febbraio 2012

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Una risposta a Giussani

in relazione al lavoro “La crisi e il saggio del profitto” pubblicato a inizio 2012
 

Ci riteniamo coinvolti in prima persona dal lavoro di Giussani “La crisi e il saggio del profitto” in cui egli sembra rigettare la validità dell’uso di tale grandezza economica nell’analisi della crisi; noi pensiamo invece che abbia una notevole importanza. Perciò qui prenderemo analiticamente in esame il fenomeno della diminuzione tendenziale del saggio generale di profitto nell’analisi dei motivi della crisi odierna.

Diciamo subito che, oltre a stimarlo per altri lavori pregevoli fatti, condividiamo con lui anche parte delle critiche mosse ai “marxisti”, ed anche ai marxisti senza virgolette; pensiamo però che, seguendo in toto il suo ragionamento, egli rischia di buttare via non solo l’acqua sporca ma anche il bambino.

Per dimostrare la nostra tesi prenderemo alcuni lunghi stralci dal lavoro di Giussani, procedendo all’incirca sul filo del suo discorso; ma cercando di ribattere fin dalla prima pagina:

<<…piccolo gruppo di economisti che cercano di collegare la crisi alla tendenza declinante del saggio del profitto, ma, siccome prima di poter far ciò bisogna stabilire se o meno questa tendenza esista, ciascuno di questi autori si sente di avanzare la propria misurazione empirica del movimento del saggio del profitto nel periodo del dopoguerra, col risultato di avere in pratica una pleiade di stime statistiche… visto che di saggi del profitto ve ne sono millanta che tutta notte canta…se uno ha in mente l’accumulazione, il saggio del profitto che interessa deve essere direttamente connesso con l’accumulazione ossia quello del settore corporate dell’economia al netto delle tasse. Al netto delle tasse perché le tasse non si possono accumulare; e del settore corporate perché il settore non corporate non conta praticamente nulla nella formazione di capitale fisso. Andrew Kliman, certamente uno dei maggiori sostenitori sia della caduta del saggio del profitto che del nesso causale fra saggio del profitto e crisi, molto gentilmente mette a disposizione i file di dati dei suoi lavori>>

R. Innanzitutto, se il gruppo di economisti che cerca di collegare la crisi alla tendenza declinante del saggio del profitto è piccolo, mi sembra esagerato parlare di una pleiade, o di millanta stime statistiche; e se sono tante, perché Giussani va a scegliere proprio quelle del prof. Kliman…non pensiamo che quest’ultimo sia l’unico economista del gruppo a proporre come saggio generale di profitto un saggio “del settore corporate al netto delle tasse”.

Per inciso, “corporate” dovrebbero essere le imprese private; e per gli USA forse limitarsi ad esse può anche andare bene, perché negli USA la gran parte dell’economia risulta privatizzata, ma non siamo d’accordo che, in generale, i profitti delle imprese statali non debbano essere conteggiati nell’accumulazione e nella formazione di capitale fisso; spesso infatti, in generale, mentre i profitti privati sono alti, lo Stato va in perdita, sia perché si accolla i settori produttivi meno profittevoli ma di importanza strategica, sia per i notevoli regali che fa soprattutto ai grossi privati (industriali-banchieri) amici dei politici; i privati che davvero comandano la baracca statale.

Un esempio eclatante lo abbiamo avuto da poco a livello mondiale: l’aumento dei debiti degli stati sovrani oggi svela il fatto che essi vengono prodotti altrove, dalle imprese private, e scaricati sul solito pantalone; e questo tende a nascondere il vero livello del saggio generale di profitto. Ma si possono fare anche esempi più datati: la FIAT ebbe dal 1985 al 1988 ben 80 mila miliardi di lire in regalo, sotto varie forme, dallo Stato Italiano; alla media di circa 20 mila miliardi annui, pari, oggi, ad almeno 20 miliardi di euro annui. Non sappiamo se tale cifra rispecchia la media dei regali elargiti alla FIAT anche negli anni precedenti…ma se così fosse, si spiegherebbe circa la terza parte del debito accumulato dallo Stato italiano fino all’88. Questo per non parlare della “più recente” donazione dello stabilimento di Pomigliano, di cui la FIAT pagò solo la prima rata. Altri compagni più informati di noi potrebbero certo fare tanti altri esempi.

