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Contro le manovre del governo e l’accordo del 28 giugno
Per la difesa intransigente della classe lavoratrice
Per la rinascita del Sindacato di
classe
La manovra economica è un nuovo pesante attacco
contro tutta la classe lavoratrice. Distrugge il contratto collettivo nazionale di lavoro attraverso la
possibilità nei futuri contratti aziendali di derogare ad esso su
quasi ogni materia; consente che i contratti aziendali
concedano la piena libertà di licenziamento, in deroga all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori;
accelera il processo d’innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni delle lavoratrici del settore privato.
Tutti questi provvedimenti nella loro essenza si
riducono all’obiettivo di fondo perseguito dalla borghesia, dai suoi Governi di destra o sinistra, dal suo Stato,
in ogni paese:
la riduzione del salario,
sia esso diretto (busta paga), indiretto (servizi sociali), differito
(liquidazione, pensione).
Ridurre il salario significa
aumentare lo sfruttamento del
proletariato. Questa è la
sola reale misura che il capitalismo ha a disposizione per mantenere in vita
la sua economia, minata dal cancro incurabile
del calo del saggio del profitto
e dalla sovrapproduzione di ogni tipo
di merci: le vere cause
della crisi, che non è italiana
né europea, ma è mondiale.
La classe lavoratrice – il proletariato – non deve
farsi carico della sopravvivenza di questo sistema economico perché esso è destinato
inesorabilmente al collasso e comporta sempre più
sfruttamento, miseria, oppressione e guerra per i lavoratori di tutto il mondo.
L’economia capitalistica
continuerà ad affondare, avvitandosi in crisi sempre più estese e catastrofiche,
ma la classe lavoratrice non si rassegnerà ad affogare con essa e
lotterà per i suoi opposti interessi di classe, contro
questo sistema sociale che ha fatto il suo tempo.
Per questo,
oggi,
la strada che i lavoratori devono intraprendere non è quella di chi
propone false ricette alternative
volte alla impossibile
ripresa della
crescita
dell’economia
capitalistica, sostenendo uno dei due schieramenti parlamentari che si fingono
contrapposti, né quella di chi favoleggia un’economia capitalistica
diversa, più
“umana” e meno distruttiva per il lavoro e le risorse naturali, da
realizzare attraverso l’azione di movimenti di tutte le classi e senza mettere in
discussione il regime sociale e politico borghese.
Il Capitale sarà
sempre disumano e
distruttivo.
Oggi, per i lavoratori, la questione centrale è
quella di organizzare la difesa
intransigente delle loro
condizioni di vita e lavoro, il che significa
lottare senza farsi carico alcuno delle sorti dell’economica nazionale.
La direzione della CGIL è stata costretta a
organizzare lo sciopero di oggi per non screditarsi del tutto
davanti ai lavoratori. Ed è un fatto positivo che una parte
importante del sindacalismo di base vi abbia aderito, superando la pratica annosa degli scioperi separati.
Ma è evidente a tutti che scioperi di questo tipo non sono e non saranno sufficienti per fermare l’attacco
presente e quelli futuri.
Solo la forza può imporre al Capitale e al suo
Governo il ritiro di questi provvedimenti. Questo significa mobilitare i lavoratori in uno
sciopero generale a oltranza
fino al ritiro della manovra.
È evidente che una simile mobilitazione non s’improvvisa. Occorre una
organizzazione sindacale estesa e determinata a un lungo lavoro per preparare la classe a un simile scontro.
Questo sindacato oggi non esiste.
Di fronte alla
manovra di luglio,
infatti, che ha colpito pesantemente i servizi sociali e ha
prorogato il blocco dei contratti per i dipendenti pubblici, la CGIL non
solo non ha mosso un dito, ma il 4 agosto ha presentato al Governo – in comune con gli altri sindacati di
regime (CISL, UIL, UGL), con Confindustria e con l’Associazione della Banche – le “Proposte delle
Parti Sociali” per unirsi agli industriali e alle istituzioni finanziarie nazionali e internazionali nel
richiedere
privatizzazioni, modernizzazione dello Stato sociale, della Pubblica Amministrazione e delle relazioni sindacali:
tutti i soliti ipocriti eufemismi coi quali la borghesia
camuffa gli attacchi contro i lavoratori.
