febbraio 2012

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Alcune note sul documento di Gianni De Bellis e Mario Fragnito
 

Lo spunto per queste note nasce dalla lettura del testo dei compagni Gianni De Bellis e Mario Fragnito, scritto con il titolo “Una risposta a Carlo, Sacchi e Pagliarone sulla decomposizione del capitalismo”. Si tratta di un lavoro che tratta velocemente svariati aspetti, cercando di mettere in evidenza insufficienze e limiti delle argomentazioni dei tre autori, senza tuttavia soffermarsi particolareggiatamente su nessuno di essi. Ed alcune considerazioni sono senz’altro condivisibili, come quando si rileva l’eccessiva insistenza di Carlo sulla questione dell’evasione fiscale, in rapporto ad altri fenomeni che invece vengono trascurati. Non conosco a sufficienza l’elaborazione di Antonio Carlo per affermare con certezza (come “garantiscono”, per conoscenza diretta, gli estensori  del testo) se e quanto egli rifiuti la tesi secondo la quale il capitalismo potrebbe uscire dalla crisi se solo risolvesse questo problema. Sta di fatto che la citazione riportata circa la possibilità di evitare le manovre lacrime e sangue degli ultimi 12 anni e addirittura di reperire le risorse per impedire il ristagno dell’economia, grazie al semplice dimezzamento dell'evasione fiscale, ci sembra “ambigua”: un conto è utilizzare polemicamente tale argomentazione nell'agitazione contro gli attacchi padronali e la politica governativa, un altro è assumerla nell’ambito di una riflessione teorica sui meccanismi della crisi capitalistica.

La debolezza dei ragionamenti attorno all’evasione fiscale (che pure meriterebbe un approfondimento da parte dei rivoluzionari) è resa evidente quanto meno da tre circostanze: a) le politiche “lacrime e sangue” non sono esclusivo appannaggio di quegli Stati, come l’Italia, dove l’evasione fiscale è più alta della media degli altri paesi ; b) il fenomeno dell'evasione fiscale delle classi possidenti è definibile solo dopo aver stabilito quale sia il livello di prelievo fiscale considerato "normale" e questo è, in tutta evidenza, un parametro "politico", rispetto al quale le condizioni generali dell'economia capitalistica pongono essenzialmente vincoli esterni; c) è metodologicamente scorretto e antimaterialistico analizzare la questione dell'evasione fiscale ipotizzando, sic et simpliciter, di avere a disposizione le risorse finanziarie che i vari strati borghesi sottraggono all'erario, per  scoprire magicamente che con esse si potrebbe fare questo e quello: abbattere il debito pubblico, potenziare il welfare-State, incrementare gli investimenti e cosi via. Se così fosse, rimarrebbe sempre da spiegare (e torniamo di corsa al punto a) ...senza passare dal via) come mai questo non avvenga laddove i borghesi "pagano il dovuto", ma, soprattutto, ragionando così ci si "dimentica" che una determinata formazione economico-sociale è un organismo vivente e non un aggregato meccanico di elementi che si può scomporre e ricomporre a piacimento. Pertanto, se ipotizziamo che in un determinato paese, poniamo l'Italia, venga ridimensionata l'evasione fiscale, non dobbiamo chiederci che cosa si potrebbe fare con quelle risorse aggiuntive, ma, invece, su quali nuovi equilibri antiproletari tenderebbe a riassestarsi il sistema capitalistico qualora si verificasse quel cambiamento: quindi, se e a quali condizioni potrebbero continuare ad esistere gli strati di piccola e media borghesia di cui il bel paese è così dotato, come il ridimensionamento di queste classi influirebbe sulle stesse condizioni di accumulazione del grande capitale e così via. Se invece ci si dedica allo sport, praticato da sempre dal riformismo di ogni sfumatura, di correggere il capitalismo ricomponendo a tavolino, in un ordine diverso, i singoli elementi di cui è composto, nulla è precluso: si può adoperare il fisco per attenuare progressivamente le asperità dello sfruttamento proletario, utilizzare gli aumenti di produttività per ridurre l'orario di lavoro e lo sforzo lavorativo, anziché per estorcere profitto aggiuntivo a chi rimane occupato, licenziando i lavoratori "in esubero", abolire il tasso di interesse come ipotizzava Proudhon, ecc. ecc. Ovviamente, tutto ciò nella pura fantasia, nella speranza che i fantasmi ideologici che questa società produce permettano veramente di modificarne il funzionamento reale.

