agosto 2005

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sotto le bandiere

del marxismo

a cura di

Michele Basso


Considerazioni sul Manifesto di Porto Alegre

Hanno avuto forte risonanza, in questi mesi, le proposte di un gruppo di 19 intellettuali, tra i quali Eduardo Galleano, José Saramago, Ignacio Ramonet, Samir Amin, Walden Bello e altri, contenute nel “Manifesto di Porto Alegre”. 

Si tratta di personaggi di notevoli capacità, impegnati nella denuncia dell’imperialismo, e tuttavia il loro documento non ci convince, e cercheremo di metterne in luce i punti deboli.

Il Manifesto contiene 12 proposte, da affidare alla lotta dei movimenti:

“Non ci facciamo nessuna illusione sulla volontà reale dei governi e delle istituzioni internazionali di mettere in opera spontaneamente queste proposte, anche quando, per opportunismo, si appropriano del loro vocabolario”.

Queste poche parole mettono i firmatari molte spanne al di sopra dei nostri politici, compresi quelli della cosiddetta “sinistra radicale”, che dichiarano di attendere cambiamenti epocali dal governo Prodi.
Nonostante ciò, alcune di queste rivendicazioni si collocano in un campo che il marxismo chiama “piccolo borghese”. In un passato non troppo remoto, questa espressione era considerata quasi un insulto, in realtà, se usata a proposito, contiene un preciso giudizio politico.

Sarebbe sbagliato, per i comunisti, snobbare queste richieste, con la considerazione che “solo la società comunista rappresenterà la soluzione di questi problemi”. Questo è vero, ma qui non si tratta di fare un’astratta propaganda sui pregi della società socialista futura, ma d’indicare le vie e le rivendicazioni attraverso le quali le masse, ora egemonizzate da dottrine borghesi, clericali, islamiste, o piccolo borghesi, possano cominciare a comprendere – o a capire nuovamente per coloro che l’hanno dimenticata – la necessità di una lotta per il socialismo.

La giusta tattica marxista rispetto alle rivendicazioni piccolo borghesi consiste nella loro radicalizzazione. La piccola borghesia – e la maggior parte degli intellettuali appartiene a questa classe come estrazione sociale o come vicinanza ideologica – non tende a rovesciare la società borghese, ma a trasformarla in modo che sia tollerabile, e vuole la fine della pressione del grande capitale sul piccolo. 

Il proletariato, invece, deve rendere permanente la lotta, non accontentarsi mai di nessun risultato parziale, non limitarsi ad una trasformazione e ad un controllo della proprietà privata, ma lottare per la sua abolizione. Illuso non è chi persegue le difficili vie del comunismo, ma chi crede ancora nella riformabilità del capitalismo. 
Ogni giorno, diminuiscono le garanzie sociali, il welfare, i diritti civili e politici sono continuamente messi in forse da leggi speciali. Nella culla del liberalismo, l’Inghilterra, al posto dell’Habeas Corpus, si fa avanti la prassi di sparare alla testa dei sospettati. Questo sistema economico sociale senescente è ormai incompatibile con le esigenze della società: intere popolazioni in Africa muoiono di fame o di AIDS ( per le case farmaceutiche chi non ha soldi non ha diritti), mentre i tre quarti dell’umanità conoscono la miseria; la guerra è diventata un fenomeno endemico. E’ incompatibile con la natura per il suo sviluppo indiscriminato, perché l’effetto serra, il riscaldamento del pianeta, lo scioglimento dei ghiacci polari preparano catastrofi ben più vaste di quella di Hiroshima. Il capitalismo, nel suo stato senile, non può offrire che veleni.

Il movimento vede la compresenza di più classi sociali. Grave è la responsabilità di quei partiti, che dicono di rappresentare i lavoratori, e lungi dal denunciare i limiti e gli errori del movimento, come tutti i falsi amici, lo lusingano e lo lodano. Una critica franca vale più di mille incensamenti.

Vediamo ora le singole proposte del Manifesto:

1) “Annullare il debito pubblico dei paesi del sud, che è stato già pagato molte volte...”.

