quattro e quattro fanno otto, e non c'è
altro da dire; sicché quando una faccenda sta in regola con la
tecnica, e specialmente poi con quella aggiornata ai più recenti
ritrovati, il vantaggio è per tutti, e
honny soit qui mal y
pense!
Non era difficile alla grazia ed allo spirito santo aleggiare
in egual misura sui grandi e sui piccini; e lo stesso riuscì
abbastanza bene alla grandezza e alla libertà delle Patrie e
alla dignità civile delle moderne Istituzioni. Ma l'Economia e
la Finanza, la Moneta e il Capitale, il Credito pubblico e la
Ricchezza Nazionale, trovano non pochi fastidi quando devon
provare che, come la Morte in Orazio, aequo pulsant pede
divitum aedes pauperumque tabernas; bussano con egual colpo
alla villa del ricco e alla stamberga del misero...
La Tecnica invece pretende di essere un valore
assoluto, al di fuori di ogni "partita doppia"; fate una strada,
una ferrovia, un porto, un elettrodotto, e così via, giusta i
dettami della scienza tecnica; e la coscienza dei reggitori
è in regola: indiscutibilmente, tutti e ciascuno, singoli e
popolo, al di fuori del vieto concetto di classe, hanno
realizzata una conquista.
Al di sopra, o signori, di ogni divisione di partito e di
classe, abbiamo attuato opere civili e costruito novelli
impianti; lasciate da parte le divergenze pur rispettabili di
opinioni e di ideali, i contrasti di particolari interessi,
tutti gli onesti plaudono entusiasti e commossi! Questo
discorso si sente o si legge cento volte al giorno da tutti i
lati dell'orizzonte e da governi e gerenti di tutti i colori e
sapori. E noi? Stiamo coi disonesti.
Ebbene, mai il ciarlatanismo, il corbellamento del proprio
simile, il gabellamento più sfrontato delle menzogne, hanno
attinto così alto livello, come in questa epoca in cui siamo
"scientificamente" governati giusta i canoni della "tecnica".
Non hanno al loro attivo tante balle, tante truffe, gli
stregoni delle prime tribù, i sacerdoti delle innumeri divinità
e chiese che la storia registra, i filosofi, gli illuminati o
gli esaltati della romanticheria liberale, gli sgonfioni
ottocenteschi di tutti i comizi elettorali e di tutte le sedute
parlamentari che riempivano la testa degli ascoltatori di
pistolotti infiammati e di tirate sentimentali, gli
amministratori prebellici riformisti, che vantarono di avere
saputo scendere nel vivo delle questioni sociali e dei problemi
concreti, studiando dettagli di ripartizione di vantaggi
economici, perseguendo miglioramenti di remunerazioni e
assistenze di ogni genere; quanto gli attualissimi maneggioni
della pubblica cosa, che giustificano ad ogni passo il loro
operato proclamando di aver fatto debitamente vagliare, al lume
imparziale ed obiettivo della tecnica, le loro decisioni.
Non vi è potente fregnaccia, che la tecnica moderna non sia
lì pronta ad avallare, e rivestire di plastiche verginali,
quando ciò risponde alla pressione irresistibile del capitale e
ai suoi sinistri appetiti.
Il divario tra "ideologi" e "tecnici" dalle file della
borghesia si rifletteva in quelle dello stato maggiore degli
organismi operai. In Italia la borghese "intelligenza" compiva
coi vari "quaderni" e riviste la grande accostata dai problemi
una volta prediletti nella sfera letteraria, filosofica,
artistica, e storica al vecchio modo, verso gli studi economici,
statistici, e la messa a fuoco delle questioni concrete.
Cominciava la indigestione di questo aggettivo, vero parvenu
nella retorica. Agricoltura, industria, commercio venivano
studiati con aria professionale, e gli intellettualoidi
scoprivano con degnazione che il bipede uomo mangia,
beve, lavora e produce, e gettavano sguardi tra i complicati
dispositivi e attrezzaggi che a tali basse cose provvedono, per
assodarne i difetti e proporne le riforme: urgenti, impellenti,
inderogabili tutte; di cui non tardava a formarsi una elencativa
di rito, buona succedanea alla serie di "communes loci", ossia
di squarci tutti fatti, che ogni oratore di professione sapeva a
memoria e sciorinava al momento buono, al tempo dei lunghi baffi
e dell'abito a due code.
Ed i socialisti del tempo pretendevano essere in prima fila:
per battere la borghesia e i suoi partiti, dicevano, dobbiamo
mostrare che noi siamo i veri realizzatori, che nelle nostre
file, tanto più che molti di noi vengono dalla gavetta del campo
o dell'officina, vi sono i "preparati" alle soluzioni tecniche
concrete. Un'altra cosa per somma ingenuità mostravano, ossia
che alla supremazia tecnica ne seguiva una morale, in quanto gli
uomini del partito proletario, in comuni, mutue, cooperative,
banche operaie persino, e in mille altri enti, non solo davano
saggio di ottima amministrazione, ma anche di assoluto
disinteresse e moralità, appagandosi di bassi stipendi e
vietando qualunque irregolarità, favore e preferenza. Supremazia
che l'affarismo delle classi dominanti lasciava loro con viva
soddisfazione, sviluppando il suo movimento tra i poderosi
carrozzoni e i protezionismi smisurati, di cui il sistema
sociale italiano dette, non appena chiuso il romanzo della
libertà, esempi storici da primato.
Per tal via si sarebbe ottenuta la fiducia e la solidarietà
delle masse, non dei soli lavoratori ma di tutti i "liberi e
sani italiani" e la classe capitalista sarebbe stata battuta
nelle... elezioni.
