Un Marx ridotto a filosofo o a
semplice economista, scienziato con la testa fra le
nuvole, non merita la prima pagina del più
importante quotidiano italiano. Decine di libri
usciti negli ultimi anni e infiniti articoli e saggi
hanno tentato di declassare il grande rivoluzionario
a semplice studioso che avrebbe scoperto cose di
notevole utilità per leggere l'attuale crisi del
capitalismo purché si abbia l'avvertenza di
depurarlo da ogni elemento politico e
rivoluzionario. Un Marx sterilizzato, insomma,
pronto per l'uso da parte di pennivendoli
stipendiati del Capitale, che evidentemente hanno
una grande paura di Marx e del marxismo, ben sapendo
come possa essere pericolosa questa teoria quando
viene fatta propria dalle masse in lotta.
Non è una novità degli ultimi anni, per la verità,
visto che Lenin, quasi cento anni fa, iniziava il
suo libro più importante (Stato e rivoluzione)
irridendo coloro che avevano la pretesa di
trasformare Marx in una "icona inoffensiva", di
"canonizzarlo", "mentre si svuota del contenuto la
sua dottrina rivoluzionaria, se ne smussa la punta,
la si svilisce". E a quanto pare i tentativi di
questo tipo erano anche più vecchi, dato che già il
vecchio Engels aveva reputato necessario precisare
ai funerali di Marx (1883) che "lo scienziato non
era neppure la metà di Marx", perché Marx "era prima
di tutto un rivoluzionario" impegnato nella lotta
per l'abbattimento della società capitalistica, per
l'eliminazione della società divisa in classi.
Trattandosi di un tema che ha superato con
abbondanza il secolo, come dicevamo, non fa più
notizia. Il Marx innocuo scienziato è un luogo
comune obbligato per qualsiasi scribacchino che si
rispetti.
La prima rivelazione
di Repubblica
Ma di ben altro tenore sono le scoperte sensazionali
che ha fatto Andrea Tarquini, corrispondente da
Berlino per Repubblica. Scoperte di tale
portata che il quotidiano della borghesia cosiddetta
progressista gli ha dedicato ben tre paginoni interi
sul giornale di domenica 8 e persino un richiamo in
prima pagina ("Marx 2020").
E ci mancherebbe il contrario, perbacco! Quello di
Tarquini è un vero e proprio scoop,
rivelazioni in grado di cambiare radicalmente tutte
le nostre conoscenze su Marx e sul marxismo. Cose
che, se solo Lenin e Trotsky le avessero sapute per
tempo... si sarebbero risparmiati la rivoluzione
d'Ottobre. Di più: forse lo stesso Marx, se avesse
potuto leggere in vita l'articolo di Tarquini,
avrebbe mollato tutto, impegnandosi di più per quel
posto di impiegato in ferrovia che si lasciò
sfuggire per scrivere più di cento di libroni,
costruire un'Internazionale e partiti in mezzo
mondo.
Ma è appunto da quei benedetti libroni che parte
l'inviato speciale di Repubblica. Tarquini
si è recato avventurosamente al numero 22 di
Jaegerstrasse, a Berlino, dove si lavora a
completare l'edizione integrale delle opere di Marx
ed è proprio qui che ha fatto quella che a buon
titolo può essere definita come una delle scoperte
più sconvolgenti dell'ultimo secolo.
L'inizio di Tarquini è dimesso, piano. Spiega che
Marx fu essenzialmente un teorico e uno scienziato.
Cioè la filastrocca di cui dicevamo poco sopra e
letta la quale si sarebbe tentati di saltare a piè
pari le due paginone centrali e di passare
direttamente ai programmi tv. Ma ecco la prima
rivelazione, che ti costringe a proseguire la
lettura: Marx, ci informa Tarquini, "credeva nella
democrazia". Di più: Marx "riemerge dal passato come
un moderno newlabourista, un progressista tedesco o
un liberal americano".
