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Sirene |
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Sirene, Edizioni ETS, Pisa 2002 |
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RASSEGNA CRITICA |
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“[…] Sirene è un poema narrativo di 14.400 esametri (in una variante
originale che riecheggia un doppio novenario battuto sul dattilo o l’anfibraco),
suddiviso in cinque libri, ciascuno dei quali si compone di dodici canti
(tutti di 240 versi) fermati da un distico in cui si ripete la stessa
parola rima (nell’ordine: “onde”, “erba”; “luce”;
“vento”; “giorni” — come dire: Acqua, Terra, Fuoco, Aria,
Tempo). La vicenda storica ha inizio il ventuno giugno del ’43 “le
due meno un quarto di notte”, con il naufragio, per siluramento, della
nave-cisterna dove presta servizio il sergente Davide Rapiti, e si
chiude nei dintorni del ’68, sull’evocazione dell’appena uscito Partigiano
Johnny, avendo al suo centro venture della guerra civile in Toscana.
La vicenda mitica si inoltra variamente nell’immaginario pagano e
cristiano per perdersi nella notte (e nella luce) primordiale. Le due
linee si congiungono sulle frequenze di un amore inconcepibile: della
sirena Àlia (“marina” e “diversa”) per l’uomo, l’alieno
Davide (soldato e poeta) sottoposto alla cruda legge del tempo, che ha
inopinatamente salvato dalla morte per mare; dell’uomo per il fosforeo
fantasma intravisto nel deliquio e inseguito in un rapimento di
splendori ultraterreni, in un rimpianto d’immortalità. Senza a stare
a discutere le implicazioni numerologiche (il cinque della Dea Bianca,
del pentagramma pitagorico e della sezione aurea, il dodici zodiacale
eccetera), i molteplici rimandi all’Odissea,
all’Eneide, alla Commedia, e a
riassumere la vasta trama, ricca di episodi e digressioni, dirò solo
che del testo persuade soprattutto il versante “realistico”: le
cadenze epico-popolari, da Notte
di San Lorenzo, del racconto partigiano: l’affettuosa evocazione
del paesaggio, degli umili affetti familiari, dei piccoli fatti
quotidiani; quanto più insomma si tiene stretto alla rude e gentile
Toscana del tempo andato. Qui i versi sonanti — intarsiati in un
coloratissimo patchwork di
modi vernacolari, arcaismi, preziosismi, libere coniazioni — cantano,
restituendo lo smalto, l’icastica, la semplicità, le felici
asimmetrie delle storie scolpite sui portali delle chiese romaniche
[…]”. Antonio Pane, da “Caffè Michelangelo”, anno VIII, n°2, maggio – agosto 2003
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“[…] L’argomento.
Sirene vere, con la coda, sul remotissimo sfondo di una cosmogonia, e
una di esse, Alia, che attraverso una “passione”
umanizzante passa anche per un bordello partenopeo. La vicenda si
svolge dal 1943 al 1968, un venticinquennio dei più drammatici e
dinamici della storia europea, con la guerra partigiana sugli Appennini
e stragi e distruzioni nelle città e nelle campagne. I quattro canti
centrali — il poema ha una formidabile struttura concentrica —
vedono Davide, il protagonista, in stato di morte apparente a causa di
una ferita, ascendere in un Aldilà di conformazione swedenborghiana,
dove suo Virgilio è nientemeno che Dante. E poi la rappresentazione
dell’Inferno, con Satana e il suo serraglio di concubine (le
degenerate passioni dell’uomo), e le disavventure mondane del
tragicomico diavolo Nester, accanito contro il Vaticano, nell’Italia
rampante della ricostruzione (petrolio, cinema, ecc,). E sullo sfondo la
Toscana del dopoguerra, che si fa paradigma e speranza di convivenza
civile. E molto altro ancora. È, che io sappia, l’unico poema moderno
in cui accadano teofanie, e addirittura compaiano le tre Persone
