1. Verbo
2. Nome
3. Articolo
4. Aggettivo
5. Pronome
6. Avverbio
7. Preposizione
8. Congiunzione
9. Interiezione
Avvertenza
Questi Appunti di morfologia fanno
parte, insieme con gli Appunti di
ortografia, gli Appunti di metrica
e altre "guide" non ancora disponibili in formato html (ad esempio: Come
si consulta un vocabolario), di un gruppo di sussidi didattici elaborati per
i miei studenti del biennio di un istituto tecnico (e poi si dice che gli
insegnanti non fanno nulla...). Gli argomenti trattati sono gli stessi che si
possono trovare - più ampiamente e più autorevolmente discussi, certo - in una
qualunque grammatica italiana: il mio obiettivo era solo quello di raccogliere
in poche pagine regole ed eccezioni della nostra lingua, esponendoli nella
maniera più chiara e semplice possibile. Fornire insomma allo studente (e
tutti, quando cerchiamo di imparare qualcosa che non conosciamo, siamo studenti)
una guida efficace alla risoluzione dei mille dubbi che ci assalgono quando
tentiamo di portare sulla carta i suoni delle parole, o cerchiamo di costruire
un pensiero con i termini giusti e nel giusto ordine. Tutto qui. Spero che il
lettore vorrà apprezzare almeno lo sforzo di sintesi e la buona volontà. Vale,
lector, et indulgeas.
Loris Pellegrini
Introduzione
Qualunque frase, dalla più semplice alla
più complessa, è costituita da non più di 9 parti, che si combinano
variamente fra loro. Cinque di questi (verbo, nome, articolo, aggettivo,
pronome) sono variabili, hanno cioè un genere (maschile, femminile), un numero
(singolare, plurale) e, nel caso del verbo, anche una persona, un tempo, un
modo. Quattro (avverbio, preposizione, congiunzione, interiezione o
esclamazione) sono invariabili. Vediamo perché. Se dico: Questo
gatto bianco è il mio, quello è il tuo, posso
variare la frase al femminile (Questa gatta bianca
è la mia, quella è la tua), e al plurale (Questi
gatti bianchi sono i miei, quelli sono i tuoi):
tutti gli elementi della frase cambiano: questo e mio
che sono aggettivi; il che è un articolo; quello
e tuo che sono pronomi; gatto
che è un sostantivo; è che è un verbo. Ma posso
benissimo dire Cammino lentamente e Camminiamo
lentamente senza che l'avverbio lentamente
sia costretto a cambiare; oppure: Questo e quello, Questi
e quelli,Questa e quella, Queste
e quelle senza mai cambiare la congiunzione e.
Attenzione, però: alcune parti del discorso possono a volte svolgere il ruolo
di un'altra. Un aggettivo, o un verbo, ad esempio, possono svolgere la funzione
di sostantivo (un povero, un
insegnante); così come la stessa parola, mio
ad esempio può essere aggettivo (Il mio libro) o
pronome (Quel libro è mio). Detto questo possiamo
cominciare a vedere in modo pià dettagliato ogni parte, cominciando dal verbo.
1.
VERBO
È la parte variabile del discorso che
esprime un'azione nel tempo, ma anche un modo di essere o un fatto. Un verbo può
essere considerato sotto 3 aspetti:
A) SIGNIFICATO
B) CONIUGAZIONE
C) FORMA
A) SIGNIFICATO
Dal punto di vista del significato i verbi
possono essere 1) transitivi o 2) intransitivi.
1) Verbi transitivi
Sono verbi che esprimono un'azione che
passa direttamente dal soggetto all'oggetto: Marco
(soggetto) legge (verbo transitivo) un
libro (complemento oggetto). Il complemento oggetto a volte può mancare
ma il verbo rimane transitivo: Mario legge. Un
verbo transitivo può essere: attivo, passivo, riflessivo.
Il verbo è attivo quando il
soggetto "agisce", compie l'azione:Luigi
ama.
