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Una risposta a Giussani
in relazione al lavoro “La crisi e il
saggio del profitto” pubblicato a inizio 2012
Ci riteniamo coinvolti in prima
persona dal lavoro di Giussani “La crisi e il saggio del profitto”
in cui egli sembra rigettare la validità dell’uso di tale grandezza
economica nell’analisi della crisi; noi pensiamo invece che abbia
una notevole importanza. Perciò qui prenderemo analiticamente in
esame il fenomeno della diminuzione tendenziale del saggio generale
di profitto nell’analisi dei motivi della crisi odierna.
Diciamo subito che, oltre a stimarlo
per altri lavori pregevoli fatti, condividiamo con lui anche parte
delle critiche mosse ai “marxisti”, ed anche ai marxisti senza
virgolette; pensiamo però che, seguendo in toto il suo ragionamento,
egli rischia di buttare via non solo l’acqua sporca ma anche il
bambino.
Per dimostrare la nostra tesi
prenderemo alcuni lunghi stralci dal lavoro di Giussani, procedendo
all’incirca sul filo del suo discorso; ma cercando di ribattere fin
dalla prima pagina:
<<…piccolo gruppo di economisti che cercano di
collegare la crisi alla tendenza declinante del saggio del profitto,
ma, siccome prima di poter far ciò bisogna stabilire se o meno
questa tendenza esista, ciascuno di questi autori si sente di
avanzare la propria misurazione empirica del movimento del saggio
del profitto nel periodo del dopoguerra, col risultato di avere in
pratica una pleiade di stime statistiche… visto che di saggi del
profitto ve ne sono millanta che tutta notte canta…se uno ha in
mente l’accumulazione, il saggio del profitto che interessa deve
essere direttamente connesso con l’accumulazione ossia quello del
settore corporate dell’economia al netto delle tasse. Al netto
delle tasse perché le tasse non si possono accumulare; e del settore
corporate perché il settore non corporate non conta praticamente
nulla nella formazione di capitale fisso. Andrew Kliman, certamente
uno dei maggiori sostenitori sia della caduta del saggio del
profitto che del nesso causale fra saggio del profitto e crisi,
molto gentilmente mette a disposizione i file di dati dei suoi
lavori>>
R. Innanzitutto, se il gruppo di
economisti che cerca di collegare la crisi alla tendenza declinante
del saggio del profitto è piccolo, mi sembra esagerato parlare di
una pleiade, o di millanta stime statistiche; e se sono tante,
perché Giussani va a scegliere proprio quelle del prof. Kliman…non
pensiamo che quest’ultimo sia l’unico economista del gruppo a
proporre come saggio generale di profitto un saggio “del settore
corporate al netto delle tasse”.
Per inciso, “corporate” dovrebbero
essere le imprese private; e per gli USA forse limitarsi ad esse può
anche andare bene, perché negli USA la gran parte dell’economia
risulta privatizzata, ma non siamo d’accordo che, in generale, i
profitti delle imprese statali non debbano essere conteggiati
nell’accumulazione e nella formazione di capitale fisso; spesso
infatti, in generale, mentre i profitti privati sono alti, lo Stato
va in perdita, sia perché si accolla i settori produttivi meno
profittevoli ma di importanza strategica, sia per i notevoli regali
che fa soprattutto ai grossi privati (industriali-banchieri) amici
dei politici; i privati che davvero comandano la baracca statale.
Un esempio eclatante lo abbiamo avuto
da poco a livello mondiale: l’aumento dei debiti degli stati sovrani
oggi svela il fatto che essi vengono prodotti altrove, dalle imprese
private, e scaricati sul solito pantalone; e questo tende a
nascondere il vero livello del saggio generale di profitto. Ma si
possono fare anche esempi più datati: la FIAT ebbe dal 1985 al 1988
ben 80 mila miliardi di lire in regalo, sotto varie forme, dallo
Stato Italiano; alla media di circa 20 mila miliardi annui, pari,
oggi, ad almeno 20 miliardi di euro annui. Non sappiamo se tale
cifra rispecchia la media dei regali elargiti alla FIAT anche negli
anni precedenti…ma se così fosse, si spiegherebbe circa la terza
parte del debito accumulato dallo Stato italiano fino all’88. Questo
per non parlare della “più recente” donazione dello stabilimento di
Pomigliano, di cui la FIAT pagò solo la prima rata. Altri compagni
più informati di noi potrebbero certo fare tanti altri esempi.
