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Sulla decomposizione del capitalismo
una risposta a Carlo, Sacchi e Pagliarone
Innanzitutto riteniamo
giuste le parole di elogio che Antonio Pagliarone (nello scritto:
“Il capitalismo come corpo marcescente” del 3 gennaio 2012) rivolge
ad Antonio Carlo per la mole interessante di dati contenuti nel suo
lavoro (“Capitalismo 2011: Decomposizione in atto” scritto a fine
2011) e per il collegamento tra di essi; condividiamo anche molte
delle critiche che egli rivolge a Carlo; però l’addebito che
Pagliarone fa a Carlo di aver trascurato del tutto di accennare alla
caduta tendenziale del saggio di profitto come causa principale
della crisi non è completamente esatto. In realtà Carlo accenna,
anche se di sfuggita, in modo velato, agli effetti del meccanismo
della caduta tendenziale e alla conseguente sovrapproduzione quando
parla dei miglioramenti tecnologici che in una fase di crisi non
permetterebbero l’assorbimento della disoccupazione anche se
incentivato da forme di sussidio date dallo Stato ai padroni.
Qualche stralcio dal
suo lavoro:
…crisi di
sovrapproduzione, in cui il potere d’acquisto dei salari cresce
molto meno delle capacità produttive (NOTA NOSTRA: e, almeno in una
prima fase, della stessa produzione) e di investimento per cui le
merci stentano ad essere vendute, se non ricorrendo ad un crescente
indebitamento […] quanto ai sostegni a chi assume si dimentica che
essi non hanno più senso in un sistema in cui la produzione può
crescere senza creare lavoro o quasi: con la tecnologia puoi
risparmiare le assunzioni, e i relativi costi, per cui non significa
niente proporti uno sconto del 30-40% sulle assunzioni stesse se
puoi farne a meno. […] anche il governatore Visco in una recente
intervista sulla piaga della disoccupazione giovanile ha rilevato
che la disoccupazione è dovuta molto più all’uso di tecnologie
moderne, ad alta intensità di capitale e ad alta produttività, che
non alla globalizzazione...
Il problema
innanzitutto è che questi sono solo cenni di sfuggita, mentre è
troppo accentuata l’insistenza di Carlo, in tutto il suo scritto,
sulla questione dell’evasione fiscale. Egli perciò lascia intendere
che, risolvendo tale problema, il capitalismo risolverebbe la sua
crisi; e che una lotta conseguente all’evasione permetterebbe di
trovare le risorse per una redistribuzione dei redditi, che
favorendo le classi inferiori rilancerebbe i consumi e riavvierebbe
in questo modo l’economia. Come se la crisi fosse determinata
esclusivamente o principalmente da una forma di sottoconsumo delle
classi proletarie. Sappiamo per diretta conoscenza che non è questo
il suo pensiero, e che egli non pensa affatto che il capitalismo,
ammesso e non concesso che potesse lottare coerentemente contro
l’evasione, potrebbe risolvere la sua crisi. Ma, chi non lo conosce,
potrebbe evincere questo dal suo scritto.
A riprova di quanto
affermiamo riportiamo alcuni suoi brani, nell’ordine, diffuso, di
come egli li espone:
…Nulla di serio per
il problema della fame e della povertà, che esigerebbe una lotta a
fondo contro l’evasione fiscale […] è indubbio che la casa sia stata
usata come bancomat per finanziare i consumi: i mutui edilizi […]
erano solo una frazione dell’enorme debito utilizzato per sostenere
i consumi…
…un gruppo di studio
costituito presso il Ministero dell’Economia e coordinato dal
presidente dell’Istat, ha stabilito che il reddito occultato è pari
al 17,5% del PIL […] lavoratori autonomi e imprenditori evadono nel
56,3% dei casi, mentre i proprietari di case nell’83,7% dei casi,
quanto ai pensionati pagano il 7,7% in più del dovuto.