Trinitarie quali personaggi parlanti. Si stenta a elaborare un giudizio,
dichiarando il proprio sbalordimento. Cipollini, del resto, ci aveva
abituati con la sua mitopoiesi (classica e cristiana) a stridenti
dissonanze con il Novecento, e non solo italiano. Perché qui siamo di
fronte all’assolutezza di un opus
magnum che non ha confronti con qualsiasi altro libro del secolo
scorso. È questa ― si badi bene ― una constatazione
descrittiva, non un giudizio di valore, che sarà lasciato al singolo
lettore; ma bisogna che questi si educhi a un ritmo di lettura altro,
al passo ternario (dattilico perlopiù) dell’esametro, insomma a un
andamento (lento, cardiaco) che introduce di per sé in un mondo, o per
meglio dire in un modus vivendi o videndi,
che non è quello appiattito sulla ‘realtà di tutti i giorni’. Si
capisce e si compatisce quindi la disattenzione mercantile dei grandi
editori, che non concepiscono altra (termine orrendo ma inevitabile) produzione narrativa che il romanzo, un genere ormai conforme ai
canoni cinetelevisivi, che gli assicurano quindi una morte di successo.
Eppure la letteratura occidentale nacque, senza scissioni, narrativa e metrica, così
che questo poema è anche un ritorno non ingenuo alle sorgenti omeriche
— anzi, dichiaratamente, per le estreme infiltrazioni fino al Gilgamesh — passando per l’esperienza dantesca; la figura di
Ulisse, non a caso, fa da continuo e sotteso controcanto all’epos
individuale (si scusi l’ossimoro) di Davide, che, nella sua fusione di
cultura antica e moderna in una prospettiva cristiana può ben definirsi
personaggio sintesi di una tradizione trimillenaria”. Fabrizio Ulivieri, da “Italienisch”, n°50, Novembre 2003, Frankfurt am Main |
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“ […] Si tratta di
un’opera fuori del comune, essendo un poema esteso per 5 libri,
ciascuno composto di 12 canti, tutti di 240 versi. Lo sfogli e subito
hai l’impressione di maneggiare qualcosa d’incastrato a forza nel
nostro tempo. Sirene non si
accorda con alcuna coordinata critica vigente (se ancora sussistono).
Avverti che si radica profondamente nell’epica plurimillenaria
dell’Occidente, e forse non solo di questo. Ma facendo qualche rapida
incursione nelle memorie letterarie, ti accorgi che non ricalca nessun
testo: quanto c’è di tradizionale è ben masticato e digerito e
assimilato nel vivente. Del resto cos’è la tradizione? È un
organismo che si rinnova con le generazioni. Perché la tradizione è
quanto rimane ― imprevedibile e ineluttabile ― dopo la
sarabanda dell’immanente chiamata Attualità. E hai come un lampo. Sirene sembra il ritorno di un modello metafisico di letteratura
(visioni, teofanie, miti, procedimenti stilistici…) decaduto con il
Petrarca. Eppure non sa di riesumazione. Sa di antico, sì, ma è una
cosa fresca, vigorosa: sta qui il suo fascino. Come raccontare questi
14.400 versi? Se sul piano storico il nucleo della vicenda si dipana dal
1943 al 1968, su quello mitico e archetipico i tempi si dilatano fino
alla cosmogonia, e su quello spirituale si entra nell’eternità. Tanto
per invogliare il lettore: tra i personaggi compaiono le figure della
Trinità, quali più o meno gli Dei in un poema omerico, e Satana spiega
a un suo diavolo maldestro le ragioni rigorose della propria ribellione
al Creatore… ‘Forse / tu non pensavi ch’io löico fossi’,
verrebbe da chiosare con Dante (che, a proposito, vediamo tra i
personaggi dell’Aldilà). Sì, c’è l’inferno e c’è il
paradiso, e specie questo è rappresentato in modo per niente
convenzionale. E poi c’è la guerra, ovviamente, e tanta Toscana, ed
episodi comici e tragici, di passione politica e d’amore, descrizioni
naturali, il momento favoloso e il quadro realistico, ecc. ecc.