Questa questione dei “regali statali”,
di solito molto generosi verso i grandi gruppi industrial-finanziari
multinazionali ha quindi una notevole importanza anche sul computo
del saggio “generale” di profitto, cioè sulle parziali stime che
vari economisti fanno di esso. Purtroppo in questo campo, visti i
notevoli interessi in gioco, è abbastanza difficile raccogliere dati
reali, come è poi difficile, da essi, ricavare elaborazioni davvero
attendibili.
Un esempio banale: se un’azienda
riceve annualmente 100 dallo Stato, anche in forme occultate, e poi
dichiara profitti per 30 nascondendo al fisco 80, in realtà se non
avesse ricevuto aiuti sarebbe stata capace di ricavare profitti solo
per 30 + 80 – 100 = 10 mentre il profitto dichiarato è 30. Quindi se
lo Stato si indebita molto per aiutare i grandi gruppi finanziari,
non è corretto, nel computo del saggio di profitto, non tenere conto
anche del debito dello Stato.
Perciò diamo parzialmente ragione a
Giussani sul fatto che le stime sul saggio, dovendo tener conto di
tanti fattori, possono essere di parte: a seconda di quello che si
vorrebbe dimostrare o nascondere, si potrebbe tendere a dare pesi
arbitrari ai vari dati raccolti, cioè a manipolarli, oppure a
prendere solo i dati elaborati da determinati autori…anche se
pensiamo vi siano anche economisti più seri che almeno cercano di
non farsi prendere da questa tentazione (e qualcuno lo conosciamo
direttamente).
Tentazione che però non sembra
risparmiare … proprio Giussani. Ci domandiamo infatti perché, tra le
millanta stime che egli dice che esistano, non sceglie ad es. anche
le stime presenti nel recente lavoro (dell’ottobre 2011) “la crisi e
l’euro” del prof. Guglielmo Carchedi, che quasi certamente avrà
avuto occasione di leggere.
Probabilmente perché tali stime hanno,
almeno in parte, diverso andamento di quelle di Kliman, e quindi
egli avrebbe avuto molte più difficoltà a fare il discorso che aveva
in mente di fare? Come si può vedere più giù, le diversità tra i
grafici dei due economisti, almeno negli ultimi 30 anni, sono
rilevabili.
Carchedi:

Kliman:

Si dovrebbe notare
infatti che i due grafici sono abbastanza somiglianti fino al 1980
circa, poi quello di Kliman, fino al 2001, è forse leggermene meno
discendente, ma ancora simile; però il grafico di Carchedi è più
completo poiché arriva fino al 2010 invece che al 2007; se anche il
grafico di Kliman fosse arrivato al 2010 probabilmente il trend
degli ultimi 30 anni non sarebbe stato così ascendente come sembra a
Giussani.
Abbiamo visto
inoltre altri grafici, di altri autori, che incorporano periodi
molto più lunghi, secolari; e più nazioni. In essi il trend
discendente risulta lento ma inequivocabile. Perché allora Giussani
utilizza proprio il grafico di Kliman, visto che il capitalismo è
dominante da almeno due secoli e che il suo lavoro è del 2012 e non
del 2008?
Diciamo questo,
appunto per evidenziare che spesso si tende ad utilizzare, anche in
buona fede, i dati reperibili, ad uso e consumo di ciò che si vuole
sostenere e che Giussani, almeno nel lavoro in questione, non ci
sembra fare eccezione; in altre parole riteniamo che, anche se varie
cose nel suo discorso possono essere accettabili, questo non è un
buon modo di procedere a prescindere da se quello che si dice in
seguito sia giusto o meno.