Dobbiamo chiederci perché questa rivendicazione sacrosanta non ha ottenuto l’effetto voluto, e i governi, nella migliore delle ipotesi, sono ricorsi a provvedimenti di facciata. Perché non si è cercato di unificare le lotte di tutti quelli che sono sfruttati dall’aristocrazia finanziaria, che sono masse sterminate anche in Europa e in America. I lavoratori, costretti a comprarsi la casa per sfuggire al caro affitti, sono oberati da mutui che divorano buona parte dei loro salari. Gli artigiani, i piccoli contadini, i piccoli commercianti, proprietari soltanto nominali delle loro aziende o delle loro terre ipotecate, difficilmente ottengono crediti dalle banche e sono in balia di finanziarie che moltiplicano in breve tempo i loro debiti, o anche di usurai, se non della malavita organizzata. Ci sono addirittura casi di società per il recupero crediti che, per somme di pochi euro non pagate, hanno disposto il pignoramento di case.

La rivendicazione potrebbe essere: espropriazione delle finanziarie e passaggio dei loro crediti allo stato, con forte riduzione degli interessi e ricontrattazione delle scadenze di pagamento. Con la crisi economica, il numero delle famiglie gravate di debiti è cresciuto a dismisura, e la rivendicazione potrebbe trovare una base di massa.
C’è poi un debito non individuale, che ci colpisce tutti quanti: il debito pubblico, attraverso il quale l’alta finanza controlla gli stati. Lo stato italiano ha versato somme enormi agli industriali e agli agrari, sprecato capitali in opere inutili o incompiute, regalato industrie sanissime ai privati (l’Alfa alla Fiat, vero Prodi?). Ora c’è un debito pubblico per pagare il quale dovremmo lavorare tutta la vita noi, i nostri figli, nipoti e bisnipoti. Dobbiamo condannarci a questa schiavitù con i nostri discendenti, per la gloria dell’aristocrazia finanziaria? La risposta ce la può dare la storia, seguendo la lettura cristallina che ne diede Marx. La rivoluzione del 1848 in Francia fu condotta da tutte le classi sociali contro l’aristocrazia finanziaria, che sosteneva il regime di Luigi Filippo. La rivoluzione aveva indebolito i banchieri, ed era possibile farli fallire:
“Il credito pubblico e il credito privato sono il termometro economico col quale si può misurare l’intensità della rivoluzione. Nella misura in cui essi precipitano, salgono l’ardore e la forza creatrice della rivoluzione”.
[1]
Al governo predominavano le varie correnti della borghesia, che si affrettarono a rassicurare i banchieri, sborsando ai creditori dello stato gli interessi, prima ancora della scadenza. Fu il popolo che dovette pagare, in particolare i contadini, con una tassa addizionale di 45 centesimi per franco. La repubblica, odiata dei contadini, vale a dire dalla gran maggioranza della popolazione, fu sempre più in balia dell’aristocrazia finanziaria. Eppure fu proprio un banchiere, Fould, a proporre il rimedio, la bancarotta dello stato, che avrebbe spazzato via di colpo l’aristocrazia finanziaria e liberato la repubblica dalla sua opprimente tutela. Ledru-Rollin rispose con “virtuosa indignazione”. Eppure, commentava Marx “quello che Fould gli offriva era il frutto dell’albero della sapienza”.
La sinistra, compresa quella cosiddetta radicale, risponderebbe con altrettanta virtuosa indignazione se tale proposta fosse rinnovata oggi, ma questa, col correttivo della salvaguardia dei crediti dei piccoli risparmiatori, eviterebbe la “schiavitù per debiti” delle generazioni future. E ciò non vale solo per l’Italia, ma anche per la maggioranza dei paesi, Stati Uniti compresi.
In sintesi: i predoni dell’alta finanza non possono essere combattuti con semplici inviti a rinunciare al credito verso i paesi poveri, devono essere colpiti ovunque, a cominciare dai loro centri nevralgici, le metropoli dei paesi imperialistici.

