Il periodo surrealistico
Infinite sono le diramazioni di quella via che sotto l’ etichetta di “surrealismo” si fanno comunemente partire dalla definizione indicata da Guillaume Apollinaire nell’ anno 1916 e, dunque, nel cuore della prima guerra mondiale come se quell’ infernale momento dovesse quasi rappresentare la radice più demoniaca del surreale inteso, appunto, come dottrina estetica che, emergendo dagli strati più profondi dell’ inconscio, finisca per rilevarci una realtà diversa, “fuori - si disse - dalla logica e della morale correnti”. Senonchè, allergici come siamo alle categorie ed alle date di partenza e di arrivo del fluido percorso dell’ arte, ci piace confutare questa origine troppo recente del surrealismo e, per poter meglio inquadrare i temi ed i significati proposti dall’ opera di Maurizio Chianello, è preferibile risalire a quel momento magico dell’ Arte Fiamminga che vide i Brueghel - il Giovane ed il Vecchio - e, prima di loro, Hieronimus Bosch dal quale, in parte, essi derivarono ed a proposito dei quali giustamente Herbert Read parla di “un ulteriore raffinamento del realismo" inteso come “conquista del fantastico”, con la conclusione che, proprio sulla base del reale, si può raggiungere da una parte il tipo ideale della realtà fino alla sua astrazione e, dall’ altra, al contrario, la negazione di ogni realtà, un’ idealità al rovescio, “un incubo di tutte le estremizzazioni e le deformazioni immaginabili sulla base dell’ esistenza di fatto”: ed in questa orbita completa si rientra sul piano della logica e della morale correnti, con buona pace di Guillaume Apollinaire. Logica e morali correnti informano il surrealismo di Maurizio Chianello, un Artista che, rivisitando coscientemente od istintivamente gli inferni ed i paradisi di Bosch con dantesco spirito giudiziario alleggerito da una sottile chiave ironica e satirica che non lo abbandona mai, osserva il cinema - o, se si preferisce, il teatro o, più ancora, il cabaret - della società contemporanea cogliendo gli individui al centro dei loro peccati e salandoli nel fuoco della loro bolgia. Un procedimento che, nelle mani di un pittore di razza quale il Chianello rivela sempre più chiaramente di essere, conduce ad una trasfigurazione surrealistica guidata, tuttavia, da una precisa logica e da un sicuro intendimento morale. E, anzitutto, da una sensibilità artistica che denota la maturazione raggiunta attraverso esperienze raramente acquisite da un autodidatta. Dobbiamo riconoscere al Chianello la capacità di non smarrirsi nei suoi temi dove, dal disegno del particolare alla composizione globale della scena, sono sempre riconoscibili i legamenti fra figure e paesaggi, fra figurazione e trasfigurazione, guidato unicamente, come agli albori dell’ arte, dalla propria vocazione e rischiarato dall’ intuizione. Un pittore interessante che abbiamo costantemente tenuto d’ occhio in ogni sua partecipazione, dalle collettive della Galleria “Nuova Figurazione” alla “personale” di Via Margutta e che, con piacere, vediamo intelligentemente muoversi nel difficile mondo delle arti visive con vera professionalità e consapevolezza del ruolo al quale è stato preposto.

MATTEO CAPODARSO, Docente, Critico e Storico dell' Arte (Roma, 1983)
....E Chianello, anche e soprattutto e diremmo necessariamente legato alle esperienze positive o negative della propria vita, com’ è del resto per ogni uomo, elabora una sua dottrina, una sua “weltanschauung” (concezione del mondo). E la sua visione è amara, scoraggiata, negativa sull’ uomo e sul suo destino; il che, in fondo, non gli interessa chè a lui basta additare i vizi, le colpe, i peccati capitali di cui gli uomini si macchiano per poi condannarli, forte della sua morale sì duramente conquistata in anni di vita dolorosa, segnata dalle avversità del destino, epperciò simbolicamente urlata! Un destino che a ben vedere, ed ecco il miracolo imperscrutabile del disegno divino, della “Provvidenza” in senso vichiano, proprio mettendolo alla prova gli ha consentito di fortificarsi, di acquisire esperienze , di vedere le cose della vita e degli uomini in una certa luce, il che costituirà un patrimonio cui attingere quando l’ arte che è in lui da sempre, vorrà esplodere. Ed in questo cammino egli percorrerà i sentieri dell’ arte fiamminga dove il senso del peccato, e quindi della punizione divina, a condanna delle aberrazioni dell’ uomo, viene espressa da molti artisti medievali e gotici tra i quali Bruegel ed in specie Hieronymus Bosch per il quale l’ Artista confessa di avere una passione straordinaria, per l’ adesione al moralismo intransigente, frutto della controriforma, del pittore di s-Hertogenbosch.

