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Alcune note sul documento
di Gianni De Bellis e Mario Fragnito
Lo spunto per queste note nasce dalla lettura del testo dei compagni
Gianni De Bellis e Mario Fragnito, scritto con il titolo “Una
risposta a Carlo, Sacchi e Pagliarone sulla decomposizione del
capitalismo”. Si tratta di un lavoro che tratta velocemente svariati
aspetti, cercando di mettere in evidenza insufficienze e limiti
delle argomentazioni dei tre autori, senza tuttavia soffermarsi
particolareggiatamente su nessuno di essi. Ed alcune considerazioni
sono senz’altro condivisibili, come quando si rileva l’eccessiva
insistenza di Carlo sulla questione dell’evasione fiscale, in
rapporto ad altri fenomeni che invece vengono trascurati. Non
conosco a sufficienza l’elaborazione di Antonio Carlo per affermare
con certezza (come “garantiscono”, per conoscenza diretta, gli
estensori del testo) se e quanto egli rifiuti la tesi secondo la
quale il capitalismo potrebbe uscire dalla crisi se solo risolvesse
questo problema. Sta di fatto che la citazione riportata circa la
possibilità di evitare le manovre lacrime e sangue degli ultimi 12
anni e addirittura di reperire le risorse per impedire il ristagno
dell’economia, grazie al semplice dimezzamento dell'evasione
fiscale, ci sembra “ambigua”: un conto è utilizzare polemicamente
tale argomentazione nell'agitazione contro gli attacchi padronali e
la politica governativa, un altro è assumerla nell’ambito di una
riflessione teorica sui meccanismi della crisi capitalistica.
La debolezza dei ragionamenti attorno all’evasione fiscale (che pure
meriterebbe un approfondimento da parte dei rivoluzionari) è resa
evidente quanto meno da tre circostanze: a) le politiche “lacrime e
sangue” non sono esclusivo appannaggio di quegli Stati, come
l’Italia, dove l’evasione fiscale è più alta della media degli altri
paesi ; b) il fenomeno dell'evasione fiscale delle classi
possidenti è definibile solo dopo aver stabilito quale sia il
livello di prelievo fiscale considerato "normale" e questo è, in
tutta evidenza, un parametro "politico", rispetto al quale le
condizioni generali dell'economia capitalistica pongono
essenzialmente vincoli esterni; c) è metodologicamente
scorretto e antimaterialistico analizzare la questione dell'evasione
fiscale ipotizzando, sic et simpliciter, di avere a
disposizione le risorse finanziarie che i vari strati borghesi
sottraggono all'erario, per scoprire magicamente che con esse si
potrebbe fare questo e quello: abbattere il debito pubblico,
potenziare il welfare-State, incrementare gli investimenti e cosi
via. Se così fosse, rimarrebbe sempre da spiegare (e torniamo di
corsa al punto a) ...senza passare dal via) come mai questo non
avvenga laddove i borghesi "pagano il dovuto", ma, soprattutto,
ragionando così ci si "dimentica" che una determinata formazione
economico-sociale è un organismo vivente e non un aggregato
meccanico di elementi che si può scomporre e ricomporre a
piacimento. Pertanto, se ipotizziamo che in un determinato paese,
poniamo l'Italia, venga ridimensionata l'evasione fiscale, non
dobbiamo chiederci che cosa si potrebbe fare con quelle risorse
aggiuntive, ma, invece, su quali nuovi equilibri antiproletari
tenderebbe a riassestarsi il sistema capitalistico qualora si
verificasse quel cambiamento: quindi, se e a quali condizioni
potrebbero continuare ad esistere gli strati di piccola e media
borghesia di cui il bel paese è così dotato, come il
ridimensionamento di queste classi influirebbe sulle stesse
condizioni di accumulazione del grande capitale e così via. Se
invece ci si dedica allo sport, praticato da sempre dal riformismo
di ogni sfumatura, di correggere il capitalismo ricomponendo a
tavolino, in un ordine diverso, i singoli elementi di cui è
composto, nulla è precluso: si può adoperare il fisco per attenuare
progressivamente le asperità dello sfruttamento proletario,
utilizzare gli aumenti di produttività per ridurre l'orario di
lavoro e lo sforzo lavorativo, anziché per estorcere profitto
aggiuntivo a chi rimane occupato, licenziando i lavoratori "in
esubero", abolire il tasso di interesse come ipotizzava Proudhon,
ecc. ecc. Ovviamente, tutto ciò nella pura fantasia, nella speranza
che i fantasmi ideologici che questa società produce
permettano veramente di modificarne il funzionamento reale.