Per evitare fraintendimenti, sottolineo che non attribuisco tali posizioni ad alcuno degli autori presi in considerazione dai compagni: mi sono limitato a richiamare alcuni aspetti su cui, a mio avviso, non sarebbe inutile riflettere più approfonditamente.

Tornando al cuore delle tesi contenute nel testo, mi sembra che esso, pur accennando ad altri aspetti,  ruoti attorno alla riproposizione della legge della caduta tendenziale del tasso di profitto individuata come causa principale della crisi capitalistica. I compagni affermano:

"Certo Sacchi e altri studiosi sembrano un passo avanti rispetto a Carlo per il quale questa diminuzione del saggio o non avviene come descrive Marx o non comporta nulla di così catastrofico. Ma almeno lui, coerentemente, non tiene conto di un fenomeno di cui non è convinto e che non capisce... Gli altri giurano, invece, che quello è il fenomeno determinante ma non sanno assolutamente spiegare perché avviene questa provvidenziale (per i rivoluzionari) diminuzione del saggio generale del profitto, né del perché essa porti ad un certo punto ad una gravissima crisi di sovrapproduzione". Dopo questa asserzione, si prosegue dicendo che "anche quella di Marx era solo un'intuizione ed un inizio di elaborazione e di spiegazione teorica...sulla strada giusta" e si afferma che l'unico che abbia approfondito tale fenomeno (cioè la caduta del saggio di profitto) è stato forse solo Henryk Grossmann. Partendo da tali considerazioni, i compagni, dopo aver scritto che "... non c'è molto da prendersela né con Carlo né con Sacchi né con altri per le loro incongruenze...fanno quel che possono, c'è almeno da lodarli per l'impegno profuso" ed aver messo in guardia i lettori che "Nemmeno noi perciò, almeno in questo scritto, possiamo e vogliamo affrontare in dettaglio la questione", passano a descrivere il fenomeno della caduta del saggio di profitto in modo che loro stessi dicono schematico ma con lo scopo dichiarato di "evidenziare alcuni errori [commessi dai] fautori di tale - pur giusta - motivazione della crisi".

Innanzitutto, vorrei osservare che il libro di Grossmann "L'accumulazione e il crollo del sistema capitalistico", un'opera fondamentale e poco discussa nell'ambiente rivoluzionario, non offre un'analisi teorica della legge della caduta del saggio di profitto, né fornisce dati empirici a sostegno della sua validità. Grossmann parte dalla legge, data per acquisita, per dimostrare che, sulla sua base, lo sviluppo dell'accumulazione deve incontrare difficoltà crescenti fino a giungere ad un ostacolo assoluto. A tale fine, egli si serve dello schema elaborato da Bauer ed utilizzato fino a quel momento con finalità opposte, cioè la pretesa dimostrazione che, rispettando le opportune proporzioni fra le due sezioni della riproduzione capitalistica (quella che produce mezzi di produzione e quella che produce mezzi di consumo), l'accumulazione può andare avanti indefinitamente, tesi che i teorici "austromarxisti" ritenevano fedele a quanto da Marx scritto nel secondo libro del Capitale a proposito dei cosiddetti "schemi di riproduzione" e che, essi, invece, avevano del tutto travisato (un errore teorico e metodologico che fa tutt'uno con il loro sforzo di piegare il marxismo ad un'interpretazione "armonicista" dell'economia capitalistica, su cui ha scritto pagine molto acute R. Rosdolsky nel suo "Genesi e struttura del capitale"). L’analisi di Grossmann si incentra quindi sulla cosiddetta “teoria della crisi”, o meglio, studia la fisiologia del sistema capitalistico, a partire da quella che egli considera la legge fondamentale, concordemente al pensiero dello stesso Marx.