Il verbo è passivo quando il
soggetto "patisce", subisce l'azione: Luigi
è amato. Un verbo attivo si può rendere passivo in due modi:
mettendo prima del participio
passato del verbo le voci dell'ausiliare essere (o, qualche
volta, venire): Io amo (attivo)
=> Io sono amato (passivo); Io
lodo => Io sono o Io
vengo lodato;
mettendo prima del verbo (ma solo
nella terza persona singolare e plurale) la particella pronominale si:
Da parte di tutti si biasima (cioè: è
biasimata, viene biasimata) la tua
negligenza. In questo caso il si
prende il nome di "particella passivante".
Ogni proposizione attiva può trasformarsi in passiva tramutando
l'oggetto in soggetto: Carlo ama Maria
(forma attiva) => Maria è amata da Carlo
(forma passiva); e viceversa naturalmente.
Il verbo è riflessivo quando
l'azione compiuta dal soggetto si "riflette", cioè ricade, sul
soggetto stesso: Luigi si loda (cioè: Luigi
loda se stesso). La forma riflessiva di un verbo transitivo si ottiene
mettendo prima del verbo le particelle pronominali mi,
ti, si, ci vi, si, con funzione di complemento oggetto:
attiva
io lavo
tu lavi
egli lava
passiva
io mi lavo (=io lavo me)
tu ti lavi (=tu lavi te)
egli si lava (=egli lava sé)
Le particelle pronominali si mettono
invece dopo, fondendole col verbo, nell'imperativo presente (làvati),
nel gerundio (lavandoti), nell'infinito (lavarti).
Si dice, inoltre, riflessiva apparente quella forma in cui le
particelle mi, ti, si, ecc. non hanno funzione di
complemento oggetto ma di complemento di termine, non hanno cioè il valore
di: me, te, sé, ecc. ma di: a me, a te, a sé, ecc. Ad esempio:
Io mi lavo:
qui mi ha valore d'oggetto (=io
lavo me) e la forma è riflessiva;
Io mi lavo
le mani: qui mi ha valore di
complemento di termine (=io lavo le mani a me) e la forma è riflessiva
apparente.
2) Verbi intransitivi
Sono quelli che esprimono un'azione che non
passa a un oggetto ma resta ferma nel soggetto: Mario
corre; Il sole brilla; Il cane abbaia. È bene ricordare che:
i verbi intransitivi hanno solo la forma
attiva;
alcuni verbi di natura intransitiva
possono assumere anche un valore transitivo: Carla
piange (intr.) / Carla piange lacrime amare
(trans.);
alcuni verbi intransitivi, pur essendo
accompagnati dalle particelle pronominali mi, ti, si, ecc.,
non sono riflessivi: si dicono intransitivi pronominali (vergognarsi,
pentirsi, lamentarsi, accorgersi, ecc.). Perciò le frasi: Io
mi vergogno, Tu ti lamenti, Egli si adira, ecc. non sono riflessive
ma intransitive pronominali. Per poter distinguere con certezza una
forma riflessiva da una pronominale basta tener presente che nella forma
riflessiva le particelle mi, ti, si, ecc., si
possono sostituire con i pronomi me, te, se, ecc.,
cosa che non è invece possibile nella forma intransitiva pronominale. Così,
ad esempio, se diciamo: Io mi bagno, possiamo
trasformare la frase in: Io bagno me; se invece
diciamo: Io mi vergogno, non posso trasformarla
in: Io vergogno me, e si tratta quindi di una
forma intransitiva pronominale.
Una speciale categoria di intransitivi,
infine, è quella dei cosiddetti verbi impersonali, che indicano
condizioni atmosferiche, e che si usano prevalentemente alla 3a persona
singolare: annotta, albeggiava, piove, nevicherà,
ecc. Ma possono essere usati impersonalmente anche altri verbi (come: accadere,
succedere, bastare, bisognare, occorrere, importare, parere, ecc.)
unendoli alle particelle pronominali mi, ti, si, ci, vi,
gli, le. Es.: Mi succede ogni giorno; Non bisogna
farlo; Non gli importa nulla. Ci sono infine verbi impersonali che
possono, in certi casi, divenire personali: Fioccano
quattrini; Piovono legnate; Tuona il cannone.