Per evitare fraintendimenti, sottolineo che non attribuisco
tali posizioni ad alcuno degli autori presi in considerazione dai
compagni: mi sono limitato a richiamare alcuni aspetti su cui, a mio
avviso, non sarebbe inutile riflettere più approfonditamente.
Tornando al cuore delle tesi contenute nel testo, mi sembra che
esso, pur accennando ad altri aspetti, ruoti attorno alla
riproposizione della legge della caduta tendenziale del tasso di
profitto individuata come causa principale della crisi
capitalistica. I compagni affermano:
"Certo Sacchi e altri studiosi sembrano un passo avanti rispetto a
Carlo per il quale questa diminuzione del saggio o non avviene come
descrive Marx o non comporta nulla di così catastrofico. Ma almeno
lui, coerentemente, non tiene conto di un fenomeno di cui non è
convinto e
che non capisce...
Gli altri
giurano, invece, che quello è il fenomeno determinante ma non sanno
assolutamente spiegare perché avviene questa provvidenziale (per i
rivoluzionari) diminuzione del saggio generale del profitto, né del
perché essa porti ad un certo punto ad una gravissima crisi di
sovrapproduzione".
Dopo questa asserzione, si prosegue dicendo che "anche quella di
Marx era solo un'intuizione ed un inizio di elaborazione e di
spiegazione teorica...sulla strada giusta" e si afferma che
l'unico che abbia approfondito tale fenomeno (cioè la caduta del
saggio di profitto) è stato forse solo Henryk Grossmann. Partendo da
tali considerazioni, i compagni, dopo aver scritto che "... non
c'è molto da prendersela né con Carlo né con Sacchi né con altri per
le loro incongruenze...fanno quel che possono, c'è almeno da lodarli
per l'impegno profuso" ed aver messo in guardia i lettori che
"Nemmeno noi perciò, almeno in questo scritto, possiamo e vogliamo
affrontare in dettaglio la questione", passano a descrivere il
fenomeno della caduta del saggio di profitto in modo che loro stessi
dicono schematico ma con lo scopo dichiarato di "evidenziare
alcuni errori [commessi dai] fautori di tale - pur giusta -
motivazione della crisi".
Innanzitutto, vorrei osservare che il libro di Grossmann
"L'accumulazione e il crollo del sistema capitalistico",
un'opera fondamentale e poco discussa nell'ambiente rivoluzionario,
non offre un'analisi teorica della legge della caduta del saggio di
profitto, né fornisce dati empirici a sostegno della sua validità.
Grossmann parte dalla legge, data per acquisita, per
dimostrare che, sulla sua base, lo sviluppo dell'accumulazione deve
incontrare difficoltà crescenti fino a giungere ad un ostacolo
assoluto. A tale fine, egli si serve dello schema elaborato da Bauer
ed utilizzato fino a quel momento con finalità opposte, cioè la
pretesa dimostrazione che, rispettando le opportune proporzioni fra
le due sezioni della riproduzione capitalistica (quella che produce
mezzi di produzione e quella che produce mezzi di consumo),
l'accumulazione può andare avanti indefinitamente, tesi che i
teorici "austromarxisti" ritenevano fedele a quanto da Marx scritto
nel secondo libro del Capitale a proposito dei cosiddetti "schemi di
riproduzione" e che, essi, invece, avevano del tutto travisato (un
errore teorico e metodologico che fa tutt'uno con il loro sforzo di
piegare il marxismo ad un'interpretazione "armonicista"
dell'economia capitalistica, su cui ha scritto pagine molto acute R.
Rosdolsky nel suo "Genesi e struttura del capitale").
L’analisi di Grossmann si incentra quindi sulla cosiddetta “teoria
della crisi”, o meglio, studia la fisiologia del sistema
capitalistico, a partire da quella che egli considera la legge
fondamentale, concordemente al pensiero dello stesso Marx.