Questa questione dei “regali statali”, di solito molto generosi verso i grandi gruppi industrial-finanziari multinazionali ha quindi una notevole importanza anche sul computo del saggio “generale” di profitto, cioè sulle parziali stime che vari economisti fanno di esso. Purtroppo in questo campo, visti i notevoli interessi in gioco, è abbastanza difficile raccogliere dati reali, come è poi difficile, da essi, ricavare elaborazioni davvero attendibili.

Un esempio banale: se un’azienda riceve annualmente 100 dallo Stato, anche in forme occultate, e poi dichiara profitti per 30 nascondendo al fisco 80, in realtà se non avesse ricevuto aiuti sarebbe stata capace di ricavare profitti solo per 30 + 80 – 100 = 10 mentre il profitto dichiarato è 30. Quindi se lo Stato si indebita molto per aiutare i grandi gruppi finanziari, non è corretto, nel computo del saggio di profitto, non tenere conto anche del debito dello Stato.

Perciò diamo parzialmente ragione a Giussani sul fatto che le stime sul saggio, dovendo tener conto di tanti fattori, possono essere di parte: a seconda di quello che si vorrebbe dimostrare o nascondere, si potrebbe tendere a dare pesi arbitrari ai vari dati raccolti, cioè a manipolarli, oppure a prendere solo i dati elaborati da determinati autori…anche se pensiamo vi siano anche economisti più seri che almeno cercano di non farsi prendere da questa tentazione (e qualcuno lo conosciamo direttamente).

Tentazione che però non sembra risparmiare … proprio Giussani. Ci domandiamo infatti perché, tra le millanta stime che egli dice che esistano, non sceglie ad es. anche le stime presenti nel recente lavoro (dell’ottobre 2011) “la crisi e l’euro” del prof. Guglielmo Carchedi, che quasi certamente avrà avuto occasione di leggere.

Probabilmente perché tali stime hanno, almeno in parte, diverso andamento di quelle di Kliman, e quindi egli avrebbe avuto molte più difficoltà a fare il discorso che aveva in mente di fare? Come si può vedere più giù, le diversità tra i grafici dei due economisti, almeno negli ultimi 30 anni, sono rilevabili.

Carchedi:

Kliman:

Si dovrebbe notare infatti che i due grafici sono abbastanza somiglianti fino al 1980 circa, poi quello di Kliman, fino al 2001, è forse leggermene meno discendente, ma ancora simile; però il grafico di Carchedi è più completo poiché arriva fino al 2010 invece che al 2007; se anche il grafico di Kliman fosse arrivato al 2010 probabilmente il trend degli ultimi 30 anni non sarebbe stato così ascendente come sembra a Giussani.

Abbiamo visto inoltre altri grafici, di altri autori, che incorporano periodi molto più lunghi, secolari; e più nazioni. In essi il trend discendente risulta lento ma inequivocabile. Perché allora Giussani utilizza proprio il grafico di Kliman, visto che il capitalismo è dominante da almeno due secoli e che il suo lavoro è del 2012 e non del 2008?

Diciamo questo, appunto per evidenziare che spesso si tende ad utilizzare, anche in buona fede, i dati reperibili, ad uso e consumo di ciò che si vuole sostenere e che Giussani, almeno nel lavoro in questione, non ci sembra fare eccezione; in altre parole riteniamo che, anche se varie cose nel suo discorso possono essere accettabili, questo non è un buon modo di procedere a prescindere da se quello che si dice in seguito sia giusto o meno.

