|
|
Una inutile quanto assurda polemica
Viviamo veramente in un mondo strano, dove ci facciamo prendere più
dalla voglia di polemizzare piuttosto che dal desiderio di capirci.
Mi riferisco al commento di Dino Erba allo scritto di Gianni De
Bellis e Mario Fragnito sulla caduta tendenziale del saggio di
profitto e sulla crisi. <<Perché tante chiacchiere?>> si chiede il
compagno Dino per concludere con <<A
questo punto, non mi sembra che ci sia altro da dire, se non un
modesto consiglio a De Bellis-Fragnito: prima di volare nel cielo
dell’alta teoria (peraltro con modesti e confusi esiti), dovrebbero
visitare questa valle di lacrime>>.
Ora, non è il caso che io difenda il merito
dello scritto di Gianni e Mario, gli argomenti si reggono ben
saldamente da soli, basta volerli capire. Vorrei puntare l’accento
su di un aspetto che mi sta veramente a cuore in questa fase, verso
tutti quei gruppi e compagni che ne fanno delle ragioni del ‘fare’
le ragioni della propria esistenza politica e di vita. Nulla da
eccepire per quanto riguarda il ‘fare’; molto, anzi
moltissimo da eccepire sui distinguo tra i ‘faristi’ ed i teoristi,
ovvero puntando il dito contro quelli che si sottrarrebbero
volontariamente a visitare la ‘valle di lacrime’. Purtroppo il
destino dei Comunisti è quello di operare all’interno di una
continua dicotomia ‘
Il fine è nulla,
il movimento è tutto – il movimento è nulla, il fine è tutto
’ . Nel caso in specie tra i “faristi” ed i “teoristi”.
Dalla mia modesta cultura, ne ho ricavato
che Marx ed Engels hanno rappresentato una sorta di iato tra
l’utopismo socialista ed un tentativo di socialismo
materialista. Pur se va detto per onestà intellettuale che non
disprezziamo affatto gli utopisti in quanto, proprio nella loro
proposizione “utopica” esprimevano la denuncia dei mali che
affliggevano e tuttora affliggono le classi oppresse. Il tentativo
di Marx fu quello di tentare di approfondire le ragioni
strutturali da cui provenivano i fattori di oppressione e come
queste ragioni potevano essere sconfitte per liberare l’umanità
oppressa dall’oppressione. Materialisticamente, un tentativo è tale
finché la storia – cioè i fattori accaduti e quelli accadenti – non
ne sanciscono in maniera definitiva l’impossibilità alla
realizzazione. Marx “scopre” la classe operaia e salta da una parte
all’altra del globo terrestre rincorrendo lo mobilitazioni operaie
per “arrendersi” proprio alla vigilia delle più imponenti
manifestazioni di insubordinazioni di classe – la primavera del 1877
e gli anni successivi, negli Usa – per le 8 ore della giornata
lavorativa, contro i licenziamenti, per migliori condizioni di vita
in fabbrica, per l’elezione dei delegati ecc. ecc.. Sono cose di cui
un qualunque militante di sinistra sa o dovrebbe sapere, dunque non
scopro niente. Ad un certo punto, Marx smise – per dirla con il
compagno Dino – di visitare <<questa valle di lacrime>> sciogliendo
l’internazionale e cercò di dare una definizione organica al
Capitale. Engels si sforzò – dopo la sua morte – di portare a
compimento l’opera che doveva segnare l’inizio delle persecuzioni
dei pensieri notturni dei capitalisti.
L’assunto fondamentale di tutta l’opera di
Marx consiste nel ritenere che il modo capitalistico di produzione è
un fattore transitorio nella storia dell’umanità, ad esso può
succedere o la barbarie o il Comunismo, ovvero che una parte della
società ed esattamente quella generata, partorita dal Capitale
ad un certo punto riesca - sulle maceria della
partoriente e della sua stessa morte - una nuova e – forse – più
umana società.
Sono passati appena 129 anni dalla morte di
Marx – che nella storia rappresentano una quisquiglia – e stiamo
assistendo ad un fenomeno alquanto strano: quanto più si sviluppava
il modo di produzione capitalistico, cresceva cioè l’accumulazione,
più cresceva la “produzione” di marxisti; oggi che quel modo di
produzione si è internazionalizzato, si è mondializzato, e mostra le
sue prime crepe strutturali, ecco che scappano tutti i “marxisti”:
chi si ricrede, chi tenta di bussare ad altri usci, chi rinnega, chi
tradisce, chi corre al capezzale del capitale tentando di ravvivare
il moribondo, chi scopre un altro mondo capitalistico, chi
addirittura vorrebbe tornare al baratto, chi al nazionalismo
armonico e antimperialista, chi alla civiltà dei comuni, chi
all’obscina russa, ecc. ecc. .