Venendo alla legge in questione e ai meccanismi sulla cui base essa
prende corpo, trovo che l’esposizione fatta dai compagni, pur
tenendo conto del dichiarato schematismo, sia insufficiente (in
realtà della legge vera e propria non vi è traccia) e contenga anche
alcuni fraintendimenti dell’analisi marxiana. Chiedendo a mia volta
scusa per l’eccesso di schematismo, passo ad esporre ciò che penso
al riguardo.
La concorrenza capitalistica intrasettoriale: il valore delle merci
Vorrei richiamare l’attenzione sulla differente funzione della
concorrenza fra i capitali, a seconda che essa agisca come
concorrenza intrasettoriale (cioè all’interno della medesima branca
produttiva) o intersettoriale (fra branche produttive diverse), su
cui Marx si sofferma sia nelle Teorie sul plusvalore (ad es.
nel cap. 10, dedicato alla confutazione della teoria sul prezzo di
costo di Ricardo e Smith) che, ovviamente, nel Capitale (ad
es. nel cap. X del Terzo Libro).
Dunque, nel I Libro Marx, analizzando la questione del valore delle
merci, conclude che esso consiste nel tempo di lavoro
socialmente necessario a produrle. A prescindere da
altri importanti importanti problemi (il carattere astratto
del lavoro di cui si parla, l’esistenza di lavoro semplice e lavoro
complesso, ecc.), questo significa che, date intensità del
lavoro, abilità in grado “normale” del lavoratore e condizioni
tecniche del processo lavorativo, una determinata merce avrà un
valore che corrisponde al tempo di lavoro occorso per produrla. Se
non esistono squilibri nel rapporto fra domanda ed offerta, l’azione
contrapposta di queste due forze si annulla ed il prezzo di mercato
coincide col valore, che ne costituisce dunque il centro di gravità,
l’asse attorno al quale si sviluppano le tensioni al rincaro o al
deprezzamento dovute alla legge della domanda e dell’offerta.
L’analisi del valore deve quindi precedere ogni indagine sul
movimento dei prezzi e muovere dal presupposto dell’equilibrio fra
domanda e offerta, cosicché sia possibile lo studio del fenomeno
nella sua essenza.
Ora, se prendiamo in considerazione un’intera branca produttiva,
constatiamo che essa è composta da un certo numero di imprese
capitalistiche che producono la medesima merce e che, naturalmente,
sono in reciproca concorrenza. Sulla base delle considerazioni prima
espresse, in un determinato momento quella merce avrà un determinato
valore, cioè nello scambio le sarà riconosciuto un valore
corrispondente ad un determinato quantum di lavoro. Si può
ragionevolmente supporre che le diverse imprese che operano in
quella branca produttiva abbiano condizioni tecniche di
produzione differenti. Ipotizziamo, ad esempio, che l’80% delle
imprese impieghi né più né meno che quella massa di lavoro che,
appunto, determina il valore della merce, mentre, ai due estremi, un
10% di imprese lavori in condizione di minore e di maggiore
produttività. Queste imprese, collocate agli estremi, per produrre
la stessa massa di valori d’uso, impiegheranno un tempo di lavoro
maggiore o minore della media riconosciuta e pagata dal mercato. Al
riguardo, è indifferente che tale quantità maggiore o minore di
lavoro sia lavoro vivo, applicato ex-novo alla produzione, o sia
lavoro passato, contenuto nelle materie prime o nei mezzi di
produzione, relativamente alla quota del logorio, il cui valore si
trasferisce al prodotto finito.
Nelle condizioni della produzione capitalistica, questa circostanza
si traduce nel fatto che le imprese a produttività più elevata
realizzeranno un sovrapprofitto, in quanto il valore individuale
delle loro merci sarà inferiore al valore di mercato, mentre,
all’altro polo, le imprese con tecnologia più arretrata (o,
comunque, a minore produttività) lavoreranno con un profitto
inferiore a quello medio, ossia una parte del lavoro utilizzato
per produrre le loro merci andrà sprecata, non sarà riconosciuta
e pagata nello scambio come lavoro socialmente necessario. Le
imprese più produttive utilizzeranno il proprio vantaggio nei
confronti dei concorrenti per conquistare maggiori spazi di mercato,
vendendo ad un prezzo inferiore al valore di mercato ma,
possibilmente, superiore a quello individuale, in modo da realizzare
pur sempre una parte del sovrapprofitto ed espandendo, al contempo,
la loro quota di mercato e, quindi, la scala della produzione.