2) “Mettere in opera tasse internazionali sulle transazioni finanziarie (in particolare la Tassa Tobin sulla speculazione sulle monete) sugli investimenti diretti all’estero, sui profitti consolidati delle transnazionali, sulle vendite di armi e sulle attività a forte emissione di gas serra”.

Si tratta di rivendicazioni veramente modeste, se si pensa quanto sono tassati salari e stipendi.
Accanto agli investimenti a lungo termine, vi sono capitali che speculano sul rialzo dei titoli. Quando c’è una flessione, la fuga di questi capitali fa crollare i prezzi, le bolle si sgonfiano, con forti perdite e gravi conseguenze sociali. L’abbandono del controllo sui cambi, sul commercio internazionale delle banche, su ogni movimento di capitali, in altre parole la cosiddetta deregulation, hanno favorito questi fenomeni.
L’economista James Tobin, premio Nobel 1981, propose una tassa internazionale su tutte le conversioni da una valuta all’altra, pari all’uno per cento. Si trattava di “gettare un po’ di sabbia negli ingranaggi” dei mercati finanziari internazionali.
Anche se applicate, queste norme, insieme con altre analoghe, potrebbero limitare la speculazione, rendere più difficile il furto di capitali tra borghesi, o a danno della piccola borghesia, ma non inciderebbero sulla natura dell’imperialismo, che ha il proprio punto di forza nell’esportazione di capitali. Fiumi di plusvalore continuerebbero ad affluire dal sud del mondo verso le metropoli, e l’imperialismo, in un certo senso, si rafforzerebbe, perché indosserebbe una maschera di presunta moralità, e le crisi finanziarie sarebbero meno frequenti, ma fino ad un certo punto, perché i flussi di capitali speculativi prenderebbero vie sotterranee.
Queste proposte ultrariformiste alla Tobin non sono state accettate dalla borghesia internazionale, che ha da tempo perduto ogni disegno storico, qualsiasi seria prospettiva, liberale o keynesiana, e vive indegnamente alla giornata. Al massimo, si salva l’anima distribuendo premi Nobel a quegli economisti che le danno “buoni consigli”, guardandosi bene dal seguirli.

Il punto sulle armi è, francamente, ridicolo. I pacifisti hanno sempre criticato i marxisti, che vogliono l’armamento del proletariato (e il disarmo della borghesia e dei mostri statali imperialisti), tirando fuori dottrine come la “non violenza”, e ora accettano il commercio delle armi, purché si paghino le tasse? E’ il punto di vista di chi pensa che “un altro mondo è possibile”, o è quello dell’agente delle tasse? Sembra proprio che a dare fastidio sia il carattere esentasse di questo traffico: “Pagate le tasse e sparatevi pure!”

3) “Smantellare progressivamente tutte le forme di paradiso fiscale, giudiziario o bancario, che sono al tempo stesso dei rifugi della criminalità organizzata, della corruzione, dei traffici d’ogni genere, della frode e dell’evasione fiscale, delle operazioni criminali delle grandi imprese, o dei governi”.

I paradisi fiscali sono, in genere, collocati in piccoli stati che vivono prevalentemente di questi traffici, lontani dai centri produttivi o dalle masse dei lavoratori. Le isole Cayman sono ancora colonie britanniche – il che spiega in parte le attenzioni verso Blair da parte di certi cavalieri che tali isole amano- ma niente vieta di collocare un paradiso fiscale su una piattaforma petrolifera, su una nave o una navicella spaziale. Essenziale è la protezione di una grande potenza, di cui il paradiso è spesso solo il prestanome. Si possono distruggere i paradisi fiscali senza distruggere l’imperialismo? O crediamo veramente che i problemi siano Montecarlo, Panama, le isole Cayman? Non si è ancora capito che nella fase imperialistica domina un capitalismo gangster, che si mette sotto i piedi tutti i principi che i rappresentanti ideologici della borghesia, da Locke a Adam Smith, da Rousseau a Jefferson, avevano stabilito in merito ai diritti e alla “corretta gestione” dello stato. Se proibissero i paradisi fiscali, gli speculatori si servirebbero della malavita organizzata.
In realtà, un capitalismo libero da aspetti criminali non è mai esistito – si pensi alle guerre dell’oppio della virtuosa Inghilterra. Oggi, quello che un tempo era un aspetto, è diventato la norma. 
Quanto ai provvedimenti per lottare contro queste forme di corruzione, i marxisti hanno sempre proposto la nazionalizzazione delle banche e l’abolizione del segreto bancario e commerciale, il che permetterebbe una forma di controllo assai più adeguata, esercibile, non solo dagli stati, ma anche da parte di organismi di esperti eletti dai lavoratori.