Perciò, di conseguenza, ci sembra abbastanza azzardata l’affermazione che:

<<la crisi è arrivata dopo un trend ascendente, o comunque non certo discendente, piuttosto prolungato, del saggio del profitto>>

Prendiamo ora uno stralcio successivo:

<<…impossibile sostenere che il saggio del profitto abbia tendenzialmente declinato lungo tutto il periodo dalla fine della guerra ad oggi, come è impossibile sostenere che la caduta del saggio del profitto abbia causato la crisi, la seconda per dimensioni dopo la depressione degli anni ’30, che il capitalismo sta passando.>>

R. Ed infatti noi personalmente non sosteniamo che la diminuzione tendenziale del saggio generale di profitto sia la causa di fondo della crisi, ma semplicemente che questo fenomeno, come anche il rallentamento dell’accumulazione, siano entrambi termometri, indici, dei meccanismi ancora più profondi con cui procede l’accumulazione di capitale; sosteniamo che essi che siano entrambi indici di cause più nascoste, che Marx cominciò ad intuire e che, a nostro parere, nonostante l’enorme mole della letteratura marxista e “marxista” prodotta in seguito, pochi altri hanno indagato e approfondito. Per questo Marx, e nessuno può negarlo, dedica a questo fenomeno della diminuzione tendenziale del saggio generale tanta attenzione: egli metteva chiaramente in evidenza come i capitalisti, istintivamente, si preoccupassero molto quando incominciavano ad avere la sensazione che tale saggio cominciasse a scendere.

Come già abbiamo detto altrove, uno dei pochi economisti a noi noto che, dopo Marx, ha tentato con successo (a nostro modesto parere) di approfondire questo discorso sulle cause di fondo, è stato l’ebreo polacco Henryk Grossman nella prima metà del ‘900 (i suoi studi furono criticati da Giussani in un lavoro di vari anni fa…ma pensiamo di poter dimostrare a chiunque sia interessato e ci contatti che, pur avendo il merito di aver almeno letto l’opera principale di Grossman, la sua critica dimostra che egli non ne ha capito le parti più importanti né tratto le giuste conseguenze).

Tornando ai due indici di cui prima, sosteniamo anche che, non c’è nulla da fare, a lungo andare (nel tempo), cioè sul lungo periodo, i due fenomeni usabili come termometri/indici – ma che non sono cause di fondo – devono per forza presentare una correlazione…sempre che i dati siano corretti.

A parziale sostegno di quest’ultima nostra affermazione riportiamo altri due grafici che Carchedi presenta nel suo summenzionato lavoro:

 

Dal confronto dei due grafici sembra chiaro che se il saggio di sfruttamento degli operai non fosse aumentato, dal 1990 circa ad oggi, il saggio di profitto sarebbe sceso ancora di più; sembra quindi evidente sperimentalmente, oltre che logicamente, che se il saggio di sfruttamento degli operai fosse ancora più alto, ceteris paribus, ci sarebbe maggior plusvalore che potrebbe essere eventualmente reinvestito in mezzi di produzione; di conseguenza il saggio di profitto sarebbe più alto e potrebbe esserlo, potenzialmente, anche il tasso di accumulazione; e viceversa.

Ricordiamoci però il ceteris paribus, perché, se per qualche altra ragione diminuisse il tasso di investimento produttivo, allora il tasso di accumulazione potrebbe rallentare molto di più del tasso di profitto.

Ed una delle ragioni importanti che prima o poi spinge a far diminuire il tasso di investimento produttivo deriva proprio dal modo con cui il capitale si accumula. Per accumularsi e combattere la diminuzione tendenziale di cui prima, il capitale ha bisogno di continue innovazioni dei mezzi produttivi (e dei prodotti di consumo). Come conseguenza di ciò aumentano in modo sempre più parossistico, vulcanico, sia lo sfruttamento della forza-lavoro e delle risorse del pianeta che la quantità dell’offerta delle merci. Sul mercato si fionda una pletora sempre più grande di prodotti, e di sempre più diversi e nuovi tipi di valori d’uso. Di conseguenza, sempre più facilmente i mercati tendono alla saturazione, perché la velocità con cui si ingrandiscono, per quanto alta, non può mai essere paragonabile a quella dell’aumento della produzione di valori d’uso. La famosa frase di Amedeo Bordiga “il vulcano della produzione si arena nella palude del mercato” rende bene la situazione.

