Manfred Marktel

Oltre 100.000 miglia con Maus

Oggi nel 2010, incontestabilmente tempo dell’usa e getta, poter dire di aver percorso circa 100.000 miglia con la stessa barca non è cosa da poco, poter dire che, dopo tante miglia, che corrispondono a tre giri del mondo, la barca è ancora in perfette condizioni e amata come il primo giorno dal suo proprietario, è di sicuro un record. Voglio andare cronologicamente per fare capire meglio come sono arrivato all'attuale Maus e perché è la barca della mia vita. Considerando sin dalla prima barca i pregi e difetti, e sapendo bene di essere un po’ contro corrente mi ero da sempre intestardito, desideravo barche abbastanza pesanti e con la chiglia lunga. Un altra caratteristica, per me importante e di facile realizzazione, ma solo ultimamente apprezzato e reso disponibile anche dai grossi produttori, era il cosiddetto deck-, meglio detto dog - house, cioè quello che permette di poter osservare il mare dall'interno e stare confortevolmente all’asciutto, quando le condizioni iniziano a peggiorare. È chiaro che la chiglia lunga e il dislocamento generoso si sposano poco con le velocità sostenute che offrono le barche moderne, e mai con le planate entusiasmanti delle quali parlano in tanti. Quelle caratteristiche da me tanto apprezzate, un po’ sorrise dai diportisti nostrani, garantiscono però un andamento regolare e silenzioso, un andamento confortevole, con la barca che ubbidisce allo skipper oppure trova da sola la miglior soluzione per uscire dai pasticci. Con queste idee ben chiare, e dopo aver avuto quattro barche in vetroresina, di cui 3 con chiglia lunga, avevo iniziato nel 1995 la ricerca della mia barca definitiva. Come dice una nota giornalista televisiva: ”cotto e mangiato”,… io l'ho trovata, “vista e comprata”. Il cantiere olandese che l’aveva costruita, e si sa che gli olandesi sono veramente capaci di costruire in acciaio anche barche di medie dimensioni, navigava in cattive acque, ma per fortuna la mia barca di sette anni, con cinque stagioni di permanenza sul lago di Costanza, non era più del cantiere, era perfetta e in sostanza nuova. Il primo proprietario, un architetto svizzero, l’aveva tenuta alla perfezione, il motore aveva girato solo per 490 ore, era armata a cutter con vele di ottima qualità e quasi mai usate, gli interni meglio che nuovi, il dog house di medie dimensioni, l’albero non troppo alto con quattordici sartie, ed io: amore a prima vista, aveva tutto quello che desideravo. Il Renos, si chiamava cosi, mi era talmente piaciuta, che, nonostante i pareri negativi di tutti gli amici, che sanno sempre tutto meglio. Prima di acquistarla non l'avevo nemmeno provata! Era un progetto Van de Stadt, una garanzia indiscussa! L’ho comprata e pochi giorni dopo sono partito dall'alto Adriatico per fare un giro d'Italia fino a Varazze, qualche settimana dopo, un altro viaggio a Bizerta e tre anni prima di prendere la grande decisione, una crociera di prova fino alle Azzorre. In questi primi anni non tutto è andato bene, però con alle spalle già 50.000 miglia con le barche precedenti in Mediterraneo, ero rimasto molto soddisfatto del mio Maus. Ma nonostante tutto, ero un novellino dell'Atlantico. Onde incontrate nel 1997 vicino alle Azzorre mi erano sembrate delle montagne viaggianti, che m’impressionavano fortemente. Ancora oggi, non mi hanno tolto il rispetto nei loro confronti, ma adesso so bene che Maus le può superare agevolmente. Erano passati diversi anni e nel 2000 avevo iniziato a navigare seriamente. Mi ricordo l'inizio della prima traversata dalle Canarie ai Caraibi, quanti pensieri e quanto mal di pancia prima di mollare gli ormeggi a Las Palmas. Il tutto per scoprire che, in fondo, la traversata, con