Gli esponenti di tale movimento, i cui nomi ancora ricorrono
come quelli di amministratori "modello" - i Caldara, i
Filippetti, gli Zanardi, i Greppi, ecc. - che tenevano buone
rosse città come Milano, Bologna, Verona, Novara e via,
contestavano all'ala sinistra del partito, che del riformismo si
dichiarava nemica, di pascersi di vuota ideologia e di dottrina
sterile, e la deridevano come già superata e passatista.
Queste "due anime" del socialismo tra loro lungamente
lottarono, e la rottura esplose quando la guerra mondiale venne
a portare un vento di tempesta sulle acque chete del bonario,
sorridente, inerme riformismo. Affondate in breve ora le sue
flotte di barchette di carta, quasi tutti i suoi seguaci
passarono sui sinistri e blindati vascelli del combattimento
borghese e nazionalista.
Qui non si tratta di raccontare una volta ancora l'aspra
vicenda, ma di trascorrere alla attuale, successiva a due guerre
universali, ripresa del concretismo e del tecnicismo,
nei partiti proletari.
La classica posizione della sinistra radicale marxista non ha
più praticamente una rappresentanza organizzata. Noi non abbiamo
il compito di costruire, ma quello di distruggere, di abbattere
determinati ostacoli! Non solo il capitalismo ha da tempo
costruito quanto a noi basta ed avanza come base "tecnica",
ossia come dotazione di forze produttive, sicché il grande
problema storico non è - nell'area bianca - di crescere
il potenziale lavorativo, ma di spezzare le forme sociali
di ingombro alla buona distribuzione ed organizzazione delle
forze ed energie utili, vietandone lo sfruttamento e il
dilapidamento; ma lo stesso capitalismo ha troppo costruito
e vive nella antitesi storica: distruggere, o saltare.
Ma mentre la nostra "distruzione" spazzerà via non forze di
lavoro massive, bensì strutture, anzitutto armate e politiche,
di privilegio e di sfruttamento, l'autodistruzione bestiale
necessaria alla longevità capitalista taglia dalla radice forze
utili e feconde, prima quella della specie umana; sebbene questa
trionfalmente risponda cantando, traverso il bavaglio e i ceppi
della oppressione di classe, l'inno irresistibile alla vita e
alla rivoluzione, con settantacinquemila animaletti in più che
ogni giorno allignano sulla crosta dello sferoide terrestre. Col
loro miagolio incosciente faranno i conti, alla fine, i "valori
dello spirito" e le "risorse della modernissima tecnica".
Vediamo invece i partiti di sinistra ostentare di
scendere nel concreto, impegnarsi alla collaborazione,
proclamarsi costruttivi e paladini del benessere
collettivo e della ricchezza del paese, nonché della
emulazione nel mondo, accodarsi alla "ricostruzione", la più
oscena delle commedie, in cui gli attori della troupe
tecnica sono stati condotti sul palcoscenico, non appena ne
erano usciti quelli monturati e tinnanti del cretinismo
militare.
Ma in questa ondata verso la tecnica i caratteri sono
mutati radicalmente rispetto a quelli del riformismo
antebellico. Opportunisti e controrivoluzionari erano quelli di
allora, e sono questi di oggi, ma mentre quelli pagavano
il diritto di trattare gli estremisti da sognatori e magari da
sgonfioni (taluni ve ne erano), con uno sforzo di preparazione
alle gestioni di dettaglio e di quotidiana onesta sgobbata negli
uffici di segretari, commissari, assessori o altro; gli
odierni se ne strafregano di tutto questo. Storcono sì il
muso alle superate "questioni di principio" e si vantano
praticoni e tornacontisti, ma hanno deposto ogni ulteriore
scrupolo e non valgono come tecnici tre soldi falsi, mentre
riterrebbero ingenuo e comodo al gioco degli avversari anche il
rinunziare a far soldi quando si sono messe le grinfie sulle
pantaloniche casse, o il tenere larghezza di onorari e lusso di
sedi e di privata vita al di sotto di quanto si verifica nel
campo borghese.
Le forze della conservazione possono facilmente deridere "i
quadri" della classe nemica. Una volta davano ad essi le due
anime in perpetuo conflitto: una era quella dell'ignorante
fanfarone, l'altra quella dello sgobbone diligente e corretto.
Ormai, sempre più, lo sgonfionismo demagogico, l'asinità e la
ladreria concorrono a formare un'anima sola.
Qualcuno della esigua ma insopprimibile corrente marxista
integrale scriverà la trattazione di questa nostra chiara tesi:
siamo in un periodo storico non di avanzata, ma di piatta
decadenza e rinvilimento della scienza e della tecnica
ufficiale, di basso ciarlatanismo nella dottrina e nella
applicazione; e con elenco di fatti inoppugnabili dedotti da
tutti i gangli della moderna organizzazione e dai loro effettivi
legami e ingranaggi smentirà la facilona, corrente opinione che
le solite cifre diffondono, con i ben noti mezzi pubblicistici
di imbonimento dei crani, sul preteso vertiginoso crescere in
quantità e qualità delle "attuazioni" in tutti i campi.
È un simile processo di decadenza degenerativa in contrasto
col pauroso aumento di materiali energie a disposizione dei
gruppi dominanti, ed è esso un processo storicamente nuovo? Per
nulla affatto; è anzi un processo ovvio e inevitabile, ogni
volta che una grande forma storica e sociale è cresciuta a
dismisura, e ne urge la distruzione rivoluzionaria, la
catastrofe terminale.
