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Lo vedeva, là in fondo, avvolto dal bianco mantello.
Indovinava i suoi occhi scuri sotto la buffa corona regale, ben calcata sulla fronte; quello sguardo beffardo, irritante, che s'era ritrovato davanti, puntualmente, nei momenti peggiori della sua infelice esistenza.
Lo vedeva, fermo al suo posto, ritto ed imponente, proprio come gli doveva esser stato detto di fare.
Lui invece s'era già spostato più volte, di lato, e ogni volta tornava a fissarlo, con quella strana ansia in corpo.
Ed i ricordi, disordinatamente, maltrattarono ancora il suo orgoglio, facendolo sentire sempre più ridicolo in quella nera armatura.
La folla d'intorno osservava la grande scacchiera illuminata da un caldo tramonto; gli eccitanti colori di quei costumi fuori dal tempo sembravano riaccendere antiche contese per una vecchia battaglia.
L'attacco procedeva continuo, incalzante; il loro dominio era netto: i pezzi bianchi aumentavano ai bordi del campo.
La voce. Era per lui.
Si mosse lentamente. Dalla nuova posizione vedeva bene dove stavano gli altri.
Una rigida calma lo prese; la fortuna era forse benigna, questa volta.
Un'inconscia speranza percorse il suo sguardo; non volendo restare deluso assaporò quella possibilità con prudenza, temendo di vederla svanire. E l'odio inondò ancora il suo respiro.
Intorno tutto sembrava farsi più ovvio. Ormai era quasi finita.
Un controllo totale, una stretta evidente: le vane difese dei pezzi superstiti ritardavano inutilmente quella fine sperata.
Sarebbe toccato proprio a lui il passo finale; lo capì dal cavallo definitivamente fermo al suo fianco.
Una reazione appena abbozzata. Il pedone più avanti.
La sua mente, più inerte che mai, teneva solo i nervi tesi a quell'ultimo ordine.
Sì, era sicuro che avrebbe fatto la mossa del matto. E decise.
"Alfiere E5-C7".
Avanzò fissando il cuore del Re.
La lunga lancia strappò il grosso mantello al centro del petto ed una macchia scarlatta ben presto si allargò sul bianco quadrato ai suoi piedi. |
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Quei tonfi sordi, lontani, lo scossero. Li sentì vibrare attorno a sé, in quel mondo di velluto.
Annaspò mollemente, nel poco spazio che aveva.
Poi scivolò di poco su un fianco, adagio: cercava il silenzio, il vuoto di prima.
Ma una lieve presenza invadeva ora, indiscreta, il suo piccolo nido; ed egli accettò, come sempre, la nuova realtà.
Era uno strano senso, venuto dal nulla; una crescente affluenza d'impulsi, una convergenza verso un centro, una distaccata conoscenza.
Intravide, contro le palpebre chiuse, un lieve bagliore azzurrognolo, in un risveglio senza sogni né passato.
D'improvviso avvertì il suo corpo e lo sentì docilmente obbediente. Assaporò una lunga, voluta immobilità.
Lo spazio.
Nel tempo.
Si cullò dolcemente.
Il tempo.
Nello spazio.
Piccoli movimenti, a tratti.
Contrasse un po' le gambe, girò di poco la testa. Ripercorse il suo intorno, rassicurante, protettivo.
Poteva. Voleva. Era lui. “Lui”.
Le piccole mani, gli occhi, e qualcos'altro. Come vedersi dall'alto.
La completezza raggiunta lo esaltò. Ora sì! Primi pensieri, timidamente accennati.
Uno sguardo diverso, un sapere.
E ancora il dopo: una febbrile curiosità nell'attesa diventata, ora, più lunga.
Prepararsi, alla luce accecante del mondo.
No. Una calma istintiva, un dubbio. Perplesso. Tranquillo.
Prese a giocare con la mente. Io, io, io. Non gli veniva altro.
Ora una forza potente lo spinse.
Io dove?
Io cosa?
Dopo. Adesso devo...è il momento
Io perché?
Io chi?
Capì il dolore, immenso, inutile. L'assurdo vizio alla vita. E l'infinito esplose, abbagliante e vuoto.
Io non voglio.
L'uomo in camice avanzava stanco lungo il corridoio. Si fermò a due metri da un altro, più giovane, che lo aspettava ansioso.
“Mi spiace” disse, “non so spiegarmelo, ma...è nato morto”. |
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