B) CONIUGAZIONE
Il verbo è la parte più
"flessibile", più mutevole del linguaggio. Una parte però, la prima,
resta sempre uguale (è la radice); a cambiare è l'altra, la seconda (la
desinenza). E può cambiare secondo la:
PERSONA: La prima persona
indica chi parla (io, noi); la seconda
personaa chi si parla (tu, voi); la terza
personadi chi si parla (egli, loro).
NUMERO: Può essere singolare
(io, tu, egli) o plurale (noi,
voi, essi).
TEMPO: Indica il tempo passato,
presente o futuro in cui l'azione è accaduta, accade o accadrà. Ci sono
tempi semplici e composti.
I tempi semplici sono quelli
formati solo dalla voce verbale, qualunque sia il modo a cui
appartengono.
I tempi composti sono quelli
formati con l'"ausilio", l'aiuto, degli ausiliari essere
o avere, più il participio passato del verbo.
MODO:
Indica la maniera, il "modo" in cui l'azione del verbo viene
espressa. Ci sono quattro modi finiti, cioè che esprimono l'azione
in maniera determinata: indicativo, congiuntivo, condizionale, imperativo;
e tre modi indefiniti, cioè che esprimono l'azione in maniere
indeterminata, senza distinzione di persona: infinito, participio,
gerundio.
Modi finiti
Indicativo: è il modo
della certezza: Vado a casa (=
è sicuro che ci vado); Pioveva a
dirotto(= non ci sono dubbi sul fatto che pioveva),
ecc.
Congiuntivo: è il modo
della probabilità: È ora che io vada
a casa (= ci andrò quasi certamente, fra un po', ma per ora
è solo un proposito); È meglio che tu faccia
i compiti (= non li stai facendo, li farai, spero); ecc.
Condizionale: è il modo
che subordina una azione ad una condizione: Se
tu studiassi, saresti promosso (cioè: sarai promosso se
studierai); Potendo, lo aiuterei
(cioè: lo aiuterei, se potessi)
Imperativo: è il modo
dell'esortazione, della minaccia e soprattutto dell'ordine: Studia
la lezione!; Parlate, o peggio
per voi!. Può avere, ovviamente, solo la 2a persona
singolare e plurale, perché un comando si rivolge solitamente ad
altri e anche se fosse rivolto a se stessi si considererebbe sempre
rivolto a seconda persona: Allora mi dissi:
su, studia!. Tuttavia può esserci un imperativo nella
1a persona plurale: Andiamo a casa!.
Alla 3a persona non ci si rivolge con ordini ma con desideri, perciò
non si hanno vere e proprie forme di imperativo bensì di
congiuntivo che servono come imperativi: Venga
avanti; Prego, si accomodino.
Indefiniti
Infinito: è il modo che
esprime l'azione in maniera generica, senza specificare né il
numero né la persona.
Participio: è il modo
che fa dell'azione un attributo del nome, cioè
"partecipa" della doppia natura di verbo e aggettivo: Libro
stampato; La scala appoggiata
al muro; Luna calante.
Il participio presente, come forma verbale pura, è ormai rarissimo;
è comune invece come aggettivo (pesante,
dolente, ridente); o anche come sostantivo (brillante,
studente, insegnante). Il participio passato è comunissimo e
può avere anch'esso la triplice funzione di verbo, aggettivo,
sostantivo: Ho finito di leggere il
romanzo (verbo); Nel vaso ci sono pochi
fiori appassiti (aggettivo); Il ferito
si lamentava (sostantivo). Tanto il participio presente che
quello passato possono essere usati "assolutamente" e
allora prendono il nome di participio assoluto: Regnante
(= mentre regnava) Carlo VIII, il popolo si
ribellò; Calata (= dopo
che fu calata) la tela, gli spettatori
applaudirono.
Gerundio: è il modo che
esprime l'azione come riferita a un'altra azione, espressa o
sottintesa: Sbagliando
(presente) s'impara; Avendo
mangiato (passato) troppo, mi
sentii male. Anche il gerundio, come il participio, può
usarsi "assolutamente": Tempo permettendo,
partirò.
