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| LA PROCESSIONE DEL VENERDì SANTO |
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| Sin quando le campane non saranno sciolte per il Gloria, la troccola regolerà per tutto il tempo di Passione la processione penitenziale e, nella rievocazione del dramma divino, ne scandirà il ritmo del corteo. |
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| Uscita dal Carmine
venerdì pomeriggio
La posta dei perdoni |
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| La processione si apre con i particolari confratelli vestiti con una tunica bianca, incappucciati e scalzi. Ed è proprio sui piedi scalzi che punterà la curiosità e l'attenzione della folla. |
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| Questa statua, la prima che apre la processione dei Miseri, è l'unica a farne le spese durante i non rari ed imprevisti temporali primaverili che regala la Pasqua tarantina. E' all'Angelo che soccorre il Signore, per precauzione si staccano le candide ali. Ma n'angele vole pure senz'ale! |
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| Gesù parla.
«Dopo il trionfo di questa mattina ben diverso è il vostro spirito. Che devo dire? Che è sollevato? Oh! sì! Secondo l'uma¬nità è sollevato. Siete entrati in città tremanti per le mie paro¬le. Pareva che ognuno temesse, per sé, gli sgherri oltre le mura, pronti ad assalirlo e farlo prigioniero. In ogni uomo vi è un altro uomo che si rivela nelle ore più gravi. Vi è l'eroe, che nelle ore di maggior pericolo balza fuori dal mite che il mondo sempre vide e giudicò insignificante, l'eroe che dice alla lotta: "Eccomi", che dice al nemico, al pre¬potente: "Con me misurati". E vi è il santo che, mentre tutti fuggono terrorizzati davanti ai feroci che vogliono vittime, di¬ce: "Me prendete in ostaggio e in sacrificio. Pago io per tutti". E vi è il cinico, che sulle sventure generali fa approfitto proprio e ride sui corpi delle vittime. C'è il traditore che ha un coraggio suo proprio, quello del male. Il traditore che è l'amalgama del cinico con il vigliacco, che è pure una categoria che si manife¬sta nelle ore gravi. Perché cinicamente trae profitto da una sventura e vigliaccamente passa al partito più forte, osando, pur di averne utile, affrontare lo sprezzo dei nemici e le male¬dizioni degli abbandonati.
C'è infine, ed è il tipo più diffuso, il vigliacco che nell'ora grave non è capace che di rammaricarsi per essersi fatto conoscere di un partito e di un uomo ora colpiti da anatema e di fuggire... Questo vigliacco non è delinquente quanto il cinico e ributtante come il traditore. Ma mostra sem¬pre la imperfezione della sua struttura spirituale. Voi... siete tali. Non dite di no. Io leggo nelle coscienze. Questa mattina fra voi pensavate: "Che ci avverrà? Andre¬mo a morte noi pure?". E la parte più bassa gemeva: "Quanto mai!...". Sì. Ma vi ho mai ingannati? Dalle prime mie parole vi ho parlato di persecuzione e morte. E quando uno fra voi, per eccesso di ammirazione, volle vedermi e volle presentarmi co¬me un re, uno dei poveri re della Terra, sempre povero anche se re e restauratore del reame di Israele, Io ho subito corretto l'errore e detto: "Re dello spirito Io sono. Io offro privazioni, sa¬crificio, dolore. Non ho altro. Qui sulla Terra non ho altro. Ma dopo la mia, e la vostra morte nella mia fede, Io vi darò un Re¬gno eterno, quello dei Cieli". Vi ho detto forse diverso? No. Voi dite di no. E voi, allora, dicevate anche: "Questo solo vogliamo. Con Te, come Te, per Te vogliamo essere, ed essere trattati, e pati¬re".
Sì. Dicevate così. Ed eravate anche sinceri. Ma era perché non ragionavate che da bambini, da svagati bambini. Vi pen¬savate facile il seguirmi e tanto eravate pregni di sensualità triplice che non potevate ammettere che fosse vero quello che Io vi accennavo. Pensavate: "Egli è il Figlio di Dio. Lo dice per provare il nostro amore. Ma Egli non potrà essere percosso dall'uomo. Lui che opera miracoli saprà bene fare un grande miracolo in suo favore!". E ognuno aggiungeva: "Io non posso credere che Egli sia tradito, preso, ucciso". Tanto forte questa vostra umana fede nella mia potenza che giungevate a non avere fede nelle mie parole, la Fede vera, spirituale, santa e santificante. "Lui che fa miracoli ne farà pure uno in suo favore!", dice¬vate.