Impossibile qui riassumere. Ma una cosa ti colpisce fin dal principio:
il poema si legge con facilità; certo, per goderselo a fondo, bisogna
adeguarsi al ritmo cardiaco del verso, che è di sei battute; ma una
volta iniziato, scivola via da sé. Leggere in metrica è
un’esperienza ben diversa dalla quotidiana prosa, perché dà una
visione geometrica del mondo, classicamente compiuta […]”.
Da “Erba d’Arno”, n°98,
2004, Fucecchio (Fi)
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“Un poema epico, ma
anche mitologico e metafisico, per di più solidamente strutturato in 5
libri di 12 canti ciascuno, ognuno di 240 esametri (per un totale di
14.400 versi!), è un’opera del tutto inconsueta nel panorama
internazionale, pur considerandovi l’area anglofona, dove sono
comparsi recentemente poemi quali
Omeros, di Derek Walcott (Nobel ’92), e Fredy
Neptune, di Les Murray: due opere ponderose e tuttavia più brevi e
più semplici per costruzione e sostanza concettuale di Sirene.
E forse possiamo parlare di paradigma grecolatino di narrazione
oggettiva (Sirene con i suoi
canti isometri e la numerologia pervadente è una specie di tempio con
sessanta colonne perfette) a fronte di un postmodernismo polimorfo
basato su una visione soggettiva. Il nucleo della complessa vicenda,
procedente per narrazioni parallele o incrociate, si svolge storicamente
dal ’43 al ’68, perlopiù nella Toscana della guerra partigiana e
quindi del dopoguerra. Ma non meno importante è il registro mitico e
metafisico. Le Sirene affiorano dal remotissimo sfondo di una cosmogonia
e una di esse, Alia, attraverso una “passione” umanizzante, che
passa anche per un bordello partenopeo, finirà per trasformarsi in una
donna grazie all’amore di Davide, che ella ha salvato da un naufragio
bellico. La parte epica, di un eroismo compiutamente umano, si svolge
sugli Appennini, con scontri fra partigiani e nazifascisti. I quattro
canti centrali ― il poema ha una formidabile struttura concentrica
― vedono il protagonista, in stato di morte apparente a causa di
una ferita, ascendere in un Aldilà d’ispirazione swedenborghiana,
dove sua guida è Dante. Ma è impossibile qui segnalare anche solo i
punti salienti di peripezie a cui partecipano tanto gli uomini quanto le
forze soprannaturali, in una grandiosità visionaria mai più esplicata
dall’età barocca. Non si può però non segnalare al lettore un canto
di suprema densità poetica e concettuale qual è il 2° del libro III,
che non si esita a definire una Bhagavadgita
occidentale. Si ha come l’impressione che questo poema sia la lastra
tombale del sec. XX e al contempo la resurrezione vitalissima di una
civiltà letteraria che si pensava defunta. Qui siamo di fronte
all’assolutezza di un opus magnum che non ha confronti con qualsiasi altro poema del
secolo scorso, per la sua organicità narrativa e stilistica (unico,
rapido riferimento nell’area del romanzo potrebbe essere l’Ulysses di J. Joyce, però nel rapporto antinomico di
classico/anticlassico) perfettamente fusa con una Weltanschauung d’immensa ampiezza storica (Sirene è una stratificazione di tre-quattromila anni di cultura
occidentale, dal Gilgamesh
all’Odissea, dall’Eneide alla Divina Commedia e
oltre). Il risultato è un monstrum
totalizzante che ribalta l’idea stessa di poesia quale ormai si è
affermata da molte generazioni, come espressione di solitudine
individuale. Quest’opera, che nella sua oltranza è ovviamente al di
fuori di ogni canone dell’industria editoriale, si presenta di fatto
come una delle più coraggiose scommesse letterarie del secolo appena
iniziato.”
