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Drammi gialli e sinistri della moderna decadenza sociale
Andrea Doria
Alla prima applicazione alle navi
del motore meccanico, la sicurezza dei viaggi marini parve, con
buona ragione, un risultato storicamente e scientificamente
garantito per il futuro, e tanto più con la costruzione metallica
degli scafi. Dopo un secolo e mezzo di «perfezionamenti» tecnici, la
probabilità di salvezza del navigante è relativamente minore che con
gli antichi velieri di legno, giocattoli in preda del vento e del
mare. Naturalmente la «conquista» - la più imbecille - è la
velocità, se pure velieri speciali verso il 1850 guadagnassero
sui vapori dei «nastri azzurri» non disprezzabili nel giocare - già
allora - alla borsa dei cotoni tra Boston e Liverpool. Un ladro più
rapido è un ladro più ladro, ma un fesso molto veloce non diventa
meno fesso.
Tuttavia l'epoca dei levrieri
dei mare sta già dietro di noi; essa corrispose alla fase
successiva alla prima guerra mondiale. Già prima di essa si era
arrivati ai tonnellaggi enormi: il Titanic colato a picco nel
1906 [ndr.: era nel 14.4.1912] aveva superate le 50 mila tonnellate
di stazza. E vero che la sua velocità nel viaggio inaugurale, in cui
cozzò contro l'iceberg, non passava i 18 nodi. Dopo un mezzo
secolo si hanno due sole eccezioni di transatlantici, tra francesi,
inglesi, tedeschi, italiani, superiori di molto alle 50 mila
tonnellate: infatti dopo l'ultima guerra il massimo varo è stato
quello dell'United States di 53 mila tonnellate. Le due
eccezioni furono le inglesi Queen Mary, di 81 mila, e
Queen Elisabeth di 84 mila tonnellate, impostate prima della
guerra e ancora in navigazione. La nuovissima nave americana ha
tolto al Queen Mary il primato della traversata, che la
stessa aveva nel 1938 tolto alla francese Normandie,
distrutta durante la guerra. Le velocità sono in questo moderno
periodo salite oltre le trenta miglia orarie, o nodi: l'Andrea
Doria, maggior nave italiana del dopoguerra con la gemella
Colombo (il Rex antebellico era di 51 mila tonnellate),
era di 29 mila sole tonnellate, ma di buona velocità.
Si è dunque arrestata la corsa al
grosso tonnellaggio, che prelude alla grossa catastrofe, ma si è
anche arrestata la corsa all'alta velocità, di cui ci inebriò qui in
Italia il ventennio fascista. La ragione è che oggi chi ha molta
fretta dispone dell'aereo, che col poco equipaggio più di una
cinquantina alla volta non ne ammazza; e la traversata per mare (col
sole e il tempo quasi sempre bello sulla rotta meridionale che si
scelse dopo la catastrofe del Titanic) è più che altro uno
svago e uno spasso: gli ultrapotenti apparati motori per far filare
come torpediniere i mostruosi colossi, col costo enorme (si guadagna
un miglio di velocità oraria e poche ore di traversata sciupando
diecine di migliaia di cavalli in più e aumentando in proporzione il
consumo del combustibile) che comportano, non sono più chiesti dal
viaggiatore e non fanno comodo alla compagnia. Quindi oggi la logica
consiglia navi di media stazza e di media velocità, per i passeggeri
di non primissimo rango in affari (economici o politici!) non
costretti a volare. Le cronache hanno detto come i poveri scampati
dell'Andrea Doria non volevano tornare in aereo: troppi
saggi, in una volta, della gran civiltà della tecnica...
Inoltre quando ci si vede poco,
checché sia del gran discutere sul radar, è buona norma
andare poco veloci, come da che mondo è mondo.
Non è questa la questione
centrale: ma è l'altra della estrema fragilità dello scafo della
Doria sotto l'urto del non pesantissimo né velocissimo
Stockholm, checché sia dello sperone rompighiaccio, che
meccanicamente parlando poteva fare una breccia più profonda, ma
meno dilacerata e meno paurosamente ampia.
Evidentemente è la Doria
che si è scassata, probabilmente risultata troppo fragile in
tutta la sua ossatura, nelle costolature e nei dorsali. Solo
supponendo che un lungo tratto longitudinale dello scafo si sia
sconnesso, si spiega come abbiano ceduto molti scompartimenti stagni
(che per la nebbia erano già chiusi) e molte parti vitali: macchine,
casse della nafta e così via.
Non sono solo le navi in cui la
mania della tecnica moderna è orientata nel fare economie sulle
strutture, usando profili leggeri, sotto il pretesto di materiali
sempre più moderni e di resistenza miracolosa, garantiti più da una
pubblicità sfacciata e dalle lunghe mani, che dalle prove dei
burocratizzati laboratori e istituti ufficiali di controllo. Come
avviene per le costruzioni e le macchine terrestri, la nave che ci
dà la tecnica recente ed evoluta è meno solida di quella di mezzo
secolo fa. La superba unità ha quindi sbandato e si è affondata, in
tempi contrari a tutte le norme e le attese degli esperti. Poteva
essere l'ecatombe, col mare agitato o con meno frequenza di navi
vicine.