Per inciso, queste caratteristiche appena dette dell’accumulazione sono anche responsabili della spinta che ha caratterizzato il capitalismo ad essere così pervasivo, a tendere a soppiantare col tempo, su tutto il mondo, i modi di produzione non capitalistici; in altre parole a diffondere su tutto il mondo i rapporti di produzione capitalistici: processo che si era ormai quasi completato già ai tempi di Lenin.

Quando il compagno Michele Castaldo, in una sua lettera, scrisse giustamente:

<<Il nostro modo di fare denuncia tende ad ingigantire sempre la forza del Sistema sociale, mai a denunciarne le sue fragilità intrinseche. … Quando [oggi] quel modo di produzione ha scavalcato ogni confine, si è imposto in ogni angolo del pianeta, e comincia a declinare, i rivoluzionari ne cantano le glorie a venire piuttosto che vederne il principio della fine. Siamo alla …patetica.>>

Noi d’istinto commentammo:

<<è la molla della reazione alla secolare tendenza all’abbassamento del saggio di profitto [in altre parole, della reazione al secolare rallentamento dell’accumulazione di valore] che spinge, come “controtendenza” principale, ad un’ aumento della produttività di tipo esponenziale e di conseguenza, pur non meccanica, ad un aumento della produzione di tipo esponenziale. Questo aumento è a sua volta la molla per scavalcare ogni confine, la molla che apre e forza ogni possibile nuovo mercato, che spinge il capitalismo ad imporsi in ogni angolo del pianeta>>

Ovviamente il completamento di questo processo è un’ulteriore problema per il capitalismo, che non ha altri spazi su cui imporre i rapporti mercificati, depredare risorse, sfruttare manodopera…e vendere i prodotti di media-alta tecnologia.

Quindi nel capitalismo esiste sempre, ma oggi ancor di più, uno squilibrio sempre più accentuato tra offerta e domanda: la famosa ipotesi di equilibrio cara all’economia classica non è reale, anche se a volte può essere accettabile come ipotesi di lavoro. In ogni periodo dato questo squilibrio è una gravissima minaccia ai profitti futuri perché se le vendite crollassero, in tempi rapidissimi crollerebbero anche i profitti e l’accumulazione. Ovviamente questo è tanto più vero per tempi come quelli di oggi, problematici per l’accumulazione.

E con queste prospettive, di produrre per poi non vendere, l’incentivo ad investire produttivamente si può abbassare drasticamente anche quando i profitti non sono ancora proprio bassi e quindi l’accumulazione può rallentare ulteriormente.

Giussani poi sostiene che:

<<Naturalmente può benissimo essere che la diminuzione tendenziale del saggio del profitto giunta sino agli anni ’80 abbia messo in moto un meccanismo che attraverso un lungo periodo di incubazione e molte mediazioni, abbia infine generato il disastro corrente. Ma non certo di per sé. E senza l’esame di tutte queste mediazioni, sulla crisi attuale non si può letteralmente dire niente.>>

R. Ora è certamente vero il fatto che fenomeni di fondo determinano il modo in cui nel capitalismo avviene l’accumulazione. Essi manifestano il loro effetto attraverso lunghi periodi di incubazione e molte mediazioni, di cui il saggio medio del profitto è solo un “termometro”.

Bisogna, perciò, saperli collegare sia all’influenza che essi hanno sul saggio e sull’accumulazione, sia bisogna considerare tutte le mediazioni, fino al disastro (per il capitale, se ci si ritiene rivoluzionari) corrente.