Tutti i verbi della lingua italiana sono
suddivisi in tre coniugazioni sulla base della desinenza dell'infinito presente:
-are = 1a coniugazione; -ere = 2a coniugazione; -ire = 3a
coniugazione. Vediamo ora le particolarità di ciascuna coniugazione.
1a coniugazione
I verbi con l'infinito in -care
e -gare per mantenere alla c
e alla g il suono gutturale, cioè duro,
mettono una h davanti alla desinenza che inizia
per i o a: mancare
=> mancherò; pagare
=> pagherete, paghino.
I verbi con l'infinito in -ciare,
-giare, -sciare, perdono la i della
radice quando questa viene a trovarsi davanti a desinenze che iniziano con e
o con i, e questo perché la i
di -ciare, -giare, -sciare è un puro segno
ortografico per dare alla c e alla g
della radice il suono palatale. Perciò: baciare=>bacio,
baciarono, ma:bacerete, NON: bacierete;
mangiare=>mangio,
mangiano, ma: mangereste, e NON: mangiereste;
lasciare=>lascio,
lasciate, ma: lascerai, e NON: lascierai.
I verbi con l'infinito in -gliare
perdono la i della radice (vegli-are,
sbagli-are) davanti alle desinenze inizianti con i.
Perciò: sbagliare=>sbagl-iamo,
NON: sbagli-iamo; vegliare=>vegl-iamo,
NON: vegli-iamo.
I verbi con l'infinito in -gnare
conservano la i della desinenza in -iamo
e -iate. Perciò: noi
sogn-iamo, che noi sogn-iamo,
che voi sogn-iate.
I verbi con la 1a persona singolare
dell'indicativo presente in -ìo (cioè con la i
tonica, ad es.: io avvio) conservano sempre la i
della radice anche quando questa perde l'accento: avviare
=> avvio, avviano, avvieranno,
ecc. La perdono invece sempre davanti alle desinenze inizianti con i,
quando la i della radice non è accentata: voi
avvi-ate, ma:che voi avv-iate.
I verbi con la 1a persona singolare
dell'indicativo presente in -io (cioè con la i
àtona, ad es.: io graffio) perdono sempre la i
della radice davanti a desinenze inizianti con i:io
graffi-o, ma:che essi graff-ino;io
studi-o, ma:che essi stud-ino.
2a coniugazione
I verbi con l'infinito in -cere
e -gere, davanti alle desinenze con a
o con o cambiano la c
e la g dolce in gutturale: tu
vinci, noi vinceremo, ma: io
vinco, che tu vinca; tu
spingi, noi spingiamo, ma: io
spingo, che tu spinga. Fanno eccezione i
verbi cuocere e nuocere
che conservano sempre la i palatale: io
cuocio, che tu cuocia.
I verbi con l'infinito in -gnere
(così come quelli della 1a coniugazione in -gnare)
conservano la i della desinenza in -iamo
e -iate: noi spegn-iamo,
che noi spegn-iamo, che
voi spegn-iate.
3a coniugazione
Molti verbi di questa coniugazione
inseriscono tra la radice e la desinenza della 1a, 2a e 3a persona singolare
e della 3a plurale del presente indicativo, congiuntivo e imperativo, il
gruppo -isc (ardire=>ard-isc-o,
ard-isc-i, ard-isc-ono).
Alcuni verbi hanno entrambe le forme: aborro /
aborrisco; inghiotto / inghiottisco,
ecc.
Alcuni verbi di questa coniugazione
hanno un doppio participio presente: in -ente e
in -iente: dormente /
dormiente, ecc.
C) FORMA
Abbiamo già visto che il verbo è
costituito da due parti: una, immutabile, che si chiama radice; e una che
cambia secondo i modi, i tempi, le persone e i numeri, e si chiama desinenza.
I verbi che rispettano questo schema si dicono regolari, e sono la
maggioranza; ma ci sono anche verbi che si discostano da questa norma e sono
detti irregolari.
Verbi regolari
Caratteristica di questi verbi è che nel
passato remoto e al participio passato l'accento tonico non cade sulla radice ma
sulla desinenza: am-ài, cred-èi
(o cred-ètti), serv-ìi;
am-àto, cred-ùto,
serv-ìto.