Perciò, di conseguenza, ci sembra
abbastanza azzardata l’affermazione che:
<<la crisi è arrivata dopo un trend
ascendente, o comunque non certo discendente, piuttosto prolungato,
del saggio del profitto>>
Prendiamo ora uno
stralcio successivo:
<<…impossibile sostenere che il saggio del
profitto abbia tendenzialmente declinato lungo tutto il periodo
dalla fine della guerra ad oggi, come è impossibile sostenere che la
caduta del saggio del profitto abbia causato la crisi, la seconda
per dimensioni dopo la depressione degli anni ’30, che il
capitalismo sta passando.>>
R. Ed infatti noi personalmente non
sosteniamo che la diminuzione tendenziale del saggio generale di
profitto sia la causa di fondo della crisi, ma semplicemente
che questo fenomeno, come anche il rallentamento dell’accumulazione,
siano entrambi termometri, indici, dei meccanismi ancora più
profondi con cui procede l’accumulazione di capitale; sosteniamo che
essi che siano entrambi indici di cause più nascoste, che Marx
cominciò ad intuire e che, a nostro parere, nonostante l’enorme mole
della letteratura marxista e “marxista” prodotta in seguito, pochi
altri hanno indagato e approfondito. Per questo Marx, e nessuno può
negarlo, dedica a questo fenomeno della diminuzione tendenziale del
saggio generale tanta attenzione: egli metteva chiaramente in
evidenza come i capitalisti, istintivamente, si preoccupassero molto
quando incominciavano ad avere la sensazione che tale saggio
cominciasse a scendere.
Come già abbiamo detto altrove, uno
dei pochi economisti a noi noto che, dopo Marx, ha tentato con
successo (a nostro modesto parere) di approfondire questo discorso
sulle cause di fondo, è stato l’ebreo polacco Henryk Grossman nella
prima metà del ‘900 (i suoi studi furono criticati da Giussani in un
lavoro di vari anni fa…ma pensiamo di poter dimostrare a chiunque
sia interessato e ci contatti che, pur avendo il merito di aver
almeno letto l’opera principale di Grossman, la sua critica dimostra
che egli non ne ha capito le parti più importanti né tratto le
giuste conseguenze).
Tornando ai due indici di cui prima,
sosteniamo anche che, non c’è nulla da fare, a lungo andare (nel
tempo), cioè sul lungo periodo, i due fenomeni usabili come
termometri/indici – ma che non sono cause di fondo – devono per
forza presentare una correlazione…sempre che i dati siano
corretti.
A parziale sostegno di quest’ultima
nostra affermazione riportiamo altri due grafici che Carchedi
presenta nel suo summenzionato lavoro:


Dal confronto dei due grafici sembra
chiaro che se il saggio di sfruttamento degli operai non fosse
aumentato, dal 1990 circa ad oggi, il saggio di profitto sarebbe
sceso ancora di più; sembra quindi evidente sperimentalmente, oltre
che logicamente, che se il saggio di sfruttamento degli operai fosse
ancora più alto, ceteris paribus, ci sarebbe maggior
plusvalore che potrebbe essere eventualmente reinvestito in mezzi di
produzione; di conseguenza il saggio di profitto sarebbe più alto e
potrebbe esserlo, potenzialmente, anche il tasso di accumulazione; e
viceversa.
Ricordiamoci però il ceteris
paribus, perché, se per qualche altra ragione diminuisse
il tasso di investimento produttivo, allora il tasso di
accumulazione potrebbe rallentare molto di più del tasso di
profitto.
Ed una delle ragioni importanti
che prima o poi spinge a far diminuire il tasso di investimento
produttivo deriva proprio dal modo con cui il capitale si accumula.
Per accumularsi e combattere la diminuzione tendenziale di cui
prima, il capitale ha bisogno di continue innovazioni dei mezzi
produttivi (e dei prodotti di consumo). Come conseguenza di ciò
aumentano in modo sempre più parossistico, vulcanico, sia lo
sfruttamento della forza-lavoro e delle risorse del pianeta che la
quantità dell’offerta delle merci. Sul mercato si fionda una pletora
sempre più grande di prodotti, e di sempre più diversi e nuovi tipi
di valori d’uso. Di conseguenza, sempre più facilmente i mercati
tendono alla saturazione, perché la velocità con cui si
ingrandiscono, per quanto alta, non può mai essere paragonabile a
quella dell’aumento della produzione di valori d’uso. La famosa
frase di Amedeo Bordiga “il vulcano della produzione si arena nella
palude del mercato” rende bene la situazione.