Venendo alla legge in questione e ai meccanismi sulla cui base essa prende corpo, trovo che l’esposizione fatta dai compagni, pur tenendo conto del dichiarato schematismo, sia insufficiente (in realtà della legge vera e propria non vi è traccia) e contenga anche alcuni fraintendimenti dell’analisi marxiana. Chiedendo a mia volta scusa per l’eccesso di schematismo, passo ad esporre ciò che penso al riguardo.
 

La concorrenza capitalistica intrasettoriale: il valore delle merci

Vorrei richiamare l’attenzione sulla differente funzione della concorrenza fra i capitali, a seconda che essa agisca come concorrenza intrasettoriale (cioè all’interno della medesima branca produttiva) o intersettoriale (fra branche produttive diverse), su cui Marx si sofferma sia nelle Teorie sul plusvalore (ad es. nel cap. 10, dedicato alla confutazione della teoria sul prezzo di costo di Ricardo e Smith) che, ovviamente, nel Capitale (ad es. nel cap. X del Terzo Libro).

Dunque, nel I Libro Marx, analizzando la questione del valore delle merci, conclude che esso consiste nel tempo di lavoro socialmente necessario a produrle.  A prescindere da altri importanti importanti problemi (il carattere astratto del lavoro di cui si parla, l’esistenza di lavoro semplice e lavoro complesso, ecc.), questo significa che, date intensità del lavoro, abilità in grado “normale” del lavoratore e condizioni tecniche del processo lavorativo, una determinata merce avrà un valore che corrisponde al tempo di lavoro occorso per produrla. Se non esistono squilibri nel rapporto fra domanda ed offerta, l’azione contrapposta di queste due forze si annulla ed il prezzo di mercato coincide col valore, che ne costituisce dunque il centro di gravità, l’asse attorno al quale si sviluppano le tensioni al rincaro o al deprezzamento dovute alla legge della domanda e dell’offerta. L’analisi del valore deve quindi precedere ogni indagine sul movimento dei prezzi e muovere dal presupposto dell’equilibrio fra domanda e offerta, cosicché sia possibile lo studio del fenomeno nella sua essenza.

Ora, se prendiamo in considerazione un’intera branca produttiva, constatiamo che essa è composta da un certo numero di imprese capitalistiche che producono la medesima merce e che, naturalmente, sono in reciproca concorrenza. Sulla base delle considerazioni prima espresse, in un determinato momento quella merce avrà un determinato valore, cioè nello scambio le sarà riconosciuto un valore corrispondente ad un determinato quantum di lavoro. Si può ragionevolmente supporre che le diverse imprese che operano in quella branca produttiva abbiano condizioni tecniche di produzione differenti. Ipotizziamo, ad esempio, che l’80% delle imprese impieghi né più né meno che quella massa di lavoro che, appunto, determina il valore della merce, mentre, ai due estremi, un 10% di imprese lavori in condizione di minore e di maggiore produttività. Queste imprese, collocate agli estremi, per produrre la stessa massa di valori d’uso, impiegheranno un tempo di lavoro maggiore o minore della media riconosciuta e pagata dal mercato. Al riguardo, è indifferente che tale quantità maggiore o minore di lavoro sia lavoro vivo, applicato ex-novo alla produzione, o sia lavoro passato, contenuto nelle materie prime o nei mezzi di produzione, relativamente alla quota del logorio, il cui valore si trasferisce al prodotto finito.

Nelle condizioni della produzione capitalistica, questa circostanza si traduce nel fatto che le imprese a produttività più elevata realizzeranno un sovrapprofitto, in quanto il valore individuale delle loro merci sarà inferiore al valore di mercato, mentre, all’altro polo, le imprese con tecnologia più arretrata (o, comunque, a minore produttività) lavoreranno con un profitto inferiore a quello medio, ossia una parte del lavoro utilizzato per produrre le loro merci andrà sprecata, non sarà riconosciuta e pagata nello scambio come lavoro socialmente necessario. Le imprese più produttive utilizzeranno il proprio vantaggio nei confronti dei concorrenti per conquistare maggiori spazi di mercato, vendendo ad un prezzo inferiore al valore di mercato ma, possibilmente, superiore a quello individuale, in modo da realizzare pur sempre una parte del sovrapprofitto ed espandendo, al contempo, la loro quota di mercato e, quindi, la scala della produzione.