il mare sempre al lasco e regolare, era facile. Durante quella prima traversata di 3000 miglia mi sentivo un eroe, come se fossi stato Cristoforo Colombo in prima persona. All’arrivo Colombo aveva incontrato gli indigeni in parte selvaggi, io ho avuto, a sole quaranta miglia dalle coste Venezuelane, un contatto con i pirati che, solo grazie alla brava e vecchia lanciarazzi Veri, si era concluso a mio favore. A quell’epoca, dopo aver avuto un’immensa paura, avrei voluto chiudere l'esperienza di navigatore solitario e fare riportare la barca con un cargo in Italia. Ma si sa, che le grosse paure, come anche le grandi gioie, non durano molto. Ben presto spariscono nel dimenticatoio e la vita torna a quella di sempre. Un primo inverno in Guadalupa, un carnevale pittoresco, tanta musica al ritmo di samba, ed è stato naturale cambiare decisione, ero tornato a Savona in barca. La febbre dell’alto mare, se mai fosse stato necessario, mi aveva contagiato e dopo pochi mesi ero di nuovo ripartito verso i Caraibi. Sì, ero ripartito, avevo vissuto emozioni che si vivono solo nelle isole tropicali, dove la gente vive in maniera spensierata, avevo visto spiagge bianche e palme piene di noci di cocco, isole incantate come la Dominica, Antigua, S Martin e tante altre, ma avevo capito che tutto ciò non era quello che cercavo. Avevo capito che Maus era capace di fare ben altre navigazioni. Non mi sentivo di passare anni all’ancora in qualche baia piena di mangrovie, girare i pollici e vivere alla giornata senza alcun programma e non sapere bene dove mi poteva portare la vita, insomma, avevo bisogno di qualcosa in più. Passare Panama non m’interessava, avevo capito che esistevano mete diverse, altrettanto interessanti ma molto più impegnative. Nel 2004, dopo quattro traversate dell’Atlantico, mi sentivo navigato, sicuro di me stesso, in grado di lasciare quello già visto e scegliere una nuova meta a sud dell'equatore. A differenza di quello che conoscevano i marinai di diversi secoli addietro, ero ben a conoscenza che il mondo era tondo e che, dopo l'equatore, non sarei caduto dal piatto. Il Brasile e altre avventure forse più a Sud mi si attiravano magicamente. Per il momento era Salvador de Bahia, Fernando de Noronha, di nuovo la Guadalupa e le Azzorre che mi permettevano di fare ulteriore esperienza. Era il 2005, e proprio a Horta nelle Azzorre dovevo decidere, dove dirigere la prua. La scelta fu di nuovo il Brasile, quel paese doveva diventare per me la base e il punto di partenza per una meta molto più impegnativa, una meta e, un’ impresa da esploratore. L’avevo sognata da decenni. Erano le Falkland a 53° Sud, e dopo, a ca 1000 miglia a SE la South Georgia, ultimo riposo del famoso esploratore inglese Sir Ernest Shackleton. L’ultima e più grande stazione baleniera, dove negli anni 60 del ventesimo secolo lavoravano fino a 150 cacciatori di balene. La South Georgia è un'isola sub antartica in mezzo al nulla, cioè da 53 a 56° sud, situata a circa 500 miglia a sud della convergenza antartica, nei 50 urlanti e circondata, per otto mesi all’anno, dal pack. Oggi esiste sull’isola solo una stazione scientifica inglese. Tredici scienziati si alternano, studiando la fauna, flora e situazione meteorologica. Però ci sono circa quattro milioni di pinguini, due milioni di foche e moltissimi elefanti marini. Fanno la guardia finche tutto rimanga allo stato attuale. È incredibile come la natura è riuscita a fare ripopolare l’isola dopo che per motivi di pelli e grasso, gli elefanti marini e le foche erano stati quasi estinti. Descrivere l'isola con i suoi ghiacciai che arrivano fino al mare, le sue vette verticali alte fino a 2800 metri, perennemente coperte da neve e ghiaccio, le temperature