Alle opere gigantesche, ciclopiche, grandiose, di semplicità
che supera nella sua potenza i millenni e millenni, seguono a
grande distanza nelle capitali degli imperi orientali ed egizi
assurti a dominio e ricchezza incommensurabile, dimore di re e
di signori straricchi in cui, tra il debordare dello sfarzo, il
gusto si è depravato e corrotto in lascivie e in dettagli che la
storia stessa dimenticherà. La potenza dei primi monumenti
greco-romani parla ancora da ruderi imponenti, mentre sono
crollate le case degli Alcibiadi e i palagi degli ultimi Cesari,
le "domus aureae", in cui la immensità delle risorse aveva
seminato ori, porpore, gioielli, impianti depravati di lenocinio
dell'arte e dei costumi. E nel corso della civiltà medioevale,
mentre al principio altissime svettano le cattedrali gotiche,
capolavori che anche in linea tecnica oggi darebbero da pensare
all'imitatore, si van cancellando le ultime leziosità
seicentesche del ricchissimo barocco, cui re e papi recenti
dedicarono ben altre risorse economiche di quelle delle prime
modeste comunanze cittadine, dei primi quasi poveri cavalieri
della feudalità.
La superricchezza e la superpotenza del capitalismo possono
oggi stupire nel facile culto del kolossal, o nella
imbecille ammirazione per l'americanata, ma all'indagatore che
sappia e saprà giungere al fondo dei fatti, sono evidenti le
manifestazioni diffuse ovunque di corruzione, di vuotaggine, di
cafonismo, di leggerezza ignorante e ciarlatana, di
inconsistenza asinesca che circola con tutti i marchi dei
diplomi universitari e delle più conosciute
ditte
specialiste.
Occorre per questo uno studio della moderna tecnica, fatto
con vastità di visione, senza nulla chiedere al singolo
chiericozzo cui è affidato un banco nello spaccio della
bestia trionfante, per il determinato settore in cui gli
altri, legati da uno stesso patto più ferreo di quello delle
antiche chiesuole e cappelle, sono impegnati a non entrare e a
non indagare, contro eguale vantaggio per la propria piccola
sacrestia.
Sarà il caso di limitarsi a qualche minimo spunto, col quale
si può permettersi di gettare uno sguardo nel retroscena di
taluno dei grandi e piccoli concilii, sinodi e sillabi del
superscientifico, del progreditissimo mezzo Novecento.
I dischi volanti
Con tutta la dovizia di istituti di ricerca e di reti di
segnalazione e di informazione, che vengono a raccontare con
particolari infiniti ogni più scema cosa, dalle incursioni per i
reggiseni e gli assorbenti al conflitto tra fautori del pigiama
e della camicia da notte, non è possibile a questo mondo di
sapienti assodare, non solo che cosa sono, ma se ci sono.
Facevano più presto al tempo della scolastica ad assodare il
quid e il quod sul padreterno in persona. Una sfera
che volasse, come le prime mongolfiere, si vede da qualunque
direzione come un perfetto cerchio: invece le attuali macchine
per volare, dirigibili o aeroplani di ogni tipo, hanno forme di
limitata simmetria, e sotto diversi angoli e durante un percorso
fatto in tempo brevissimo si mostrano in prospettive assai
diverse, e quindi ogni fedel minchione ormai li ravvisa. Ma un
disco, o piatto, o scodella, o saliera (ci sei, cerebralissima
età) si può solo in una speciale direzione vedere tutto tondo,
in un'altra quasi retto, e in tutte le altre apparirebbe come
una lente convessa. La forma quindi è proprio quella per cui,
senza tante differenziazioni, è a tutti facile raccontare di
averla vista, o... immaginarsi di averla vista.
I dettagli poi possono esserci: sono più o meno lucenti e
raggianti, lasciano o meno una scia di fumo o di luce, salgono,
scendono, e poi schizzano via.
Meccanicamente tale macchina, dopo la attuazione del razzo a
lancio di gas o reattore, può essere pensata senza essere
Leonardo. Se lungo l'orlo della salsiera (pardon, non saliera;
saucer è la scodellina per la salsetta, e non
vorremmo passare da ciucci in ogni centro intellettuale
americano da ottomila abitanti) disponiamo tanti tubi da razzo
inclinati un poco in basso, e di inclinazione anche mutevole
sull'orlo, potremo avere una rotazione di un anello che
circoscrive il veicolo, una spinta dal basso in alto per vincere
la gravità, e a comando una spinta di traslazione.
Ed allora, signora tecnica moderna, fateci in fabbrica un
piatto volante e mostratelo anche al fesso qualunque. Sapremo
allora come illuminarci. Nel tempo della tenebra e
dell'ignoranza non fecero molto attendere a dare una stessa
versione per tutti sulla unità e trinità, sulla
consubstanziazione, o sull'anima nel corpo femminile. Vorremmo
dunque ufficialmente sapere, dato che tra l'altro vi è
una sezione culturale dell'ONU (ci sfugge il nome; si chiama
forse salsiera non volante?), se i dischi sono veicoli venuti da
Marte - ovvero V-2 tedeschi utilizzati da sovietici - ovvero
armi che esperimentano gli USA - ovvero scariche
elettriche che si verificano nell'atmosfera, del tipo dei fuochi
di S. Elmo - ovvero serpenti dell'aria, parenti
dell'ottocentesco serpente di mare.
Noi intanto arrischiamo questo generale teorema: la forma
sociale capitalistica è molto più adatta a darla da bere, che le
forme sociali incivili che la precedettero, non in possesso del
moderno pensiero critico.
Le auto americane
Quelli che sanno tutto traverso Digests e Selezioni
ci dicono che ve ne è una ogni tre persone, che vi sono più
cimiteri di macchine che di salme umane, che si fanno sul
nastro e se ne produce una ogni tanti minuti e tante altre
belle cose. Sebbene talune fabbriche siano state destinate a
fare carri armati (vicenda parallela a quella delle fabbriche
russe a doppio uso: trattori per l'agricoltura, o autoblinde
innaffiatrici della morte) tutti considerano assodato che l'auto
americana batte il primato non solo tra quelle del mondo
intiero, ma tra tutte le realizzazioni della moderna industria
meccanica.
