Manfred Marktel

2008 Salvador de B.- Cape Town

Salvador…….Cape Town Da Salvador de Bahia a Città del Capo lungo la rotta di Vito Dumas...e come lui ”senza motore” Dopo una lunga, non troppo gradita sosta, (vedi solo vela settembre 2008) era finalmente arrivato il momento di mollare gli ormeggi. Secondo tutte le informazioni statistiche - meteorologiche il mese d’ottobre, la primavera nell’emisfero meridionale, si presta per la navigazione verso sud. Le intenzioni e i progetti erano grandi, la preparazione della barca e lo stivaggio della cambusa era stato eseguito meticolosamente perché pensavo di restare per molti mesi in mare aperto, senza aver la possibilità di qualsiasi rifornimento. Con quest’intenzione mi ero organizzato, avevo tutte le vele doppie, vale a dire quelle già montate sull’avvolgifiocco, sullo strallo da cutter e sul boma e inoltre una completa serie di riserva nei gavoni sotto le cuccette. Avevo fatto questa scelta perchè non ho molta dimestichezza nel riparare a mano le vele, perciò essere preparati e poterle sostituire in caso di necessità, mi dava una certa tranquillità. Avevo riempito di viveri tutti i gavoni e gli stipetti sino all’orlo, considerando di consumare circa 3500 kcal al giorno – secondo un mio piano personale – studiando la dieta nella adeguata composizione di proteine, carboidrati e grassi. Il fabbisogno previsto per poter sopportare il clima e le condizioni del grande sud. Anche i serbatoi del gasolio e le taniche di petrolio per la cucina e il riscaldamento erano state ben riempite. Con tutto pronto, dunque, e con il morale alle stelle, ho lasciato Salvador de Bahia il giorno 24 ottobre 2008. Il programma era di sfruttare i venti predominanti da est, nord est, e la corrente che, lungo la costa brasiliana, spinge ad un’intensità da 0,5 ad un massimo di 1 nodo verso sud ovest. Volevo arrivare fino a ca 35° sud e solo là, arrivato all'altezza del Mare del Plata, dirigermi verso sud est, verso le zone dove dominano i venti occidentali, chiamati anche i 40 ruggenti. Partito da Salvador con un vento teso, ho navigato perpendicolarmente alla costa verso il mare aperto, per non incontrare la flotta dei mini pescherecci brasiliani. Generalmente questi si spingono fino a 100 mg al largo in profondità massime di 200 m, dove le acque sono molto pescose. Questi pescherecci sono piccoli, normalmente costruiti in legno e di solito male illuminati. Data la loro dimensione, l'ufficiale di guardia più attento, che sul mio Maus è il radar, riesce solo con difficoltà ad individuarli. Perciò preferisco deviare, e allungare il percorso anche di 150 miglia, pur di non incontrare questi mezzi pericolosi, dall’aspetto poco rassicurante. Arrivato dopo circa 24 ore abbastanza al largo, ho finalmente potuto mettere la prua verso sud, verso la prima destinazione scelta. Da quel momento in poi la navigazione era diventata tranquilla e piacevole. Navigavo ancora nei tropici dove il vento, anche se abbastanza intenso, non dà fastidio, anzi dà un certo sollievo al calore. Con queste temperature, non si ha molta voglia di cucinare, si mangiano le verdure fresche appena acquistate, qualche scatoletta di pesce, formaggi, uova o salumi. Si beve molto perché la perdita di liquidi causata dalla traspirazione deve essere rimpiazzata. Si dorme, quando le condizioni meteo lo permettono, con tutti i boccaporti aperti e, giorno dopo giorno, si entra in un altro mondo, dove la routine sostituisce qualsiasi impegno quotidiano della vita terrestre. In tal modo, senza che me ne fossi accorto ero arrivato in 13 giorni all'altezza di Buenos Aires, al confine tra mari calmi e tiepidi, con quelli che a volte possono diventare veramente cattivi, temuti dagli argentini che li chiamano i “Pampero”. Qui, terminata la corrente calda, si entra in quella fredda opposta, che proviene direttamente dall'Antartide. Durante quelle prime settimane, veleggiando per circa 1500 miglia non ho avuto la necessità di utilizzare spesso il motore, solo poche ore durante qualche notte per non rimanere a corto d’energia elettrica che serve continuamente per il frigorifero e l'impianto radar. Tutto filava liscio con medie che nelle 24 ore erano di solito oltre 120 miglia. Adesso, arrivato all'altezza del Mar del Plata, cambiava la vita. Le magliette finora utilizzate venivano sostituite da camicie pesanti e maglioni, i calzoncini dai calzoni, giacche di pile e cappellini apparivano velocemente. All'improvviso si ha il desiderio