Ma, se è vero che non molti marxisti sanno legare le cause di fondo agli indici (saggio di profitto e di accumulazione) non ci sembra vero che, come lui dice, non vi sia nessun marxista che abbia esaminato abbastanza correttamente le “mediazioni” a partire dal saggio fino al “disastro” corrente. A nostro parere oggi ve è più d’uno che ha fatto buoni lavori in tal senso (ad es. Guglielmo Carchedi, Marco Sacchi, Maurizio Donato…), anche se probabilmente è vero che nella descrizione dei fenomeni finanziari sono più bravi quelli che non si ispirano al marxismo. Anzi diremmo che i più bravi sono proprio i capitalisti che, in tal campo, di imbrogli cento ne fanno e mille ne pensano: ci vogliono la mentalità e le mani in pasta, non bastano solo lo studio, la logica e la fantasia!

Ancora, in seguito Giussani afferma:

<<Poiché nella classica idea marxiana la tendenza alla diminuzione del saggio del profitto è solo la manifestazione del regolare procedere dell’accumulazione di capitale, è ovvio che una crisi che sia direttamente causata dalla tendenza al ribasso del saggio del profitto deve sopraggiungere come culmine e arresto di un periodo di forte accumulazione.>>

R. Se il saggio di profitto decresce continuamente per un lungo periodo, non ci sembra si possa affermare con sicurezza che l’accumulazione procede regolarmente, perché il suo saggio dovrebbe tendere continuamente a diminuire. Ma poi che vuol dire “regolarmente”? Infatti, il fatto che l’accumulazione “proceda regolarmente” oppure stenti, o addirittura stagni, o peggio, “dipende” o meglio è legato, alla rapidità con cui il saggio generale di profitto decresce. Se decresce lentamente il capitalismo potrebbe non averne grosso impaccio…se decresce catastroficamente e tutt’altra musica!! Quindi queste affermazioni sono completamente imprecise…e perciò anche le seguenti non hanno senso nel  contesto:

<< Il saggio di accumulazione si riduce abbastanza violentemente, una parte dei mezzi di produzione e delle scorte rimane invenduta, la forza-lavoro impiegata si contrae e con essa la domanda di beni di consumo, e la crisi si generalizza più o meno a tutti i settori produttivi. Ma la crisi iniziatasi nel 2007-2008 non è il risultato finale di un processo di forte accumulazione bensì l’esatto contrario.>>

Riportiamo ora il grafico che espone Giussani in relazione all’accumulazione:

Esso ha il solito difetto di riferirsi solo al settore corporate, ma anche il riferirsi solo agli USA è un limite (per quanto non imputabile tanto al compagno Giussani: è abbastanza difficile avere dati mondiali attendibili), poiché una nazione imperialista accumula anche a danno delle nazioni oppresse dall’imperialismo.

Eppure, ovviamente, i grafici relativi all’accumulazione, per i motivi già detti, visualizzano meglio la crisi rispetto a quelli relativi al saggio di profitto.

E ben dice, stavolta, Giussani, che:

<<Ora, se la crisi consiste nel declino dell’accumulazione, allora è latentemente in atto da circa venticinque anni, in quasi perfetta coincidenza con il boom speculativo,>>

Ma prosegue male …sempre per i motivi già detti e che è ormai inutile ripetere:

<<e la Great Recession in un modo o nell’altro non può essere che l’esito di questo progressivo venir meno dell’accumulazione di capitale e non della diminuzione tendenziale del saggio del profitto.>>

Vediamo ora come Giussani affronta il nodo della finanza; ne esponiamo un lungo stralcio:

<<…la differenza fra profitti realizzati e profitti accumulati è stata impiegata sotto forma di capitale speculativo … saggio dell’accumulazione speculativa che ha proceduto nel dopoguerra … declinando fino ad annullarsi al principio degli anni ’80 e poi aumentando piuttosto vigorosamente fino ai massimi di qualche anno fa.