La verità invece è che (sebbene un primato indiscusso ci sia,
quello della pubblicità commerciale americana nell'appioppare ai
compratori le cose più scadenti, inutili, e insopportabili a chi
le avesse in regalo) gli americani, che pure formano il fertile
terreno di quella seminagione reclamistica, sono schifatissimi
delle automobili che presso di loro si fabbricano.
Le lagnanze dei Club automobilistici pervengono regolarmente
alla Società degli Ingegneri automobilistici di New York.
Anzitutto ogni anno si fa un nuovo modello, fregando il
possessore di quello dell'anno prima, il cui valore sul mercato
viene fatto piombare giù: il cafonetto provinciale dell'interno
non vuole fare la figura che il cugino rinnova e lui no.
Salasso. Poi, per vendere le macchine, si arredano dei più
strani accessori col pretesto di renderle comode: i casi di
guasto e di arresto si moltiplicano all'infinito: i pezzi di
ricambio si vendono solo in date stazioni, e ogni anno ad arte
si mutano. Fregata.
I tipi delle varie fabbriche non piacciono perché sono sempre
più grossi e consumano troppo; nello stesso tempo la struttura è
fragile, e una Ford del primo dopoguerra durava dieci volte di
più marciando senza dar noie, perché allora non vi erano i
supertecnici per lesinare sull'ultimo chilo di acciaio. Taluni
accessori tradizionali, come le manette del gas e dell'anticipo
presso il volante, utilissimi in dati casi di viaggi lunghi in
zona gelida, non si fanno più; ben vero, chi li vuole paga un
extra di 5000 lire; di 20.000 chi volesse il parasole, scomparso
per la mania di abbassare il tutto, riducendo la visibilità in
altezza del guidatore, che, dice un tecnico, se si trova
su una via a montagne russe farà meglio a scendere e andare a
piedi. Sarà un raro tecnico dai calli sensibili.
Carlsen, l'eroe del mare
Non fu possibile sapere quale prezioso carico sia andato a
fondo con la Flying Enterprise, su cui il capitano e il
nostromo rimasero dopo il sinistro e l'abbandono: armi segrete
trovate in Germania, opere d'arte trafugate, nuovi apparati
atomici: si è detto di tutto. Il capitano dichiarava: "Ci
vengono affidati navi e carichi per milioni di dollari; non è
una responsabilità che si possa abbandonare a cuor leggero".
Altro mistero è stato quello del non aver voluto tagliare verso
l'approdo francese di Brest più vicino, infilandosi col
convoglio che rimorchiava il relitto nell'area del "mare
bollente" all'imbocco della Manica, per raggiungere il porto
inglese di Falmouth. Vi era il diritto del salvataggio sancito
dal codice marittimo; è certo che Carlsen più che salvare la
nave (impossibilia nemo tenetur) doveva rispondere di un
altro risultato, e per esso ha rischiato la pelle: che non
fosse salvata da soccorritori sgraditi.
Tra la ridda delle notizie una ne è venuta fuori: la
nuovissima e lussuosa nave che Carlsen faceva tenere forbita
come uno specchio, e doveva fare una traversata arcisicura, era
a chiglia piatta. Una novità della tecnica, che nelle sue
trovate inesauribili deride il passatismo e si burla delle
tradizioni dei primi navigatori. Non sappiamo se i polinesiani
hanno realizzato la loro migrazione dall'America del sud o
dall'Asia: le loro flotte marciavano su una lunga linea di
fronte a portata di voce e trasferivano in sedi ignote una razza
che dicono simile alla nostra. Ma di sicuro si sa che la
temeraria impresa fu possibile perché quei primitivi impararono
a tagliare col fuoco la sagoma della piroga in tronchi di alberi
giganti e di pesante legno, e adottarono la chiglia a spigolo
vivo e tagliente, profonda nell'acqua, che conferisce stabilità
e sicurezza. Perché mai il modernissimo cantiere della Flying
ha adottato la chiglia piatta, propria del battello
lacustre? Un giornale lo diceva in tutte le lettere: per ridurre
il costo unitario di produzione. Il misterioso tesoro, che i
navigatori antichissimi avrebbero trasferito da un continente
all'altro in salvo col solo sussidio del comando "alla voce",
malgrado le risorse meravigliose del radar, del telegrafo senza
fili, di tutta la rete internazionale di soccorso oceanico, non
ha evitato di essere inghiottito dall'abisso.
Abbiamo qui la chiave di tutta la moderna scienza applicata.
I suoi studi, le sue ricerche, i suoi calcoli, le sue
innovazioni, mirano a questo: ridurre i costi, alzare i noli.
Sfarzo quindi di saloni specchi ed orpelli per attirare i
clienti ad alto prezzo, lesina pidocchiosa nelle strutture
spinte all'estremo del cimento meccanico e della esiguità di
dimensioni e di peso. Questa tendenza caratterizza tutta la
moderna ingegneria, dall'edilizia alla meccanica, ossia
presentare con ricchezza, per "épater le bourgeois", i
complementi e le finiture che qualunque fesso sta all'altezza di
ammirare (avendo anzi una apposita cultura da paccottiglia
formata nei cinema e sugli illustrati in rotocalco) e
scarseggiare in modo indecente nella solidità della struttura
portante, invisibile e incomprensibile al profano.