Va da sé che la concorrenza interna al settore spingerà, presto o tardi, tutti i capitalisti ad adottare le tecniche più produttive. Queste, generalizzandosi, condurranno ad un calo del valore di mercato che, assestandosi ad un livello inferiore al precedente, metterà fine alle condizioni del sovrapprofitto.

Ora, quando gli estensori del documento intendono esporre il fenomeno della diminuzione tendenziale del saggio generale di profitto, illustrano - a mio avviso confusamente - questo meccanismo. In realtà, l'iniziale innalzamento e la successiva diminuzione del tasso di profitto di cui i compagni parlano è il processo di realizzazione temporanea e di successivo esaurimento del sovrapprofitto relativo, che ha certamente una stretta connessione con la caduta tendenziale del saggio generale del profitto, ma non si identifica con essa e la determina solo attraverso un processo più ampio. Infatti, se è vero che nel momento in cui "l'innovazione si è ormai diffusa (e quindi non è più, ormai, innovazione), risulta più elevata la composizione organica del capitale e il saggio di sfruttamento della forza-lavoro, mentre il saggio di profitto risulta diminuito", occorre sottolineare alcune circostanze cui non si accenna e attraverso le quali, invece, si fa strada il processo della caduta tendenziale del saggio generale del profitto. Mi riferisco al fatto che il continuo movimento di innalzamento della produttività, cui i capitali sono costretti per stare al passo con i concorrenti e non essere estromessi dal mercato - o per realizzare profitti superiori alla media - determina la produzione di plusvalore relativo, nella misura in cui i benefici della maggiore produttività investono, direttamente o indirettamente, la produzione di beni-salario.  Senza che gli aumenti di produttività si estendano alle industrie le cui merci entrano nella riproduzione della forza-lavoro, non è possibile la svalorizzazione di quest'ultima e quindi non è possibile quel maggiore sfruttamento della forza-lavoro di cui si parla nel testo. La maggiore produttività a seguito della innovazione in un determinato ramo produttivo rimarrà confinata in quel ramo e non comporterà un beneficio complessivo per la classe capitalistica.

In secondo luogo, se il processo di innovazione è arrivato a determinare la svalorizzazione della forza-lavoro e quindi ad incrementare il plusvalore relativo, occorre indagare il nesso fra questo aumento e quello della composizione organica, per determinarne gli effetti sul saggio di profitto, dal momento che i due fattori agiscono su di esso in modo antitetico: se si postula proprio ciò che occorre dimostrare, l'analisi si trasforma in una semplice tautologia. Molti critici della legge della caduta del saggio di profitto, infatti, pretendono di invalidarla argomentando che l'aumento della composizione organica del capitale può essere neutralizzato da un corrispondente incremento del plusvalore relativo e sarebbe dunque arbitrario presupporre la prevalenza di uno dei due elementi. Si tratta di una critica infondata, che qui non si può, per ovvi motivi, confutare dettagliatamente. Mi limito solo a ricordare che lo stesso incremento del plusvalore relativo va incontro a difficoltà crescenti, tanto più forti quanto più è ridotta la parte della giornata lavorativa che rappresenta il lavoro necessario in rapporto a quella che rappresenta il tempo di pluslavoro “…quanto più grande è il plusvalore del capitale prima dell’aumento della produttività, (…) o, in altri termini, quanto più è già ridotta la frazione di giornata lavorativa che costituisce l’equivalente dell’operaio, che esprime cioè il lavoro necessario, tanto più si riduce l’aumento del plusvalore che il capitale ottiene dall’aumento della produttività. Il suo plusvalore aumenta, ma in proporzione sempre più piccola rispetto alla sviluppo della produttività” (K. Marx, “Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica” – Ed. La Nuova Italia, 1978 – vol. I, p. 338). In ogni caso, se non si affrontano questi temi (su cui, senza alcuna pretesa di esaustività o completezza teorica, abbiamo scritto qualcosa come GCR, sia nel documento delle Tesi costitutive, che nella rivista Fogli Rossi) non si può dire pressoché nulla di definito sulla caduta del saggio di profitto.