La parte della manovra che distrugge il contratto
nazionale di lavoro è figlia legittima dell’Accordo del 28 giugno fra Confindustria e CGIL-CISL-UIL, che già
segnava un passo decisivo in questa direzione.
Coerentemente CISL e UIL lo riconoscono e plaudono
sia a quell’accordo sia a questa parte della manovra. È la maggioranza CGIL che ora deve fare le capriole,
sostenendo che la manovra ribalta quell’Accordo. Il Governo non ha fatto altro che accelerare i tempi. L’Accordo
del 28 giugno deve essere respinto al pari della manovra d’agosto.
L’opposizione interna alla CGIL ha fatto pressioni
sulla direzione per la proclamazione di questo sciopero, perché teme il totale discredito del suo sindacato
fra i lavoratori. Ma non perché vuole ritornare ad un vero sindacato di classe, cosa nella quale altrimenti si
sarebbe impegnata da almeno da due decenni, fuori e contro la CGIL. Essa rappresenta solo l’ala meno conseguente e
la copertura del sindacalismo concertativo e di regime.
La CGIL non potrà
mai diventare un sindacato di classe, non
potrà mai arrivare a consentire uno scontro aperto perché la sua politica è fondata sul dogma che debba esistere un sistema di regole,
condivise da borghesi e lavoratori, che possa tutelare gli interessi di entrambi
e che eviti lo scontro di
classe. Questa illusione ha retto
fintantoché l’economia capitalistica è cresciuta,
dopo le distruzioni della seconda guerra mondiale. Con l’approfondirsi della crisi si sta dimostrando che
non esistono regole o diritti, che sono cancellati quando è in pericolo la sopravvivenza del Capitale. Non esistono
regole o leggi che possano difendere i lavoratori al di fuori della loro forza organizzata, che deve essere
superiore a quella della classe nemica.
Ai lavoratori spetta dunque di ricostruire il loro
Sindacato di classe
per organizzare la difesa
efficace dai sempre più duri attacchi della borghesia. Un
sindacato realmente
autonomo dal padronato e dal suo Stato:
che rigetti tutte quelle forme di corruzione, mascherate
da diritti,
quali i distacchi permanenti e temporanei e per contare essenzialmente sull’impegno gratuito dei
suoi militanti; che rifiuti il pagamento delle quote
per delega
per non lasciare il suo finanziamento in mano al
padrone e rendergli nota la lista degli iscritti; che sia
rappresentativo
non perché sottostà alle regole
concesse dal padronato o dallo Stato (RSU, RSA) ma solo perché
di fatto in grado di
organizzare i lavoratori e dirigere scioperi efficaci.
La condizione proletaria non sarà per sempre, come
da ogni lato viene martellato, legata alle sorti dell’economia capitalistica, chiamata in ogni paese
“ economia nazionale”.
Il capitalismo stesso ha
ovunque nel mondo
–
e da decenni! – creato le condizioni per il suo superamento: ha
sviluppato la forza produttiva del
lavoro a tal punto da rendere possibile soddisfare i
bisogni dell’umanità con poche ore di lavoro medio quotidiano. Oggi si tratta di
liberare il lavoro
dalle leggi economiche
capitalistiche che impediscono questa necessaria e razionale organizzazione della
produzione e della società. Ma, per farlo, bisogna
liberare la classe mondiale dei lavoratori dal dominio politico del
Capitale, della borghesia.
Coerentemente e a necessario completamento di questa
guerriglia per la difesa intransigente delle proprie condizioni, già oggi la classe lavoratrice trova nel
suo Partito, il Partito
Comunista Internazionale,
l’anticipazione della sua definitiva emancipazione
sociale e politica rivoluzionaria per giungere domani a combattere e vincere la sua guerra che cancellerà il capitalismo
per sempre.
Partito Comunista Internazionale
6 settembre 2011 |