Geograficamente l’evasione si distribuisce per il 14,5% del reddito
dichiarato al nord, per il 17,4% al centro, e per il 7,9% al sud, ma
queste percentuali crescono al 38% per i lavoratori autonomi e gli
imprenditori. Per anni abbiamo sentito dire che l’evasione si
distribuisce per tutte le classi e che al sud si evade di più,
adesso fonti quanto mai ufficiali ci dicono che queste tesi sono
delle colossali balle…
…Tornando
all’evasione, che per le fonti ufficiali sarebbe solo il 17,5% del
PIL, mentre per altri si arriverebbe al 35%, mi sembra evidente che
solo riducendo della metà il suo importo non sarebbero state
necessarie le manovre lacrime e sangue degli ultimi 12 anni […] non
solo non sarebbero state necessarie le manovre lacrime e sangue ma
avremmo avuto risorse per sostenere lo sviluppo evitando il ristagno
strisciante dell’economia…
…Nell’ambito della
classe dominante evadono tutti o quasi: esistono 800 mila S.p.A. o
srl in Italia e l’80% delle stesse hanno bilanci in parità, in rosso
o con tenui attivi, dovrebbero fallire ma, forse per l’intervento di
S. Gennaro, continuano ad operare. Quanto alle grandi imprese e alle
grandi banche oltre la metà di esse hanno sede in un paradiso
fiscale...
…situazione di
oggettiva tolleranza e benevolenza verso l’evasione fiscale. Questo
è uno Stato “forte con i deboli e debole con i forti” come diceva
Pietro Nenni (quando era ancora un dirigente della classe operaia),
io direi più semplicemente che è uno Stato sfacciatamente classista.
Per quanto le cose che
dice siano vere ed interessanti, ci sembra più che evidente
l’insistenza continua sul tema dell’evasione fiscale, nettamente più
presente di qualsiasi altro tema contenuto nel lavoro, che può
appunto portare il lettore a pensare che risolvendo tale problema,
il capitalismo potrebbe risolvere la sua crisi.
Inoltre ci sembra
superflua l’ultima affermazione che lo stato (italiano) sia
sfacciatamente classista; Engels già nell’ ”origine della famiglia…”
ci insegna che allorché si svilupparono le classi nacque anche lo
Stato a difesa degli interessi della classe dominante: un qualsiasi
stato, quindi, è classista per definizione.
Una cosa importante da
evidenziare a Carlo è che la spinta all’innovazione non agisce solo
nelle crisi, ma sempre; anzi, a crisi già pienamente in atto,
potrebbe addirittura venir meno o agire “a forti intermittenze”.
Cioè quando lui dice:
…crisi di
sovrapproduzione, in cui il potere d’acquisto dei salari cresce
molto meno delle capacità produttive […] la produzione può crescere
senza creare lavoro o quasi: con la tecnologia puoi risparmiare le
assunzioni, e i relativi costi…
vorremmo ricordargli:
1.
che il potere d’acquisto dei salari cresce molto meno delle capacità
produttive, sempre, e non solo nelle crisi di sovrapproduzione
2.
che la produzione può crescere senza creare lavoro o quasi, o
addirittura facendolo diminuire, sempre e non solo nelle crisi, a
condizione che la composizione organica del capitale sia
sufficientemente alta.
Restano quindi ancora
da capire le cause delle crisi.
Non si capisce infatti
nello scritto di Carlo il perché la politica di incentivazione al
riassorbimento della disoccupazione attraverso l’introduzione di
macchine con nuova tecnologia produttiva oggi è fallimentare ma in
altri tempi ne ha permesso almeno un riassorbimento almeno parziale.
Evidentemente, a
nostro parere, si tratta fasi diverse del ciclo di accumulazione
capitalistica, fasi di cui Carlo sembra non tener conto.
Insomma egli fa di
tutto pur di non introdurre apertamente nella sua analisi la legge
della caduta tendenziale del saggio di profitto, legge che non lo ha
mai convinto e che in altri lavori egli mette esplicitamente in
dubbio.
Questa contraddizione
si rileva in modo palese quando Carlo nota giustamente che i padroni
piuttosto che investire in mezzi produttivi preferiscono, almeno
nell’ultimo decennio, dirottare i capitali nella sfera speculativa
finanziaria.