Non uno, ma molti ancora ne farò. E due saranno quali nessuna mente d'uomo può pensare. Saranno quali solo i cre¬denti nel Signore potranno ammetterli. Tutti gli altri, nei seco¬li dei secoli, diranno: "Impossibile!". E anche oltre la morte Io sarò oggetto di contraddizione per molti. In un dolce mattino di primavera Io ho annunciato da un monte le diverse beatitudini. Ce ne è ancora una: "Beati quelli che sanno credere senza vedere". Ho già detto, andando per la Palestina: "Beati quelli che ascoltano la parola di Dio e l'os¬servano", e ancora: "Beati quelli che fanno la volontà di Dio", e altre, altre ne ho dette, perché nella casa del Padre mio sono numerose le gioie che aspettano i santi. Ma anche questa c'è. Oh! beati quelli che crederanno senza avere visto con gli occhi corporali! Tanto santi saranno che, essendo in Terra, vedranno già Dio, il Dio nascosto nel Mistero d'amore. Ma voi, dopo tre anni che siete con Me, a questa fede ancora non siete giunti. E credete solo a ciò che vedete. Perciò da sta¬mane, dopo il trionfo, dite: "É ciò che noi dicevamo. Egli trionfa. E noi con Lui". E come uccelli che rimettono le penne strappate da un crudele, vi alzate a volo, ebbri di gioia, sicuri, liberi da quella costrizione che le mie parole vi avevano messo sul cuore. Siete più sollevati allora anche nello spirito? No. In questo siete ancora meno sollevati. Perché siete ancora più im¬preparati all'ora che incombe. Avete bevuto gli osanna come vino forte e piacente. E ne siete ebbri. Un ebbro è mai un forte? Basta una manina di bambino a farlo traballare e cadere. Così siete voi. E basterà l'apparizione degli sgherri a farvi fuggire come timide gazzelle che vedono affacciarsi ad una rupe del monte il muso aguzzo dello sciacallo e, ratte come vento, si di¬sperdono per le solitudini del deserto.
Oh! badate di non morire di un'orrida sete in quella arsa arena che è il mondo senza Dio! Non dite, non dite, o amici ca¬ri, ciò che dice Isaia alludendo a questo vostro stato di spirito falso e pericoloso. Non dite: "Costui non parla altro che di congiure. Ma non c'è da temere, non c'è da avere spavento. Non dobbiamo temere ciò che Egli ci profetizza. Israele lo ama. E noi l'abbiamo visto". Quante volte il tenerello piede ignudo di un pargolo calpesta le erbette fiorite del prato, co¬gliendo corolle per portarle alla mamma, e crede trovare solo steli e fiori, e invece posa il calcagno sulla testa dell'angue, e ne è morso e ne muore!
I fiori celavano il serpente. Anche sta¬mane... anche stamane così! Io sono il Condannato coronato di rose. Le rose!... Quanto durano le rose? Che resta di esse dopo che la corolla loro si è sfaldata in neve di profumati petali? Spine.
Io - Isaia l'ha detto - sarò per voi, e con voi dico che sarò per il mondo, santificazione, ma anche pietra d'inciampo, pie¬tra di scandalo e laccio e rovina per Israele e per la Terra. San¬tificherò coloro che avranno buona volontà e farò cadere e an¬dare in pezzi coloro che avranno mala volontà. Gli angeli non dicono parole di menzogna e parole di poca durata. Essi ven¬gono da Dio, che è Verità e che è Eterno, e ciò che dicono è ve¬rità e parola immutabile. Essi hanno detto: "Pace agli uomini di buona volontà". Allora nasceva, o Terra, il tuo Salvatore. Ora va a morte il tuo Redentore. Ma per avere pace da Dio, os¬sia santificazione e gloria, occorre avere "buona volontà".