Questo dovrebbe permettere di valutare un’asserzione che oggi gira abbastanza di frequente fra i marxisti, secondo la quale il capitale ad un certo punto avrebbe virato verso la finanza perché il saggio del profitto era ormai troppo basso e scarseggiavano occasioni di investimento produttivo abbastanza redditizie mentre la finanza garantiva profitti più alti.

Questa teoria, così logica per molti, non vale assolutamente nulla. Il settore finanziario ha realizzato un saggio del profitto superiore a quello del settore non finanziario lungo tutto il dopoguerra, ma la conversione dei profitti realizzati in capitale fittizio è cominciata solo all’inizio degli anni ’80, praticamente in coincidenza con la recessione del 1980-81. E come mai il saggio del profitto settoriale della finanza è relativamente più alto e tende ad innalzarsi? Questo può essere dovuto soltanto ad un boom speculativo già avviato cioè allo spostamento già in corso dei profitti verso la speculazione. La spiegazione funziona quindi, ma in senso inverso: è il trasferimento di capitale monetario alla finanza che determina l’innalzamento dei profitti finanziari e speculativi e non viceversa…

Che il saggio del profitto sia troppo basso o insufficiente è poi un’affermazione che non ha nessun senso logico se si manca di precisare rispetto a cosa è troppo basso (o magari troppo alto): potrebbe ad esempio essere insufficiente rispetto al saggio corrente di interesse se l’indebitamento delle aziende produttive è relativamente alto. Ma in una situazione di questo genere la reazione del capitale produttivo potrà essere qualsiasi ma sicuramente non quella di trasferirsi nel circuito della speculazione

E, last but non least, se è vero che il saggio del profitto ottenibile con la finanza è stato (e magari è ancora) maggiore di quello non finanziario, quale nesso ci può essere fra la crisi e la sottostante diminuzione tendenziale del saggio del profitto, considerando anche che la crisi è venuta dopo quansi trent’anni di accumulazione finanziaria caratterizzata da un saggio del profitto relativamente più alto del resto dell’economia?>>

Evidenziamo in sostanza le sue opinioni:

1.     il profitto finanziario è stato sempre maggiore di quello produttivo

2.     non si sa rispetto a cosa il saggio di profitto sia basso o alto

3.     non è vero che sono i profitti finanziari più alti che spostano i capitali verso la finanza

Qui Giussani ci dovrebbe innanzitutto spiegare perché, se il profitto finanziario è sempre maggiore di quello produttivo, il capitale non viene sempre investito tutto in finanza e nulla nella produzione, visto che i capitalisti tendono a ricercare sempre il massimo profitto.

Evidentemente, se non si producesse più nulla, ma proprio nulla, in valore d’uso, allora il profitto finanziario diventerebbe solo carta straccia!

E se i capitali dopo gli anni ’80 hanno virato verso la finanza, è per due motivi, in sé legati:

1.     perché il saggio generale di profitto era già in realtà piuttosto basso, nonostante gli occultamenti delle statistiche ufficiali, trappola in cui cade anche lui;

2.     i mercati delle merci erano in generale saturi e quindi le aspettative per i futuri profitti rischiavano di essere addirittura catastrofiche se la produzione di valore d’uso si fosse ancora incrementata a ritmi esponenziali senza poi poter essere venduta e trasformata quindi in valore.

Ma di tutto questo Giussani non tiene conto.

Per cui, alla sua affermazione:

<<…che il saggio del profitto sia troppo basso o insufficiente è poi un’affermazione che non ha nessun senso logico se si manca di precisare rispetto a cosa è troppo basso …>>

rispondiamo che un capitalista qualsiasi che ha le prospettive descritte nel secondo punto sa bene, invece, rispetto a cosa deve valutare questa “bassezza”.

Quindi, se è vero che Giussani ha ragione sul fatto che non sono stati i profitti finanziari più alti che hanno spostato molti capitali verso la finanza, però, secondo noi, rinunciando egli a capire in modo completo il termometro “saggio di: profitto/accumulazione”  non riesce a capire il vero motivo di questo spostamento.