...crisi di
sovrapproduzione […] per cui le merci stentano ad essere vendute […]
l’investimento industriale non riesce ad assorbire la ricchezza
prodotta, che rifluisce verso investimenti finanziari meramente
speculativi in cui si ha solo trasferimento di soldi da una tasca
all’altra senza che si crei nuova ricchezza effettiva...
Infatti rileva
correttamente il fenomeno dell’espansione della speculazione, lo
attribuisce giustamente alla sovrapproduzione di merci e capitali,
ma del perché questa sovrapproduzione avviene, e avviene oggi e non
in un altro periodo, non accenna e quindi non riesce a darne
spiegazione.
In realtà, se non si
parte dalla caduta, sul lungo periodo, del saggio di profitto e non
si affronta la questione del valore, base di partenza per spiegarne
le cause, i meccanismi di questa crisi strutturale ed epocale, a
nostro parere appena cominciata, rimangono alquanto misteriosi; come
misterioso rimane il perché si giunga ad un certo punto a tale
grossa sovrapproduzione di merci e capitali, che poi spinge i
capitali nella finanza. Carlo coglie in modo frammentario molti
aspetti importanti di questa crisi ma non li collega in modo
organico e complessivo proprio perché non parte dalla causa
principale.
Anche lo scritto di
Marco Sacchi (“Lotte operaie nella decomposizione del capitalismo” ,
scritto verso la fine del 2011), pur con un tono più ideologico,
espone dati interessanti ed affronta in modo dettagliato il fenomeno
della speculazione finanziaria. Egli non incorre, come Carlo,
nell’accentuazione che sembra attribuire all’eliminazione
dell’evasione fiscale il potere curativo della crisi, e individua
giustamente nel fenomeno visualizzato dalla ormai secolare tendenza
alla diminuzione del saggio generale di profitto la causa principale
della crisi.
Anche Sacchi però ne
espone una descrizione alquanto vaga e imprecisa quando afferma che:
In certo momento
dello sviluppo capitalistico del secondo dopoguerra (dalla metà
degli anni ‘70) è divenuto impossibile per i capitali più
concentrati (quelli con una massa enorme di macchinari in rapporto
ai lavoratori impiegati) investire ulteriormente ricavando un tasso
di profitto superiore a quello ottenuto in precedenza con un
capitale minore.
Da come è scritto
questo pezzo, si potrebbe pensare che egli affermi che proprio per
le imprese più innovative si abbassi il saggio di profitto… per
fortuna egli non arriva ad affermare che il motivo è perché esse
producono meno valore di quelle (dello stesso ramo produttivo) che
non innovano. In tal caso sarebbe stato in buona compagnia di
studiosi che, anch’essi, giustamente, individuano come causa
principale della crisi la stessa di Sacchi, ma non sanno
approfondirne l’analisi teorica.
Anche per loro è la
diminuzione del saggio generale di profitto (che, però, chissà
perché avviene) che, su lunghi periodi, porta ad una situazione in
cui i mercati delle merci si saturano sempre più (però chissà
perché: nessuno ne da convincenti spiegazioni) ed i capitali,
trovando profitti sempre meno soddisfacenti nella sfera produttiva,
da un certo punto in poi si riversano sempre più in quella
speculativa.
Certo Sacchi ed altri
studiosi sembrano un passo avanti rispetto a Carlo per il quale
questa diminuzione del saggio o non avviene come descrive Marx o non
comporta nulla di così catastrofico. Ma almeno lui, coerentemente,
non tiene conto di un fenomeno di cui non è convinto e che non
capisce, anzi ha più volte scritto e detto che, riguardo
all’importanza che dà Marx a tale fenomeno, egli non si sente
marxista. Gli altri giurano, invece, che quello è il fenomeno
determinante ma non sanno assolutamente spiegare perché avviene
questa provvidenziale (per i rivoluzionari) diminuzione del saggio
generale di profitto, né del perché essa porti ad un certo punto ad
una gravissima crisi di sovrapproduzione. Ci sembra poco, come
motivazione, il fatto, per noi certamente vero, che Marx fosse
convinto che ci fosse tale tendenza e tali conseguenze.