Inutile il mio nascere, inutile il mio morire per coloro che non hanno questa volontà buona. Il mio vagito e il mio rantolo, il primo passo e l'ultimo, la ferita della circoncisione e quella della consumazione, saranno stati invano se in voi, se negli uomini, non ci sarà la buona volontà di redimersi e santificar¬si.
Ed Io ve lo dico: "Moltissimi inciamperanno in Me, che sono posto come colonna di sostegno e non come tranello per l'uo¬mo, e cadranno perché ebbri di superbia, di lussuria, di avari¬zia, e saranno chiusi nella rete dei loro peccati, e presi e dati a Satana".
Mettete queste parole nei vostri cuori, sigillatele per i futuri discepoli. Andiamo. La Pietra sorge. Un altro passo in avanti. Sul monte. Deve splendere sulla vetta perché Egli è Sole, Luce è, è Oriente. E il Sole splende sulle cime. Deve essere sul monte, perché il Tempio vero deve essere visto da tutto il mondo. E da Me stesso lo edifico con la Pietra viva della mia Carne immola¬ta. Ne collego le parti colla calcina fatta di sudore e di sangue. E sarò sul mio trono ammantato di una porpora viva, coronato di una corona nuova, e quelli che sono lontani verranno a Me, lavoreranno nel mio Tempio, intorno ad esso.
Io sono la base e la vetta. Ma tutto intorno, sempre più grande, si estenderà la dimora. Ed Io stesso lavorerò le mie pietre e i miei artieri. Co¬me Io sono stato dal Padre, dall'Amore e dall'uomo e dall'Odio lavorato a scalpello, così Io li lavorerò. E dopo che in un sol giorno sarà stata levata l'iniquità dalla Terra, sulla pietra del Sacerdote in eterno verranno i sette occhi per vedere Iddio e sboccheranno le sette fonti per vincere il fuoco di Satana.
Satana... Giuda, andiamo. E ricordati che il tempo stringe e che per la sera del Giovedì deve essere consegnato l'Agnello».
da Il Poema dell’Uomo Dio – vol. 9 – M. Valtorta |
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| Con una lentezza che esaspera l'attesa della folla, escono sul sagrato le prime statue dei Misteri avvolte nell'incipiente crepuscolo serale. Le coopie scalze iniziano sulle battute gravi delle marce funebri, il lentissimo incidere nella fissità e compostezza resa come evanescente dal loro candido vestito.
I lumi alla statua di Cristo alla Colonna sono stati accesi, anche se il cielo è carico di una tonalità celestina che l'accompagnerà ancora sino a quando si spegnerà e sembrerà piegarsi e giocare a limunello con le prime luci della sera.
Il ponte dell'asino per l'artista sono le estremità della figura. Il Manzo modellando con verismo le mani con l'annodatura della corda alla stupenda statua del Cristo alla Colonna, non è inciampato. |
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| Non è inciampato e non poteva. Ecco perchè anche la posizione delle mani è l'impostazione della legatura all'Ecce Homo, rispecchia la medesima maestria.
Per l'espressione del volto, il Manzo profuse tutta la sua valentia artistica per rendere carico di drammatica umanità e stupefacente realismo il Cristo presentato alla medesima folla che pochi giorni avanti lo aveva acclamato vero RE.
Significativa la coralità della folla che si assiepa lungo il percorso della processione dei Misteri la sera del venerdì santo.
Fantastica irrealtà nel lento incidere delle poste e dei portatori delle statue, le cui luci si trasfigurano in riverbi fugaci, riflettendosi come sull'acqua in mille pigre contorsioni. |
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| Giovanni va a prendere la Madre.