Infine, egli afferma:

<<Se la forza della teoria postkenesiana è apparente, in compenso la forza della teoria dei marxisti è assolutamente invincibile. Si sa bene che quello che non esiste in nessun modo può venire sconfitto e che tutto senza eccezioni evolve verso il nulla eterno.>>

Ora, siamo sicuri che egli sia un bravissimo compagno, abbiamo letto anche altri suoi lavori pregevoli, ma proprio per questo siamo abbastanza attoniti nel leggere affermazioni come quest’ultima su reti, blog e siti che si dichiarano marxisti.

Nella notte nera tutte le vacche sono nere. (Hegel).

Dopo aver letto il suo scritto, infatti, ad ogni buon lettore viene da chiedersi: ma per Giussani da cosa sarebbe generata la crisi attuale? L’interrogativo rimane senza risposta, tranne una lunga esposizione critica su coloro (presunti marxisti inconseguenti) che hanno cercato di dare una risposta addebitandola alla caduta tendenziale del saggio di profitto.

Lo scritto di Giussani, comunque, si presta per il semplicismo dell’analisi e dell’esposizione a facili critiche.

Alcune le abbiamo già fatte.

Ma la cosa secondo noi fondamentale, che Giussani sembra ignorare, è la capacità camaleontica del sistema capitalistico di cercare di ritardare la sua crisi mettendo in atto delle controtendenze destinate appunto a frenare la famosa caduta tendenziale del saggio di profitto. Sembra ignorare perciò innanzitutto la struttura reale del capitalismo internazionale e la sua strutturazione in sistema gerarchico e piramidale imperialistico.

Un sistema che ha assunto negli Stati avanzati l’aspetto finanziario e dei servizi è diventato preponderante nell’economia degli ultimi anni perché considerate attività economiche ad alto rendimento. Le attività produttive, tranne quelle ad alta tecnologia e di ricerca e sviluppo, soprattutto belliche, sono state delocalizzate nei paesi emergenti. Il mondo è ormai diventato un sistema economico unico dove i paesi ricchi si sono riservati la finanza, la ricerca e la produzione nei settori di alta tecnologia, mentre ai paesi emergenti tocca quasi esclusivamente la manifattura.

In precedenza, a cavallo dell’’800-‘900 la finanza interveniva direttamente a sostegno della produzione, ora questo aspetto sembra diventato un fatto indiretto e apparentemente marginale.

L’impaccio della valorizzazione che si è avuta, come già detto, nella sfera produttiva D-M-D’ ha creato le condizioni per la preferenza nell’investimento finanziario esclusivamente monetario e addirittura nell’economia “ illegale “, alla faccia dell’aspetto “ etico” del capitalismo.

Il trionfo di Keynes nella dottrina economica degli ultimi 70 anni, al di là delle apparenze, è stato totale ed ha contagiato anche i presunti marxisti. In ossequio a questa scuola economica le banche e le finanziarie hanno, soprattutto negli ultimi anni, incominciato ad abbondare nelle offerte di mutui, crediti, crediti al consumo, dilazioni di pagamenti ecc. . Basta guardare le città italiane, anche le più piccole, che hanno visto spuntare come funghi finanziarie dappertutto. In alcuni stati (Spagna, Stati Uniti) i cittadini sono arrivati ad indebitarsi per il 130% del reddito atteso disponibile. La ricchezza ottenuta comprando e vendendo (trading) rapidamente azioni, obbligazioni, futures, nonostante sia di derivazione esclusivamente cartacea, frutto del rigonfiamento della bolla speculativa, può benissimo essere spesa nel mercato e contribuire allo smaltimento dei beni di consumo. L’invito generalizzato che viene dai mass media, dagli esperti ecc è che bisogna consumare, consumare e ancora consumare, così si salvaguardano la produzione e l’economia nazionale permettendo che i profitti si realizzino. Così il ciclo D-M-D’ si salva completandosi o come direbbero gli economisti borghesi “l’economia gira”. Infatti si è indotti a fare nuovi investimenti produttivi solo se il ciclo viene completato, ossia la merce venduta. Ma, è come se regolando la portata di un fiume con delle dighe a valle, si potesse influire sullo scioglimento del ghiacciaio a monte da cui ha origine, senza intervenire sulle cause che portano al riscaldamento globale. Una pretesa assurda. Marx l’aveva previsto nell’’800, ma ora, come si sa, quasi tutti dicono che è superato”….” E’ chiaro, col senno di poi e a dispetto di Keynes, che la bolla speculativa era destinata prima o poi a sgonfiarsi oppure a scoppiare poiché la ricchezza, nel frattempo, aumentata è solo cartacea e non ha corrispondenza con il reale aumento del plusvalore mondiale totale.

