Manfred Marktel

Un rientro con ostracoli

Qui nei Caraibi l’inverno passa veloce, sono troppe le cose da fare, le piccole crociere lungo le coste, i parti sui pontili con barche che arrivano e barche che se ne vanno verso orizzonti lontani, tutti hanno voglia di divertirsi e vedere i tropici sognati per tanto tempo, un mondo allegro d’amici occasionali che si riunisce e che si disperde tutti giorni. Purtroppo, e ben presto arrivano i mesi d’aprile e maggio, mesi di rientro verso il vecchio continente e fuga dalla zona dei cicloni, sono settimane nei quali gli equipaggi devono affrontare le incognite di una lunga traversata, non dolce come negli alisei ma con venti variabili leggeri, venti contrari e naturalmente con brutto tempo nelle latitudini settentrionali. In previsione una navigazione che non affatica solo gli equipaggi che in casi estremi possono prendere qualche medicina contro il mal di mare, ma strapazza soprattutto le barche sulla rotta tipica da S.Martin a Horta, lunga ca 2300 miglia. Infatti, arrivati nel primo porto delle Azzorre si vede su quasi tutte le barche, una grand’agitazione, tutti devono curare le ferite riportate nella prima tappa. Il tratto successivo fino a Gibilterra di 1000 miglia e quello mediterraneo di 950 fino a casa nostra viene facilmente sottovalutato, un errore che ho fatto anche io. Un controllo minuzioso del mio mezzo, eseguito a Horta, tutta l’attrezzatura sembrava in ordine, e sono partito con tranquillità verso lo stretto di Gibilterra senza poter immaginarmi quello che mi doveva ancora capitare prima di arrivare in Liguria. L’inizio sembrava una navigazione senza alti né bassi, senza tempo troppo burrascoso e anche senza troppe calme che s’incontrano facilmente in quella zona. Tutto fino al momento nel quale ho visto la colonna della timoneria piegarsi di 60 gradi, non poteva cadere oltre perche una cassapanca nel pozzetto lo impediva. Nella mia timoneria, costruita in Inghilterra si era staccato il tubo d’alluminio dalla flangia di base e ha messo fuori uso tutto il sistema di governo. Che brutta sensazione restare a 540 miglia da Gibilterra senza la ruota del timone, e di conseguenza anche il timone a vento fuori uso. Al momento dell’incidente ero tranquillo perche’ sapevo d’avere la mia barra di rispetto, mai provata seriamente prima dell’avaria. Si era dimostrata immediatamente inadeguata per qualsiasi navigazione lunga se non quella di approdare in un porto che si doveva trovare entro, e non oltre le due miglia! Per fortuna mia, non mi ero mai fidato del tutto del sistema di governo, e avevo montato precedentemente anche un pilota automatico direttamente sull’asse del timone che in questa circostanza mi ha dato un servizio impagabile, portandomi fino a Gibraltar senza ulteriori problemi, se non quello di consumare molta energia elettrica. Fuori di casa propria tutto diventa difficile, vale anche per la riparazione della colonna che non era facile, non a buon mercato, e nemmeno veloce. Dopo una settimana tutto era sistemato e sono ripartito con una timoneria più solida di quella che era precedentemente. Due giorni di navigazione, e questa volta non ha ceduto la barca ma la prosecuzione del viaggio è stata interrotta da una serie di circostanze poco felici. Arrivato al C. la Nao verso le nove del mattino, navigavo a vela, con rotta 60 gradi nella zona di separazione traffico instaurata recentemente. Sentivo sottocoperta il bollettino, il radar era acceso e grandi navi non erano in zona, i pescherecci distanti poche miglia, e pensavo che non dovevano entrare nei corridoi di separazione. Uno di loro ha ignorato tutto quanto, pensando diversamente e incrociato la mia rotta. La collisione dei due mezzi era ormai inevitabile, una manovra d’emergenza da parte mia all’ultimo momento, un gran botto e il mio pulpito arretrato di 15 cm, dopo è entrato in azione la mia ancora di 23 kg fissata saldamente in coperta della mia barca d’acciaio. Il disastro non è immaginabile, un buco di ca un metro di diametro sulla fiancata del peschereccio, assi di legno e due travi spaccate. Un mare di guai con le autorità e denunce alle assicurazioni. Per me altro ritardo, riparazione del pulpito che per fortuna non ha toccato lo strallo di prua, l’ancora ridotta a una scultura moderna realizzata non da Piccasso ma da me in un momento poco felice, affaticamento non solo fisico ma soprattutto psicologico. Dopo aver navigato per ben trent’anni mi erano capitati in poco tempo degli incidenti d’attrezzatura e di collisione. Non lo auguro proprio a nessuno. Per adesso vorrei riposarmi, mettere in ordine la mia creatura, verniciarla, cambiare un paio di vele, cambiare il timone a vento che non deve più lavorare sulla timoneria principale ma essere un sistema autonomo con una pala ausiliaria. Ma nonostante i disguidi avuti durante questo rientro non riesco immaginarmi una vita tranquilla a terra, per me non è pensabile vivere senza il contatto quotidiano con il mare. A questo punto che cosa rimane? Devo acquistare altre carte nautiche perche il prossimo viaggio mi aspetta e non posso ritardare troppo tempo prima di ripartire.

"Senza partire non si arriva, e ogni traguardo si raggiunge con i primi e piccoli passi"

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