Ore 10,30 del Venerdì Santo 1944 (7-4-44). Ora che il mio interno ammonitore mi dice esser quella in cui Giovanni andò da Maria. Vedo il prediletto ancor più pallido di quando era nel cortile di Caifa insieme a Pietro. Forse perché là la luce del fuoco ac¬ceso gli dava un riflesso caldo alle guance. Ora appare scavato come da una grave malattia ed esangue. Il suo viso emerge dal¬la tunica lilla come quello di un annegato, tanto è di un pallore livido. Anche gli occhi sono offuscati, i capelli opachi e spetti¬nati, la barba, spuntata in quelle ore, gli mette un velo chiaro sulle guance e il mento e le fa apparire, biondo-chiara come è, ancor più pallide. Non ha più nulla del dolce, ilare Giovanni, né dell'inquieto Giovanni che poco prima, con una vampa di sdegno sul volto, a fatica si è contenuto dal malmenare Giuda. Bussa alla porta della casa e, come se dall'interno qualcuno, timoroso di ritrovarsi di fronte Giuda, chiedesse chi è che pic¬chia, risponde: «Sono Giovanni». L'uscio si apre ed egli entra. Va anche lui subito nel cenacolo, non rispondendo alla pa¬drona che gli chiede: «Ma che avviene in città?». Si chiude dentro e cade in ginocchio contro al sedile su cui era Gesù e piange chiamandolo con dolore. Bacia la tovaglia nel posto dove il Maestro tenne congiunte le mani, carezza il calice che fu tra le sue dita... Poi dice: «Oh! Dio altissimo, aiu¬tami! Aiutami a dirlo alla Madre! Io non ho cuore!... Eppure devo dirlo. Io devo dirlo, poiché sono rimasto solo!». Si alza e pensa. Tocca ancora il calice come per attingere forza da quell'oggetto toccato dal Maestro. Si guarda intor¬no... Vede, ancora nel suo angolo dove Gesù l'ha posto, il puri¬ficatoio usato dal Maestro per asciugarsi le mani dopo la la¬vanda e l'altro che si era cinto alla vita. Li prende, li piega e li carezza e bacia. Resta ancora perplesso, ritto in mezzo alla stanza vuota. Dice: «Andiamo!», ma non si muove verso la porta. Anzi torna al tavolo e prende il calice e il pane spezzato in un angolo da Gesù per staccarne il boccone da dare a Giuda, intinto. Li ba¬cia e, insieme ai due purificatoi, li prende e se li tiene stretti contro al cuore come una reliquia. Ripete: «Andiamo!», e sospira. Cammina verso la scaletta e la sale a spalle curve e a passi riluttanti e strascicati. Apre, esce. «Giovanni, sei venuto?». Maria è riapparsa sulla porta del¬la sua stanza, sorreggendosi allo stipite come se non avesse forza di star ritta da sola. Giovanni alza il capo e la guarda. Vorrebbe parlare e apre la bocca. Ma non riesce. Due lacrimoni gli rotolano giù dalle guance. Curva il capo, vergognoso della sua debolezza. «Vieni qui, Giovanni. Non piangere. Tu non devi piangere. Tu lo hai sempre amato e fatto felice. Ciò ti conforti». Queste parole aprono le dighe al pianto di Giovanni, che di¬viene tanto alto e fragoroso da fare affacciare la padrona, Ma¬ria Maddalena, la moglie di Zebedeo e le altre... «Vieni. da me, Giovanni». Maria si stacca dallo stipite e prende per un polso il discepolo, e lo trascina dentro alla stan¬za come fosse un bambino, e chiude la porta piano, per isolarsi con lui. Giovanni non reagisce. Ma, quando si sente posare sul capo la mano tremante di Maria, cade in ginocchio posando al suolo gli oggetti che aveva contro il cuore e, viso contro il suolo, te¬nendo un lembo della veste di Maria premuto sul suo viso con¬vulso, singhiozza: «Perdono! Perdono! Madre, perdono!». Maria, ritta e ambasciata, con una mano sul cuore e l'altra pendente lungo il fianco, con una voce di strazio dice: «Che ti devo perdonare, povero figliuolo? Che? A te!». Giovanni alza il volto, mostrandolo così come è, senza più traccia di orgoglio maschile, il volto di un povero bambino piangente, e grida: «Di averlo abbandonato! Di esser fuggito! Di non averlo difeso! Oh! Maestro mio! O Maestro, perdono! Dovevo morire prima di lasciarti! Madre, Madre, chi mi leverà più questo rimorso?». «Pace, Giovanni. Egli ti