Verbi irregolari
Si dividono in 3 gruppi:
forti:
sono irregolari solo nel passato remoto (1a e 3a persona singolare e 3a
plurale) e nel participio passato. Appartengono quasi tutti alla 2a
coniugazione. Es.:
ardere: io arsi, egli
arse, essi arsero; participio passato: arso;
dividere: io divisi,
egli divise, essi divisero; participio passato: diviso;
mettere: io misi, egli
mise, essi misero; participio passato: messo;
nascondere: io
nascosi, egli nascose, essi nascosero; participio passato: nascosto;
ecc.
anomali: traggono le loro forme
verbali da temi diversi o alterati dalla coniugazione. Es.: andare:
io vado; dare: io diedi; cadere:
io cadrei; sedere: io mi siedo,
o: io mi seggo; potere: io posso, io
potrò; dovere:io devo, o: io
debbo; cuocere: cotto; morire:
io muoio; salire: io salgo; ecc.
difettivi: "difettano",
cioè mancano di alcune forme nelle persone, nei modi, nei tempi. Es.: competere
(non ha participio passato e quindi manca di tutti i tempi composti); solere;
ecc.
Ricordiamo infine cinque verbi che possono
essere usati in modo particolare: due Ausiliari e tre Servili.
Ausiliari:
si dicono "ausiliari" i verbi essere e avere
quando aiutano gli altri verbi a formare i tempi composti: Ho
mangiato un panino; Sono andato a
casa. Vogliono l'ausiliare avere i verbi
transitivi attivi (Ho mangiato una mela, Lo
avevo visto); vogliono l'ausiliare essere
i verbi nella forma passiva (Io sono amato;
Siamo stati serviti subito). I verbi
intransitivi possono avere l'uno o l'altro ausiliare. I verbi che indicano le
condizioni atmosferiche richiedono in genere essere (È
piovuto) ma possono concordare anche con avere
(Ha appena smesso di piovere).
Servili:
sono detti così i tre verbi: dovere, potere, volere
quando sono usati al servizio dell'infinito di un altro verbo: Devo
andare; Non posso dormire; Voglio
mangiare. Attenzione: nei tempi composti i verbi servili vogliono, di
regola, l'ausiliare del verbo che essi "servono": Sono
dovuto andare (perché: sono andato); Saresti
potuto venire (perché: sono venuto); Abbiamo
voluto dirtelo (perché: abbiamo detto).
2.
NOME
Di solito i nomi, o sostantivi, possono
essere considerati sotto tre aspetti: la SPECIE, il
GENERE e il NUMERO.
SPECIE
Dal punto di vista della specie i nomi possono essere concreti (pane),
astratti (giustizia), comuni (casa),
o propri (Giorgio).
GENERE
Per quanto riguarda il genere i nomi italiani possono essere soltanto
maschili o femminili, perché manca nella nostra lingua il neutro (presente
nella lingua latina, ad esempio, o in quella tedesca). Tuttavia il passaggio da
maschile a femminile non sempre è facile. Certo, ci sono nomi a cui basta
cambiare la vocale terminale per ottenere il cambio di genere: bambino
/ bambina; figlio
/ figlia, ecc. Ma direttore
diventa direttrice, poeta
diventa poetessa, e vigile
rimane vigile (un vigile,
una vigile). Le regole che governano questa
trasformazione sono molte e, tutto sommato, nell'incertezza conviene consultare
il dizionario. Possiamo però ricordare alcuni gruppi di nomi particolari.
equivoci:
sono nomi di genere femminile che possono essere usati anche riferiti ai
maschi (spia, guida,
guardia, staffetta,
ecc.). Soprano e contralto,
invece, sono di genere maschile ma indicano qualità vocali femminili.
promiscui: sono nomi che hanno
una sola forma tanto per designare il maschile quanto il femminile. In gran
parte sono nomi di animali:canguro,
corvo, delfino,
falco,ecc.;
oppure: tigre, iena,
mosca, ecc.
comuni: sono nomi che hanno
un'unica forma per il maschile e il femminile, e per distinguerli si deve
guardare l'articolo: un artista, un'artista;
il nipote, la nipote;
un insegnante, un'insegnante;
il vigile, la vigile;
ecc.
difettivi: sono nomi che hanno
due forme nettamente diverse per i due generi: uomo/donna;
maschio/femmina; marito/moglie;
padre/madre; bue/mucca;
montone/pecora; celibe/nubile;
ecc.