Per inciso, queste caratteristiche
appena dette dell’accumulazione sono anche responsabili della spinta
che ha caratterizzato il capitalismo ad essere così pervasivo, a
tendere a soppiantare col tempo, su tutto il mondo, i modi di
produzione non capitalistici; in altre parole a diffondere su tutto
il mondo i rapporti di produzione capitalistici: processo che si era
ormai quasi completato già ai tempi di Lenin.
Quando il compagno Michele Castaldo,
in una sua lettera, scrisse giustamente:
<<Il nostro modo di fare denuncia
tende ad ingigantire sempre la forza del Sistema sociale, mai a
denunciarne le sue fragilità intrinseche. … Quando [oggi] quel modo
di produzione ha scavalcato ogni confine, si è imposto in ogni
angolo del pianeta, e comincia a declinare, i rivoluzionari ne
cantano le glorie a venire piuttosto che vederne il principio della
fine. Siamo alla …patetica.>>
Noi d’istinto commentammo:
<<è la molla della reazione alla
secolare tendenza all’abbassamento del saggio di profitto [in altre
parole, della reazione al secolare rallentamento dell’accumulazione
di valore] che spinge, come “controtendenza” principale, ad un’
aumento della produttività di tipo esponenziale e di conseguenza,
pur non meccanica, ad un aumento della produzione di tipo
esponenziale. Questo aumento è a sua volta la molla per scavalcare
ogni confine, la molla che apre e forza ogni possibile nuovo
mercato, che spinge il capitalismo ad imporsi in ogni angolo del
pianeta>>
Ovviamente il completamento di questo
processo è un’ulteriore problema per il capitalismo, che non ha
altri spazi su cui imporre i rapporti mercificati, depredare
risorse, sfruttare manodopera…e vendere i prodotti di media-alta
tecnologia.
Quindi nel capitalismo esiste sempre,
ma oggi ancor di più, uno squilibrio sempre più accentuato tra
offerta e domanda: la famosa ipotesi di equilibrio cara all’economia
classica non è reale, anche se a volte può essere accettabile come
ipotesi di lavoro. In ogni periodo dato questo squilibrio è una
gravissima minaccia ai profitti futuri perché se le vendite
crollassero, in tempi rapidissimi crollerebbero anche i profitti e
l’accumulazione. Ovviamente questo è tanto più vero per tempi come
quelli di oggi, problematici per l’accumulazione.
E con queste prospettive, di produrre
per poi non vendere, l’incentivo ad investire produttivamente si può
abbassare drasticamente anche quando i profitti non sono ancora
proprio bassi e quindi l’accumulazione può rallentare ulteriormente.
Giussani poi sostiene che:
<<Naturalmente può benissimo essere
che la diminuzione tendenziale del saggio del profitto giunta sino
agli anni ’80 abbia messo in moto un meccanismo che attraverso un
lungo periodo di incubazione e molte mediazioni, abbia infine
generato il disastro corrente. Ma non certo di per sé. E senza
l’esame di tutte queste mediazioni, sulla crisi attuale non si
può letteralmente dire niente.>>
R. Ora è certamente vero il fatto che
fenomeni di fondo determinano il modo in cui nel capitalismo avviene
l’accumulazione. Essi manifestano il loro effetto attraverso lunghi
periodi di incubazione e molte mediazioni, di cui il saggio medio
del profitto è solo un “termometro”.
Bisogna, perciò, saperli collegare sia
all’influenza che essi hanno sul saggio e sull’accumulazione, sia
bisogna considerare tutte le mediazioni, fino al disastro (per il
capitale, se ci si ritiene rivoluzionari) corrente.