di mangiare delle minestre calde, di preparare gli spaghetti e delle grandi quantità di tè, riempiendo i termos per poter averne a disposizione anche durante le ore notturne. A quelle latitudini si sente la necessità di assumere maggiore quantità di cibo, per essere preparati ad affrontare condizioni meteo avverse, che rendono la vita ben più difficile rispetto alle latitudini moderate. Non è facile navigare oltre i 35° sud, ma chi lo ha fatto rimane affascinato e attratto dallo spettacolo della natura, attratto dai venti che spingono talvolta con violenza e anche degli imprevisti che non mancano mai. Ed è proprio là che sono diventato un velista puro, non avendo più potuto contare sul motore. Per cui, per cause indipendenti dalla mia volontà e dall’affidabilità del mezzo meccanico, ho dovuto cambiare i miei programmi. Le isole Prince Edward, le Kerguelen e Marion sono diventate irraggiungibili e Cape Town, ancora distante oltre 3000 miglia, è diventata il punto di riferimento. Penso però che sia meglio raccontare per gradi e ricordare al lettore che all’inizio avevo scritto di aver riempito i serbatoi di gasolio. Adesso, dopo 15 giorni, devo aggiungere ”purtroppo” avevo riempito i serbatoi! A Salvador non mi avevano venduto gasolio sporco e nemmeno inquinato di acqua. Per le condizioni climatiche che si trovavano nei tropici il carburante era perfetto. Io però non mi trovavo più nelle acque calde dei tropici, le temperature delle acque erano scese da 25 a circa 10° e tutta la paraffina inclusa nel gasolio si era solidificata, bloccando in tal modo il filtro d’aspirazione, il separatore d’acqua, il prefiltro e anche il filtro principale montato sul motore. Il motore non poteva più funzionare, e io non potevo più raggiungere quelle isole magiche pensate da molto tempo. Tutte le coste delle isole subantartiche sono infestate dal Kelp e senza motore, in solitario, avrei rischiato non solo la perdita del Maus ma forse anche qualcosa in più. Era logico e prudente cambiare itinerario, non dovevo più scendere fino ai 47° sud e potevo rimanere al limite dei 40, dove ho navigato, risalendo solo all'ultimo fino a Tristan de Cunja. A parte le difficoltà del motore, e qualche piccolo guaio al timone a vento, ho potuto navigare lungo tutto il percorso in relativa tranquillità. Il vento non ha mai superato i 45 nodi, le onde sono rimaste accettabili con un altezza massima di 6 metri. Le pilot charts consultate di continuo e divise in quadretti di 5 x 5 gradi, indicano valori statistici e danno per la zona dove navigavo, cioè per le coordinate che sono da 40° sud a 45° sud e 25° ovest a 20° ovest: vento prevalente da ovest nord ovest forza cinque 11% del tempo in condizioni di burrasca onde superiore di 12 piedi per almeno 30% del tempo. Mentre per l’avvicinamento a Tristan, delimitata da 35° sud a 40° sud e 0° est a 5° est i seguenti valori: vento prevalente da ovest nord ovest forza quattro 5% del tempo in condizioni di burrasca onde superiore di 12 piedi per almeno 30% del tempo Non sono zone dove si naviga sempre con tranquillità, in compenso sono zone dove con una barca affidabile si possono ottenere delle buone medie, senza rischiare più di tanto. Là arriva il brutto tempo con la pioggia, grandine e frequentemente anche nevischio, il caldo e il freddo, arriva il sole, arriva il vento piacevole ma anche la burrasca e segue la calma, arriva il giorno e la notte, il caldo e il freddo. Le ore scorrono al rallentatore e ogni tanto, nei momenti migliori riesco a godermi la pace, seduto in pozzetto, ben protetto dallo spray hood. Quelli sono attimi meravigliosi, si rimane ad osservare orizzonti lontani, senza poter più distinguere i confini dove finisce l'acqua e inizia la volta celeste, si vedono montagne e sculture di nuvole colorate, volatili antartici di cui l’albatro è quello più frequente. In quelle condizioni e con i venti meridionali non si sente solo il freddo intenso, in quegli istanti sembra di poter fiutare i ghiacci alla deriva che si trovano a poche miglia più a sud. Non bisogna dimenticare che si naviga al di sotto del limite dei ghiacci galleggianti. In questo viaggio sono stato risparmiato dalle tempeste pesanti, dai ghiacci e dalle malattie o incidenti. Non è stato così per il mio predecessore Vito Dumas, che era il primo solitario ad attraversare il sud Atlantico. Afflitto da tanti problemi aveva scritto nel suo libro: sono seguito dai due mali, l’infezione al braccio, il mare e 24 giorni