Comunque, senz’altro
apprezziamo il lavoro di coloro che hanno raccolto i dati a livello
mondiale ed elaborato le statistiche a dimostrazione sperimentale
della diminuzione nel lungo periodo – decenni e secoli – di tale
saggio generale. Ma dimostrare sperimentalmente che il fatto è vero,
anche se è molto importante, non vuol dire certo averlo spiegato
teoricamente.
Il fatto è che anche
quella di Marx era solo un’ intuizione, ed un inizio di elaborazione
e di spiegazione teorica (sviluppate in particolare nel terzo libro
del Capitale), sulla strada giusta, di un fenomeno
sottostante di fatto molto complesso. Proprio per questo, purtroppo,
tale fenomeno fu realmente approfondito in seguito, dopo Marx
stesso, da ben pochi marxisti. Uno forse l’unico del secolo scorso,
è stato a nostro parere l’ebreo polacco Henryk Grossman, soprattutto
(ma non solo) con la sua opera “L’accumulazione e il crollo del
capitalismo” scritta prima del 1929 e pubblicata proprio in
quell’anno, che invito tutti i compagni a cercare di studiare, anche
se non è affatto facile, meglio di Giussani. Quest’ultimo ha almeno
il merito di aver preso in considerazione l’opera di Grossman, pur
non essendo riuscito a coglierne, secondo noi, i punti essenziali (e
proprio per questo, di conseguenza, non riesce a cogliere i
meccanismi profondi che si manifestano sia con la tendenza alla
diminuzione del saggio generale di profitto che col rallentamento
dell’accumulazione; ci riserveremo di commentare il suo ultimo,
recente scritto “La crisi e il saggio di profitto” in un nostro
successivo lavoro).
E’ proprio per questa
complessità che dopo Grossman quasi nessuno ha tentato,
successivamente, partendo da Marx e da lui, di comprendere meglio il
fenomeno e di andare oltre questi giganti; per questo non c’è molto
da prendersela né con Carlo né con Sacchi né con altri per le loro
incongruenze …fanno quel che possono, c’è almeno da lodarli per
l’impegno profuso.
Nemmeno noi perciò,
almeno in questo scritto, possiamo e vogliamo affrontare in
dettaglio la questione, occorrendo per essa ben altro spazio ed
energie; ma vogliamo almeno cercare di descrivere il fenomeno a
parole, schematicamente, ed evidenziare alcuni errori dei fautori di
tale – pur giusta – motivazione della crisi.
Iniziamo quindi qui ad
esporre la nostra descrizione, scusandoci in anticipo per
l’eccessivo, ma inevitabile, schematismo.
L’ACCUMULAZIONE DEL CAPITALE E LA DIMINUZIONE TENDENZIALE DEL SAGGIO
GENERALE DI PROFITTO
Nel meccanismo di
accumulazione è fondamentale la tendenza all’innovazione: è l’unico
modo di estrazione di plusvalore che sembra non avere limiti
oggettivi; essa, come già detto, non è presente solo nelle crisi ma
sempre, regolarmente, anche se, più si è in difficoltà ad ottenere
profitti e più si è spinti ad innovare per avere poi profitti più
alti.
In un qualsiasi ramo
produttivo, e quindi per tutti i rami, quello che succede è che, in
un primo tempo, le aziende che innovano riescono all’immediato ad
ottenere davvero profitti più alti (e fin qui ci arrivano in molti,
intuitivamente e praticamente anche i padroni borghesi, anzi…); ma
ciò spinge anche le altre aziende a cercare quanto prima di innovare
per non andare in difficoltà; di solito una parte di esse ci riesce
e una parte di esse chiude; per quelle che si adeguano e anche per
le innovatrici, dopo che l’innovazione si è ormai diffusa (e quindi
non è più, ormai, innovazione), risulta più elevata la composizione
organica del capitale e il saggio di sfruttamento della
forza-lavoro, mentre il saggio di profitto risulta diminuito (e già
per spiegare rigorosamente questi fenomeni di breve-medio periodo ci
sono grosse difficoltà …ma così avviene nella realtà). Ma
proseguiamo:
da qui un rinnovato
bisogno per tutte le aziende rimaste sul mercato di tornare ad
innovare per far rialzare il loro individuale saggio di profitto.
