febbraio 2012

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Perché tante chiacchiere?

in margine alle tesi di De Bellis-Fragnito
 

Nei giorni scorsi, Antonio Pagliarone, chiamato in causa, ha risposto ad alcune critiche sollevate dall’articolo di Gianni De Bellis e Mario Fragnito Una risposta a Carlo, Sacchi e Pagliarone sulla decomposizione del capitalismo. Ne è nato un confronto che, chi ha pazienza, forse ha potuto seguire. Per quanto garbata e circostanziata, la replica di Pagliarone non ha toccato alcuni punti che, a mio avviso, restano cruciali. Veniamo al dunque.

Nel loro saggio, De Bellis-Fragnito fanno un gran parlare di aumento della produttività, dovuto alle «innovazioni tecnologiche», cui conseguirebbe «una forte “accumulazione” di valori d’uso». Ma a sostegno delle loro affermazioni, non portano alcun argomento, a differenza di Pagliarone, che rimanda a un suo studio specifico: Qualche riferimento al rapporto tra Information Technology e Produttività (gli articoli di Antonio Pagliarone e di Paolo Giussani sono nel sito /www.countdowninfo.net/ e in molti altri siti).

Fatta questa premessa, resta da considerare la reale condizione dei proletari, altrimenti si fanno solo chiacchiere da bar.

Senza tante fantasie, possiamo constatare che nel corso degli ultimi anni l’estorsione di plusvalore relativo (indotta dalla calante introduzione di nuove tecnologie nel processo produttivo) è stata via via erosa dalla prevalente estorsione di plusvalore assoluto (prolungamento della giornata lavorativa, diffusione del lavoro nero, con conseguente riduzione del salario differito/welfare, fino al ritorno di vere e proprie forme di schiavismo, e non solo nei Paesi del Terzo Mondo); per l’orario di lavoro si può leggere quanto afferma PIETRO BASSO, L’orario di lavoro a inizio secolo (in ANTONIO PAGLIARONE, GIUSEPPE SOTTILE (a cura di), Ma il capitalismo si espande ancora?, Asterios Editore, Trieste, 2008, p. 87); per l’andamento dei salari rimando al citato ANTONIO PAGLIARONE, GIUSEPPE SOTTILE, Ma il capitalismo si espande ancora?, p. 16 e ss.

Per farla breve: l’orario di lavoro cresce – il salario scende.

De Bellis-Fragnito forse non ne hanno colto tutte le conseguenze, poiché sostengono che il valore di scambio delle merci sarebbe in calo, rispetto al loro valore d’uso (in poche parole le merci costerebbero meno).

Ma di quali merci parlano? Non per essere cattivo, ma mi sembra proprio che si richiamino alla nuova Scala Mobile, che nel 2012 inaugura un paniere molto hi-tech, con e-book, nuovi pc e All-in-one, ma introduce anche il Gratta e Vinci ... Mossa furbetta, per mascherare l’inflazione e favorire industriali e commercianti.

Siamo seri. Parlando di valori d’uso delle merci, bisogna distinguere tra l’essenziale e l’accessorio.

Ora, è essenziale quel valore d’uso che consente la produzione e la riproduzione della forza lavoro.

Parliamo allora di cibo, abitazione e abbigliamento.

Nella composizione del salario, la quota-parte destinata a questi beni di consumo essenziali è in crescita.

E questo è un chiaro indice di miseria crescente.

I prodotti agro-alimentari, come tutte le materie prime, in questi anni sono soggetti a forti speculazioni finanziarie, che ne fanno lievitare i prezzi, come ci spiega il nostro Pagliarone in Mad Max Economy, dalla fame di speculazione alla speculazione sulla fame (Sedizioni, Milano, 2008). Ma ci sono studi anche più recenti, che confermano questa tragica tendenza. Altrettanto vale per le fonti energetiche (petrolio, idrocarburi, ecc.), con pesanti ricadute sulla vita dei proletari.

Veniamo alla casa che, tra affitti e mutui, si mangia anche il 50% del salario. Nonostante che la bolla immobiliare si sia sgonfiata (così dicono).

Restano i vestiti, i cui prezzi sembrano in calo, grazie al Made in China. Ma anche la qualità è in calo, quindi il valore d’uso rispetto al valore di scambio. Costano poco ma valgono poco.

A questo proposito, mi viene in mente la descrizione che Orwel fece della condizione dei proletari inglesi durante la crisi di Wall Strett. Quando, di fronte al calo del salario, scelsero appunto beni di consumo di bassa qualità, i micidiali fish & chips, che ancor oggi allietano la loro dieta, con hamburger e kebab (vedi GEORGE ORWELL, La strada di Wigan Pier, Mondadori, Milano, 1993). Come si sa, quello che si risparmia in cibo, si perde in medicine ...

Analoghe considerazioni valgono per altri beni di consumo, non propriamente essenziali, ma la cui diffusione è stata indotta da condizioni di lavoro e di vita disgregate e precarie, mi riferisco in particolare alla telefonia mobile ... ma anche alle automobili.

A questo punto, non mi sembra che ci sia altro da dire, se non un modesto consiglio a De Bellis-Fragnito: prima di volare nel cielo dell’alta teoria (peraltro con modesti e confusi esiti), dovrebbero visitare questa valle di lacrime.

Dino Erba

3 febbraio 2012

www.sottolebandieredelmarxismo.it