Fuori da questa pletora di imbecilli (con i
quali avere pazienza è da beati francescani), pochi o pochissimi
compagni dei giorni nostri, fra i quali Gianni De Bellis e Mario
Fragnito, oltre agli altri con i quali si cerca di intavolare una
seria discussione di merito, cercano di dare seguito di
approfondimento al cardine della struttura del Capitale di Marx o
alla Critica dell’economia politica del Carletto individuando nel
fattore attuale – caduta tendenziale del saggio di profitto – con un
ragionamento logico, materiale, vero. Ebbene nei confronti di un
tentativo di merito, si scatena l’ira polemica del compagno Dino
definendole chiacchiere da bar.
Vorrei rivolgere un caloroso appello al
compagno, provi a leggere quello che scrive Michele Nobile su “ Le
Lezioni della crisi” quando afferma nella lezione n. 1 << La prima
lezione è che non esiste alcun nesso meccanico tra crisi, anche
crisi grave, e fuoriuscita dalla cosiddetta globalizzazione
neoliberista ; e non esiste neanche nessun nesso meccanico tra
crisi e rilancio della lotta di classe>>. Oppure
dell’ultimo “capolavoro” di un Gianfranco La Grassa. Cosa dovremmo
dire di fronte alle scemenze che in questo periodo se ne leggono a
fiumi? Niente, <<…..segui il tuo corso e lascia dir le genti. >> con
Marx sospiriamo.
Chi altrimenti scrive di caduta tendenziale
del saggio di profitto in questa fase storica, non fa – come
pretende di dimostrare Costanzo Preve - del determinismo
meccanicista crollista astratto, ma si sforza di leggere una
tendenza dell’andamento del Capitale per cercare di capire – e far
capire – a che punto è quel processo di transitorietà
di un modo di produzione divenuto ormai Sistema mondiale del
Capitale.
Ciò detto in premessa, vengo brevemente al
merito della questione, dando per acquisita la legge fondante
dell’elaborazione analitica di Marx sulla natura del modo di
produzione capitalistico, ovvero la valenza della legge del valore,
vero e proprio asso intorno a cui ruota l’analisi del modo di
produzione capitalistico divenuto Sistema del Capitale.
Il compagno Dino Erba, nella sua critica
afferma << …Per farla breve, l’orario di lavorio cresce – il salario
scende. De Bellis-Fragnito non ne hanno colto tutte le conseguenze,
poiché sostengono che il valore di scambio delle merci sarebbe in
calo, rispetto al loro valore d’uso (in poche parole le merci
costerebbero meno) >>.
Mi permetto – con garbo e molta umiltà – di
dire che il compagno non ha capito il senso di quello che scrivono i
compagni e cioè che c’è una s-valorizzazione in una
merce, se essa, nel suo ciclo-percorso, cioè:
produzione-merce//vendita-denaro//riproduzione-merce (M D M), ha
tempi morti che ne rallentano l’intero percorso-ciclo che ha bisogno
di un percorso sempre più veloce per tenere il passo con
l’accumulazione. Questo è scritto nel contributo dei compagni.
Se il compagno Dino ha capito una cosa diversa, può capitare, non è
un dramma, cosi come non sarebbe stato un dramma se i compagni
Gianni e Mario avessero sostenuto quello che Dino ha capito. Se non
ci predisponiamo alla reciproca comprensione, diffidando anche di
chi ci è più vicino, creiamo delle barriere di acredine utili a non
capire neanche noi stessi riflessi allo specchio. Il senso del
ragionamento dello scritto dei compagni va nella direzione della
comprensione dell’impoverimento del proletariato metropolitano in
una fase di crisi acuta come quello attuale di cui la caduta
tendenziale del saggio di profitto ne è una causa che i capitalisti
scaricano sui lavoratori nel tentativo di superare un ciclo che
rallenta l’accumulazione del capitale. Dunque non solo i compagni
stanno e vivono nella valle di lacrime, ma cercano di risalire alle
cause della lacrimazione di questa fase storica. Allo stesso modo –
fatte le dovute proporzioni qualitative e quantitative – che Marx
indicò ai tempi suoi.