Ricomincia così un nuovo ciclo di innovazione: le prime aziende che
innovano avranno, per un certo periodo, davvero profitti più alti di
prima… ma ciò fino a quando non innovano di nuovo anche le altre… e
così anche il nuovo ciclo chiude … per poi tornare a si ripetersi…
La cosa più importante
da capire qui è che, per il succedersi continuo di tutti questi
cicli, condizione indispensabile perché almeno alcuni dei capitali
possano risollevare almeno periodicamente e temporaneamente i loro
profitti, ad ogni ciclo devono succedere due cose:
1.
l’aumento di produttività deve oggettivamente portare ad un aumento
della quantità di merci prodotte e portate sul mercato; aumento che,
anche nelle fasi in cui la popolazione lavorativa cresce, è sempre
molto più veloce di tale crescita
2.
tutta questa aumentata quantità di merci deve davvero essere venduta
sul mercato, altrimenti non si realizza valore e non si fanno
profitti, e non si può reinvestire per ricominciare un nuovo ciclo
produttivo.
Ma, anche se la
popolazione lavorativa cresce, non cresce mai con la stessa velocità
della quantità di merci immesse sul mercato, e prima o poi si dovrà
incorrere a crescenti difficoltà di vendita.
Come si vede da questa
breve descrizione, la crisi di sovrapproduzione è già insita nel
processo ciclico di accumulazione, anzi, più, ciclo dopo ciclo, si
abbassa il saggio medio di profitto, più, mediamente, la spinta ad
innovare sarà forte, più aumenterà, in maniera esponenziale, la
quantità di merci immesse sul mercato (a fronte di un monte salari
che in un primo tempo tenderà si ad aumentare, ma molto meno, poi a
stagnare e poi a decrescere…) più aumenteranno le difficoltà a
vendere tutte le merci prodotte …fino alla saturazione dei mercati ed
al conseguente riflusso di capitali nella sfera finanziaria
speculativa.
Una cosa da
sottolineare nella “nostra” descrizione è proprio questo aumento
esponenziale della quantità di merci immesse sul mercato ad ogni
ciclo, cioè della massa di valore d’uso prodotta e poi messa in
vendita.
Infatti, se io ad es.
raddoppio la produttività e produco quindi una qualsiasi merce nella
metà del tempo di prima, essa, come valore unitario (numero di ore
medie sociali impiegate a produrne una sua unità) si dimezzerà,
(come anche per tutte le merci dello stesso tipo presenti nello
stesso momento sul mercato; in questo Marx è chiarissimo e ne
riporteremo qui dei brani). Quindi, per produrre lo stesso valore di
prima l’azienda, di tale merce, deve produrne un numero doppio…ma se
vuole avere più profitto di prima deve produrne più del doppio; e
così prima o poi tenderanno a fare anche altre aziende che restano
sul mercato. Però il potere d’acquisto dei lavoratori non può
aumentare con quel ritmo e il potere di consumo dei ricchi, pur
enorme, è fisicamente limitato (non si possono mangiare dieci
prosciutti al giorno solo perché li si può comprare… e poi, se
sperpero non reinvesto…); infine, se si affievolisce la vendita di
prodotti di consumo, si affievolisce prima o poi anche la spinta a
produrre mezzi di produzione. E quindi, come diceva Amadeo Bordiga,
vi sarà “il vulcano della produzione” che prima o poi “si arena
nella palude del mercato”.
Dopo questa sommaria
descrizione generale di lungo periodo, andiamo ora ad indagare più
in dettaglio cosa succede nel breve periodo, cioè nella fase del
ciclo in cui solo pochi innovano; e cercheremo di illustrare perché,
dopo che l’innovazione si è diffusa, il saggio di profitto medio si
abbassa a livelli inferiori di prima.
Supponiamo, per
semplicità, di produrre tavoli, tutti uguali.