dell'aria che difficilmente superano i 5°, e quelle dell'acqua che variano da due a tre gradi, è quasi impossibile. Probabilmente l'aggettivo più appropriato sarebbe: straordinaria. Chi si reca in quelle acque tempestose sa che le burrasche non mancano. Per il 30% del tempo il vento e mare superano forza otto, le nebbie impenetrabili e nevicate fitte sono all’ordine del giorno e quello che è peggio, gli iceberg, soprattutto i piccoli growler, non sono sempre individuabili. Chi è stato là, sa anche che dopo un’esperienza in quei mari, quasi tutte le altre navigazioni sembrano facili e insignificanti. Infatti, la risalita dalla Georgia verso nord era faticosa, venti e onde oltre ogni limite scuotevano il Maus, lo ributtavano verso Sud per fare vedere la loro superiorità verso il mezzo e l’uomo che conduceva quella barchetta. Laggiù ho passato i momenti più intensi della mia vita, momenti indimenticabili! Chi si è recato una volta solo nel grande sud, ha avuto la possibilità di sentire l’area frizzante, ha visto la natura quasi incontaminata e rimane per sempre legato a quell’ambiente. Anche la burrasca che mi aveva ostacolato per diversi giorni si era spostata verso oriente, il barometro sceso di 32 millibar aveva iniziato a risalire, ed io, dopo altre settimane di bolina, tornato ormai nei tropici, ho voluto concedere al Maus e al suo comandante un altro viaggio, questa volta di tutto riposo. Un girotondo, attraversando ancora l’equatore, il Nord Atlantico, Canarie, Fernando de Noronha e di nuovo a Salvador. Purtroppo, o per fortuna, avevo assaggiato i mari freddi e tempestosi, e come già all’inizio della mia carriera di navigatore mi ero innamorato del mare, adesso mi ero innamorato di quelle zone sotto ai 35° S. Fortemente motivato, sono seguiti dal 2008, due giri del sud Atlantico, con sosta all’ isola remota di Tristan de Cunja, situata ai confini dei quaranta ruggenti, al Capo di Buona Speranza, Namibia, Sant'Elena, l'ultima dimora di Napoleone e l'isola di Ascensione, dove tutte le sere nidificano le tartarughe giganti e dove tutte le sere si vedono uscire dalla sabbia le piccole tartarughe, che iniziano la loro vita ben difficile, dirigendosi immediatamente con tutte le forze e l’istinto verso il mare. Sono ormai dieci anni che sono in pensione, che ho navigato per oltre quindicimila miglia nel profondo sud e che il mio Maus mi accompagna ancora, senza mai aver dato un serio segno di cedimento. Certo che non sono mancati momenti di sconforto. Ho avuto piccoli guai, che con i mezzi di bordo a mia disposizione ho sempre potuto sistemare. Vorrei però dire che, in tutti questi anni, non ho mai strappato una vela, ho sempre terzarolato in tempo e cambiato le vele quando era necessario. Le cuciture non si sono mai aperte, ma dopo ogni 30.000 miglia con una vela, mi sembra più che logico che bisogna cambiarla. Le vele, anche se utilizzate con cautela, sono soggette a un logorio continuo. Recentemente ho sostituito le scotte e diverse drizze, qualche anno fa il timone a vento, ma viaggio ancora con il primo motore che ha fatto ben 5500 ore. Che cosa mi posso augurare per il futuro...di poter fare altre 100.000 miglia con la mia barca, che mi ha dato tantissime soddisfazioni, a tutt'oggi non ho mai pensato di dover applicare la pratica tanto amata nei giorni nostri: usa e getta. Ritengo che una barca abbia una forte personalità e restituisca al suo skipper quello che si merita.

"Senza partire non si arriva, e ogni traguardo si raggiunge con i primi e piccoli passi"

Latest News

Manfred ha ricevuto l’ Ape d’oro dal comune di Segrate (MI). Il Premio destinato ai cittadini di Segrate "campioni" d'eccellenza e di operosità in ogni ambito del quotidiano.

Tutte le News