Va da sé che la concorrenza interna al settore spingerà, presto o
tardi, tutti i capitalisti ad adottare le tecniche più produttive.
Queste, generalizzandosi, condurranno ad un calo del valore di
mercato che, assestandosi ad un livello inferiore al precedente,
metterà fine alle condizioni del sovrapprofitto.
Ora, quando gli estensori del documento intendono esporre il
fenomeno della diminuzione tendenziale del saggio generale di
profitto, illustrano - a mio avviso confusamente - questo
meccanismo. In realtà, l'iniziale innalzamento e la successiva
diminuzione del tasso di profitto di cui i compagni parlano è il
processo di realizzazione temporanea e di successivo esaurimento del
sovrapprofitto relativo, che ha certamente una stretta connessione
con la caduta tendenziale del saggio generale del profitto, ma non
si identifica con essa e la determina solo attraverso un processo
più ampio. Infatti, se è vero che nel momento in cui
"l'innovazione si è ormai diffusa (e quindi non è più, ormai,
innovazione), risulta più elevata la composizione organica del
capitale e il saggio di sfruttamento della forza-lavoro, mentre il
saggio di profitto risulta diminuito", occorre sottolineare
alcune circostanze cui non si accenna e attraverso le quali, invece,
si fa strada il processo della caduta tendenziale del saggio
generale del profitto. Mi riferisco al fatto che il continuo
movimento di innalzamento della produttività, cui i capitali sono
costretti per stare al passo con i concorrenti e non essere
estromessi dal mercato - o per realizzare profitti superiori alla
media - determina la produzione di plusvalore relativo,
nella misura in cui i benefici della maggiore produttività
investono, direttamente o indirettamente, la produzione di
beni-salario. Senza che gli aumenti di produttività si
estendano alle industrie le cui merci entrano nella riproduzione
della forza-lavoro, non è possibile la svalorizzazione di
quest'ultima e quindi non è possibile quel maggiore sfruttamento
della forza-lavoro di cui si parla nel testo. La maggiore
produttività a seguito della innovazione in un determinato ramo
produttivo rimarrà confinata in quel ramo e non comporterà un
beneficio complessivo per la classe capitalistica.
In secondo luogo, se il processo di innovazione è arrivato a
determinare la svalorizzazione della forza-lavoro e quindi ad
incrementare il plusvalore relativo, occorre indagare il nesso fra
questo aumento e quello della composizione organica, per
determinarne gli effetti sul saggio di profitto, dal momento che i
due fattori agiscono su di esso in modo antitetico: se si postula
proprio ciò che occorre dimostrare, l'analisi si trasforma in una
semplice tautologia. Molti critici della legge della caduta del
saggio di profitto, infatti, pretendono di invalidarla argomentando
che l'aumento della composizione organica del capitale può essere
neutralizzato da un corrispondente incremento del plusvalore
relativo e sarebbe dunque arbitrario presupporre la prevalenza di
uno dei due elementi. Si tratta di una critica infondata, che qui
non si può, per ovvi motivi, confutare dettagliatamente. Mi limito
solo a ricordare che lo stesso incremento del plusvalore relativo va
incontro a difficoltà crescenti, tanto più forti quanto più è
ridotta la parte della giornata lavorativa che rappresenta il lavoro
necessario in rapporto a quella che rappresenta il tempo di
pluslavoro “…quanto più grande è il plusvalore del capitale
prima dell’aumento della produttività, (…) o, in altri termini,
quanto più è già ridotta la frazione di giornata lavorativa che
costituisce l’equivalente dell’operaio, che esprime cioè il lavoro
necessario, tanto più si riduce l’aumento del plusvalore che il
capitale ottiene dall’aumento della produttività. Il suo plusvalore
aumenta, ma in proporzione sempre più piccola rispetto alla sviluppo
della produttività”
(K. Marx, “Lineamenti fondamentali di critica dell’economia
politica” – Ed. La Nuova Italia, 1978 – vol. I, p. 338).