Dal volume: “Maurizio Chianello: una ipotesi critica e breve monografia dell’ Artista” (Alessandro Ferraro, Penzberg, Baviera, 1987)
La figurazione surrealistica di Maurizio Chianello, a parte la finezza della esecuzione, la maestria del disegno, la suggestione dei colori, è ricca di valori polemici, è carica di intuizioni sociali e pullula di segni e simboli che creano strane relazioni fra surrealismo e misticismo. I numerosi premi nazionali ed internazionali ottenuti in varie Città d’ Italia e l’ interesse dei principali quotidiani, dal “Resto del Carlino” a “Il Tempo”, al “Giornale di Sicilia” ed altri, testimoniano del successo e della notorietà ormai raggiunti dall’ Artista.

dal volume “Un’ opera d’ arte al Papa per le Chiese nel mondo” (Roma, 1983)
La nuova tela con la quale Maurizio Chianello riappare all’ appuntamento di “Nuova Figurazione”, la galleria romana che si dedica da anni ad un’ attenta rassegna e selezione di nuovi talenti, ci consente di confermare la nostra ammirazione per questo giovane pittore che si avventura nel labirinto psicologico del surreale. “I seduttori di donne” - questo è il titolo dell’ opera - rientra in una sorta di inferno minore che il Chianello cura da qualche tempo e nel quale va collocando, in chiave appunto surreale ma con intento quasi giudiziario, tutti i protagonisti della commedia umana. La sua pittura, fluida e precisa nel segno e nel colore, è un ottimo strumento per questa eccezionale rappresentazione.

Matteo CAPODARSO, Critico d’ Arte e Storico (dalla rivista “Artecultura”, Roma, 1982)
Pennelli come fruste
sulla tavolozza colorano
viziosità umane striscianti
come serpenti
nell’ attesa di una mano
forse amica
per salvarsi dal fuoco
di una catarsi ormai lontana

Alessandro FERRARO (Roma, 1987)
Come Hieronimus Bosch, anche Maurizio Chianello ama narrare minuziosamente i propri temi che, in chiave surreale, inquadrano i grandi drammi esistenziali assumendo toni profetici e simbolici. E’ quel genere di pittura che ricorre al disegno dettagliato ed al colore obbediente, nulla affidando al caso o all’ indefinito. Assistiamo, così, alla metafisica parabola dell’ “Arrivismo, della “Coltura umana” di “Salviamo la vita”, ma al di là di queste parabole scopriamo anche un raffinato tessuto pittorico ed un impegno compositivo che ci rivelano un artista di grande talento.

dalla Rivista d’ arte, cultura ed attualità “Teleuropa” (Matteo Capodarso, Roma 1982)
Le sue opere, concepite con artistica intelligenza, trovano sicuro accoglimento da parte della critica perché riescono a “dire qualcosa” che và oltre l’ oleografico ed il cartolinesco. Opere di concetto, quindi, che il simbolismo, l’ allegoria ed il colore impreziosiscono sia che le si osservi sotto il profilo puramente estetico, sia che le si giudichi come “fatto culturale”. E’ una firma, quella di Maurizio Chianello, già molto ricercata e “Teleuropa” è ben lieta di aver contribuito a farlo meglio conoscere ed apprezzare nel mondo dei collezionisti delle Arti visive.

Dalla Rivista d’ arte ed attualità “Teleuropa” (Giorgio Mancini, Roma, 1983)



Pittore che parte nella sua ricerca con la pittura fiamminga cui si ispira riuscendo, man mano, ad estrinsecare una propria matrice pittorica che lo porta ad un surrealismo inteso come liberazione dell’ “Essere”.