4) “Fare del diritto d’ogni abitante del pianeta a un lavoro, alla protezione sociale e alla pensione, e nel rispetto dell’uguaglianza tra uomini e donne, un imperativo delle politiche pubbliche, nazionali e internazionali”.

Una legislazione che difenda il lavoro può essere estesa a nuovi paesi, anche ricorrendo ad un provvisorio boicottaggio delle merci di quegli stati che non permettono una libera organizzazione sindacale.
La piena occupazione, però, è possibile solo in alcune zone e in particolari congiunture, e la continua evoluzione delle industrie “libera” molti operai dal loro lavoro. Per questo, è molto più efficace rivendicare, in caso di disoccupazione, un’indennità pari ad un salario minimo.

5) “Promuovere tutte le forme di commercio equo rifiutando le regole del libero scambio della WTO (...) Escludere del tutto l’educazione, la salute, i servizi sociali e la cultura dal campo di applicazione dell’Accordo generale sul commercio dei servizi (Gats) della WTO”.

Non è chiaro se si rifiutano totalmente le regole del WTO, come sembrerebbe dalla prima frase, o se si chiede una sua limitazione a certi settori, come sembrerebbe dall’ultima.
Sul commercio equo e solidale: se vuol dire comprare prodotti africani e palestinesi per aiutare lo sviluppo economico di quei paesi, e nel contempo boicottare le multinazionali, la cosa ha un senso, ma se si dà un’interpretazione ideologica, trovando una nuova giustificazione, una nuova verginità al commercio, e dunque al mercato, allora si compie un’operazione reazionaria.
Non si può separare il commercio dal capitalismo, perché quest’ultimo è soltanto la forma più sviluppata d’economia mercantile, che ha trasformato in merce la stessa forza lavoro. Infatti, la produzione di merci è il presupposto storico della nascita del capitalismo.
Il denaro non è una cosa, è un rapporto sociale, e, come tale, modifica e disgrega i rapporti sociali preesistenti. Anche se lo si vuole usare esclusivamente per facilitare le transazioni delle merci, esso si rende autonomo rispetto alle merci e da mezzo diventa fine. La forma immediata della circolazione delle merci è M-D-M (merce - denaro - merce), si vende una merce per comprarne un’altra per il nostro consumo. Questa circolazione semplice delle merci serve per la soddisfazione dei bisogni, e prevale finché la maggior parte della popolazione è costituita da piccoli contadini e artigiani. Da questa nasce una seconda forma D- M- D’ (denaro – merce – denaro). Il denaro si trasforma in merce e la merce venduta si muta nuovamente in denaro, in quantità accresciuta. Si compra per vendere. Il denaro si trasforma in capitale, che deve sempre accrescersi, e ogni altra esigenza umana è sacrificata al profitto:
“La circolazione del denaro come capitale è fine a se stessa, perché la valorizzazione del valore esiste soltanto entro tale movimento sempre rinnovato. Quindi il movimento del capitale è senza misura”. “Il valore d’uso non deve mai essere considerato fine immediato del capitalista. E neppure il singolo guadagno, ma soltanto il moto incessante del guadagnare”.
[2]
Si rifletta un po’ su queste espressioni: il movimento del capitale è senza misura; procede come una valanga, che si ingrossa e travolge tutto, ogni valore umano, la natura, la vita stessa, quando costituiscono ostacoli alla sua accumulazione; oppure si può paragonare alla reazione a catena di un’esplosione nucleare, che distrugge tutto.