Riprendendo il discorso sulla concorrenza intrasettoriale e concludendo: all’interno della medesima branca produttiva, la concorrenza capitalistica spinge di volta in volta verso la fissazione del valore delle merci di tale settore produttivo, cioè la fissazione del tempo di lavoro socialmente necessario a produrle. Una volta che esso sia stabilito, e fintantoché non cambiano le condizioni tecniche del processo produttivo, le imprese che si discostano dalla quantità di lavoro necessario si trovano, semplicemente, a lavorare in condizioni di sovra o sotto profitto: vantaggi e svantaggi relativi saranno dunque un fatto privato delle imprese coinvolte.

Noto, en passant, che l’intervento della concorrenza non crea nulla; esso è piuttosto lo strumento attraverso cui il capitale registra le trasformazioni che via via si producono. Il processo descritto, infatti, non è messo in moto dalla concorrenza, bensì dalla modificazione delle condizioni tecniche della produzione che innescano una lotta di concorrenza, attraverso cui si ripristina un equilibrio su nuove basi.
 

La concorrenza capitalistica intersettoriale: il prezzo di produzione

La seconda sezione del Terzo Libro del Capitale inizia con l’analisi della conversione del profitto in profitto medio, prendendo le mosse dall’esistenza di differenti composizioni organiche del capitale nelle diverse branche produttive. La composizione organica, cioè - semplificando - il rapporto tra il valore del capitale costante ed il valore del capitale variabile, è tanto più alta quanto più è sviluppata la grande industria, che impiega proporzionalmente una massa di capitale fisso molto più grande ed una minor quantità di lavoro vivo. In altre parole, considerando lo sviluppo storico del modo di produzione capitalistico, una medesima quantità di forza-lavoro mette progressivamente in movimento una massa crescente di mezzi produttivi.

A parità di altre condizioni (di cui la principale è il saggio del plusvalore, cioè il rapporto fra plusvalore e capitale variabile), quindi, il plusvalore di cui si appropria un determinato capitale è tanto maggiore quanto più bassa è la sua composizione organica, dal momento che l’estorsione di pluslavoro è proporzionale alla quantità di lavoro vivo sfruttato.

Tuttavia, affinché la produzione possa andare avanti in modo relativamente normale, occorre che i capitali investiti siano remunerati in modo omogeneo, ossia che fruttino all’incirca il medesimo profitto, cioè un profitto medio proporzionale alla loro grandezza e non alla loro composizione. Il capitalista che trasforma il suo denaro in capitale produttivo, infatti, è interessato alla sua valorizzazione e gli è del tutto indifferente quanto di tale denaro debba convertirsi in mezzi di produzione e quanto servire all’acquisto di forza-lavoro. In mancanza di meccanismi correttivi, egli dunque tenderà ad investire laddove il saggio di profitto è più elevato. Tale circostanza determina lo spostamento dei capitali dai settori a minore valorizzazione verso quelli a maggiore redditività, il quale, a sua volta, dà vita ad una crescente carenza di offerta che fa lievitare i prezzi di mercato. Tale rialzo si arresta solo quando l’eccedenza del prezzo di mercato sul valore è tale da ripristinare in quelle sfere produttive un tasso di profitto uguale alla media. L’opposto succede nell’altro caso, con un calo del prezzo al di sotto del valore. A quel punto l’equilibrio è ristabilito e cade ogni spinta a trasferire i capitali da un settore all’altro. Marx, tra l’altro, chiarisce che non è necessario ogni volta l’intervento della concorrenza; i capitalisti, in realtà, nello stabilire i prezzi di vendita delle loro merci, tengono già conto della necessità di compensare le differenze principali - che si ripetono sistematicamente e di cui essi fanno, da subito, esperienza pratica - e le calcolano nei prezzi stessi, in modo tale che la concorrenza entra in gioco soltanto allorché si verifichino variazioni non previste.