In ogni caso, se non si affrontano questi temi (su cui, senza alcuna
pretesa di esaustività o completezza teorica, abbiamo scritto
qualcosa come GCR, sia nel documento delle Tesi costitutive,
che nella rivista Fogli Rossi) non si può dire pressoché
nulla di definito sulla caduta del saggio di profitto.
Riprendendo il discorso sulla concorrenza intrasettoriale e
concludendo: all’interno
della medesima branca produttiva, la concorrenza capitalistica
spinge di volta in volta
verso la fissazione del valore delle merci di
tale settore produttivo, cioè la fissazione del tempo di lavoro
socialmente necessario a produrle. Una volta che esso sia stabilito,
e fintantoché non cambiano le condizioni tecniche del processo
produttivo, le imprese che si discostano dalla quantità di lavoro
necessario si trovano, semplicemente, a lavorare in condizioni di
sovra o sotto profitto: vantaggi e svantaggi relativi saranno dunque
un fatto privato delle imprese coinvolte.
Noto, en passant, che l’intervento della concorrenza non
crea nulla; esso è piuttosto lo strumento attraverso cui
il capitale registra le trasformazioni che via via si producono. Il
processo descritto, infatti, non è messo in moto dalla concorrenza,
bensì dalla modificazione delle condizioni tecniche della produzione
che innescano una lotta di concorrenza, attraverso cui si ripristina
un equilibrio su nuove basi.
La concorrenza capitalistica intersettoriale: il prezzo di
produzione
La seconda sezione del Terzo Libro del Capitale inizia con l’analisi
della conversione del profitto in profitto medio, prendendo le mosse
dall’esistenza di differenti composizioni organiche del capitale
nelle diverse branche produttive. La composizione organica, cioè -
semplificando - il rapporto tra il valore del capitale costante ed
il valore del capitale variabile, è tanto più alta quanto più è
sviluppata la grande industria, che impiega proporzionalmente una
massa di capitale fisso molto più grande ed una minor quantità di
lavoro vivo. In altre parole, considerando lo sviluppo storico del
modo di produzione capitalistico, una medesima quantità di
forza-lavoro mette progressivamente in movimento una massa crescente
di mezzi produttivi.
A parità di altre condizioni (di cui la principale è il saggio del
plusvalore, cioè il rapporto fra plusvalore e capitale variabile),
quindi, il plusvalore di cui si appropria un determinato capitale
è tanto maggiore quanto più bassa è la sua composizione organica,
dal momento che l’estorsione di pluslavoro è proporzionale alla
quantità di lavoro vivo sfruttato.
Tuttavia, affinché la produzione possa andare avanti in modo
relativamente normale, occorre che i capitali investiti siano
remunerati in modo omogeneo, ossia che fruttino all’incirca il
medesimo profitto, cioè un profitto medio proporzionale alla loro
grandezza e non alla loro composizione. Il capitalista che
trasforma il suo denaro in capitale produttivo, infatti, è
interessato alla sua valorizzazione e gli è del tutto indifferente
quanto di tale denaro debba convertirsi in mezzi di produzione e
quanto servire all’acquisto di forza-lavoro. In mancanza di
meccanismi correttivi, egli dunque tenderà ad investire laddove il
saggio di profitto è più elevato. Tale circostanza determina
lo spostamento dei capitali dai settori a minore valorizzazione
verso quelli a maggiore redditività, il quale, a sua volta, dà vita
ad una crescente carenza di offerta che fa lievitare i prezzi di
mercato. Tale rialzo si arresta solo quando l’eccedenza del prezzo
di mercato sul valore è tale da ripristinare in quelle sfere
produttive un tasso di profitto uguale alla media. L’opposto
succede nell’altro caso, con un calo del prezzo al di sotto del
valore. A quel punto l’equilibrio è ristabilito e cade ogni spinta a
trasferire i capitali da un settore all’altro. Marx, tra l’altro,
chiarisce che non è necessario ogni volta l’intervento della
concorrenza; i capitalisti, in realtà, nello stabilire i prezzi di
vendita delle loro merci, tengono già conto della necessità di
compensare le differenze principali - che si ripetono
sistematicamente e di cui essi fanno, da subito, esperienza pratica
- e le calcolano nei prezzi stessi, in modo tale che la concorrenza
entra in gioco soltanto allorché si verifichino variazioni non
previste.