perdona, ti ha già perdonato. Non ha mai tenuto conto del tuo smarrimento. Ti ama». Maria par¬la con soste fra le brevi frasi, come presa da affanno, tenendo una mano sul capo di Giovanni e una sul suo povero cuore che palpita d'angoscia. «Ma io non l'ho saputo capire neanche ieri sera... e ho dor¬mito mentre Egli chiedeva il conforto del nostro vegliare. Solo l'ho lasciato, il mio Gesù! E poi sono scappato quando quel maledetto è venuto coi manigoldi…» «Giovanni, non maledire. Non odiare, Giovanni. Lascia al Padre il giudizio di farlo. Ascolta: dove è Egli, ora?». Giovanni torna a cadere faccia a terra, piangendo più forte. «Rispondi, Giovanni. Dove è mio Figlio?». «Madre... io... Madre, è... Madre...». «É condannato, lo so. Ti chiedo: dove è in questo momen¬to». «Ho fatto tutto il possibile perché mi vedesse... ho cercato di ricorrere a chi è potente per ottenere pietà, per farlo... per farlo soffrire meno. Non gli hanno fatto molto male...». «Non mentire, Giovanni. Neppure per pietà di una madre. Non ci riusciresti. E sarebbe inutile. Io so. Da ieri sera l'ho se¬guito nel suo dolore. Tu non le vedi. Ma le mie carni sono con¬tuse dai suoi stessi flagelli, ma alla mia fronte stanno le spine, ho sentito le percosse... tutto. Ma ora... non vedo più. Ora igno¬ro dove è il mio Figlio condannato alla croce... alla croce... al¬la croce!... Oh! Dio, dammi forza! Egli mi deve vedere. Non de¬vo sentire il mio dolore finché Egli sente il suo. Quando poi sarà... finito tutto, fàmmi morire allora, o Dio, se vuoi. Ora no. Per Lui no. Perché mi veda. Andiamo, Giovanni. Dove è Gesù?». «Parte dalla casa di Pilato. Questo clamore è la turba che grida intorno a Lui, legato, sugli scalini del Pretorio, in attesa della croce o già camminante verso il Golgota». «Avverti tua madre, Giovanni, e le altre donne. E andiamo. Prendi quel calice, quel pane, quei lini... Mettili qui. Ci saran¬no di conforto... poi... e andiamo». Giovanni raccoglie gli oggetti rimasti al suolo ed esce per chiamare le donne. E Maria lo attende, passandosi sul viso quei lini come per ritrovare su essi la carezza della mano del Figlio, e bacia il calice e il pane, e mette tutto su una scansia. E si ammanta ben stretta nel suo manto calandolo fin sugli oc¬chi, al di sopra del velo che le fascia il capo e le si attorciglia al collo. Non piange. Ma trema. E pare che l'aria le manchi tanto ansa a bocca aperta. Giovanni rientra seguito dalle donne piangenti. «Figlie! Tacete! Aiutatemi a non piangere! Andiamo». E si appoggia a Giovanni, che la guida e sorregge come fosse una cieca. La visione cessa così. Sono le 12,30 di ora, ossia le 11,30 dell'ora solare.
da Il Poema dell'Uomo Dio - Maria Valtorta - X volume |
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| Nelle tonalità chiaroscurali delle pieghe della tunica nel dettaglio di questa CADUTA, si evidenziano nella loro naturalezza, i capelli ricadenti sulle spalle e trattenuti dal peso della Croce.
Se si considera che la materia prima per realizzare queste statue è un impasto di carte e di cenci di varia estrazione, macerati, arricchiti con sostanze e trattati con tecniche scaltrite che i cartapestai non verrebbero certamente ad insegnartele, non si può che ammirare in questo particolare della cascata, come da così povera cosa si possono ottenere risultati di autentici valori artistici. |
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| Le ombre, le prime del tramonto,avvolgono in una dimensione indefinibile, i contorni ai simboli della Passione caricati sulla Croce. Con pia devozione il confratello la reggerà per tutto il tragitto senza doverla poggiare a terra per riposarsi |
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| Nell'ora del tramonto, contro il cielo cangiante che il viola dipinge con toni di tristezza il simbolo della tortura e morte di nostro Signore ripropone, con la sequenza dei Sacri Misteri nella processione, il dramma dell'Uomo-Dio.