NUMERO
Per quanto riguarda il numero, va da sé che le possibilità sono
ristrette a due: singolare o plurale. Ma ci sono alcuni gruppi di nomi
particolari.
indeclinabili: sono i nomi che
hanno una sola forma sia per il singolare che per il plurale: la/le
virtù, la/le
crisi, il/i falò,
la/le specie, il/i
re, ecc.
difettivi: sono i nomi che
mancano del singolare (nozze, occhiali,
pantaloni, stoviglie,
ecc.) o del plurale (buio, ecc.).
sovrabbondanti: sono i nomi che
hanno due plurali (lenzuolo -> lenzuoli,
lenzuola), spesso con significato diverso. Ad
esempio: ciglio (cigli =
i cigli della strada; ciglia = le ciglia
degli occhi); dito (diti =
i diti indici, dita = le dita di una
mano), membro (membri =
i membri di una associazione, membra = le
membra del corpo umano), osso (ossi
= gli ossi per il cane, ossa =
le ossa del corpo), ecc.
Più in generale, a proposito dei nomi,
possiamo ricordare alcune particolarità.
Nomi di persona
I nomi propri non vogliono l'articolo (Mario,
NON: il Mario; Giovanna, NON: la Giovanna). Inoltre
il nome deve sempre precedere il cognome (Mario
Rossi, NON: Rossi Mario). Le donne sposate firmano prima col proprio
cognome poi con quello del marito. Es.: se Maria Rossi
ha sposato Antonio Bianchi firmerà: Maria
Rossi Bianchi.
Alterazione dei nomi (e
degli aggettivi)
Consiste nell'aggiunta al tema del nome, o
dell'aggettivo qualificativo, di un suffisso che ne àltera il significato. I
nomi e gli aggettivi che subiscono questa aggiunta si dicono alterati.
L'alterazione può dare origine ad un:
Non sempre esistono regole precise e
universalmente accettate. Vediamo alcuni casi.
Plurale dei nomi in -io.
S'intendono qui solo le parole con -io
atona (studio, premio,
ecc.) perché le parole con -ìo tonica
(calpestìo, pigolìo, ecc.)
hanno la i appartenente alla radice
della parola (calpesti-o, pigoli-o)
e dunque aggiungono regolarmente al plurale la desinenza i (calpestii,
pigolii). In genere oggi si preferisce il plurale
"semplificato", cioè: studio -> studi
(e non studii); vizio
-> vizi (e non vizii),
lasciando la doppia i (ii) in quei casi in cui
è possibile un equivoco: principio -> principii
(per distinguerlo da prìncipi, plurale di principe);
omicidio -> omicidii
(per distinguerlo da omicidi, plurale di omicida);
arbitrio -> arbitrii
(per distinguerlo da àrbitri, plurale di arbitro);
ecc.
Plurale dei nomi in -cia
e -gia. Quando la i
è accentata (farmacìa) rimane anche
nel plurale (farmacìe). Quando la i
è àtona ci sono due possibilità: se -cia
e -gia sono precedute da una vocale, la i
resta, altrimenti no. Quindi: audacia -> audacie(perché
in audacia la sillaba -cia
è preceduta dalla vocale a), camicia
-> camicie, grigia
-> grigie. Invece: minaccia
-> minacce (perché in minaccia
la sillaba -cia è preceduta dalla
consonante c), faccia
-> facce, pioggia
-> piogge; e naturalmente: fascia
-> fasce, striscia
-> strisce, ecc.
Plurale dei nomi in -co
e -go. Non esiste purtroppo una regola
universale: affresco -> affreschi
(ma: medico -> medici);
chirurgo -> chirurghi
(ma: asparago -> asparagi);
ecc. Nell'incertezza, meglio consultare il dizionario.