Ma, se è vero che non molti marxisti
sanno legare le cause di fondo agli indici (saggio di profitto e di
accumulazione) non ci sembra vero che, come lui dice, non vi sia
nessun marxista che abbia esaminato abbastanza correttamente le
“mediazioni” a partire dal saggio fino al “disastro” corrente. A
nostro parere oggi ve è più d’uno che ha fatto buoni lavori in tal
senso (ad es. Guglielmo Carchedi, Marco Sacchi, Maurizio Donato…),
anche se probabilmente è vero che nella descrizione dei fenomeni
finanziari sono più bravi quelli che non si ispirano al marxismo.
Anzi diremmo che i più bravi sono proprio i capitalisti che, in tal
campo, di imbrogli cento ne fanno e mille ne pensano: ci vogliono la
mentalità e le mani in pasta, non bastano solo lo studio, la logica
e la fantasia!
Ancora, in seguito Giussani afferma:
<<Poiché nella classica idea
marxiana la tendenza alla diminuzione del saggio del profitto è solo
la manifestazione del regolare procedere dell’accumulazione di
capitale, è ovvio che una crisi che sia direttamente causata dalla
tendenza al ribasso del saggio del profitto deve sopraggiungere come
culmine e arresto di un periodo di forte accumulazione.>>
R. Se il saggio di profitto decresce
continuamente per un lungo periodo, non ci sembra si possa affermare
con sicurezza che l’accumulazione procede regolarmente,
perché il suo saggio dovrebbe tendere continuamente a diminuire. Ma
poi che vuol dire “regolarmente”? Infatti, il fatto che
l’accumulazione “proceda regolarmente” oppure stenti, o addirittura
stagni, o peggio, “dipende” o meglio è legato, alla rapidità
con cui il saggio generale di profitto decresce. Se decresce
lentamente il capitalismo potrebbe non averne grosso impaccio…se
decresce catastroficamente e tutt’altra musica!! Quindi queste
affermazioni sono completamente imprecise…e perciò anche le seguenti
non hanno senso nel contesto:
<< Il saggio di accumulazione si
riduce abbastanza violentemente, una parte dei mezzi di produzione e
delle scorte rimane invenduta, la forza-lavoro impiegata si contrae
e con essa la domanda di beni di consumo, e la crisi si generalizza
più o meno a tutti i settori produttivi. Ma la crisi iniziatasi nel
2007-2008 non è il risultato finale di un processo di forte
accumulazione bensì l’esatto contrario.>>
Riportiamo ora il grafico che espone
Giussani in relazione all’accumulazione:

Esso ha il solito difetto di riferirsi
solo al settore corporate, ma anche il riferirsi solo agli USA è un
limite (per quanto non imputabile tanto al compagno Giussani: è
abbastanza difficile avere dati mondiali attendibili), poiché una
nazione imperialista accumula anche a danno delle nazioni oppresse
dall’imperialismo.
Eppure, ovviamente, i grafici relativi
all’accumulazione, per i motivi già detti, visualizzano meglio la
crisi rispetto a quelli relativi al saggio di profitto.
E ben dice, stavolta, Giussani, che:
<<Ora, se la crisi consiste nel
declino dell’accumulazione, allora è latentemente in atto da circa
venticinque anni, in quasi perfetta coincidenza con il boom
speculativo,>>
Ma prosegue male …sempre per i motivi
già detti e che è ormai inutile ripetere:
<<e la Great Recession in un modo o
nell’altro non può essere che l’esito di questo progressivo venir
meno dell’accumulazione di capitale e non della diminuzione
tendenziale del saggio del profitto.>>
Vediamo ora come Giussani affronta il
nodo della finanza; ne esponiamo un lungo stralcio:
<<…la differenza fra profitti
realizzati e profitti accumulati è stata impiegata sotto forma di
capitale speculativo … saggio dell’accumulazione speculativa che ha
proceduto nel dopoguerra … declinando fino ad annullarsi al
principio degli anni ’80 e poi aumentando piuttosto vigorosamente
fino ai massimi di qualche anno fa.