La biblioteca di Writer, in “la Voce di Mantova”, 23-12-2004.
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EMPOLI. Un poema che si compone di
cinque libri, ciascuno di dodici canti di 240 esametri, per un totale di
14.400 versi, contenuti in quasi 450 pagine. E non ricalca nessun testo.
Sirene, questo è il titolo,
ha tutti gli ingredienti per diventare un caso letterario (€ 20,
edizioni ETS, Pisa). Marco Cipollini, l’autore, ha impiegato dieci
anni per scriverlo e ieri il volume è stato presentato a Palazzo
Pretorio. Racconta una vicenda che si svolge dal 1943 al 1968, anni
cruciali per la storia d’Italia. C’è molta Toscana, il periodo
bellico la vide insanguinata. Vi si parla anche dell’eccidio — uno
dei più cruenti — del Padule di Fucecchio, messo in atto dai
nazifascisti. Ma si parla anche di Aldilà, dell’Inferno, del
Paradiso, con guida Dante, e di Sirene che diventano mortali. Abbiamo
incontrato Marco Cipollini. È ovviamente piena di libri la casa
dell’autore, che me ne mostra l’ordine disordinato. Ma qui sul
tavolo spicca solitaria l’opera appena uscita. Da dove iniziare? Non càpita
spesso ― anzi, mai ― di leggere un poema di 5 libri, di 12
canti ciascuno, ognuno di 240 versi regolari. Ma è soprattutto il
contenuto che sorprende. Personaggi quali le Sirene, miti antichi e di
nuovo concepimento, un’epica di guerra, avventure marinare, la vita
nelle campagne toscane, tanti altri aspetti della società appena alle
nostre spalle, una strabiliante storia d’amore, e nientemeno che un
viaggio nell’Aldilà, avente per guida nientemeno che Dante… “Non
ho mai avuto tentazioni onnidicenti. Ma la lusinga della sintesi c’è
stata, una sintesi che mostrasse al nostro tempo la sua stratificazione
storica, tre-quattromila anni di geologia culturale”. Una specie di testamento
di civiltà? “No,
il mio è un atto di speranza totale. Si vede ovunque una pandemia
nevrosi di apparire… Ciò deriva dall’angoscia di scomparire nel
nulla. Sotto questa frenesia fenomenica, questo vitalismo di superficie
vi è aridità spirituale: radici immense stanno seccando in un soffio
di anni. Bisogna dunque scavare pozzi molto profondi, riattingere acqua
d’anima alle vene originarie. Necessita recuperare la memoria vera, la
Tradizione, e nulla come la poesia è figlia di Mnemosine”. E infatti nel libro si arriva fino a
Gilgamesh. Facendo un po’ di
conti, non sono numerosi i poemi più noti in cui è rappresentato
l’Aldilà. Oltre al Gilgamesh,
ricordiamo l’Odissea,
l’Eneide, e ovviamente la Divina
commedia.
La lista è di lusso. E ora ecco Sirene, con i suoi 4 canti centrali dispiegati in pieno sovrannaturale, e
l’inferno con Satana, e squadroni di diavoli in azione sulla terra.
Dante è la guida in Cielo del tuo protagonista, ma la visione
oltremondana che offri è ben diversa dalla sua: si rifà a Swedenborg,
autore peraltro ignoto al gran pubblico. “Swedenborg
fu un visionario eccelso, oltre che un grande scienziato, e mi duole che
da noi sia misconosciuto. Il mio Aldilà, che somiglia solo in parte
alle sue visioni, si apre su un mondo che rispecchia il nostro, ma
potenziato e purificato nella luce dell’Assoluto. Il mondo
dell’eternità e quello del tempo sono le due facce di un’unica
medaglia. Quel mite purgatorio che visita Davide si configura appunto
come un paesaggio del Valdarno, ma transustanziato spiritualmente.