La concorrenza intersettoriale (cioè fra branche produttive diverse, con composizioni organiche strutturalmente differenti), dunque, spinge verso prezzi che divergono stabilmente dai valori, prezzi che assicurano la remunerazione dei capitali investiti con un tasso medio di profitto, proporzionale alla loro grandezza, a prescindere dalla loro composizione organica e quindi alla quantità di plusvalore di cui effettivamente si appropriano. Marx chiama tali prezzi prezzi di produzione ed il processo che vi conduce perequazione del tasso di profitto, cioè trasformazione dei diversi saggi individuali in un saggio generale del profitto. Se nella produzione mercantile semplice le merci vengono vendute all’incirca al loro valore (cioè quest’ultimo è l’asse attorno al quale oscilla continuamente il prezzo di mercato), nella produzione capitalistica sviluppata i prodotti dell’industria non sono più venduti soltanto come merci, bensì come prodotto del capitale,  e quindi non più al loro valore ma al loro prezzo di produzione,  che diventa il nuovo centro di gravità dei prezzi di mercato. Nel processo di formazione dei prezzi di produzione, quindi, i capitali a più alta composizione organica si appropriano di una parte del plusvalore ricavato da quelli a più bassa composizione.

Nel caso della merce venduta al suo valore, quest’ultimo può essere schematicamente rappresentato come c + v + pv, dove c (la parte di valore che rimpiazza il capitale costante consumato) e v (la parte di valore prodotta ex-novo che rimpiazza il capitale variabile) rappresentano il prezzo di costo (cioè il lavoro pagato contenuto nella merce), mentre pv rappresenta il plusvalore (cioè il lavoro non pagato che entra come componente del valore della merce). Nel caso della merce venduta al suo prezzo di produzione, questo può rappresentarsi come c + v + p, dove c e v rappresentano come prima il prezzo di costo, mentre p è il profitto medio; se, per brevità, indichiamo c + v = k, il prezzo di produzione di una merce sarà k + p, oppure k + kp’, dove p’ sta ad indicare il saggio medio di profitto calcolato sul capitale impiegato (e non solo su quello che entra come componente del prezzo).

E’ essenziale sottolineare che l’esistenza di differenti composizioni organiche trae origine dalle caratteristiche tecniche di ciascun settore produttivo, caratteristiche che sono specifiche di sfere diverse fra di loro e, per definizione, non confrontabili. E’ infatti evidente che non ha alcun senso paragonare, ad esempio, la produttività dell’industria tessile e di quella automobilistica. Tale confronto ha significato solo tra settori omogenei, che fabbricano lo stesso tipo di merce: per rimanere nell’esempio appena fatto, sarebbe destinato al fallimento ogni tentativo di stabilire se sia maggiore la produttività di un’industria che impiega, poniamo, mezz’ora per confezionare una camicia, rispetto a quella che impiega venti ore per costruire un’automobile.

Ora, il processo di perequazione del tasso di profitto - con il relativo trasferimento di valore da un settore all’altro - ha luogo solo fra branche diverse e presuppone che, in ciascuna branca, sia già compiuto il processo di definizione del valore di mercato di quella specifica merce sulla base delle condizioni produttive dominanti. E’ quindi ovvio che, all’interno del medesimo settore, non avviene alcuna perequazione del tasso di profitto, che resta il processo di determinazione di un prezzo diverso dal valore e non coinvolge la definizione di quest’ultimo. In altre parole, occorre che composizioni organiche diverse trovino la loro giustificazione nelle caratteristiche tecniche dei diversi processi produttivi e non siano, invece, espressione di condizioni di produzione ormai superate all’interno di un medesimo settore.