Questo dovrebbe permettere di valutare
un’asserzione che oggi gira abbastanza di frequente fra i marxisti,
secondo la quale il capitale ad un certo punto avrebbe virato verso
la finanza perché il saggio del profitto era ormai troppo basso e
scarseggiavano occasioni di investimento produttivo abbastanza
redditizie mentre la finanza garantiva profitti più alti.
Questa teoria, così logica per molti,
non vale assolutamente nulla. Il settore finanziario ha realizzato
un saggio del profitto superiore a quello del settore non
finanziario lungo tutto il dopoguerra, ma la conversione dei
profitti realizzati in capitale fittizio è cominciata solo
all’inizio degli anni ’80, praticamente in coincidenza con la
recessione del 1980-81. E come mai il saggio del profitto settoriale
della finanza è relativamente più alto e tende ad innalzarsi? Questo
può essere dovuto soltanto ad un boom speculativo già avviato cioè
allo spostamento già in corso dei profitti verso la
speculazione. La spiegazione funziona quindi, ma in senso inverso: è
il trasferimento di capitale monetario alla finanza che determina
l’innalzamento dei profitti finanziari e speculativi e non
viceversa…
Che il saggio del profitto sia troppo
basso o insufficiente è poi un’affermazione che non ha nessun senso
logico se si manca di precisare rispetto a cosa è troppo basso (o
magari troppo alto): potrebbe ad esempio essere insufficiente
rispetto al saggio corrente di interesse se l’indebitamento delle
aziende produttive è relativamente alto. Ma in una situazione di
questo genere la reazione del capitale produttivo potrà essere
qualsiasi ma sicuramente non quella di trasferirsi nel
circuito della speculazione
E, last but non least, se è
vero che il saggio del profitto ottenibile con la finanza è stato (e
magari è ancora) maggiore di quello non finanziario, quale nesso ci
può essere fra la crisi e la sottostante diminuzione tendenziale del
saggio del profitto, considerando anche che la crisi è venuta dopo
quansi trent’anni di accumulazione finanziaria caratterizzata da un
saggio del profitto relativamente più alto del resto
dell’economia?>>
Evidenziamo in sostanza le sue
opinioni:
1.
il profitto finanziario è stato sempre
maggiore di quello produttivo
2.
non si sa rispetto a cosa il saggio di
profitto sia basso o alto
3.
non è vero che sono i profitti
finanziari più alti che spostano i capitali verso la finanza
Qui Giussani ci dovrebbe innanzitutto
spiegare perché, se il profitto finanziario è sempre maggiore di
quello produttivo, il capitale non viene sempre investito
tutto in finanza e nulla nella produzione, visto che i
capitalisti tendono a ricercare sempre il massimo profitto.
Evidentemente, se non si producesse
più nulla, ma proprio nulla, in valore d’uso, allora il
profitto finanziario diventerebbe solo carta straccia!
E se i capitali dopo gli anni ’80
hanno virato verso la finanza, è per due motivi, in sé legati:
1.
perché il saggio generale di profitto
era già in realtà piuttosto basso, nonostante gli occultamenti delle
statistiche ufficiali, trappola in cui cade anche lui;
2.
i mercati delle merci erano in
generale saturi e quindi le aspettative per i futuri profitti
rischiavano di essere addirittura catastrofiche se la produzione di
valore d’uso si fosse ancora incrementata a ritmi esponenziali senza
poi poter essere venduta e trasformata quindi in valore.
Ma di tutto questo Giussani non tiene
conto.
Per cui, alla sua affermazione:
<<…che il saggio del profitto sia
troppo basso o insufficiente è poi un’affermazione che non ha nessun
senso logico se si manca di precisare rispetto a cosa è
troppo basso …>>
rispondiamo che un capitalista
qualsiasi che ha le prospettive descritte nel secondo punto sa bene,
invece, rispetto a cosa deve valutare questa “bassezza”.
Quindi, se è vero che Giussani ha
ragione sul fatto che non sono stati i profitti finanziari più alti
che hanno spostato molti capitali verso la finanza, però, secondo
noi, rinunciando egli a capire in modo completo il termometro
“saggio di: profitto/accumulazione” non riesce a capire il vero
motivo di questo spostamento.