Col finire del capitalismo, questo criterio della tecnica
costruttiva che si presenta oggi nelle scuole e nei cantieri
come eterna verità, finirà senza onore: il criterio che dice:
far sopportare i massimi pesi e i massimi sforzi alle strutture
del minimo peso e soprattutto del minimo costo possibile.
Un'altra formula ipocrita integra le due prime: della minima
durata possibile dati gli incessanti progressi! Fermatevi coi
progressi, statevene alla sezione della piroga tracciata senza
sapere la teoria dei vettori, e cominciamo da questo progresso
generale: non tirare a fregare!
Le grandi inondazioni
Recenti sono le notizie di immani rotte fluviali in Italia,
in Francia, negli Stati Uniti e dovunque. Qui, come venne in
altra occasione mostrato, si è avuto un clamoroso fallimento
della moderna tecnica. La tendenza economica capitalistica
impone: alleggerite! Ma l'argine e la diga sono costruzioni che
funzionano a gravità, devono essere pesanti il più
possibile, e la relativa teoria, rispetto a quella di cui
disponevano Leonardo da Vinci o i Mori in Spagna, si è svolta
nel senso di determinare più alto il valore della spinta
rovesciante di fronte e di sotto, a cui si ovvia (vedi grandi
disastri storici come quello del Gleno) solo con l'aumento del
peso bruto. Qui poco quindi si è guadagnato con l'uso delle
opere metalliche e cementizie; innegabile è tuttavia il
vantaggio dei moderni nei controlli meteorologici e
pluviometrici, nella rapidità di comunicazione e trasporto,
quindi nel prevedere i momenti critici, e nel provvedervi. I
risultati sono invece negativi, ed essi si legano alla
riluttanza dei macchinosi enti burocratici, specie dopo le
disorganizzazioni dovute alle guerre, a compiere diligenti
vigilanze e manutenzioni, in un campo in cui non ci sono attivi
di speculazione palesi nel senso capitalistico.
Quello che avvenne lo scorso autunno sul Po doveva prevedersi
dopo quanto era avvenuto sul Reno: ma si è in regime di
ciarlatanismo, e alla insipienza tecnica confluiscono i metodi
dei governi e delle opposizioni: dal momento che queste
proclamano di voler collaborare e amministrare, la
responsabilità della vergognosa disamministrazione è comune; e
idiota risulta ogni polemica che voglia sfruttare i disastri
politicamente, a meno che non giunga alla radice del fenomeno
che sta nel sistema sociale e non nel fatto che al potere sia
questo o quello dei capipartito.
Un ministro si è divertito a parlare alla radio dall'alto di
un argine sistemato dai suoi funzionari (e meglio è dire dalle
imprese, che scelgono, decidono e progettano in
funzione del loro profitto e non d'altro, e poi posano le
cartelle sui tavoli degli uffici, il che fa piacere, anche se
sotto la prima copertina non vi è bustarella, all'insonnolito
burocrate) e dopo una semplice occhiata disse che tutto era
fatto bene, l'argine era più alto, e in ogni modo aveva ordinato
di alzarlo di un altro metro. Napoleonici! Per avventura non
sanno che i dati per stabilire la quota degli argini si deducono
da rilevamenti fatti nel raggio di migliaia di chilometri (che
oggi si chiedono al cartame e non al terreno)
sicché essi sanno tanto poco quanto noi in questo momento se il
tracimare e la rotta non avverrà in un tratto diverso, quando lì
ove avevano portato il microfono l'acqua sia ancora un metro e
mezzo sotto cresta; e quindi l'ordine dovrebbe essere di alzare
in tutt'altra zona.
Perché sceglie l'impresa si capisce di leggeri: quando
sceglie il ministro si salvi chi può.
Se noi non abbiamo saputo tenere in briglia il vecchio
Eridano, gli americani superattrezzati hanno fatto la stessa
figura col Mississippi-Missouri: il bacino fluviale maggiore
forse del mondo. Vantano di tenere in riga a colpi di telefono
il bacino idroelettrico artificiale del Tennessee, aprendo e
chiudendo dighe a monte e a valle e costringendo la massa
d'acqua a non rovinare investimenti di capitale, e allo stesso
tempo a regalare a milioni i kilowatt utili. Ma il Tennessee è
una catinella, ed era facile progettarlo "de toutes pièces"
in modo da non incappare in fesserie troppo grandi.
Col Mississippi la faccenda è un'altra, poiché si tratta di
scoprire l'andamento del regime idraulico di forze naturali per
la maggior parte non disciplinate; la variabilità degli elementi
di precipitazione meteorica, di permeabilità dei terreni, di
percorso e ampiezza degli alvei naturali, di estensione dei
bacini secondari e principali, crea un problema teoricamente
indecifrabile anche ai cervelli elettronici (sfuggiamo a
quest'altra tentazione!) E quand'anche i sistemi di equazione
fossero risoluti, e si trovassero le velocità, portate e quote
di piena massima, in tutti i punti nevralgici, le opere
necessarie risulterebbero tanto grandi che lo stesso dollaro
dovrebbe forse indietreggiare.
Si è allora ricorso, prima, al tentativo di disciplinare
spostare e dilazionare, o anticipare al caso, lo sciogliersi dei
grandi nembi piovaschi segnalati, con mezzi elettrici o atomici:
ma in un bacino estesissimo ciò è illusione. Poi la ingegneria
americana ha cercato di provvedere con un procedimento
sperimentale. È stato fatto un immenso modello del bacino
geografico dei due grandi fiumi. Esso occupa un milione di metri
quadrati (sì! un milione, ossia un chilometro quadrato, essendo
ridotto duemila volte più piccolo per le lunghezze, e quindi
quattro milioni di volte in superficie rispetto al "vero"). Le
segnalazioni di 1500 stazioni serviranno di base per ,
"riprodurre" con acqua artificialmente versata, in piccolo, il
movimento reale di tutti gli affluenti, laghi naturali, serbatoi
di raccolta e di guardia, compresi nell'immensa area.