"Se Cristo non fosse risorto - dice San Paolo - vana sarebbe stata la nostra fede" ma se fosse sceso dalla Croce non sarebbe stato il Messia, aggiunse un monaco di uno dei tanti monasteri del monte Athos, incontrato durante i miei vagabondaggi in Grecia. Ogniqualvolta ammiro questo Crocifisso mi sovviene della massima cristiana. |
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| Gesù sulla Croce.
Il respiro è sempre più anelante, ma interciso. É già più un rantolo sincopato che un respiro. Ogni tanto un colpo di tosse penosa porta una schiuma lievemente rosata alle labbra. E le distanze fra una espirazione e l'altra diventano sempre più lunghe. L'addome è già fermo. Solo il torace ha ancora dei sollevamenti, ma fatico¬si, stentati... La paralisi polmonare si accentua sempre più. E sempre più fievole, tornando al lamento infantile del bambino, viene l'invocazione: «Mamma!». E la misera mormo¬ra: «Sì, tesoro, sono qui». E quando la vista che si vela gli fa dire: «Mamma, dove sei? Non ti vedo più. Anche tu mi abban¬doni?», e non è neanche una parola, ma un mormorio che ap¬pena è udibile da chi più col cuore che con l'udito raccoglie ogni sospiro del Morente, Ella dice: «No, no, Figlio! Non ti ab¬bandono io! Sentimi, caro... La Mamma è qui, qui è... e solo si tormenta di non poter venire dove Tu sei...». É uno strazio... E Giovanni piange liberamente. Gesù deve sentire quel pianto. Ma non dice niente. Penso che la morte im¬minente lo faccia parlare come in delirio e neppure sappia quanto dice e, purtroppo, neppure comprenda il conforto ma¬terno e l'amore del Prediletto. Longino - che inavvertitamente ha lasciato la sua posa di riposo, con le mani conserte sul petto e una gamba accavallata, ora una, ora l'altra, per dare sollievo alla lunga attesa in piedi, e ora invece è rigido sull'attenti, la mano sinistra sulla spada, la destra regolarmente tesa lungo il fianco, come fosse sui gra¬dini del trono imperiale - non vuole commuoversi. Ma il suo volto si altera nello sforzo di vincere l'emozione, e gli occhi hanno un luccicore di pianto che solo la sua ferrea disciplina trattiene. Gli altri soldati, che giocavano a dadi, hanno smesso e si so¬no drizzati in piedi, rimettendosi gli elmi che avevano servito ad agitare i dadi, e stanno in gruppo presso la scaletta scavata nel tufo, silenziosi, attenti. Gli altri sono di servizio e non pos¬sono mutare posizione. Sembrano statue. Ma qualcuno dei più prossimi, e che sente le parole di Maria, mugola qualcosa fra le labbra e scrolla il capo. Un silenzio. Poi, netta nell'oscurità totale, la parola: «Tutto è compiuto!», e poi l'ansito sempre più rantoloso, con pause di silenzio fra un rantolo e l'altro, sempre più vaste. Il tempo scorre su questo ritmo angoscioso. La vita torna quando l'aria è rotta dall'anelito aspro del Morente... La vita cessa quando questo suono penoso non si ode più. Si soffre a sentirlo... si soffre a non sentirlo... Si dice: «Basta di questa sofferenza!», e si dice: «Oh! Dio! che non sia l'ultimo respiro». Le Marie piangono tutte, col capo contro il rialzo terroso. E si sente bene il loro pianto, perché tutta la folla ora tace di nuovo per raccogliere i rantoli del Morente. Ancora un silenzio. Poi, pronunciata con infinita dolcezza, con ardente preghiera, la supplica: «Padre, nelle tue mani rac¬comando lo spirito mio!». Ancora un silenzio. Si fa lieve anche il rantolo. É appena un soffio limitato alle labbra e alla gola. Poi, ecco, l'ultimo spasimo di Gesù. Una convulsione atroce, che pare voglia svellere il corpo infisso, coi tre chiodi, dal legno, sale per tre volte dai piedi al capo, scorre per tutti i poveri ner¬vi torturati; solleva tre volte l'addome in una maniera anorma¬le, poi lo lascia dopo averlo dilatato come per sconvolgimento dei visceri, ed esso ricade e si infossa come svuotato; alza, gon¬fia e contrae tanto fortemente il torace, che la pelle si infossa fra coste e coste che si tendono, apparendo