Inoltre, non ci potrà mai essere una perfetta sincronia tra un fenomeno (la produzione) che precede ed uno (la circolazione)  che segue, cercando di influire sul secondo per renderlo armonico con il primo.

Anche in economia la macchina del tempo non è stata ancora inventata.

A proposito di quanto detto sopra suggeriremmo al buon compagno Giussani di leggere due ottimi libri di Paul Mattik: “ Crisi e teorie della crisi “ e “ Marx e Keynes “…ma di stare attento a dove reperirli, a non pagar prima nessun libro di Mattik, perché noi ci abbiamo rimesso qualche soldo…

Quanto alla crisi essa non si estende, per il momento, a tutta l’economia mondiale, ci sono i famosi BRICS (Brasile, Russia, Cina, India e Sudafrica) che hanno ancora tassi di sviluppo relativamente alti e debiti statali bassi dati lo scarso o inesistente livello di welfare ivi attualmente esistente. Ma essi sono una piccola eccezione che confermano la regola, anche se incominciano  anch’essi a scivolare gradatamente in difficoltà economiche. Sono paesi le cui economie hanno questa parvenza di solidità per due ragioni fondamentali. In essi sono state delocalizzate dai paesi avanzati molte attività produttive dato il bassissimo costo della forza lavoro e alcuni (Russia, Brasile, Sudafrica) hanno grandi riserve di materie prime da vendere sui mercati internazionali delle commodity. Proprio queste delocalizzazioni hanno permesso alle grandi società che hanno delocalizzato (multinazionali o transnazionali che dir si voglia) di realizzare grandi profitti in questi mercati che attualmente ancora tirano, a differenza degli asfittici mercati domestici. Fare tutt’erba un fascio e paragonare il saggio di profitto ottenuto ad esempio da una multinazionale in Brasile e in Europa è perciò un’operazione scorretta, che non ci fa vedere le reali ragioni, dimensioni ed evoluzione della crisi.

In soldoni le critiche che muoviamo a Giussani sono :

1.     non si capisce dal suo scritto perché la crisi c’è e da quale meccanismo sia generata;

2.     non emerge dal suo scritto il profondo cambiamento che ha subito la finanza da almeno 30 anni a questa parte, dal ruolo sempre più debordante che hanno assunto in tutti questi anni l’emissione di titoli fittizi, del susseguirsi e proliferare, sempre in questi anni, delle bolle speculative e dal loro intrecciarsi strettamente all’andamento del ciclo economico;

3.     non si spiega il ruolo ormai preponderante che la finanza ha assunto nei paesi imperialisti più forti;

4.     non si spiega, nonostante le liberalizzazioni economiche e la diminuzione del welfare avvenute in questi ultimi anni nei paesi avanzati, il ruolo addirittura maggiore assunto dallo stato nei paesi imperialisti attraverso l’uso e l’abuso del debito pubblico a sostegno diretto ed indiretto dell’accumulazione capitalistica.

Gianni De Bellis e Mario Fragnito

3 febbraio 2012

www.sottolebandieredelmarxismo.it