La concorrenza intersettoriale (cioè fra branche produttive diverse,
con composizioni organiche strutturalmente differenti), dunque,
spinge verso prezzi che divergono stabilmente dai valori,
prezzi che assicurano la remunerazione dei capitali investiti
con un tasso medio di profitto, proporzionale alla loro grandezza, a
prescindere dalla loro composizione organica e quindi alla quantità
di plusvalore di cui effettivamente si appropriano. Marx chiama tali
prezzi prezzi di produzione ed il processo che vi
conduce perequazione del tasso di profitto, cioè
trasformazione dei diversi saggi individuali in un saggio generale
del profitto. Se nella produzione mercantile semplice le merci
vengono vendute all’incirca al loro valore (cioè quest’ultimo è
l’asse attorno al quale oscilla continuamente il prezzo di mercato),
nella produzione capitalistica sviluppata i prodotti dell’industria
non sono più venduti soltanto come merci, bensì come prodotto del
capitale, e quindi non più al loro valore ma al loro
prezzo di produzione, che diventa il nuovo centro di
gravità dei prezzi di mercato. Nel processo di formazione dei prezzi
di produzione, quindi, i capitali a più alta composizione
organica si appropriano di una parte del plusvalore
ricavato da quelli a più bassa composizione.
Nel caso della
merce venduta al suo valore, quest’ultimo può essere schematicamente
rappresentato come
c + v + pv,
dove c (la parte di valore che rimpiazza il capitale costante
consumato) e v (la parte di valore prodotta ex-novo che
rimpiazza il capitale variabile) rappresentano il prezzo di costo
(cioè il lavoro pagato contenuto nella merce), mentre pv
rappresenta il plusvalore (cioè il lavoro non pagato che entra come
componente del valore della merce). Nel caso della merce venduta al
suo prezzo di produzione, questo può rappresentarsi come c + v +
p, dove c e v rappresentano come prima il prezzo di
costo, mentre p è il profitto medio; se, per brevità,
indichiamo c + v = k, il prezzo di produzione di una merce
sarà k + p, oppure k + kp’, dove p’ sta ad
indicare il saggio medio di profitto calcolato sul capitale
impiegato (e non solo su quello che entra come componente del
prezzo).
E’ essenziale sottolineare che l’esistenza di differenti
composizioni organiche trae origine dalle caratteristiche tecniche
di ciascun settore produttivo, caratteristiche che sono
specifiche di sfere diverse fra di loro e, per definizione, non
confrontabili. E’ infatti evidente che non ha alcun senso
paragonare, ad esempio, la produttività dell’industria tessile e di
quella automobilistica. Tale confronto ha significato solo tra
settori omogenei, che fabbricano lo stesso tipo di merce: per
rimanere nell’esempio appena fatto, sarebbe destinato al fallimento
ogni tentativo di stabilire se sia maggiore la produttività di
un’industria che impiega, poniamo, mezz’ora per confezionare una
camicia, rispetto a quella che impiega venti ore per costruire
un’automobile.
Ora, il processo di perequazione del tasso di profitto - con il
relativo trasferimento di valore da un settore all’altro - ha
luogo solo fra branche diverse e presuppone che, in
ciascuna branca, sia già compiuto il processo di definizione del
valore di mercato di quella specifica merce sulla base delle
condizioni produttive dominanti. E’ quindi ovvio che, all’interno
del medesimo settore, non avviene alcuna perequazione del tasso di
profitto, che resta il processo di determinazione di un prezzo
diverso dal valore e non coinvolge la definizione di quest’ultimo.
In altre parole, occorre che composizioni organiche diverse trovino
la loro giustificazione nelle caratteristiche tecniche dei
diversi processi produttivi e non siano, invece, espressione di
condizioni di produzione ormai superate all’interno di un
medesimo settore.