sotto l'epidermide e riaprendo le ferite dei flagelli; fa rovesciare violentemente in¬dietro, una, due, tre volte il capo, che percuote contro il legno, duramente; contrae in uno spasimo tutti i muscoli del volto, ac¬centuando la deviazione della bocca a destra, fa spalancare e dilatare le palpebre sotto cui si vede roteare il globo oculare e apparire la sderotica. Il corpo si tende tutto; nell'ultima delle tre contrazioni è un arco teso, vibrante, tremendo a vedersi, e poi un grido potente, impensabile in quel corpo sfinito, si spri¬giona, lacera l'aria, il «grande grido» di cui parlano i Vangeli e che è la prima parte della parola «Mamma»... E più nulla... La testa ricade sul petto, il corpo in avanti, il fremito cessa, cessa il respiro. É spirato. La Terra risponde al grido dell'Ucciso con un boato pauro¬so. Sembra che da mille buccine dei giganti traggano un unico suono e su questo tremendo accordo ecco le note isolate, lace¬ranti dei fulmini che rigano il cielo in tutti i sensi, cadendo sulla città, sul Tempio, sulla folla... Credo che ci saranno stati dei fulminati, perché la folla è colpita direttamente. I fulmini sono l'unica luce saltuaria che permetta di vedere. E poi subi¬to, e mentre durano ancora le scariche delle saette, la terra si scuote in un turbine di vento ciclonico. Il terremoto e l'aero¬moto si fondono per dare un apocalittico castigo ai bestem¬miatori. La vetta del Golgota ondeggia e balla come un piatto in mano di un pazzo, nelle scosse sussultorie e ondulatorie che scuotono talmente le tre croci che sembra le debbano ribaltare. Longino, Giovanni, i soldati si abbrancano dove possono, come possono, per non cadere. Ma Giovanni, mentre con un braccio afferra la croce, con l'altro sostiene Maria che, e per il dolore e per il traballio, gli si è abbandonata sul cuore. Gli al¬tri soldati, e specie quelli del lato che scoscende, si sono dovuti rifugiare al centro per non essere gettati giù dai dirupi. I la¬droni urlano di terrore, la folla urla ancora di più e vorrebbe scappare. Ma non può. Cadono le persone l'una sull'altra, si pestano, precipitano nelle spaccature del suolo, si feriscono, rotolano giù per la china, impazziti. Per tre volte si ripete il terremoto e l'aeromoto, e poi si fa l'immobilità assoluta di un mondo morto. Solo dei lampi, ma senza tuono, rigano ancora il cielo e illuminano la scena dei giudei fuggenti in ogni senso, con le mani fra i capelli, o tese in avanti, o alzate al cielo, schernito fino allora e di cui ora hanno paura. La oscurità si tempera di un barlume di luce che, aiuta¬to dal lampeggio silenzioso e magnetico, permette di vedere che molti restano al suolo, morti o svenuti, non so. Una casa ar¬de nell'interno delle mura e le fiamme si alzano dritte nell'aria ferma, mettendo un punto di rosso fuoco sul verde cenere dell'atmosfera. Maria alza il capo dal petto di Giovanni e guarda il suo Gesù. Lo chiama, perché mal lo vede nella poca luce e coi suoi po¬veri occhi pieni di pianto. Tre volte lo chiama: «Gesù! Gesù! Gesù!». É la prima volta che lo chiama per nome da quando è sul Calvario. Infine, ad un lampo che fa come una corona sopra la vetta del Golgota, lo vede, immobile, tutto pendente in avan¬ti, col capo talmente piegato in avanti, e a destra, da toccare con la guancia la spalla e col mento le coste, e comprende. Tende le mani che tremano nell'aria scura e grida: «Figlio mio! Figlio mio! Figlio mio!». Poi ascolta... Ha la bocca aperta, pare voglia ascoltare anche con quella, come ha dilatati gli occhi per vede¬re, per vedere... Non può credere che il suo Gesù non sia più... Giovanni, che anche lui ha guardato e ascoltato, ed ha com¬preso che tutto è finito, abbraccia Maria e cerca allontanarla dicendo: «Non soffre più». Ma, prima che l'apostolo termini la frase, Maria, che ha ca¬pito, si svincola, gira su se stessa, si curva ad arco verso il suo¬lo, si porta le mani agli occhi e grida: «Non ho più Figlio!».