Ciò che conta, per il capitale, non è ciò che si produce, è indifferente se si fa latte in polvere o bombe, e neppure il singolo guadagno, ma il guadagnare, una sorta di demente moto perpetuo. Quando si entra nel campo del commercio, anche con le migliori intenzioni, o si fallisce oppure si è costretti a seguire fino in fondo il suo ciclo.
Per questo Marx, e i comunisti con lui, hanno sempre sostenuto il superamento dell’economia mercantile, con la produzione socializzata e la distribuzione fatta secondo le necessità, e non secondo la disponibilità di denaro dell’individuo.
Dalla piccola impresa rinasce continuamente il capitalismo. Al tempo della NEP, col governo più anticapitalistico che mai si sia avuto nella storia, quello bolscevico, con gli operai armati fino ai denti e lo stato proletario che controllava tutto, ogni giorno, come spiegava Lenin, dalla piccola impresa contadina rinasceva il capitalismo, mentre si affievolivano le speranze che la rivoluzione proletaria in occidente liberasse il proletariato russo dalla necessità di allevarsi tale serpe in seno.
Anche se, per qualche improbabile situazione storica, l’azione delle multinazionali venisse meno, dal piccolo commercio equo e solidale rinascerebbe il capitalismo. Solo il superamento dell’economia mercantile potrebbe evitare la sua ripresa.

Si dirà che l’intento è quello di proteggere i paesi sottosviluppati dalla devastante concorrenza dei paesi sviluppati. A ciò può servire il protezionismo, ma neanche questo salverà la piccola impresa artigianale. Oltre 150 anni fa Marx scriveva:
“Il sistema protezionistico non è che un mezzo per impiantare presso un popolo la grande industria, ossia per farlo dipendere dal mercato mondiale, e dal momento che si dipende dal mercato mondiale, si dipende già più o meno dal libero scambio. Oltre a ciò, il sistema protezionistico contribuisce a sviluppare la libera concorrenza all’interno di un paese”.
[3]
In altre parole, il protezionismo affretterebbe, con lo sviluppo del capitalismo interno, la rapida sparizione della piccola impresa artigianale.
Non basta un secolo e mezzo per far comprendere che, nel mare del capitalismo, non possono resistere a lungo piccole isole felici di commercio equo e solidale?

6) “sovranità e sicurezza alimentare per ogni paese... soppressione totale delle sovvenzioni all’esportazione di prodotti agricoli in primo luogo da parte di USA e UE, e la possibilità di tassare le importazioni al fine di impedire pratiche di dumping.”

La sovranità d’ogni paese, finché c’è l’imperialismo, è una chimera. Pensare, ad es., che Panama possa essere realmente indipendente di fronte ad un colosso come gli Stati Uniti, vuol dire abbandonarsi ai sogni. Se le nazioni potessero essere effettivamente uguali sotto l’imperialismo, non sarebbe neppure il caso di lottare per il socialismo.
Lo stato nazionale, dopo avere dato impulso allo sviluppo capitalistico, è diventato troppo stretto per l’espansione delle forze produttive, e tuttavia i piccoli stati sono cresciuti di numero, anche perché l’imperialismo cerca di frammentare sempre più i popoli soggetti, in modo che si trasformino in docili pedine. Ha cominciato alla fine delle prima guerra mondiale, ritagliando, nei vecchi confini dell’Austria Ungheria, una serie di piccoli stati impotenti, e impedendo la formazione di uno stato indipendente che riunisse tutti gli arabi. Dopo la seconda guerra mondiale ha favorito la divisione tra India e Pakistan, tra le due Coree, per non parlare della frammentazione della Jugoslavia e dell’URSS, della Cecoslovacchia. Forse, tenterà di fare lo stesso con l’Iraq e il Sudan, e ci sono piani americani per il distacco dall’Arabia Saudita delle zone petrolifere orientali.
L’unica garanzia d’autonomia degli stati piccoli o poveri sta nella rinascita del movimento operaio internazionale, perché solo i lavoratori dei paesi imperialisti possono, con scioperi, boicottaggi, ecc, porre un freno all’arroganza degli imperialisti, a patto che coordinino la loro azione con quella delle masse sfruttate del sud del mondo.