Lia CIATTO, Gallerista e Critico d’ Arte (dalla Rivista “Artecultura”, Milano, 1981)
Un surrealismo, quello del Chianello, mediato da Hieronimus Bosch, il cui incontro è stato, per l’ Artista, addirittura epifanico. Un rapporto conflittuale ma fecondissimo. “C’ è tra me e Bosch un rapporto che si trascina da quando avevo 10 anni”. Un rapporto che, dapprima inconsapevole, prende corpo e coscienza durante una visita alla “Vecchia Pinacoteca di Monaco” che conserva un frammento del “Giardino delle delizie” dello stesso Bosch. Da allora, il “Signore degli Effimeri” (così l’ ha ribattezzato la stampa tedesca per via di quei tipici piccoli esseri filiformi presenti in molti suoi quadri), diventa un fatalista, ma non un credente, studia e coltiva il pittore ispirato dal demonio; convive e si lascia guidare dal fantasma del fiammingo che, affettuosamente, chiama il suo “Santo-demonio”.

Tiziana MATTEUCCI, Giornalista di attualità ed arte (dalla rivista “l’ Aniene”, Roma, 1999)
Lo spiare, per lungo tempo, il vivere quotidiano della gente immersa nei problemi di tutti i giorni, le contraddizioni di un mondo che non risponde più alle vere esigenze dell’ uomo, il male che lo stesso è costretto a perseguire ed usare al fine di garantirsi una seppur minima sopravvivenza, lo stesso male che viene, poi, utilizzato quando nello stesso uomo scatta la molla dell’ ingordigia e della sopraffazione, tutto questo ha intrattenuto le sue riflessioni sulla natura umana, sul male e sul loro esecrando sodalizio senza riuscire a cogliere alcuna possibile giustificazione e neppure utopistiche soluzioni o modalità di superamento. E’ l’ occasione buona, per il Nostro, anche perché sostenuto dalle innumerevoli possibilità di trasposizione tematica che gli consente il suo surrealismo, per sfogarsi, per additare uno per uno ogni peccato, trattarlo nella sua crudezza e sbatterlo in faccia all’ umanità tutta. Coloro che, molto spesso, gli hanno sottolineato il perché di questa angosciante scelta, che gli hanno contestato la predilezione alle visioni catastrofiche e l’ inamovibile pessimismo che in esse è riposto circa la possibilità di una qualsiasi accettabile soluzione, come sopra già evidenziato, hanno ottenuto sempre la stessa adirata risposta: “….Non sono nient’ affatto un pessimista ne, tantomeno, un illusionista che cerca di convincere se stesso e gli altri che tutto è bello, perfetto e senza pecche. Sono solo un realista che osserva i fatti e le cose nella crudezza del loro presente. Perché dovrei inventarmi, nelle mie opere, soluzioni impossibili, rappresentare città del sole o paesi delle meraviglie solo per il fatto di farvi contenti?! Forse, essere considerato ottimista è un pregio?...”. Sembra quasi che egli finga di ignorare che il peccatore non vuole essere ne redarguito e punito ne, tantomeno, perdonato e che, pertanto, la sua voce critica, lo sdegno di Savonaroliana memoria, rischia il silenzio imposto al “grillo parlante”, la pira destinata agli scomodi “martiri”, nella accezione filologica.

Dal volume “Maurizio Chianello: una ipotesi critica e breve monografia dell’ artista” (Alessandro Ferraro, Penzberg, Baviera, 1987)
I drammi esistenziali, le lacune messe a nudo di un mondo ormai non più solvibile per il quale ogni minimo tentativo ottimistico di risolvibilità richiede un sostegno interpretativo non del tutto indifferente, ne fanno di Maurizio Chianello un instancabile portavoce dalla squisita abilità rappresentativa, quasi sempre imperniata su toni alquanto pessimistici dettati, però, non da una visione distorta dell’ Artista, bensì, dall’ impossibile indifferenza ai fatti della realtà della quale egli ne è attento osservatore. Nelle sue opere, benché una accurata e complessa tematica ricopre un ruolo di primo piano, è la cromatica uno dei punti di arrivo nella pittura del Chianello dalla quale lo spettatore non può, assolutamente, ne sottrarsi, ne non restarne affascinato.