Supponiamo che,
mediamente, le imprese produttrici impieghino un ora di lavoro,
complessivamente, per produrre un tavolo. Allora il valore di ogni
tavolo è di un’ora (supponiamo che ad un ora di lavoro corrispondano
10 euro) … da qualche parte lo si venderà 8 euro, da qualche parte
12 euro, quindi il suo prezzo, su qualsiasi mercato, si aggirerà
intorno ai 10 euro, cioè intorno al valore.
Se ora alcune imprese
innovano e ad es. raddoppiano la produttività, esse impiegheranno
mezz’ora per produrre un tavolo, ma lo venderanno sempre intorno a
10 euro. In un giorno ceteris paribus, produrranno il doppio
dei tavoli di prima e vendendoli raddoppieranno gli incassi.
Poiché sono ancora
poche, in questa fase, le imprese che hanno ammodernato, il tempo
medio di lavoro per un tavolo si può supporre sia rimasto circa
un’ora ed il suo valore circa 10 euro. Se le imprese innovatrici
hanno raddoppiato il numero di tavoli, esse, di fatto, producono
giornalmente il doppio del valore d’uso di prima, ma, circa, anche
del valore, e lo realizzano vendendolo: esse con meno ore di lavoro
producono più valore delle imprese ancora arretrate che invece, con
più operai e più ore di lavoro producono giornalmente lo stesso
valore di prima, anzi un poco meno.
In una fase
leggermente successiva, supponiamo che un numero sensibile di
imprese ammodernino, per cui il tempo medio di lavoro per produrre
un tavolo si riduce sensibilmente, ad es. a 45 minuti.
Ora il valore di un
tavolo corrisponderà non più a 10 euro ma a 7,5 euro. Quindi le
imprese che hanno una produttività doppia di prima, producono
giornalmente il doppio del valore d’uso di prima, ma non più il
doppio del valore, bensì “solo” il 2per3/4=1,5 cioè una volta e
mezza il valore di prima.
Le imprese che invece
sono restate alla produttività di prima senza innovare, producono
giornalmente lo stesso valore d’uso di prima, lo stesso numero
tavoli, ma poiché ogni tavolo ora vale i ¾ di prima, producono un
valore minore di prima, pari ai ¾ di prima.
Come si vede è un
meccanismo impersonale quello che agisce e che fa decrescere il
valore prodotto e quindi anche i profitti (anche se vendono tutto il
prodotto) delle imprese che non innovano; non è affatto vero, come
dice qualche pur molto rispettabile compagno studioso, che le
imprese a più alta tecnologia sottraggono, rubano, una parte del
valore prodotto dalle imprese a più bassa tecnologia e per questo
realizzano profitti più alti. La comprensione di questo punto di
partenza è centrale se vogliamo davvero studiare e comprendere il
fenomeno della diminuzione tendenziale del saggio generale di
profitto.
Rispetto e questo
“nostro” ragionamento logico di breve periodo, noi non ci siamo
inventati nulla, infatti possiamo citare a sostegno Marx nella sua
polemica contro Proudhon, e in altri brani.
Eccone alcuni:
<<Il valore
di una merce è certo determinato dalla quantità del lavoro in essa
contenuto, ma tale quantità è a sua volta determinata socialmente.