Quanto ai punti economici, oltre a ciò che si è detto, si può aggiungere che i vecchi paesi imperialisti, dopo aver praticato un protezionismo feroce (L’Inghilterra fino al 1846, gli Stati Uniti fino alla fine della II a guerra mondiale) fino al raggiungimento dell’egemonia economica e politica mondiale, in seguito, hanno impedito ai paesi sottosviluppati di proteggere l’industria nascente con opportune dogane. Quanto al dumping degli aiuti all’esportazione agricola, si può legare la parola d’ordine della loro abolizione alle esigenze dei lavoratori, mettendo in chiaro che queste esportazioni drogate sono una delle cause del rincaro dei prezzi alla vendita. Per i contadini, bisogna rivendicare lo smantellamento di quelle strutture commerciali all’ingrosso, che pagano gli agricoltori con cifre miserevoli, per decuplicare, poi, il prezzo finale.

Nessuna particolare obiezione sul punto 7 (sulla non brevettabilità del vivente e la salvaguardia dell’acqua). Per il punto 8, riguardante la lotta contro ogni forma di discriminazione di sesso, di razza, col riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni, possiamo dire che la borghesia cosiddetta democratica ha sempre promesso l’eguaglianza di tutti i cittadini, indipendentemente da sesso, religione, razza e nazionalità, e molte costituzioni riportano solenni dichiarazioni a questo proposito. La borghesia può offrire uguaglianza formale, integrare nei suoi ranghi la borghesia delle minoranze etniche e razziali: abbiamo l’esempio di Condoleezza Rice, Colin Powell e pochi altri, ma centinaia di migliaia d’afroamericani vegetano in carcere, spesso per reati che non hanno mai commesso.
Queste rivendicazioni hanno grande valore per quei paesi dove questi diritti non sono riconosciuti neppure formalmente, ma sono insufficienti nel cosiddetto occidente avanzato. Qui, più che un riconoscimento formale di diritti, occorrono organismi d’autodifesa, che rintuzzino il tentativo della borghesia di criminalizzare, non solo il dissenso politico, ma anche il malessere sociale. Per impedire che, ad es., un nero in America, un arabo in Europa, siano accusati e condannati ingiustamente, bisogna creare ovunque organismi che assumano la loro difesa, non solo denunciando pubblicamente il fatto, e facendo manifestazioni, ma anche fornendo assistenza finanziaria e legale ai malcapitati, spesso non in grado di affrontare il processo per motivi finanziari. E’ vero che, per i fatti clamorosi riportati nei giornali, qualcosa di simile esiste già, e non mancano le mobilitazioni, ma ci sono innumerevoli casi non conosciuti, per i quali non c’è intervento. Se il movimento si assumerà il compito di creare una simile rete di controinformazione e assistenza dovunque, prendendo esempio dalla mobilitazione in difesa dei manifestanti per il G8 di Genova, farà un passo reale nella salvaguardia di questi diritti.
Quanto al punto 9, sulle misure per mettere fine al saccheggio dell’ambiente, occorre spiegare come si possono coordinare queste disposizioni con gli interessi dei lavoratori, per evitare la classica contrapposizione tra ecologisti che chiedono la chiusura di una fabbrica e operai che non vogliono perdere il posto di lavoro.

10) “Esigere lo smantellamento delle basi militari dei paesi che ne dispongono fuori dalle loro frontiere, e il ritiro di tutte le truppe straniere, salvo mandato espresso dell’ONU”. 

Ma non s’era detto, all’inizio del documento, che non ci si faceva alcuna illusione sulla volontà reale dei governi e delle istituzioni internazionali di mettere in opera spontaneamente queste proposte? Quante guerre ha giustificato l’ONU, a cominciare da quella in Corea? Quante volte si sono ritirate le truppe delle Nazioni Unite, ad es. in Libano e in Jugoslavia, permettendo orrendi massacri? L’ONU non ha saputo impedire il genocidio in Ruanda. Quando si finirà di dimostrare fiducia in questo organismo, che presenta un bilancio tanto negativo?