Facciamo un esempio. Confrontiamo, come al solito, l’industria automobilistica e l’industria tessile: poniamo che la prima abbia una composizione organica  del  capitale pari a 9:1 (c/v=9), mentre la seconda abbia una composizione organica di 7:3 (c/v=7/3). In un sistema con queste due sole industrie, i prezzi di produzione saranno tali che i prodotti tessili saranno venduti sul mercato ad un prezzo inferiore al loro valore, mentre le automobili avranno un prezzo di produzione superiore al loro valore: detto altrimenti, l’industria tessile cederà parte del proprio plusvalore all’industria automobilistica.

Se ora rivolgiamo la nostra attenzione all’interno dell’industria tessile, le aziende a produttività più arretrata che ne fanno parte (le quali, con ogni probabilità, avranno anche composizione organica inferiore, in virtù della minore meccanizzazione del processo lavorativo) non cederanno nulla a quelle più avanzate, ma, semplicemente, lavoreranno in perdita o, quanto meno, con un profitto inferiore alla media,  dal momento che una parte del loro lavoro non viene più riconosciuta come socialmente necessaria, in quanto frutto di condizioni produttive ormai sorpassate, e quindi non sarà retribuita nello scambio.

La perequazione del saggio di profitto presuppone che tutti i capitali che entrano nel processo siano capitali che, nel settore di appartenenza, producano già in condizioni sociali medie, cioè impieghino soltanto la quantità di lavoro socialmente necessaria. Detto altrimenti: nella formula del prezzo di produzione k+kp’, k (cioè il prezzo di costo) rappresenta sempre la quantità di lavoro socialmente necessaria a produrre quel particolare tipo di merce. La determinazione dei prezzi di produzione (che sono prezzi di equilibrio fra le varie sfere produttive) ha quindi senso solo in quanto sia già stabilito il valore delle merci.

Gli estensori del documento affermano che "... non è affatto vero, come dice qualche pur molto rispettabile compagno studioso, che le imprese a più alta tecnologia sottraggono, rubano, una parte del valore prodotto dalle imprese a più bassa tecnologia e per questo realizzano profitti più alti. La comprensione di questo punto di partenza è centrale se vogliamo davvero studiare e comprendere il fenomeno della diminuzione tendenziale del saggio generale di profitto". E ancora: "... c'è a volte reticenza a riconoscere che le aziende che producono con tecnologia più bassa producono davvero meno valore e non è vero che ne vengano derubate da quelle ad alta tecnologia".

Da quanto detto prima, mi sembra evidente il fraintendimento complessivo in cui incorrono gli autori del testo, che confondono le due forme di concorrenza e quindi non possono comprendere i differenti processi a cui esse fanno capo. Ovviamente, non sapendo a quali "rispettabili compagni studiosi" ci si riferisca nel testo, non posso sapere chi è che ... ha studiato di meno, ma mi sembra comunque che, in questo campo, come nella produzione capitalistica, ...la concorrenza abbondi! Va da sé che, se questo punto di partenza è centrale per comprendere la diminuzione del saggio di profitto, un simile fraintendimento non è il miglior punto di partenza per approfondire la materia.

Ancor qualche nota prima di chiudere. Il testo che abbiamo preso in considerazione, nella parte finale, fa l’esempio delle aziende in URSS e nei paesi dell’Est che producevano merci “di bassa qualità e di poco valore”, rilevando che, con la progressiva apertura di quei mercati alla concorrenza occidentale, quelle imprese hanno cominciato ad andare in crisi. Poco dopo, gli autori aggiungono “…le imprese russe producevano merci scadenti e perciò [sottolineatura nostra] di bassissimo valore”. Al riguardo, occorre aggiungere che “bassa qualità” non necessariamente è sinonimo di “scarsa produttività”: un’azienda può essere altamente produttiva e produrre merci di “scarsa qualità”, cioè può essere specializzata nel produrre quel particolare tipo di merce, con quelle caratteristiche che la differenziano dai prodotti di fascia più alta e che, perciò, rappresentano differenti valori d’uso e occupano differenti segmenti del mercato. In tal caso, occorre che la merce di scarsa qualità abbia un costo unitario minore (cioè incorpori meno lavoro), ma questo non implica che l’impresa produca meno valore, ma solo che una medesima quantità di lavoro si ripartisce su una maggiore quantità di valore d’uso.