Queste notizie sono date da fonte seria, dal Castelfranchi, e
riferiscono che sono in corso i lavori per il modello: è chiaro
che si deve fare un movimento di terra enorme per riprodurre
nella sua conformazione esterna e nella sua naturale qualità
geologica, a scala ridotta, tutto il paese:
oltre un terzo
degli Stati!
Non trovando indicato il costo del modello di Vicksburg ci
azzardiamo a presumerlo: supera i dieci miliardi di lire
italiane.
Saremo abbastanza sfacciati e malevoli per affermare che si
deve trattare di una enorme ciarlatanata, per far spendere ad
imprese, non diciamo i dieci miliardetti del modello, ma i
miliardi e miliardi di dollari che verranno fuori per
arginature, dighe e collettori calcolati con quel sistema.
Sebbene vi siano dei precedenti, a quanto sembra, del
modellismo in tale campo, il nostro rilievo si fonda su questo.
Ammesso che si sappiano riprodurre distanze, quantità di acqua,
e anche grado di porosità e scabrosità dei terreni e dei letti
di alvei, con corrispondenza buona la scala delle altezze ha
dovuto però essere forzata, altrimenti sarebbe venuta fuori una
zona piatta, in pratica. Portandola all'l:100, ossia venti volte
maggiore, si avranno dislivelli apprezzabili nel modello, e le
più alte montagne vi figureranno di qualche diecina di metri. Ma
allora le "pendenze" del terreno risultano tutte forzate di
venti volte, sia nei campi di sgrondo delle piogge, sia nelle
figure di sezione dei letti ed alvei. Allora, le velocità e le
portate che si rileveranno sperimentalmente dal modello, saranno
a nostro avviso ancora meno attendibili di quelle invano chieste
alla troppo complessa analisi matematica teorica. Infatti, e non
possiamo qui tecnicizzare oltre, le velocità e le portate
non variano già "in proporzione" delle pendenze di deflusso, ma
in modo assai complicato, e nelle formule di idraulica si tiene
conto dell'area e perimetro della sezione bagnata, le cui
relazioni sono deformate in un modello non
omotetico.
Sarà un discutere alla cieca, ma si può porre la mano sul
fuoco che anche qui si tratta di una boiata gigante.
I grandi canali nell'Asia
Altro argomento che meritò attenzione furono le notizie sulle
colossali opere idrauliche che l'Unione Sovietica ha progettato
nei bacini del Volga, del Don, del Dnieper, e soprattutto
dell'Amu Daria. Le prime sarebbero già prossime ai loro
risultati nel campo idroelettrico, agrario, e della navigazione
interna, e sebbene vastissime non danno tanto da pensare quanto
l'ultima accennata che, se anche intrapresa, richiederà
lunghissimi anni. Si osservava che l'Aral, come il Caspio, è un
mare interno; tra i due vi è un dislivello di una ottantina di
metri, ma nella comunicazione correrebbero acque ad alto grado
di salsedine inadatte all'agricoltura e forse al macchinario per
l'energia coi metalli finora impiegati. Ed allora si trattava di
fermare lo sbocco del gran fiume Amu Daria prima dell'entrata
nell'Aral, mandando nel gran canale d'Asia centrale le sue acque
dolci. Veniva fatto di chiedere se anche una tale soluzione,
dottrinariamente suggestiva, non avrebbe causato variazioni del
livello dei due mari interni, e se se ne potevano calcolare le
conseguenze (non crediamo con un modello anche lì) anche
sul clima e l'abitabilità, oggi già difficile, di quelle plaghe
semidesertiche.
Una successiva notizia ancora più grandiosa veniva a dare
forse una risposta, non certo al nostro povero dubbio. Con altro
immenso taglio si sarebbero condotte fino all'Aral le acque
nientemeno che del siberiano fiume Jenissei (ancora più lontano
dell'Obi), che ora vanno verso il mare glaciale, e invece
affluirebbero al centro dell'Asia liberandolo dalla aridità di
milioni di anni. Di un simile taglio si vedeva facilmente la
lunghezza in migliaia di chilometri, e si affermava che la
massima altezza sullo spartiacque col bacino del mar glaciale
non superava alcune centinaia di metri: gli scavi sarebbero
immensi, inauditi.
Noi non sappiamo se gli ingegneri sovietici abbiano
battute le quote vere sul profilo di quel taglio
ciclopico futuro, ove tra fiumi foreste e aree inesplorate
potrebbe forse sorgere perfino dinanzi a loro qualche montagna
ignota.
Siamo colpiti da una coincidenza con un procedere "classico"
della progettazione in clima capitalistico. Quando sorge una
difficoltà non contemplata che rende un primo progetto, se non
inattuabile, almeno enormemente più costoso, la ricetta non è
rinunziare al progetto o lasciare a mezzo il lavoro: questo
avviene caso mai sotto l'effetto di altre cause economiche; che
gli stanziamenti siano stati tutti divorati, e gli esecutori non
abbiano più gloria e oro da tirarne fuori. La ricetta è
semplicissima: si fa un progetto più vasto, assai più vasto, che
chiude il primo nel suo nuovo e più ampio cerchio, e calcola e
prevede le opere assai maggiori, in cui sarà la risposta alla
constatata impossibilità materiale del primo schema.