Infine, egli afferma:
<<Se la forza della teoria
postkenesiana è apparente, in compenso la forza della teoria dei
marxisti è assolutamente invincibile. Si sa bene che quello che non
esiste in nessun modo può venire sconfitto e che tutto senza
eccezioni evolve verso il nulla eterno.>>
Ora, siamo sicuri che egli sia un
bravissimo compagno, abbiamo letto anche altri suoi lavori
pregevoli, ma proprio per questo siamo abbastanza attoniti nel
leggere affermazioni come quest’ultima su reti, blog e siti che si
dichiarano marxisti.
Nella notte nera tutte le vacche
sono nere. (Hegel).
Dopo aver letto il
suo scritto, infatti, ad ogni buon lettore viene da chiedersi: ma
per Giussani da cosa sarebbe generata la crisi attuale?
L’interrogativo rimane senza risposta, tranne una lunga esposizione
critica su coloro (presunti marxisti inconseguenti) che hanno
cercato di dare una risposta addebitandola alla caduta tendenziale
del saggio di profitto.
Lo scritto di
Giussani, comunque, si presta per il semplicismo dell’analisi e
dell’esposizione a facili critiche.
Alcune le abbiamo
già fatte.
Ma la cosa secondo
noi fondamentale, che Giussani sembra ignorare, è la capacità
camaleontica del sistema capitalistico di cercare di ritardare la
sua crisi mettendo in atto delle controtendenze destinate appunto a
frenare la famosa caduta tendenziale del saggio di profitto. Sembra
ignorare perciò innanzitutto la struttura reale del capitalismo
internazionale e la sua strutturazione in sistema gerarchico e
piramidale imperialistico.
Un sistema che ha
assunto negli Stati avanzati l’aspetto finanziario e dei servizi è
diventato preponderante nell’economia degli ultimi anni perché
considerate attività economiche ad alto rendimento. Le attività
produttive, tranne quelle ad alta tecnologia e di ricerca e
sviluppo, soprattutto belliche, sono state delocalizzate nei paesi
emergenti. Il mondo è ormai diventato un sistema economico unico
dove i paesi ricchi si sono riservati la finanza, la ricerca e la
produzione nei settori di alta tecnologia, mentre ai paesi emergenti
tocca quasi esclusivamente la manifattura.
In precedenza, a
cavallo dell’’800-‘900 la finanza interveniva direttamente a
sostegno della produzione, ora questo aspetto sembra diventato un
fatto indiretto e apparentemente marginale.
L’impaccio della
valorizzazione che si è avuta, come già detto, nella sfera
produttiva D-M-D’ ha creato le condizioni per la preferenza
nell’investimento finanziario esclusivamente monetario e addirittura
nell’economia “ illegale “, alla faccia dell’aspetto “ etico” del
capitalismo.
Il trionfo di
Keynes nella dottrina economica degli ultimi 70 anni, al di là delle
apparenze, è stato totale ed ha contagiato anche i presunti
marxisti. In ossequio a questa scuola economica le banche e le
finanziarie hanno, soprattutto negli ultimi anni, incominciato ad
abbondare nelle offerte di mutui, crediti, crediti al consumo,
dilazioni di pagamenti ecc. . Basta guardare le città italiane,
anche le più piccole, che hanno visto spuntare come funghi
finanziarie dappertutto. In alcuni stati (Spagna, Stati Uniti) i
cittadini sono arrivati ad indebitarsi per il 130% del reddito
atteso disponibile. La ricchezza ottenuta comprando e vendendo
(trading) rapidamente azioni, obbligazioni, futures, nonostante sia
di derivazione esclusivamente cartacea, frutto del rigonfiamento
della bolla speculativa, può benissimo essere spesa nel mercato e
contribuire allo smaltimento dei beni di consumo. L’invito
generalizzato che viene dai mass media, dagli esperti ecc è che
bisogna consumare, consumare e ancora consumare, così si
salvaguardano la produzione e l’economia nazionale permettendo che i
profitti si realizzino. Così il ciclo D-M-D’ si salva completandosi
o come direbbero gli economisti borghesi “l’economia gira”. Infatti
si è indotti a fare nuovi investimenti produttivi solo se il ciclo
viene completato, ossia la merce venduta. Ma, è come se regolando la
portata di un fiume con delle dighe a valle, si potesse influire
sullo scioglimento del ghiacciaio a monte da cui ha origine, senza
intervenire sulle cause che portano al riscaldamento globale. Una
pretesa assurda. Marx l’aveva previsto nell’’800, ma ora, come si
sa, quasi tutti dicono che è superato”….” E’ chiaro, col senno di
poi e a dispetto di Keynes, che la bolla speculativa era destinata
prima o poi a sgonfiarsi oppure a scoppiare
poiché la ricchezza, nel frattempo, aumentata è solo
cartacea e non ha corrispondenza con il reale aumento del plusvalore
mondiale totale.