Vi è un'altra ragione oltre
quella della falsa economia dell'impresa costruttrice. È noto che
per ragioni tanto nazionaliste quanto demagogiche, lo Stato italiano
(chi non sa come, dopo la Santa Russia, la maggior dose di industria
«socialista» si trovi nella vaticanesca Italia, sebbene Palmiro non
sia ancor del tutto contento?) era, della nave, tanto il committente
quanto l'impresa appaltatrice (sono infatti dell'Irimare
tanto la compagnia di navigazione Italia che i cantieri Ansaldo). È
noto che in Italia l'acciaio costa di più; ed anche la mano d'opera
(il lavoratore vi mangia meno, ma l'assistenza sociale e di Stato vi
sbafa a man salva). Ordinando la nave ai cantieri olandesi o
tedeschi la nave sarebbe costata un quarto di meno, ma Palmiro
avrebbe avuto meno voti. Gli ingegneri italiani ebbero interesse ed
ordine di lesinare sull'acciaio.
Non si lesinò però sull'architettura
decorativa e di lusso. Uno dei sintomi del decadere mondiale della
tecnica è che l'architettura uccide l'ingegneria. Tutte le civiltà
hanno passato tale stadio, da Ninive a Versailles.
Vecchi marittimi mugugnanti sulle
calate di Genova lo hanno raccontato ai giornalisti. Troppi saloni,
piscine, campi di vari giochi, troppi ponti sopra l'acqua - eh,
l'inimitabile linea, la sagoma slanciata delle navi italiane! -
troppo volume, peso, spesa nell'opera morta, ossia in quel
mezzo «grattacielo» che sta al di sopra della linea di
galleggiamento, sfinestrato e sfolgorante di luci, ove si bea la
classe di lusso. Tutto a danno dell'opera viva, che è lo
scafo a contatto dell'acqua, dalla cui vastità e saldezza dipende la
stabilità, la facoltà di galleggiamento, di raddrizzamento dopo le
sbandate, di resistenza ai colpi di mare, agli urti colle montagne
di ghiaccio, e a quelli eventuali con navi di paesi ove l'acciaio
costa di meno, non solo, ma forse la tecnica è meno venduta alla
politica affaristica... finora.
Tutto ciò, brontolano i veterani
del mare, è a danno della sicurezza. Lusso più o meno cafone, o
sicurezza delle vite umane trasportate, ecco l'antitesi. Ma può una
tale antitesi fermare la Civiltà, il Progresso!?
Quando tuttavia non è sicura la
terza classe, né l'equipaggio, nemmeno la classe superiore, dai
favolosi prezzi di passaggio, lo è. Vi supplisce la retorica
sui ritrovati moderni, l'alta tecnica, la decantata inaffondabilità,
a prova di ghiaccio, a prova di scoglio, a prova di Stockholm!
La stessa storia avvenne per il
risanamento delle grandi metropoli, in cui, come stabilirono Marx ed
Engels fino dai tempi dello sventratore di Parigi, Haussmann, le
classi povere hanno avuto e avranno tutto da perdere e niente da
guadagnare. Fu fatto da abili tecnici e speculatori notare all'alta
borghesia come le epidemie non si fermano davanti alle differenze di
classe, e si può anche nelle case dei ricchi morire di colera.
Avanti dunque il Piccone! Ora, quando la nave affonda, affondano
anche i passeggeri di lusso, seminudi come i poveri cristi anche
loro, e magari affogano in abito da gran sera. La sicurezza è quindi
indispensabile a tutti: non si può fregarsene come avviene per le
miniere, dove scendono solo i cirenei della produzione, con qualche
ingegnere, ma senza ruffiani della decorazione: tanto si sta al
buio.
La classe dominante, a sua volta
impotente a lottare anche per la sua stessa pelle col Demone
dell'affarismo e della superproduzione e supercostruzione, dimostra
così la fine del suo controllo sulla società, ed è folle attendere
che, in nome del Progresso, che segna la sua via a tappe di sangue,
possa fare più sicure navi di quelle di un tempo.
Ed infatti i gorghi sulla
disonorata carcassa dell'Andrea Doria si erano appena chiusi,
che l'economia statalista, vivaio optimum del moderno privato
affarismo e succhionismo, annunziava che ne avrebbe rifatta un'altra
tal quale, solo, per scaramanzia, cambiando... il nome! Si
vanta anche che, dato che il costo salirà di circa un terzo rispetto
alla vecchia, si economizzeranno le spese di progettazione,
calcolazione, e sperimentazione! I decoratori faranno è sicuro, gli
stessi affari, e la macchina per arraffare le commesse di Pantalone
si è già scatenata. Come dopo la guerra mondiale si scatenò, nella
Ricostruzione, ferrata di tutte le risorse della odierna grande
Tecnica, «il più grande affare del secolo», così si è risolta
la «crisi» cantieristica e di navigazione (per cui si stava varando
un apposita legge) con la commessa della nuova nave. Dopo la
speronata dello Stockholm, e forse per qualche litro di più
di alcool che avevano ingerito i suoi ufficiali, si è reso inutile
il saggio ed alto voto del nostro Democratico Parlamento.
Nessuno penserà, nessuno
legifererà, nessuno voterà perché si straccino le tavole dei vecchi
calcoli e si ridisegni lo scafo e il suo scheletro, il solo che in
un natante è vivo, spendendo cinque milioni piÙ di acciaio e
altrettanto meno di ruffianeschi lenocinii. Il che non si può fare
finché la produzione «socialista» è produzione aziendale,
anche se di Stato, serva di considerazioni ancora mercantili dì
concorrenza tra le «bandiere», ossia tra le bande di
criminali dell'affare, che vale lo stesso.
E colui che lo facesse
«deprezzerebbe» il non affondato Colombo.
Amadeo Bordiga
«IL PROGRAMMA
COMUNISTA», 24 AGOSTO - 7 SETTEMBRE 1956, N. 17. |