Le imprese dei paesi dell’Est, tuttavia, abbinavano spesso scarsa qualità e produttività inferiore e questo ovviamente non poteva reggere se non, come giustamente si afferma nel documento, in un mercato chiuso, cioè non soggetto alla concorrenza di merci migliori e più a buon mercato, una circostanza che è emersa apertamente quando l’unificazione tedesca, sulla base del cambio uno a uno fra le due monete, ha messo fuori mercato la gran parte dell’industria dell’ex DDR.

La differenza fra concorrenza capitalistica intra ed intersettoriale balza agli occhi, ad esempio, quando si consideri la funzione degli investimenti nelle aree arretrate, i quali (come capita di leggere qua e là in svariate pubblicazioni), fra le altre caratteristiche, avrebbero quella di elevare pro-tanto il saggio di profitto medio, come conseguenza della più bassa composizione organica del capitale ivi esistente. Ciò può esser vero, ma solo se parliamo di merci differenti, che non entrino in concorrenza con analoghi prodotti dell’industria metropolitana. In questo caso, si tratterebbe di una delle “controtendenze” alla caduta del saggio di profitto di cui parla Marx dopo aver esposto la legge e che può ben verificarsi anche all’interno degli stessi paesi metropolitani, qualora la produzione capitalistica si impadronisca di settori che prima non controllava e che sono, per le loro intrinseche caratteristiche, ad uno stadio più arretrato di sviluppo, cioè utilizzano, proporzionalmente ad altri settori, una maggiore quantità di lavoro vivo ed una minore massa di capitale fisso. Nel caso contrario, invece, non sarebbero certamente le condizioni arretrate dell’industria della periferia a stabilire il valore delle merci, bensì le condizioni dominanti sul mercato mondiale capitalisticamente sviluppato.

Se così non fosse, si arriverebbe all’assurdo per cui, al fine di risollevare un saggio di profitto in calo, sarebbe sufficiente mettere in attività industrie con tecniche di lavorazione arcaiche e superate o, comunque, a produttività inferiore. Ciò, oltre a cozzare con la logica e con la realtà empiricamente osservabile - e con le basi di esistenza del modo di produzione capitalistico - è ulteriormente smentito dalla circostanza per cui, quando si generalizzano sufficientemente tecniche che permettono l’impiego di minori quantità di lavoro, non soltanto sono le nuove condizioni che stabiliscono al ribasso il nuovo valore dei prodotti, ma viene contemporaneamente svalorizzata tutta la massa di merci, ancora circolante, prodotta con le vecchie tecniche, come chiarisce innumerevoli volte Marx, tra l’altro anche nelle citazioni riportate dai compagni estensori del documento.

Affinché un investimento estero possa funzionare come strumento di innalzamento del saggio di profitto, attraverso il drenaggio di plusvalore dai settori a più bassa composizione organica della periferia, occorre che i settori in cui avviene l’investimento non abbiano omologhi nelle metropoli, cosicché il processo di perequazione del tasso di profitto possa svolgersi, esattamente allo stesso modo in cui esso ha luogo all’interno di ogni singolo paese. Diversamente,  i mercati dei due paesi dovrebbero essere appunto non comunicanti, talché il problema si porrebbe solo nell’eventuale trasferimento dei profitti, cioè al momento della loro conversione dalla moneta del paese in cui ha avuto luogo l’investimento a quella del paese che ha esportato il capitale.

In altre parole, l’eventuale più elevato profitto, realizzato sul mercato domestico del paese più arretrato, avrebbe valore solo all’interno di quel paese; al momento di convertirlo in altra valuta, il maggior guadagno sarebbe annullato dal cambio sfavorevole, sul quale peserebbe il fatto che una certa quantità di lavoro del paese più sviluppato, in virtù della sua superiore produttività, si scambia con una maggiore quantità di lavoro del paese più arretrato. Ma con questo ci spostiamo su un altro ordine di problemi.

Piero Favetta (Gruppo Comunista Rivoluzionario)

2 febbraio 2012

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