Facciamo un esempio. Confrontiamo, come al solito, l’industria
automobilistica e l’industria tessile: poniamo che la prima abbia
una composizione organica del capitale pari a 9:1 (c/v=9), mentre
la seconda abbia una composizione organica di 7:3 (c/v=7/3). In un
sistema con queste due sole industrie, i prezzi di produzione
saranno tali che i prodotti tessili saranno venduti sul mercato ad
un prezzo inferiore al loro valore, mentre le automobili avranno un
prezzo di produzione superiore al loro valore: detto altrimenti,
l’industria tessile cederà parte del proprio plusvalore
all’industria automobilistica.
Se ora rivolgiamo la nostra attenzione all’interno dell’industria
tessile, le aziende a produttività più arretrata che ne fanno parte
(le quali, con ogni probabilità, avranno anche composizione organica
inferiore, in virtù della minore meccanizzazione del processo
lavorativo) non cederanno nulla a quelle più avanzate,
ma, semplicemente, lavoreranno in perdita
o, quanto meno, con un profitto inferiore alla media,
dal momento che una parte del loro lavoro non viene più
riconosciuta come socialmente necessaria, in quanto frutto di
condizioni produttive ormai sorpassate, e quindi non sarà
retribuita nello scambio.
La perequazione del saggio di profitto presuppone che tutti i
capitali che entrano nel processo siano capitali che, nel settore
di appartenenza, producano già in condizioni sociali
medie, cioè impieghino soltanto la quantità di lavoro socialmente
necessaria. Detto altrimenti: nella formula del prezzo di
produzione k+kp’, k (cioè il prezzo di costo) rappresenta sempre la
quantità di lavoro socialmente necessaria a produrre quel
particolare tipo di merce. La determinazione dei prezzi di
produzione (che sono prezzi di equilibrio fra le varie sfere
produttive) ha quindi senso solo in quanto
sia già stabilito il
valore delle merci.
Gli estensori del documento affermano che "... non è
affatto vero, come dice qualche pur molto rispettabile compagno
studioso, che le imprese a più alta tecnologia sottraggono, rubano,
una parte del valore prodotto dalle imprese a più bassa tecnologia e
per questo realizzano profitti più alti. La comprensione di questo
punto di partenza è centrale se vogliamo davvero studiare e
comprendere il fenomeno della diminuzione tendenziale del saggio
generale di profitto". E ancora:
"... c'è a
volte reticenza a riconoscere che le aziende che producono con
tecnologia più bassa producono davvero meno valore e non è vero che
ne vengano derubate da quelle ad alta tecnologia".
Da quanto detto prima, mi sembra evidente il fraintendimento
complessivo in cui incorrono gli autori del testo, che confondono le
due forme di concorrenza e quindi non possono comprendere i
differenti processi a cui esse fanno capo. Ovviamente, non sapendo a
quali "rispettabili compagni studiosi" ci si riferisca nel testo,
non posso sapere chi è che ... ha studiato di meno, ma mi sembra
comunque che, in questo campo, come nella produzione capitalistica,
...la concorrenza abbondi! Va da sé che, se questo punto di partenza
è centrale per comprendere la diminuzione del saggio di profitto, un
simile fraintendimento non è il miglior punto di partenza per
approfondire la materia.
Ancor qualche nota prima di chiudere. Il testo che abbiamo preso in
considerazione, nella parte finale, fa l’esempio delle aziende in
URSS e nei paesi dell’Est che producevano merci “di bassa qualità
e di poco valore”, rilevando che, con la progressiva apertura di
quei mercati alla concorrenza occidentale, quelle imprese hanno
cominciato ad andare in crisi. Poco dopo, gli autori aggiungono
“…le imprese russe producevano merci scadenti e perciò
[sottolineatura nostra] di bassissimo valore”. Al riguardo,
occorre aggiungere che “bassa qualità” non necessariamente è
sinonimo di “scarsa produttività”: un’azienda può essere altamente
produttiva e produrre merci di “scarsa qualità”, cioè può essere
specializzata nel produrre quel particolare tipo di merce, con
quelle caratteristiche che la differenziano dai prodotti di fascia
più alta e che, perciò, rappresentano differenti valori d’uso
e occupano differenti segmenti del mercato. In tal caso, occorre che
la merce di scarsa qualità abbia un costo unitario minore (cioè
incorpori meno lavoro), ma questo non implica che l’impresa produca
meno valore, ma solo che una medesima quantità di lavoro si
ripartisce su una maggiore quantità di valore d’uso.