Se è cambiato il tempo di lavoro richiesto socialmente per la
produzione di quella data quantità - e nei raccolti sfavorevoli
la stessa quantità di cotone, p. es., rappresenta una
quantità di lavoro maggiore che non nei raccolti
favorevoli - si ha una reazione sulla vecchia merce
che vale sempre e soltanto come unico esemplare della propria
specie, il cui valore viene misurato sempre per mezzo del
lavoro socialmente necessario, cioè necessario
sempre, anche nelle condizioni sociali presenti.>>
Capitale, libro I, cap 6, pag 243. (Editori Riuniti, VIII
edizione, I ristampa, maggio 1977)
E ancora:
“E’ importante
insistere su questo punto, che cioè a determinare il valore non è
il tempo in cui la cosa è stata prodotta, bensì il minimo di
tempo in cui essa è suscettibile di essere prodotta, minimo
che viene rivelato appunto dalla concorrenza. Supponete per un
istante che non esista più la concorrenza, e che quindi non esista
più alcun mezzo per constatare il minimo di lavoro necessario alla
produzione di una derrata; che accadrà? Sarà sufficiente
impiegare nella produzione di un oggetto sei ore di lavoro per
essere in diritto, secondo il signor Proudhon, di esigere in cambio
il sestuplo di colui che per la produzione del medesimo oggetto
abbia impiegato solo un’ora.” (Marx, Miseria della filosofia,
Editori riuniti, III edizione, II ristampa, marzo 1976, pag58)
E, riferito in
particolare alla perdita di valore dei mezzi di produzione obsoleti:
<< A quanto
detto occorre aggiungere che dopo l’introduzione di una nuova
macchina cominciano innovazioni dietro innovazioni. Pertanto, in
permanenza, una gran parte delle vecchie macchine o in qualche
misura si deprezza o diventa del tutto inservibile prima che termini
il suo ciclo oppure prima che il suo valore si trasferisca nel
valore delle merci. [ …] tanto maggiore è il rischio di cui
sopra e tanto maggiore la possibilità del capitalista [ … ]
d’introdurre una nuova macchina perfezionata e vendere a buon
mercato la vecchia, la quale può ancora essere impiegata con utilità
da un altro capitalista […. ]. >> Per la critica
dell’economia politica p. 36. In Marxiana 2. Bimestrale
anno I n. 2 ottobre 1976.
Potremmo aggiungere
tante altre citazioni, sia di Marx che di altri, in linea con
queste, ma per ora basta.
Se fosse come
sosteneva Proudhon, paradossalmente, un’azienda vecchia, con
bassissima tecnologia e composizione organica, che produce merci
qualitativamente scadenti impiegando molti operai e quindi molte ore
di lavoro, dovrebbe essere il non plus ultra nella produzione di
valore; nella realtà invece spesso vende poco o non vende proprio
nulla perché le sue merci sono ormai fuori mercato, quindi potrebbe
non fare nemmeno un euro di profitto e non avere quindi nemmeno un
euro di capitale monetario con cui riavviare il ciclo successivo…se
così succede non accumula più capitale, anzi perde quello che già
aveva, e quindi il valore effettivamente prodotto e quindi
effettivamente riutilizzabile in un successivo ciclo di produzione,
da tale azienda, è pari a zero!
Questo perché il
valore è una grandezza essenzialmente sociale, che si stabilisce con
la concorrenza tra capitali, e non è una grandezza individuale.
Perché insistiamo su
questo? Cosa c’entra col nostro discorso?
Il fatto è che molte
aziende dell’URSS e dei paesi dell’est producevano prodotti di bassa
qualità (quindi, secondo noi… e Marx, poco valore), riuscivano
tuttavia a venderli perché il mercato del COMECON era un mercato
praticamente chiuso alle merci occidentali Tuttavia questo tipo di
economia non poteva essere criticato perché, a dire di molti
compagni (cosa peggiore, spesso in buona fede) lì si stava
costruendo il socialismo; e ancora oggi molti sono ancora convinti,
come i compagni della Rete dei Comunisti, che fino all’89 (lo
affermano anche in un loro lavoro) pur tra tante difficoltà e
contraddizioni. La direzione che l’URSS aveva preso era quella della
costruzione del socialismo; che, a detta di Peppone Stalin era
superiore come capacità di sviluppo, al capitalismo occidentale …ma
poi questo cattivo, ma più efficiente e produttore di merci
qualitativamente superiori, capitalismo ha messo i bastoni tra le
ruote…
Insomma, c’è forse