Michele ALEMANNO, Critico d’ Arte (Reggio Calabria, 1982)
L’ osservazione critica del mondo in cui vive, della gente cui è istintivamente attratto per innata disponibilità, muove la sua critica visione che parte dal reale, percorre la storia attraverso la memoria del suo vissuto culturale, in senso lato, , per giungere, mediata dalla dimensione onirica del surreale, alla evanescenza del sogno, Un sogno che si mostra spesso nella terribilità dell’ incubo, dell’ angoscia che, turbando l’ equilibrio omeostatico di Morfeo, provoca alfine il risveglio improvviso, affannato ed imperlato di freddo sudore! Le sue tele, che appaiono rette da un ordine geometrico razionalmente espresso, non indulgono , per nostra fortuna, ai facili effetti magicamente inquietanti di un Magritte o dall’ angoscia onirica di un Delvaux, ovvero, al virtuosismo simbolico di un Dalì. Chianello non cerca facili effetti e neppure critici compiacimenti o facili acquirenti. Egli va dritto per la sua strada, conscio delle difficoltà che l’ assenza di compromessi potrà comportare alla sua vita d’ uomo e di artista.

Dal volume “Maurizio Chianello: una ipotesi critica e breve monografia dell’ artista” (Alessandro Ferraro, Penzberg, Baviera, 1987)
Raramente una visione di radice etica riesce a trovare, come nel caso di Maurizio Chianello e della sua opera, una perfetta corrispondenza con lo stile e la maturità tecnica dell’ Artista traducendo concetti e messaggi unicamente per virtù di segno e colore. Perché di visione etica bisogna parlare davanti a questa moderna Apocalisse di depravazioni e relativi castighi e catarsi finale che il Pittore rappresenta nelle sue tele senza enfatica austerità anzi, addirittura, con una mordente ironia che gioca sulla vibratile fragilità della figura umana dispersa fra forze infinitamente più grandi ed intelligenti delle sue effimere dimensioni e del sfrenato edonismo. Ecco i significati che possiamo afferrare in ondate di colore e di luce di rara magia che danno un’ esatta misura della maturità di questo pittore ancor giovane ed in piena evoluzione, che da qualche tempo osserviamo e seguiamo registrandone i successi conseguiti, convinti come siamo di trovarci davanti ad un’ arte istintiva ma controllata, improvvisa ma non casuale, ricca di un suo fascino particolare.

Giorgio MANCINI, Editore, Giornalista e Critico d’ Arte, Roma, 1983
Abbiamo varie volte scritto a proposito di questo Pittore che, tuttavia, non finisce mai di sorprenderci. Abbiamo ammirato la sua tecnica sia nel disegno elegante che nella coloritura fortemente suggestiva e, soprattutto, il polemico contenuto delle sue tavole che si rifanno ai tragici temi esistenziali e morali della nostra epoca in particolare e della storia umana in genere. Fedele, ormai, a questo suo programma metafisico, Maurizio Chianello avanza e progredisce, qualificandosi sempre più ed arricchendo la collezione dei suoi riconoscimenti.

Dal volume “La nuova Elitè ” (Editrice “Teleuropa”, Roma, 1982)
E’ pur vero che splendide figure di peccatori non sono mancate fino a questo punto, dai grandi dell’ antichità ai suoi coetanei e viventi nemici: valgano per tutti, rispettivamente, il canto di Capaneo e quello di Pier delle Vigne. Ma Chianello ha le idee chiare, come sempre, fin da quando ha scoperto il virus della grande pittura manifestarsi in lui, dapprima col prepotente ma domato ricercar di stile, scoperto e praticato nell’ imitazione dell’ arte di Fiandra, e poi adesso, quando la padronanza della tecnica gli ha dato il benestare alla propria creatività che pur urge e lo pressa nell’ animo e nella mente. Egli è lontano dalle facilonerie e dai banali risultati di un venale mercato. Ha le sue idee, pratica nella vita e nella disciplina d’ arte il suo credo, la sua filosofia e vuole trasferire questo suo messaggio, questo suo portato sulla tela, in un’ opera che, rimanga pur invenduta, lo lasci convinto di sé, soddisfatto per quello che ha saputo tradurre mercè il suo pennello magico.

Dal volume: “Maurizio Chianello: una ipotesi critica e breve monografia dell’ Artista” (Alessandro Ferraro, Penzberg, Baviera, 1987)


“Violenza”, “Il potere”, “Salviamo la vita”; ecco i temi che in chiave metafisica ed in allucinanti atmosferiche fantascientifiche, caratterizzano la produzione di Maurizio Chianello, un Artista impegnato nel ritrarre le grandi tragedie contemporanee raggiungendo talora sintesi e simboli di rara intelligenza.

Dal volume “Europa, Pace, Progresso” (Roma, 1982)
Il periodo surrealistico
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