Inoltre, non ci
potrà mai essere una perfetta sincronia tra un fenomeno (la
produzione) che precede ed uno (la circolazione) che segue,
cercando di influire sul secondo per renderlo armonico con il primo.
Anche in economia
la macchina del tempo non è stata ancora inventata.
A proposito di
quanto detto sopra suggeriremmo al buon compagno Giussani di leggere
due ottimi libri di Paul Mattik: “ Crisi e teorie della crisi “ e “
Marx e Keynes “…ma di stare attento a dove reperirli, a non pagar
prima nessun libro di Mattik, perché noi ci abbiamo rimesso qualche
soldo…
Quanto alla crisi
essa non si estende, per il momento, a tutta l’economia mondiale, ci
sono i famosi BRICS (Brasile, Russia, Cina, India e Sudafrica) che
hanno ancora tassi di sviluppo relativamente alti e debiti statali
bassi dati lo scarso o inesistente livello di welfare ivi
attualmente esistente. Ma essi sono una piccola eccezione che
confermano la regola, anche se incominciano anch’essi a scivolare
gradatamente in difficoltà economiche. Sono paesi le cui economie
hanno questa parvenza di solidità per due ragioni fondamentali. In
essi sono state delocalizzate dai paesi avanzati molte attività
produttive dato il bassissimo costo della forza lavoro e alcuni
(Russia, Brasile, Sudafrica) hanno grandi riserve di materie prime
da vendere sui mercati internazionali delle commodity. Proprio
queste delocalizzazioni hanno permesso alle grandi società che hanno
delocalizzato (multinazionali o transnazionali che dir si voglia) di
realizzare grandi profitti in questi mercati che attualmente ancora
tirano, a differenza degli asfittici mercati domestici. Fare
tutt’erba un fascio e paragonare il saggio di profitto ottenuto ad
esempio da una multinazionale in Brasile e in Europa è perciò
un’operazione scorretta, che non ci fa vedere le reali ragioni,
dimensioni ed evoluzione della crisi.
In soldoni le
critiche che muoviamo a Giussani sono :
1.
non si capisce dal
suo scritto perché la crisi c’è e da quale meccanismo sia generata;
2.
non emerge dal suo
scritto il profondo cambiamento che ha subito la finanza da almeno
30 anni a questa parte, dal ruolo sempre più debordante che hanno
assunto in tutti questi anni l’emissione di titoli fittizi, del
susseguirsi e proliferare, sempre in questi anni, delle bolle
speculative e dal loro intrecciarsi strettamente all’andamento del
ciclo economico;
3.
non si spiega il
ruolo ormai preponderante che la finanza ha assunto nei paesi
imperialisti più forti;
4.
non si spiega,
nonostante le liberalizzazioni economiche e la diminuzione del
welfare avvenute in questi ultimi anni nei paesi avanzati, il ruolo
addirittura maggiore assunto dallo stato nei paesi imperialisti
attraverso l’uso e l’abuso del debito pubblico a sostegno diretto ed
indiretto dell’accumulazione capitalistica.
Gianni De Bellis e
Mario Fragnito
3 febbraio 2012 |