3.
ARTICOLO
È la parte variabile del discorso che si
mette davanti al nome per precisare il genere e il numero (il gatto, la
gatta, i gatti, le gatte). Può essere di due
specie: determinativo quando indica una cosa in particolare (ilgatto),
indeterminativo quando è generale (ungatto).
determinativo masch. sing.:il, lofemm. sing.:la masch.
plur.:i, glifemm. plur.: le
indeterminativo masch. sing.:un, uno femm. sing.:una
È bene ricordare che:
Si usano gli articoli lo, gli,
uno davanti alle parole che iniziano con:
"impura" (cioè quando è
seguita da una o più consonanti): lospago, gli
spaghi, uno spago
lo zaino, gli
zaini, uno zaino
lo gnocco, gli
gnocchi, uno gnocco
lo psicologo, gli
psicologi, uno psicologo
lo pneumatico (ma
ormai prevale la forma: il pneumatico)
lo xilofono
L'articolo indeterminativo un non
si apostrofa mai davanti a un nome maschile iniziante con vocale: si tratta
infatti di un troncamento e non di una elisione. Quindi: unuomo,
unattore; e anche: nessunuomo, qualcunaltro,
ecc.
4.
AGGETTIVO
È la parte variabile del discorso che si
aggiunge al nome (o ad un'altra parte del discorso usata come nome, cioè
sostantivata) per indicare una qualità o per darne una precisa determinazione.
E infatti gli aggettivi si dividono in: QUALIFICATIVI e DETERMINATIVI.
QUALIFICATIVI
Sono gli aggettivi che aggiungono al nome
una qualità: bello, brutto, piccolo, grande, ecc.
Hanno la loro declinazione, cioè hanno un maschile e un femminile, un singolare
e un plurale, e si accordano ai nomi ai quali si aggiungono: bambino bello,
bambina bella, bambini belli,
bambine belle. Esistono però aggettivi che hanno
una sola forma per entrambi i generi (un oggettoutile; una
cosa utile), entrambi i numeri (un vestito rosa, due
vestiti rosa), genere e numero insieme (conflitto impari,
lottaimpari, conflitti impari, lotte impari).
I gradi di qualificazione che un aggettivo qualificativo può assumere sono tre:
positivo, comparativo, superlativo.
Positivo: un aggettivo è di
grado positivo quando esprime una qualità, semplicemente, senza metterla a
confronto con nessun altro termine: Carlo ègiovane.
Comparativo:
un aggettivo è di grado comparativo quando esprime una qualità stabilendo
una comparazione, un paragone, un confronto con un altro termine. Può
essere di: maggioranza (Carlo è più giovane di
Luigi); minoranza (Carlo è meno giovane di
Luigi); uguaglianza (Carlo è giovane come Luigi).
Il grado comparativo si forma con speciali particelle, o locuzioni
correlative, che uniscono i due termini della correlazione: più ... di;
meno ... di; più ... che; meno ... che;
così ... come; tanto ... quanto; ecc. Il
comparativo di maggioranza o di minoranza si ottiene mettendo in
correlazione, rispettivamente, più o meno con la preposizione
di o con la congiunzione che. Si userà sempre di
(anche articolata: del, della, ecc.) davanti a un nome o ad un pronome (Carlo
è più studioso di Remo; l'argento è meno prezioso dell'oro);
si userà invece la congiunzione che in ogni altro caso e in
particolare quando esiste una comparazione di qualità, oppure il secondo
termine è un'intera proposizione: È più bello che buono;
È meno prudente correre che andar piano (dunque: È
meno bella che sua sorella; e NON: È meno bella di
sua sorella).
Superlativo: un aggettivo è di
grado superlativo quando esprime una qualità spinta al massimo grado (Gianni
è bravissimo). Può essere:
Assoluto: quando esprime il
grado massimo senza alcun paragone, e si ottiene aggiungendo il suffisso
-issimo all'aggettivo (Antonio è bellissimo). È
bene ricordare tuttavia che alcuni aggettivi richiedono il suffisso -errimo
(celeberrimo, acerrimo, ecc);
Relativo: quando esprime il
grado massimo di qualità messo però a raffronto con un altro termine.