Per quanto riguarda l’affermazione
<<….possiamo constatare che nel corso degli ultimi anni l’estorsione
di plusvalore relativo (indotta dalla calante introduzione di
nuove tecnologie nel processo produttivo) è stata via via
erosa dalla prevalente estorsione di plusvalore assoluto
(prolungamento della giornata lavorativa, diffusione del lavoro
nero, con conseguente riduzione del salario differito/welfare, fino
al ritorno di vere e proprie forme di schiavismo, e non solo nei
Paesi del Terzo Mondo) >>, personalmente la ritengo inesatta e da
quel che si evince dallo scritto di Gianni e Mario starebbero sulla
stessa lunghezza d’onda. Ma non sarebbe un dramma né in un caso né
nel caso opposto, perché il modo migliore è confrontarsi per capirsi
ragionando, possibilmente con dati che non abbondano in nostro
possesso. Io sto suggerendo un metodo che faccia piazza pulita di
una impostazione ultracentenaria che ha sempre visto i rivoluzionari
alla vigilia di grandi eventi contrapporsi polemicamente nel mentre
il movimento …..seguiva il suo corso e ….lasciava dir le genti. Gli
esempi se ne contano a milioni.
Sono molti anni che suggerisco di fare un
convegno seminariale – non di passerella dei vari gruppi così come
si è abituati a fare, ma di studio – sulla domanda: A che punto è
l’Accumulazione del Capitale. Un convegno all’interno del quale -
non che non si discuta delle lacrime e sangue, ma - che si tenta di
capire – nel mentre che Michele Nobile lo nega - a che punto siamo
rispetto al maturare del nesso meccanico
rallentamento dell’accumulazione, crisi e rilancio della lotta di
classe a scala mondiale.
Tutto qua?. Si tutto qua e non lo ritengo
affatto poco o per meglio ancora dire, non le ritengo chiacchiere da
bar dello sport.
Michele Castaldo
8 febbraio 2012
Appendice:
A proposito di chiacchiere da bar ...
Il compagno Michele Castaldo mi ha chiamato in causa con
il suo Una inutile quanto assurda polemica.
A questo punto, mi sento in dovere di fornire alcuni
chiarimenti in merito a quelle mie esternazioni che,
occasionalmente, provocano malumori, che peraltro intendo
volutamente provocare.
Orbene, da alcuni anni invio scritti, miei e di altri, che
una cerchia di affezionati lettori legge, apprezza e, a
volte, critica. Per quanto esigua, questa cerchia di
affezionati lettori mi consente di mantenere il contatto con
«la valle di lacrime».
E mai definizione fu più appropriata, per definire la
società forgiata dal modo di produzione capitalistico. Una
«valle» con la quale il buon Marx non perse mai il contatto.
Una «valle» che, oggi, la crisi del modo di produzione
capitalistico rende sempre più agitata, sollevando i travolgenti marosi
della lotta di classe. E dove sarebbe bene «esserci»...
Vivendo in questa «valle di lacrime», i miei affezionati
lettori non amano le «chiacchiere da bar» e quando si parla
di crisi economica desiderano sapere come affrontarla. E
allora ben vengano scritti come quello di Antonio Carlo, un
po’ prolissi ma ricchi di informazioni sullo «stato
dell’arte», che, demoliscono tante pericolose balle in
libera circolazione. Ed è in base a queste ricerche
(peraltro faticose ...), che poi è possibile abbozzare una
valutazione teorica di quanto sta avvenendo. Non facendo il
contrario, con facili (e gratificanti) fughe nel mondo delle
idee (in cui l’equivoco regna sovrano). E poi, forse, sarà
anche possibile abbozzare una prospettiva politica, il «Che
fare?» (senza scomodare Lenin). Ma questo, mi dispiace per
Michele, non avverrà mai, e mai è avvenuto, grazie a
«convegni seminariali». Ne abbiamo fatti tanti, e i
risultati sono sempre stati irrilevanti, se non dannosi (per
lo strascico polemico). Una prospettiva politica
rivoluzionaria può nascere (se nascerà) solo al fuoco della
lotta di classe. Affrontando i problemi posti dalla crisi e
dalle lotte. Altrimenti non si esce da quel vecchio mondo
(il pur simpatico bar dello sport), che a parole si vorrebbe
«superare».
Cordialmente, Dino Erba |