un’inconscia reticenza in compagni di formazione stalinista, anche
quando si ritengono dei sinceri rivoluzionari, e non si ritengono
stalinisti, a riconoscere che le imprese russe producevano merci
scadenti e perciò di bassissimo valore …e che, tra l’altro, proprio
per questo quando i mercati dell’est hanno incominciato, a partire
dalla fine degli anni ’60, ad aprirsi ai prodotti occidentali grazie
anche alla politica di Ostpolitik inaugurata dalla Germania
Federale, sono andate gradualmente in crisi. I cittadini dell’est
Europa, finalmente liberi di scegliere, non compravano più le merci
scadenti ed obsolete che erano costretti a comprare in precedenza e
così è miseramente caduto il mito della pretesa superiorità dei
paesi del “ socialismo reale “. E’ da notare che i paesi dell’Europa
orientale sono stati capitalisticamente competitivi fino a quando
dall’era della prevalenza dell’industria meccanica si è passati
all’era della tecnologia elettronica ed informatica. Solo allora
hanno incominciato a perdere in competività, dati gli scarsi
investimenti attuati nella ricerca e nell’ammodernamento degli
impianti per stare al passo con l’innovazione tecnologica. Ma questo
era dovuto, principalmente, alla scarsa capacità di accumulazione di
un sistema con un capitalismo di stato a bassa produttività. Bisogna
anche notare che l’unificazione tedesca è stata determinata da un’
operazione di pura compravendita finanziaria, allorché il presidente
ovest Helmut Kohl assicurò che il cambio tra il marco corrente nella
Germania est e quello corrente nella Germania ovest sarebbe stato
alla pari.
Per questo motivo, noi
pensiamo, c’è a volte reticenza a riconoscere che le aziende che
producono con tecnologia più bassa producono davvero meno valore e
non è vero che ne vengano derubate da quelle ad alta tecnologia.
Purtroppo la grande
maggioranza di compagni rivoluzionari (in Italia in particolare, ma
non solo), hanno avuto una crescita partendo da una matrice
stalinista: fino ad alcuni decenni fa, lo sappiamo, mettere in
dubbio il socialismo sovietico era eresia, e i compagni che lo
facevano poteva rischiare persino la sua sicurezza personale ad
opera altri compagni.
Anche chi aderiva a
gruppi o partitini a sinistra del PCI era spesso cresciuto in
gioventù nella chiesa stalinista …e di solito andava ad aderire ad
altre chiese; anche chi proveniva da matrice troskista, e a volte
anche bordighista, anche se aveva chiaro che quello sovietico non
fosse mai stato socialismo, di solito non ne aveva una chiara
visione alternativa, e spesso cadeva nello stalinismo almeno nei
metodi e nei rapporti con altri compagni o gruppi. Ad esempio,
spesso il dibattito politico non era (e non è tuttora) orientato
alla scoperta della verità, della giusta strada, ma ad affermare le
idee del proprio gruppo (a volte con mezzi degni della più becera
competizione tra capitalisti) senza confrontarsi per mettere davvero
alla prova le proprie convinzioni, per vedere davvero se si abbia
ragione o torto su questioni su cui si hanno visioni diverse
rispetto ad altri compagni o gruppi rivoluzionari.
Insomma, come quando,
da bimbi si è educati alla religione, poi, da grandi, pur vedendo le
sue falsità se ne è sempre, per qualche verso, condizionati, così
anche molti bravi compagni rivoluzionari, indipendentemente da loro,
sono condizionati dallo stalinismo pur criticandolo. Ne abbiamo
avuto vari esempi anche noi stessi, ad es. nell’organizzazione (OCI)
da cui siamo usciti una decina di anni fa …e non solo …un’amara realtà
con cui dobbiamo essere coscienti di dover fare, tutti, i
conti. Per questo pensiamo che nel dibattito, ogni sincero compagno
rivoluzionario che interviene deve essere considerato degno di
rispetto e trattato con rispetto …anche quando dice cose che non
condividiamo …lo sviluppo collettivo di una discussione e di una
riflessione aperta, sincera e tesa alla ricerca della verità,
potrebbe suggerirci che ha ragione proprio lui e torto tutti gli
altri; ma anche se così non fosse, l’esperienza ci dice che, senza
compagni che hanno il coraggio di proporre tesi che poi si rivelano
sbagliate, spesso non si riescono a trovare, dialetticamente, le
soluzioni giuste.
Gianni De Bellis e Mario Fragnito
29 gennaio 2012 |