di burrasche al mese. Ho voluto ripetere l'esperienza di Dumas salpando da Salvador, scendendo fino a 35° sud e congiungermi, dopo oltre 60 anni, alla sua rotta seguita nel 1942. Non vorrei paragonare i due viaggi, sono molto più fortunato perché la mia barca è di un metro più lunga e più larga del vecchio Legh. Non è nuova e ho già navigato per oltre 90.000 miglia con il Maus. Le ore estenuanti al timone non sono necessarie, da me lo fa l'autogoverno, e non devo nemmeno utilizzare il sestante che rimane sempre ben custodito nella sua cassetta di protezione. L’unico mio problema era quello del gasolio che Dumas non aveva, lui aveva rinunciato sin dall’inizio al motore e non ha mai voluto visitare le isole subantartiche. Dumas era partito da Montevideo per Città del Capo, io invece da Salvador e adesso ero diretto alla stessa città, con la possibilità di visitare eventualmente l'arcipelago di Tristan de Cunja situato a 37° sud e 12° 30’ ovest. Ero ben a conoscenza che è molto difficile approdare su quell'isola, l'onda lunga solleva una risacca enorme. Anche i 250 abitanti dell'arcipelago non hanno molte possibilità di andare in mare per procurarsi del pesce. Sono riforniti solo due volte all’anno da una nave appoggio, che sbarca quasi tutto il necessario con l'ausilio di un elicottero. Io, comunque, volevo almeno tentare, ma come per molti predecessori, non è stato possibile, ma la rotta mi aveva permesso di navigare più a nord con un clima migliore. Non sembra, però 3 o 4° di latitudine fanno una bella differenza. Atterrare sull’isola era impossibile, ma la vista era, a dire poco, spettacolare. L'isola è un vulcano inattivo con un diametro a livello del mare di circa 10 km e un altezza di ben 2000 metri. Anche al momento del mio passaggio, primavera avanzata, la cima era piena di neve. L'insediamento, che si trova sul lato nord, con le sue case dipinte in colori allegri, era ben visibile dalla barca che ballava sulle onde. Purtroppo, salvo la zona dove si trova il paesino, è quasi impossibile avvicinarsi all'isola, la costa e i fondali pieni di Kelp, lo impediscono anche alle grandi navi, che si devono ancorare a più di 50 m di profondità. Ho potuto parlare con il radio operatore che mi spiegava che il clima di Tristan è aspro, paragonabile a quello dei 70° nord. Non esiste la corrente del Golfo, che riscalda, con le sue acque provenienti dei Caraibi, non esistono catene montuose, che deviano i venti gelidi sud occidentali, che scuotono l’isola con tutta la loro forza e cattiveria. Passato Tristan, mancavano ancora 1500 miglia fino alla meta, eppure mi sentivo quasi arrivato. Le miglia al di sotto dei 40° sud, si conquistano una per una, quelli invece più a nord si vivono con molta più tranquillità e con andature quasi regolari, con le temperature che non necessitano più gli impianti di riscaldamento e con le vele che mostrano tutta la loro superficie senza dover essere ridotte alla terza mano. In questo ultimo tratto sono stato molto fortunato. L'alta pressione del sud Atlantico si era estesa verso est, le isobare si erano allargate tra di loro e i venti variabili tra nord-ovest e sud erano diminuiti notevolmente d’intensità. La navigazione tranquilla mi ha consentito molto tempo per me stesso, per leggere e cucinare, per recuperare e smaltire la fatica fatta durante le settimane precedenti. Diciassette giorni di riposo quasi totale, per avvistare al quarantacinquesimo giorno di navigazione la famosa montagna della tavola che sovrasta la Città del Capo, per vedere già da lontano la cascata delle nuvole che sono la caratteristica di questa città, non alla fine del mondo, ma quasi al punto più meridionale dell'Africa. Quel punto che si chiama non per niente Capo di Buona Speranza, e che ha dato tanti problemi ai marinai dei secoli passati. Una volta arrivato, ho trovato un posto per il mio Maus, ho trovato persone che si sono presi cura del mio mezzo e mi hanno lasciato libero per rientrare a casa, per godermi la famiglia fino alla prossima partenza. Ps……..in vita mia ho letto moltissimi libri di navigazione in acque fredde, purtroppo non sempre ho fatto attenzione, altrimenti avrei potuto imparare la lezione dall’amico Galileo che anni addietro ha avuto gli stessi problemi con la sua “Fragola”, descrivendo tutto nel libro “una fragola fra i ghiacci”

"Senza partire non si arriva, e ogni traguardo si raggiunge con i primi e piccoli passi"

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