Ancora più assurdo il punto 12, che chiede l’incorporazione del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e del WTO nei sistemi e nei meccanismi di decisione delle Nazioni Unite. Queste centrali dell’usura a livello planetario vanno soppresse.
Sulla carta, lo scopo del FMI sarebbe di finanziare i paesi che hanno difficoltà per la bilancia dei pagamenti, mentre la Banca mondiale dovrebbe finanziare programmi specifici. In realtà, mai sulla terra sono apparse centrali del ricatto simili a queste. Quando un paese è in crisi, il FMI gli impone un patto leonino: se alla scadenza il paese non è in grado di pagare, gli si rinnova il credito, con sempre maggiori oneri. Il Messico fu costretto a svendere le sue aziende pubbliche, non solo quelle in perdita, ma anche quelle efficienti; dovette privatizzare aeroporti, porti, aziende petrolchimiche, ferrovie e centrali elettriche. In Argentina, le ricette del Fondo hanno ridotto al di sotto del livello di povertà buona parte della popolazione, in un paese che ha una ricchezza agricola potenziale immensa, che potrebbe produrre generi alimentare da nutrire la popolazione dell’intero continente americano. 
Queste crisi sono l’occasione per le multinazionali, alle quali FMI e BM aprono tutte le porte, d’impossessarsi per pochi soldi delle migliori imprese locali. Quando diciamo che l’imperialismo è capitalismo gangster, non stiamo esagerando. Per questo troviamo assurdo che intellettuali del calibro dei firmatari del Manifesto, propongano, come se niente fosse, l’integrazione d’alcune strutture portanti dell’imperialismo stesso nell’ONU, che già subisce indirettamente e potentemente la loro influenza. Se l’incorporazione di FMI, BM e WTO nell’ONU si verificasse, le Nazioni Unite diventerebbero simili al burattino nelle mani del ventriloquo.

Quanto al punto 11, a garantire l’autonomia dei giornalisti non bastano osservatori nazionali e internazionali: La concentrazione della stampa è un semplice riflesso della concentrazione dei capitali. Le leggi antitrust sono sempre aggirate, e anche negli Stati Uniti le hanno di fatto abbandonate. Finché le case editrici, le televisioni e i giornali saranno accaparrati dai capitalisti, finché il capitale avrà la possibilità di assoldare e corrompere singoli giornalisti o intere redazioni, e di costruire la cosiddetta opinione pubblica, la libertà di stampa resterà una menzogna.
La soluzione va cercata nella formazione di media antagonistici, su base classista, nella controinformazione, nella lotta aperta per impedire chiusure o censure, nella consapevolezza che la libertà di stampa e di diffusione di idee permessa dall’imperialismo, se non c’è una potente reazione da parte dei lavoratori, è persino minore di quella prussiana al tempo di Marx.

Per concludere il discorso sul Manifesto di Porto Alegre. Un movimento come quello no global, per la sua eterogeneità, sviluppa necessariamente, accanto a proposte importanti e progressive, altre che costituiscono un adeguamento di fatto ai pregiudizi più diffusi. Compito di un gruppo di intellettuali così dotati di capacità e di seguito, sarebbe stato scegliere, tra queste rivendicazioni, quelle che hanno valore e rappresentano per il movimento un reale passo avanti. Non hanno voluto farlo, hanno voluto accontentare tutti, e con ciò si sono messi, invece che alla testa del movimento, alla sua coda. Al contrario, quanto più si è severi verso i limiti del movimento, tanto più lo si aiuta a liberarsi da limiti demagogici, e a cercare di ottenere un’efficacia reale.

Michele Basso 

24 agosto 2005

note:
1. Marx. Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850.
2. Marx, Il Capitale, vol. I, cap. 4 “Trasformazione del denaro in capitale”.
3. Marx, “Discorso sulla questione del libero scambio”.

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