È forse possibile che i disegnatori di quei piani immensi,
resisi conto che il canale Amu Daria-Caspio, teoricamente
ammissibile, poteva portare non immensa fertilità ma siccità
carestia o epidemia intorno all'Aral, sconvolgimento della
umidità e temperatura, abbiano calcolato che può esservi un
rimedio adducendo all'Aral acque di sostituzione e andandole a
prendere - nientemeno - nei bacini sterminati dei fiumi
siberiani.
Un prestito, una anticipazione sulla generazione futura. Il
singolo possessore privato di capitali esordisce, alla scala
molecolare, col prestito "a babbo morto". Nel macrocosmo
spettacoloso dell'alto capitalismo contemporaneo, tecnici,
economisti, condottieri politici, chiudono a tutti noi la bocca
col sempre più grandioso, e spiccano tratte poderose
sulla umanità dell'avvenire.
Ma un liquidatore si avanza. Il suo nome è:
rivoluzione.
Il grattacielo dell'ONU
Se gli Ebrei, popolo eletto a sfottere gli altri, hanno
inventato la storiella della Torre di Babele, l'hanno ben
trovata. Essa si è riprodotta ai tempi nostri quando si è
trattato di erigere sull'East River, a New York, l'ultrapalazzo
sede degli uffici delle Nazioni Unite. Ha 5.400 finestre, e solo
per pulire i vetri il superstato mondiale spende all'anno
63.000 dollari ossia 50 milioni italiani.
Furono convocati venti architetti di quindici diverse
nazioni, e altro che confusione delle lingue! Il verticalista
nazionalista (?) Le Corbusier la vinse sul prossimo a morte
naturista Wright, che scrisse: coltivate erba dove volete fare
il grattacielo... Disegnato il velario di 97 metri di base per
165 di altezza su 40 piani, spesso pochi metri tra le due
testate chiuse, e con le due grandi facciate tutte vetrate, Le
Corbusier trionfò; ma dovette accapigliarsi con lo Svedese,
l'Inglese e il Russo che gli dimostrarono che un simile
parallelepipedo sarebbe stato un forno di estate e una ghiaccera
d'inverno, a meno di non spendere in un impianto di aria
artificiale una cifra annua di milioni di dollari. Allora il Le
Corbusier avrebbe proposto di "avvolgere" tutta la costruzione
in una doppia parete esterna di vetro e acciaio, tenendo le
finestre "effettive" chiuse in sempiterno, e facendo circolare
nella intercapedine una corrente di aria fredda o calda. La
pianta uomo in serra. Ma questa fodera non è stata eretta, e si
va avanti con il condizionamento, una delle più eleganti
prese in giro contemporanee, che ha eliminato una vecchia
illusione: qualcosa che non si paghi esiste, ed è l'aria che si
respira.
Non dobbiamo essere soli ad essere un po' tocchi, se un certo
Lewis Mumford, critico tecnico del non rivoluzionario "New
Yorker" ha saputo scrivere: la costruzione di Corbusier e
colleghi è un fragilissimo risultato estetico, simbolo non
dell'età moderna, ma di un'epoca di traballanti finanze e di
speculazioni su larga scala. Ma appunto! precisiamo noi,
l'autentica età moderna.
Il fatto è che, sebbene i suoli delle grandi città, per
riflesso dell'assurdo economico che sta alla base del
concentramento capitalista, e della demenza urbanizzatrice,
abbiano raggiunto valori folli, al punto che (in un'area come
quella) forse in un locale vi è venti volte più spesa di
suolo che spesa di costruzione di primissimo rango, in
materiali e lavoro, e quindi "conviene" a questo regime di
classe il verticalismo bestiale; la pratica ha provato che tutti
gli innumeri "impianti tecnologici" che arredano un moderno
fabbricato: acqua, gas, luce, energia, riscaldamento,
condizionamento, ascensore, telefoni, ecc. ecc. non funzionano
bene oltre dieci o dodici piani, e per un maggiore campo
di azione si bloccano troppo spesso, lasciando tutti senza
i servizi, sicché è convenuto avere per tutti questi rami
una centrale autonoma per ogni gruppo di piani. Ed allora il
palazzo dell'ONU non è una unità, non è un edifizio, non merita
il nome di "opera" nel senso classico: sono quattro edifizi
banalmente poggiati l'uno sull'altro, con la sola conseguenza
che le fondamenta e le ossature del primo lavorano stupidamente
a sopportare un peso quattro volte maggiore. Se da tutti gli
angoli della terra i fessi, noi fessi, abbiamo pagato per
questo, ci sarà lieve pensare che la società di domani apporrà
sul mostro luccicante al sole una scritta: qui è il simbolo di
una umanità cogliona.
Il criminale cemento armato
Nel dire corna del contemporaneo svolto della tecnica non
abbiamo affatto voluto implicitamente concedere che uno scorno
equivalente non tocchi, in questa alta era capitalista, alla
letteratura, all'arte in tutte le sue manifestazioni. La moderna
intelligenza, anche in tutto questo, paurosamente, decade. Di
tutte le arti la più prossima al nostro tema è l'architettura, e
se ne sentono ad ogni passo dire corna per la sua freddezza,
nudità, sterilità; per la scatoleria cassettiforme e la
linearità scheletrita. Di tutto questo, volendo forse fare un
carico alla inesorabilità del determinismo, si incolpa un solo
imputato, un criminale della tecnica, il cemento
armato.
Volete un titoletto tra i tanti? Non macchiare il volto
del paesaggio italiano. Bellezza e natura condannate da Sua
Maestà il cemento armato.
