Dopo l’uscita da Confindustria, la
chiusura di Termini Imprese e di Irisbus, ecco la
disdetta del contratto nazionale dei metalmeccanici.
Non c’e’ niente da fare.
Il nuovo, acceso clima competitivo impone alla crisi
Europea riforme del mercato del lavoro e del
welfare, subito accolte e ratificate dal
traghettatore Monti, giustificate trasversalmente
dalla politica borghese e, seppur con sfumature
diverse, dal panorama del sindacato di stato.
E’ nelle cose, e nella storia Fiat degli ultimi anni
Nell’ultimo decennio la produzione Fiat in Italia è
scesa del 54%, mentre in Brasile aumentava del 95%,
producendo 846.000 veicoli là contro i 711.000 qua.
Nei 7 anni del “comando” Marchionne, mentre in Cina
la produzione auto è cresciuta di 5 volte, in Italia
è scesa del 35%, aumentando del 97% in Polonia e del
55,6% in Brasile.
Le vere motivazioni di fondo di questa svolta
annunciata Fiat vanno ricercate più che nella
modifica di assetti societari, nell’impetuosa
crescita asiatica che impone, insieme all’attuale
processo di concentrazione multinazionale,
l’“eguaglianza al ribasso” dei nostri operai con
quelli polacchi, brasiliani, cinesi.
E così, mentre in Grecia si rinuncia al contratto
nazionale, in Italia si estende il modello
Pomigliano, “riformando” l’intero sistema di
contrattazione.
Insomma, è uno scaricabarile, tra un mondo in
trasformazione, le sue nuove regole dettate dai
nuovi equilibri in formazione, e il tentativo dei
blocco continentale Europeo di stargli al passo,
riducendo poteri e decisionalità statuali ed
imponendo ai governi la sovranità limitata ed
adeguata al salvataggio della UE.
• Infatti, la commissione ed il consiglio U.E., nel
giugno 2010, prima ancora della famosa lettera BCE
sulla “flexurity”, ci invitavano a “modernizzare i
contratti sul modello Fiat”.
• Il nuovo governo Monti si inchina “ I cambiamenti
che spero avvengano nel sistema aiuteranno la Fiat a
confermare la posizione di sempre rispetto alle
riforme”.
• Marchionne commosso, ringrazia ed incassa “ in
Monti non potremmo avere un premier migliore”.
Mentre il cielo politico bipartisan applaude, il
sindacato vuole “sporcarsi le mani, stare al gioco,
pronto alla sfida”, con l’eccezione della filosoFiom
massimalista ma impotente, incapace di mobilitare
sul serio la categoria e fossilizzata sulla
fallimentare strada delle azioni legali, dei
tribunali, delle denunce.
Di fronte alla oggettiva possibilità di un terreno
di lotta internazionale degli operai che difenda le
comuni condizioni di vita e di lavoro, viviamo i
tempi del logoramento operaio arrampicato sulle
torri, incatenato ai cancelli, autoincarcerato sulle
isole, incastrato in vertenze locali di difesa di
fabbriche e lavoro spesso già chiuse e persi,
dell’isolamento, della cassa integrazione, della
precarizzazione, della disoccupazione.
La vita degli operai torna ad essere schiavitù,
legata mani e piedi ai cicli di mercato, al comando
militarizzato in fabbrica, all’insicurezza del
futuro.
Questa scarnificazione dei rapporti sociali, questa
ritrovata violenza dei rapporti di classe, questo
uniforme panorama sociale e politico antioperaio può
provocare una presa di coscienza anche in questa
situazione di difficoltà.
Può far comprendere che non è più possibile
delegare a sindacati e politici venduti le sorti
della propria esistenza, che invece va ripresa nelle
proprie mani.
La crisi schiarisce le idee e spazza via ogni
illusione: alla lotta di classe dei padroni contro
gli operai si deve rispondere con la lotta di classe
degli operai contro i padroni!
Alla loro violenza, con la nostra forza.
Al loro tentativo di riorganizzarsi, con la nostra
organizzazione.
Smettiamo di “rappresentare il conflitto”, di
simularlo.
Facciamo presto, e sul serio!
D’altra parte, senza una battaglia, ed
un’organizzazione politica, che comprenda le cause
ultime di questa situazione, che sappia leggere e
contrastare i progetti generali della “riforma”
capitalistica, che sappia stilare un programma
internazionale di lotta contro la planetizzazione di
mercato, che dia parole d’ordine semplici, chiare,
unificanti e praticabili, si rischia la rotta, la
dispersione, il passo indietro secolare.
I padroni , impegnati a salvare il loro sistema in
crisi,
ce ne vogliono far pagare il prezzo.
Non possono avere pietà di noi, come noi di loro!