Anna Andreevna Gorenko nasce il 23 giugno 1889
a
Bol’šòj Fontàn, un elegante suburbio di
Odessa, terza di cinque figli.
La famiglia, il padre ingegnere meccanico di
marina, si trasferisce prima nei sobborghi di
Pietroburgo, a Pavlovsk, e poi a Càrskoe Selò.
A cinque anni parla perfettamente il francese,
a dieci Anna supera una grave malattia, a
undici scrive la sua prima poesia.
Nel 1903 comincia la storia sentimentale con il
poeta Nikolàj Gumilëv, maggiore tre anni di lei
ed ex allievo di un insegnante ginnasiale di Anna
- Innokentij À nnenskij. Gumilëv è innamorato a
tal punto da tentare il suicidio per superarne le
resistenze.
Nel 1905 i genitori si separano; Anna si
trasferisce a Kiev. Qui, nel 1907, termina il
liceo e si iscrive alla facoltà di Legge. Nel
frattempo compone e quando manifesta il suo
desiderio di pubblicare il padre le suggerisce di
scegliersi uno pseudonimo letterario; la scelta
ricade sul nome della bisnonna materna, Achmàtova.
Nel 1910 Gumilëv sposa Anna, e l’anno
seguente fonda con Gorodeckij lo “Cech Poetov”,
la Corporazione dei Poeti, da cui prenderà vita
il movimento Acmeista.
La prima poesia di Anna è datata 1900, la
prima pubblicata (sulla rivista parigina “Sirus”,
edita da Gumilëv) 1907. La prima raccolta di
versi, “Sera”, e nel 1912.
Nello stesso anno viaggia a Parigi - dove
conosce Amedeo Modigliani, che la ritrasse in
numerosi disegni eseguiti a memoria di cui uno è
conservato a S. Pietroburgo - in Italia: a
Venezia, Genova, Padova, Bologna, Pisa e Firenze;
Anna è in attesa del suo unico figlio, Lev,
mentre Gumilë v è assente, impegnato in remoti
viaggi di esplorazione in Etiopia.
La produzione poetica continua fervida negli
anni seguenti: nel 1914 pubblica il secondo libro,
“Rosario”; con esso ottiene una vastissima
popolarità. Nel 1917 esce “Stormo Bianco”, la
sua terza raccolta di poesie. L’anno seguente
divorzia da Gumil ëv, partito volontario per il
fronte; finisce un rapporto importante che segnerà
per sempre la vita e la produzione della poetessa.
Dopo il divorzio, Anna lavora alla biblioteca
dell’Istituto di Agronomia, e nel 1918 sposa il
poeta e assirologo Vladimir Šilejko, uomo
patologicamente geloso e possessivo; questa unione
termina nel 1921, anno di pubblicazione di
“Piantaggine” , a breve distanza, “Proprio
sul mare” e “Anno Domini” (1922).
Gumilëv, che nel frattempo si era risposato,
viene accusato di aver preso parte ad un complotto
sovversivo monarchico e viene fucilato il 25
agosto 1921.
L’Achmàtova era vista come ex-moglie di
poeta controtivoluzionario; inoltre negli anni fra
il 1917 ed il 1921 non si era espressa in alcun
modo riguardo all’adesione alla Rivoluzione, pur
scegliendo di non emigrare. Mentre la Rivoluzione
avrebbe dovuto portare aria di rinnovamento
nell’arte, un rinnovamento socialista, la
produzione poetica achmatoviana rimane
sostanzialmente la stessa. Anna si ritrova sola,
in una Russia che non la condanna ufficialmente,
ma comunque palesemente ostile in cui, fino al
1940 - anno di uscita della raccolta “Da sei
libri” - non vengono più stampate o ristampate
le sue opere:
Nel 1925 nasce una nuova infelice relazione con
Nikolàj Punin, critico e studioso d’arte; la
poetessa si trasferisce (a causa della crisi degli
alloggi) alla casa della Fontanka a
Leningrado, dove convive con lo studioso, la sua
ex moglie e la figlia e Lev. La situazione
familiare è innegabilmente difficile.
Si ha infatti un’interruzione dell’attività
poetica, che si protrae fino alla fine degli anni
trenta. Ed è in questi anni, alla vigilia
dell’apertura dei campi staliniani e delle
deportazioni che Anna riprende a poetare, dopo la
separazione da Punin, avvenuta nel 1938. L’Achmàtova
raccoglie i versi per un’antologia di poesie
scritte fra il 1924 e il 1941, “Il giunco”,
che nella realtà non uscirà mai: il 13 marzo
1938 suo figlio viene arrestato e condannato a
morte - condanna poi convertita in deportazione -
causa (presunta) il cognome del padre. Anna si
reca, come molte madri russe, al carcere delle
Croci tutti i giorni, per avere notizie di Lev. Da
qui nasce il poemetto “Requiem”, che le
migliori amiche provvidero a memorizzare, certe
dell’intolleranza del governo a quel genere di
lirica.