Tutt'al più il determinismo potrebbe essere trovato vago
parente con quella scuola che in edilizia si chiama della
funzionalità: il concetto del resto ricorre in tutti
campi della tecnologia. Ci si preoccupa solo della utilità,
della rispondenza del complesso da costruire alle sue funzioni
effettive, se ne fanno i calcoli, le piante, le sezioni, e si
adottano le dimensioni trovate senza preoccuparsi dell'effetto
estetico finale. Questa teoria sostiene che quanto è utile è
anche bello, come i muscoli e gli arti del cavallo da corsa
danno, in moto e in riposo, la massima eleganza ed armonia di
linea al corpo dell'animale.
Un architetto strettamente funzionale allora, come del resto
i primi costruttori di portici e di archi dalle cui commessure
di travate e di massi lapidei sorsero i "moduli" degli stili
classici, non disegna prospetti né forma plastici; dimensiona,
foggia e mette insieme le materie che gli servono, e ad opera
compiuta soltanto arretra e contempla l'effetto.
Se si applicasse con tale criterio la teoria statica del
cemento armato, o di altre strutture, ma soprattutto del primo
in quanto i suoi elementi non vengono dall'industria fissi, in
misure "standard", ma si plasmano a volontà nella forma ideata
pel getto, si vedrebbero scaturire strutture e membrature
movimentate, curve, slanciate, a sezioni mutevoli, in una
fecondità senza limiti. Gli aggetti, gli sbalzi, che realizzati
con la antica muratura a pietra da taglio nei monumenti insigni
destano la meraviglia nelle descrizioni, come quella di Hugo per
Notre Dame de Paris, fiorirebbero facili e nuovissimi dai
fianchi delle costruzioni, archi audaci e sottili diverrebbero
possibili, nuove sagome come per incanto sorgerebbero...
La rigorosa verticalità deriva dall'uso del materiale
tradizionale, dal cumulo di pietre che lavorano solo resistendo
bene alla pressione normale, tanto che già fu audacia andare
dalla piramide a base immensa all'edifizio prismatico. Se col
ferro la Torre Eiffel si poggiò sulle sue quattro sguaiate gambe
ottocentesche, col cemento armato sarebbe facile farla sbocciare
da una base larga quanto la sua punta. Il conglomerato innervato
dai tondi di acciaio, potendo resistere a sforzi di ogni
direzione, svincola le costruzioni dalla schiavitù dell'estetica
prismatica, ogni volta che ciò sia necessario ed utile.
Il colpevole non è dunque il nuovo materiale, o le regole
della sua meccanica matematica da cui si traggono volta per
volta le prescritte misure esecutive. Colpevole è il
tornacontismo speculativo, il conto economico in termini
mercantili, che vuole ridurre la spesa di esercizio per esaltare
il profitto, ridurre quella di impianto per alleggerire
l'anticipazione e l'interesse passivo.
Il calcolatore del cemento armato non è dunque il
deus ex machina del moderno mondo delle costruzioni. Egli è
un povero ruffiano che deve vendersi nelle più diverse
direzioni, e la dittatura è in due mani. Un poco in quella
dell'architetto e decoratore che deve attirare l'acquirente
borghese e parvenu nelle sue sensibilità sempre più distorte e
deformate, mostrargli effetti di bassa scenografia fino alle
massime poesie del locale ove depone gli escrementi, e per
ottenere tanto con economia del conteso spazio dei quartieri
alla moda stringe le stanze e abbassa i piani, e comprime le
membrature di cemento armato - proprio quelle che permettevano
di fare come gioco da bambini locali immensi cui le antiche
foreste non potevano trovare travi e le murature consentire
volte di grande corda e di ridotta saetta - in incredibili
angustie e passaggi obbligati. L'altra dittatura, la decisiva,
appartiene all'imprenditore capitalistico che vuole, siamo lì
ancora, abbassare il costo. Allorché costui fabbrica per vendere
direttamente vuole fare lo stesso edifizio con poco ferro e poco
cemento, e le sezioni vanno resecate all'osso.
Quando l'impresario lavora a misura, perché il
pubblico paga, allora avanti tutto impone alla "scienza" di
provare che bisogna appesantire e ingrossare pilastri o travi o
altro, perché la massa della commessa aumenti, e poi perché
nelle forme massive il costo della unità di misura è minore, e
maggiore il margine di guadagno. Infine impone per economia
delle forme e dei magisteri la uniformità, la
standardizzazione dei tipi, e se venti membrature sono in
venti condizioni meccaniche diverse, se le fa calcolare tutte
compagne. Così il triviale cubo è nato e trionfa.
* * *
Una serie di esempi, isolati e incompleti, sono bastati a
provare che cosa è oggi la scienza applicata alla tecnica:
venale, elastica, capace di tutte le risposte e di tutti i
mutamenti di bandiera.
Se il confessore rispondeva diversamente al povero bifolco
che avesse sottratto un pane, o al signore che avesse violentato
ed ucciso, dimostrando che la morale religiosa si lasciava
trarre elasticamente da tutte le parti, non dobbiamo pensare
minimamente che il sistema contemporaneo, nato dal trionfo
della ragione e dell'esperienza, abbia nel nuovo sacerdote,
che chiamiamo specialista, esperto, tecnico o scienziato, creato
un arnese migliore.
Gli àuguri antichi sorridevano quando si incontravano per la
strada. I moderni hanno una opposta consegna, che per loro è
questione di pagnotta: sanno reciprocamente quanto sono bestie e
bugiardi, ma ostentano di prendersi sul serio tra di loro.
L'età capitalista è più carica di superstizioni di tutte
quelle che l'hanno preceduta.
La storia rivoluzionaria non la definirà età del razionale,
ma età della magagna.
Di tutti gli idoli che ha conosciuto l'uomo, sarà quello del
progresso moderno della tecnica che cadrà dagli altari col più
tremendo fragore.
Amadeo Bordiga
Da "Prometeo", serie II, n. 3-4 del luglio-settembre 1952.