Questa prima rivelazione non è da poco. A quanto si
sapeva finora (da opere e atti) Marx non credeva per
nulla nella "democrazia" di cui parla Tarquini, che
per la precisione è la democrazia borghese. Anzi
- così pensavamo di sapere fino a ieri - il marxismo
si basa sul concetto per cui le sovrastrutture
politiche, ideologiche, giuridiche sono storicamente
determinate, non esiste una "democrazia" come ente
metafisico, pura, così come non esistono istituzioni
al di sopra delle classi. Per questo i comunisti
(quelli veri) sono rivoluzionari, perché non pensano
di riformare le istituzioni del capitalismo ma
operano per rovesciarle, spezzarne lo Stato,
convinti che a una diversa organizzazione economica
della società (che passa per l'esproprio degli
espropriatori) corrisponda una struttura altra della
società; alla dittatura della borghesia (la
democrazia di Tarquini) sostituiscono la dittatura
del proletariato, ecc.
Su queste certezze ci riposavamo beatamente fino
alla mattina dell'8 gennaio. Lo stesso Marx ci aveva
tratto in inganno asserendo (in quella famosa
lettera a Weydemeyer) che l'essenziale della sua
opera consisteva nel legare la lotta di classe allo
sbocco della dittatura del proletariato (cioè al
potere dei lavoratori) da guadagnarsi attraverso una
rivoluzione.
Ma dove, potrebbe chiedersi un lettore ingenuo,
dove Tarquini ha scoperto invece queste
posizioni riformiste, addirittura liberal,
di Marx? D'accordo, la domanda è lecita, a questo
punto della lettura dei tre paginoni. Ma è una
domanda che rivela l'ingenuità di chi crede che
simili affermazioni debbano essere suffragate da
prove, citazioni precise di testi, titoli, date;
nonché da un'analisi sul come mai miliardi di uomini
siano rimasti fino ad oggi all'oscuro di questo
reale pensiero di Marx; di come mai l'intera sua
opera (nella parte finora conosciuta), per tacere di
tutta la sua attività pratica, di come mai tutto ciò
abbia fin qui celato così bene questo Marx
liberal. Che si tratti di un tipico caso di
schizofrenia? Di uno sdoppiamento degno della penna
di Stevenson (quello del Dr. Jekyll e Mr. Hyde, per
intenderci)? Certo è che l'occultamento di questo
Marx autentico (e autenticato da Tarquini)
è stato per decenni così perfetto che viene quasi il
sospetto che Marx stesso non ne fosse consapevole
(ovviamente prima di leggere, dal suo caldo
cantuccio all'inferno, l'articolo di Tarquini).
Altri tirerebbero in ballo il dottor Freud, un
qualche trauma nel piccolo Marx, la rimozione, ecc.
Tarquini no: semplicemente non giustifica in nessun
modo queste sue affermazioni. Non ci annoia con
riferimenti o citazioni (cose da volgari
materialisti). Si limita a dire che così gli è stato
assicurato dagli studiosi che stanno frugando tra le
carte inedite di Marx. Perché non credergli?
L'Epifania trasforma
Marx nel reverendo Berkeley
Un Marx liberal sarebbe già sufficiente per
riempire la prima domenica dopo l'Epifania. Ma le
rivelazioni non sono finite, come si conviene
d'altra parte, è noto a ogni buon credente, a una
giornata di miracoli, visioni, rivelazioni sacre.
All'Accademia delle scienze di Berlino, Tarquini ha
fatto almeno altre due scoperte ben più
sconvolgenti. E scrive infatti: "Frugando nelle
carte consunte dal tempo si scoprono cose che i
contemporanei di Marx vollero ignorare". Quali? E
qui arriviamo alla seconda rivelazione, tenetevi
forte. Tarquini scrive: "Insomma: la teoria secondo
cui l'esistenza materiale determina la coscienza,
base del materialismo storico era un'idea in cui
Marx non credeva."
Dopo aver scritto questa frase, Tarquini cambia
incredibilmente discorso. Possibile che non si renda
conto della portata di una simile rivelazione?