Terminerei qui con l’Aldilà, altrimenti mi perdo in descrizioni e
spiegazioni”. Parliamo del nostro
mondo. La vicenda vede l’Italia che va dal ’43 al ’68, in buona
parte la Toscana nel periodo bellico. Il poema ripercorre zone dell’Odissea e, se si vuole, è anche un’Iliade rattrappita, con partigiani topposi ma con la loro dignità
eroica. Verso la fine citi, elogiandolo, Il
partigiano Johnny, di Fenoglio. È l’omaggio a un altro autore
epico? “Sì,
e anche un suggerimento di confronto, di andare oltre... Fenoglio è
stato un grande scrittore
sui generis,
e quindi non valutato giustamente dai più.
Il
Partigiano
si colloca a metà tra un romanzo storico e un vero poema epico, dei cui
topoi è
tutto intessuto. Ma c’è anche una differenza netta tra la sua e
l’antica epica, a cui invece miro io, e cioè la mancanza degli Dei,
del Divino. Non è un dettaglio da poco, un residuo oleografico da
eliminare. Al contrario, ne è il nucleo ontologico. Fenoglio, benché
fosse intriso di liberalismo inglese, stravedeva per quel komeinista di
Cromwell, e qui termina la sua prospettiva religiosa, antimetafisica.
Nel mio poema agisce il Divino, proprio in quanto teofania, come
personaggio parlante. E Dio appare non come padre ma come donna, due
volte e in modo diverso. Verso la conclusione c’è anche una grande
battaglia tra angeli e diavoli, con l’intervento diretto dello
Spirito. Prendere o lasciare”. E
infatti la separazione di
Sirene
dalla restante letteratura italiana, e non solo da questa, è recisa,
quasi dolorosa. È una realizzazione senza compromessi. Un meteorite
piombato in un pantano, ma le rane nemmeno se ne accorgono. “I
critici iscritti all’albo (ovvero le rane…) gracidano, pardon,
s’interessano solo a ciò che rientra nei loro parametri consolidati.
Si consideri pure che il loro ambiente è infeudato dai grandi editori,
che si costruiscono un mercato sicuro e che spesso possiedono gli stessi
giornali o riviste su cui scrivono i critici, sempre meno militanti:
anzi, direi fin troppo pacifisti. È un gioco di specchi che si conosce
bene. Eppure, ancora 30, 40 anni fa si scommetteva sul nuovo,
sull’originalità. Oggi non esiste più il “caso letterario”, ma
il best
seller, che dopo il mercato cartaceo satura quello filmico o
televisivo. Sul piano intellettuale, non è dubbio, questo è un
processo di decadenza”. Un aspetto che colpisce
del tuo poema è la sua narrazione solare, che osa parlare senza ironia
di angeli, di vendemmie, di Mussolini, di sirene, ecc., come se niente
fosse. Non è scandalosa oggi questa immediatezza? “Se
oggi fa scandalo una poesis felix,
chiediti in che bassura siamo scivolati... Ecco una prova storica della
presenza del Signore delle mosche!” Colpisce, oltre
all’elaborazione tematica, la conduzione espressiva, stilistica,
finanche metrica, del tutto insolita. “Ogni
argomento vuole la sua espressione. Ho usato un esametro dattilico, ma
in modo elastico. Pascoli, traducendo Omero, lo ingessò, rendendolo mal
sopportabile. Il mio esametro è, grosso modo, un doppio novenario. La
morbida regolarità del metro e del ritmo dà una prospettiva di
‘ordine superiore’ alla vicenda, anche nelle situazioni triviali”. Il racconto è svolto in
una prosa densa e limpida, moderna e classica al tempo stesso, a cui la
scansione ritmica conferisce un che di altorilievo… “Ho
perseguito un dettato di ascendenza latina, non omerica (a parte qualche
epiteto), e infatti è un discorso privo di ridondanze. Dante anche in
questo è il maestro. Quella di
Sirene non