da Il Poema dell'uomo Dio - M. Valtorta - X vol. |
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| Nel farmi omaggio di una pregevole edizione in greco del Vangelo di Giovanni, quel monaco mi rammentò che la Sindone rappresenta per noi credenti il quinto Vangelo scritto dal suo Autore col proprio sangue e che quel lenzuolo è la testimonianza viva e palpitante della vittoria della vita sulla morte.
Perchè di tela la Sacra Sindone, così posta su quello strumento della tortura e della morte di nostro Signore, con i suoi naturali movimenti ha sempre comunicato un forte senso di scoramento, una profonda angoscia ad una immensa tristezza. Direi che è l'unica statua dei Misteri che si anima nella Processione. |
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| Dimentichiamo molto spesso che la processione dei Misteri si può paragonare al funerale di un Re, anzi al Re dei Re assassinato. La città non sembra oppressa dalla superstizione del rito, ma rapita ed estasiata nel silenzio del lutto nel quale si riveste in questi giorni.
Non li potrò avere nel giorno della mia morte tanti incappucciati scalzi avanti e dietro il feretro, ultima casa del corpo che fu mio, perchè vorrei uscire dalla vita in una notte senza vento, in silenzio.
E soprattutto non potrò averli perchè non sono un confratello. Mi accontentero di vederli ora, in questa processione che un po' turba e un po' affascina. |
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| Anche questa immagine dell'Addolorata che chiude la processione dei Misteri è del primo 700 napoletano, di anonimo per nostra grazia, ma l'espressione non evidenzia lo smarrimento di una Madre che perde il proprio figlio.
La tradizione evangelica tramanda la figura della Madre Dolorosa, ma ignora quella della Madre Piangente. Ritengo qundi questo volt, nella sua icastica serenità, più aderente alla realtà del dramma, così come fu immortalato dal Tudertino del suo Stabat. |
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| il rientro - sabato mattina |
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| Restano da percorrere pochi metri, ma gli spartiti delle marce funebri si alterneranno per un'altra ora ancora perchè sulla piazza si indugia per l'ultima spettacolare nazzecate.
Il troccolante, lacerando l'aria con l'ultimo straziante crepitio - la voce per tutto il tempo di Passione - nel rito immutato di sempre bussa col suo bordone al portone della chiesa, tra le spontanee e calorose ovazioni della folla che, presa da commossa attenzione, non l'ha ascoltato chiedere asilo per se e per gli altri.
Attorno c'è tutto un popolo che ha vissuto con corale eccezionalità il tempo di Pasqua e di rinnovamento. E l'avvertono, perchè no, anche i carabinieri col pennacchio rossoblu, chiusi nella loro alta uniforme e sempre a perenne presidio contro la violenza ed il sopruso, martiri che non temerebbero l'olocausto.
Ed anche io l'avverto, fisso con la mente e col cuore a questa mia città, dalla quale giacer lontano sembrò all'antico poeta Leonida dolore più amaro della stessa morte ....
E cittè, almene mò, malingunije!
Nò à siende a'ddore ca spanne a cannelle 'nnande a le furne?....
E' quedde d'a scarcedde, pò siende 'u suene d'a cambane a Glorie
e 'ngiele 'a prima 'mbriaca rennenedde! |
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| Le didascalie sotto le immagini sono state prese dal volume "Prima Posta" e le foto da alcuni dei siti sopra indicati.
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Se avete la possibilità, venite a Taranto nel periodo della Settimana Santa, si respira un clima di attesa, di speranza ... quell'attesa e quella speranza che la fede rinnova ogni anno nei nostri cuori.
Santa Pasqua a tutti voi! |
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