Difficile, visto l'acume scientifico che lo
caratterizza. Più probabile che voglia dosare la
suspence, come in certi vecchi film del grande
Hitchcock. Ma la sorpresa è tale che noi non
riusciamo a continuare la lettura. Dobbiamo
fermarci, rivedere non solo tutto quanto sapevamo di
Marx ma anche della stessa storia della filosofia
degli ultimi duemila anni nonché della scienza
moderna. Difatti, quella che Tarquini definisce una
"idea in cui Marx non credeva" è il fondamento di
qualsiasi pensiero scientifico ed era già stata
ideata, per così dire, già qualche millennio prima
che a Marx ed Engels venisse in mente di elaborare
il materialismo dialettico. Vogliamo dire che la
rivelazione di Tarquini non pone dei problemi solo
rispetto al marxismo ma rispetto a tutta la storia
del pensiero umano. Se "la teoria" per cui
"l'esistenza materiale determina la coscienza" è
solo una sciocchezza, un equivoco puerile, una cosa
in cui Marx "non credeva", dobbiamo supporre al
contrario che sia la coscienza a determinare la
materia. Aveva cioè ragione il vescovo Berkeley
(roba del Settecento): non esistono gli oggetti, ma
solo lo spirito. "Esse est percipi", "l'essere è un
essere percepito". E' Dio la causa della realtà
naturale, tutto ciò che vediamo e tocchiamo è solo
la Sua Idea calata nel mondo. Detta in altre parole,
anche le pagine di Repubblica che stiamo
sfogliando non esistono materialmente e nella realtà
materiale non esistono Tarquini stesso, con le sue
braccia, le sue gambe, il suo cervello (l'ultima
cosa, a ben pensarci, non dovrebbe stupire più di
tanto).
Prima di continuare la lettura cerchiamo di
abituarci a queste due rivelazioni che da ora in poi
cambieranno completamente il nostro modo di guardare
al marxismo. Ripetiamole: Marx era un liberal
e credeva nell'Idea (o Spirito) come origine della
materia.
Digerite queste due prime scoperte, con più
difficoltà del cotechino mangiato a Natale, con la
testa che ci gira vorticosamente, proseguiamo, quasi
timorosi di cosa possa aver scoperto di ancor più
clamoroso l'inviato speciale di Repubblica
in Jaegerstrasse, a Berlino.
Un Marx anti-politico
Come in un crescendo rossiniano, Tarquini ha tenuto
il colpo di cimbali per il gran finale. Siete
pronti? "Karl [così lo chiama il giornalista,
esibendo una antica consuetudine, ndr] aveva
rinunciato alla politica, annotava la sua fiducia
nel libero dibattito e confronto tra idee e forze
politiche." Di più, aggiunge Tarquini, quella "fitta
rete di scambi epistolari internazionali" che fino
ad oggi si pensava fossero necessari a Marx ed
Engels per costruire il partito internazionale della
rivoluzione erano in realtà "il primo social
network".
Dunque un Marx non solo liberal e idealista
ma anche disinteressato alla politica e
proto-utilizzatore di facebook e twitter...
I più impertinenti tra voi si chiederanno, a questo
punto, quanto Repubblica paghi un inviato a Berlino
che riesce a scrivere tre pagine tre su Marx senza
aver mai letto (gliene va dato atto) un solo rigo di
Marx. Ma a noi la domanda sembra mal posta perché
non c'è nulla di banale in questo articolo. Anzi,
ora non ci appare più banale neppure quel
sottotitolo dell'articolo di Tarquini che
inizialmente avevamo preso per la solita litania,
quel richiamo alla nota frase di Marx, quel suo
ironico "Tutto quello che so e che non sono
marxista", con cui il grande rivoluzionario si
difendeva profeticamente dalle interpretazioni à
la Tarquini. Pensateci bene. Non vedete il
diverso significato che assume quella frase, riletta
adesso, dopo aver appreso le tre rivelazioni di
Tarquini (che sono tre come i misteri di Fatima, non
a caso rivelati dalla Madonna a tre pastorelli nel
1917, quando i marxisti russi, ignari tanto delle
rivelazioni di Fatima come di quelle di Tarquini,
rovesciavano il capitalismo utilizzando il
marxismo)? Riletta oggi, capiamo fino in fondo cosa
intendeva dire Marx e siamo convinti che se Marx
avesse potuto leggere il ritratto che gli dedica
Tarquini avrebbe ripetuto non una ma cento volte:
"Tutto quello che so è che non sono marxista".
Per il resto si sarebbe limitato a una risata
omerica. Che è appunto quanto lui ed Engels
riservavano a quei filistei (questo il termine poco
rispettoso del "libero dibattito" che usavano per i
Tarquini dell'epoca, alternandolo ad asino
o somaro) ignoranti e idealisti che sono
convinti di poter fermare la forza brutale della
rivoluzione che li spazzerà via trincerandosi dietro
tre pagine di scemenze in corpo 10.