è poesia lirica ma narrativa, che è altra cosa da una narrazione
poetica”. Sorprende la
giustapposizione di situazioni realistiche, propriamente storiche, con
altre mitiche, metafisiche… Non si tratta del solito ritorno del
classicismo. Com’è possibile in letteratura questa mutazione
antropologica in una sola generazione? In fondo che cosa è accaduto di
sconvolgente per giustificarla? “Questa
è una cosa a cui non posso rispondere, e che in fondo non
m’interessa. Ma non si deve fare l’errore del critico matricolato,
ovvero accademico, che vuole inquadrare tutto, giustificare tutto, da
bravo positivista. Costui non mette in conto la creazione, il gesto
gratuito: l’ispirazione. E poi, globalizzati come siamo, le influenze
culturali grandinano da ogni parte, in senso spaziale e temporale… La
chimica delle culture non è più controllabile, e può essere
esplosiva. Che un poema come questo fosse imprevedibile, non ne fa un
titolo di merito? Anzi, direi che oggi non c’è niente di più attuale
che l’inattualità”. Un consiglio, un
incoraggiamento per il lettore, che si trova davanti queste circa 440
pagine fitte d’inchiostro… 14.400 versi, e anche lunghetti. “Le
legga con abbandono e attenzione, come sempre dovrebbe fare, buttando
nel cestino le
idées reçues, i puntelli del suo vetero-moderno edificio culturale.
Spero che Sirene
lo renda più felice di com’era avanti di aprirlo”. Dati i tempi atroci,
tumultuosi, non è un invito a essere un po’ incosciente? “Non
diciamo ancora che dopo Auschwitz non si può scrivere più poesia!
Anzi, è doveroso il contrario, altrimenti avrebbe vinto il filo spinato
o il fondamentalismo barbuto. Confessiamolo: siamo stanchi di dover
essere stanchi! E nessuno, nessuna ragione storica ci può impedire di
essere quelli che vogliamo essere. Io confido nell’individuo”.
L'INTERVISTA DELLA DOMENICA, "IL TIRRENO", 6-2-2005. “[…] Marco Cipollini vive a Empoli, un paese della Toscana, lontano dai grandi centri milanesi o romani dove da sempre si operano carriere letterarie e pubblicazioni sotto i fari dell’editoria nazionale. Il poeta è eccessivo e misurato insieme, tanto da scommettere sulle forme ampie del poema e del romanzo in versi dentro una cifra stilistica che assorbe tutte le risorse della retorica classica. Il poema Sirene è questo. Incrocio di destini terrestri e metafisici legati da citazioni coltissime che affondano le radici nella storia della letteratura italiana. […] In questa orizzontalità senza centri il poeta coltiva la sua poetica radiale. Il calco, la ripetizione, l’avventura, la dissipazione, l’uso spregiudicato della storia, diventano un laboratorio sfuggente, e forse eccessivamente estetizzante, che scardina i miracoli della contemporaneità poetica fatta oggigiorno di semplici frammenti giapponesizzanti, volgendosi miracolisticamente agli strumenti del passato nel fare poesia. Affidandosi alla forma ampia e regolare, alla possanza del fiume stilistico invece che al rigagnolo della letterarietà. A Sirene Cipollini ha lavorato per un decennio. In completa solitudine e isolamento. Una di quelle scommesse che un tempo, mi viene in mente Stefano d’Arrigo e la sua Horcynus Orca, potevano ricevere la benevola attenzione di editori con il pallino degli autori stravaganti e ciclopici nelle ambizioni; ma oggi questo evento non è più possibile, la letteratura, tutta la letteratura è esclusivamente di consumo. […]” Claudio Di Scalzo, da VAOL.IT, Biblioteca domestica, 29 agosto 2005 |
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