Alla vigilia della seconda guerra mondiale
scrive “Nell’anno quaranta”. Nel 1941
incontra la poetessa Marina Cvetaeva. Il poemetto
“Lungo tutta la Terra” risale a questo
periodo. Nel 1941 la Germania invade la Russia.
Stalin ricorre a tutti quei nomi che, da tempo in
disgrazia, potevano tornare utili: la poetessa
parla alla radio per riunire il popolo russo
contro la minaccia hitleriana. Nel frattempo il
nemico avanza; Anna viene evacuata, insieme con
altri intellettuali, da Leningrado a Taskènt. Qui
scrive “Luna allo zenit”. Il tema centrale
della produzione poetica diviene la guerra, come
“Il vento della guerra”. Compone anche
“Elegie del Nord” (1942-43).
Nel 1944 l’Achmàtova torna a Leningrado,
nella casa della Fontanka. La composizione
“Poema senza eroe” si delinea nel 1942, ma la
sua lavorazione continuerà fino al 1962. Nello
stesso anno il figlio Lev viene liberato perché
costretto ad arruolarsi nell’Armata Rossa;
raggiunse la madre alla fine della guerra.
In questo periodo Anna riprende a pubblicare su
diverse riviste. Lev verrà arrestato di nuovo nel
1949, e la risonanza di una breve relazione di
Anna con il primo segretario dell’ambasciata
inglese Isaiah Berlin (1945), resa pubblica dal
giornalista Randolph Churchill (il figlio di
Winston), insieme con l’arresto e l’esilio in
Siberia di Punin e all’espulsione della poetessa
dall’Unione degli scrittori Sovitici (risalgono
a questo periodo le critiche Ž danoviane di
pessimismo nevrotico, misticismo e culto per il
passato), provocano in lei un periodo nero di
isolamento, come è evidente in “Frantumi”.
Nel 1950, terrorizzata dal pensiero che il
figlio potesse essere ucciso, scrive - su
consiglio di amici - quindici liriche dedicate a
Stalin. Lev fu infatti risparmiato - molto
probabilmente grazie a questo intervento - e
venne liberato tre anni dopo la morte del
dittatore, quando l’incubo finì.
Nel 1964 la poetessa riceve
il permesso di lasciare la Russia per venir
insignita, in Sicilia, del premio “Etna -
Taormina”. L’anno seguente presso
l’università di Oxford riceve la laurea honoris
causa. Le associazioni culturali russe la
riabilitano come una dei massimi poeti sovietici
del secolo; nel 1965 esce una nuova rccolta di
poesie, “La corsa del tempo” che contiene fra
l’altro le liriche degli ultimi anni e la prima
parte del trittico “Poema senza eroe”.
L’ultima produzione di Anna comprende un
centinaio di liriche, sparse in frammenti, e i
cicli “La rosa di macchia fiorisce” e “Un
serto ai morti”.
Anna Achmàtova muore di una crisi cardiaca a
Domodedovo (Mosca), già sofferente di cuore, il 5
maggio 1966.
Strinsi le
mani sotto il velo oscuro...
(Da Sera)
Strinsi le mani sotto il velo oscuro...
“Perché oggi sei pallida?”
Perché d’agra tristezza
l’ho abbeverato fino ad ubriacarlo.
Come dimenticare? Uscì vacillando,
sulla bocca una smorfia di dolore...
Corsi senza sfiorare la ringhiera,
corsi dietro di lui fino al portone.
Soffocando, gridai: “E’ stato tutto
uno scherzo. Muoio se te ne vai”.
Lui sorrise calmo, crudele
e mi disse: “Non startene al vento.”
La
porta è socchiusa (Da Sera)
La porta è socchiusa,
dolce respiro dei tigli...
Sul tavolo, dimenticati,
un frustino ed un guanto.
Giallo cerchio del lume...
Tendo l’orecchio ai fruscii.
Perché sei andato via?
Non comprendo...
Luminoso e lieto
domani sarà il mattino.
Questa vita è stupenda,
sii dunque saggio, cuore.
Tu sei prostrato, batti
più sordo, più a rilento...
Sai, ho letto
che le anime sono immortali.