Le imprese dei paesi dell’Est, tuttavia, abbinavano spesso scarsa
qualità e produttività inferiore e questo ovviamente non poteva
reggere se non, come giustamente si afferma nel documento, in un
mercato chiuso, cioè non soggetto alla concorrenza di merci migliori
e più a buon mercato, una circostanza che è emersa apertamente
quando l’unificazione tedesca, sulla base del cambio uno a uno fra
le due monete, ha messo fuori mercato la gran parte dell’industria
dell’ex DDR.
La differenza fra concorrenza capitalistica intra ed intersettoriale
balza agli occhi, ad esempio, quando si consideri la funzione degli
investimenti nelle aree arretrate, i quali (come capita di leggere
qua e là in svariate pubblicazioni), fra le altre caratteristiche,
avrebbero quella di elevare pro-tanto il saggio di profitto
medio, come conseguenza della più bassa composizione organica
del capitale ivi esistente. Ciò può esser vero, ma solo se
parliamo di merci differenti, che non entrino in
concorrenza con analoghi prodotti dell’industria
metropolitana. In questo caso, si tratterebbe di una delle
“controtendenze” alla caduta del saggio di profitto di cui parla
Marx dopo aver esposto la legge e che può ben verificarsi anche
all’interno degli stessi paesi metropolitani, qualora la
produzione capitalistica si impadronisca di settori che prima non
controllava e che sono, per le loro intrinseche caratteristiche, ad
uno stadio più arretrato di sviluppo, cioè utilizzano,
proporzionalmente ad altri settori, una maggiore quantità di lavoro
vivo ed una minore massa di capitale fisso. Nel caso contrario,
invece, non sarebbero certamente le condizioni arretrate
dell’industria della periferia a stabilire il valore delle merci,
bensì le condizioni dominanti sul mercato mondiale
capitalisticamente sviluppato.
Se così non fosse, si arriverebbe all’assurdo per cui, al fine di
risollevare un saggio di profitto in calo, sarebbe sufficiente
mettere in attività industrie con tecniche di lavorazione arcaiche e
superate o, comunque, a produttività inferiore. Ciò,
oltre a cozzare con la logica e con la realtà empiricamente
osservabile - e con le basi di esistenza del modo di produzione
capitalistico - è ulteriormente smentito dalla circostanza per cui,
quando si generalizzano sufficientemente tecniche che permettono
l’impiego di minori quantità di lavoro, non soltanto sono le nuove
condizioni che stabiliscono al ribasso il nuovo valore dei prodotti,
ma viene contemporaneamente svalorizzata tutta la massa di merci,
ancora circolante, prodotta con le vecchie tecniche, come chiarisce
innumerevoli volte Marx, tra l’altro anche nelle citazioni riportate
dai compagni estensori del documento.
Affinché un investimento estero possa funzionare come strumento di
innalzamento del saggio di profitto, attraverso il drenaggio di
plusvalore dai settori a più bassa composizione organica della
periferia, occorre che i settori in cui avviene l’investimento
non abbiano omologhi nelle metropoli, cosicché il processo di
perequazione del tasso di profitto possa svolgersi, esattamente allo
stesso modo in cui esso ha luogo all’interno di ogni singolo paese.
Diversamente, i mercati dei due paesi dovrebbero essere
appunto non comunicanti, talché il problema si
porrebbe solo nell’eventuale trasferimento dei profitti, cioè al
momento della loro conversione dalla moneta del paese in cui ha
avuto luogo l’investimento a quella del paese che ha esportato il
capitale.
In altre parole, l’eventuale più elevato profitto, realizzato sul
mercato domestico del paese più arretrato, avrebbe valore
solo all’interno di quel paese; al momento di
convertirlo in altra valuta, il maggior guadagno sarebbe annullato
dal cambio sfavorevole, sul quale peserebbe il fatto che una certa
quantità di lavoro del paese più sviluppato, in virtù della sua
superiore produttività, si scambia con una maggiore quantità di
lavoro del paese più arretrato. Ma con questo ci spostiamo su un
altro ordine di problemi.
Piero Favetta (Gruppo Comunista Rivoluzionario)
2 febbraio 2012 |