Può a sua volta essere di: maggioranza (Gianni è il
più studioso dei fratelli); minoranza (Gianni è il
meno studioso dei fratelli).
DETERMINATIVI
Sono gli aggettivi che aggiungono al
sostantivo un preciso elemento che lo determina. Si dividono in 4 gruppi:
dimostrativi, possessivi, quantitativi, numerali.
dimostrativi o indicativi: determinano
la posizione della cosa espressa dal nome in relazione a chi parla: questo,
quello; stesso, medesimo; tale, quale, siffatto,
certo, ecc.
possessivi: determinano il possesso di
una cosa: mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro;
altrui, proprio;
quantitativi o indefiniti: determinano
una quantità indefinita di persone o cose: alcuno, altro, alquanto,
altrettanto, molto, poco, tanto, troppo, tutto,
ciascuno, nessuno, qualsiasi, ogni, ecc.
numerali: determinano una quantità
precisa di persone o cose: uno, quattro, dieci, cento,
mille, ecc.; primo, decimo, centesimo, ecc.; doppio,
triplo, ecc.; due terzi, cinque ottavi, ecc.
È bene inoltre ricordare che:
Di regola l'aggettivo concorda col nome
nel genere (gatto piccolo, gattapiccola)
e nel numero (gatti piccoli, gatte
piccole). Ma quando l'aggettivo deve unirsi a due o più
sostantivi possono presentarsi 2 possibilità:
i nomi sono di genere uguale:
in questo caso l'aggettivo segue questo genere e sarà plurale: Gina e
Carlo sono buoni; La pera e la mela sono mature;
Un cane, un gatto e un gallo erano amici;
i nomi sono di genere diverso:
in questo caso l'aggettivo è preferibile metterlo al maschile plurale: Aveva
lo sguardo e la faccia stravolti; C'erano vitelli e mucche
ben pasciute. Tuttavia quando i nomi si riferiscono ad animali,
cose, concetti astratti, l'aggettivo si può accordare anche col genere
del nome più vicino: Fiori e piante esotiche.
Gli aggettivi bello, buono
e grande non si troncano davanti alle parole che iniziano con:
s impura: buono
scopo, grande studioso, bello
spavento;
z: bello
zaino, grande zaino, buono
zaino;
ps: grande
psichiatra.
5.
PRONOME
È la parte variabile del discorso che si
usa invece del nome. I pronomi possono essere: 1) Personali; 2) Possessivi; 3)
Dimostrativi; 4) Relativi; 5) Indefiniti
1) Personali
Sono i pronomi che si usano invece del
nome, proprio o comune, di persona. Possono avere valore di soggetto o
complemento, possono cioè indicare: a) la persona che parla; b) la
persona a cui si parla; c) la persona di cui si parla.
soggettocomplemento
io me, mi
tu te,,ti
egli, esso lui, lo, gli, sé, si
ella, essa lei, la, le, sé, si
noi noi, ce, c
voi voi, ve, vi
essi loro, li, sé, si
esse loro, le, sé, si
Esaminiamo ora alcune particolarità dei
pronomi personali.
Io e tu si usano come
soggetto, quindi: Tu vai al cinema? (NON: Te vai al cinema?);
me e te invece si usano come complemento oggetto (A te
è piaciuto il film?), e in questo caso si uniscono al verbo senza
preposizione (Vogliono me, NON: Vogliono a me).
Gli: vale "a lui", ma
oggi si usa spesso anche nel senso di "a loro" (Se ti chiedono
del denaro non gli dare un soldo), ma dove può insorgere
equivoco e dovunque non appesantisca la forma è preferibile usare loro
(Incontrai alcuni amici e chiesi loro se volevano venire al
cinemacon me). È invece un errore grossolano usare gli
al posto di le (Se vedi Maria dille [e NON: digli]
di venire da me), o al posto di li (Siete stati voi che li[e
NON: gli] avete presi?). Va infine ricordato che gli
accoppiato alle particelle lo, la, le, li, ne
dà origine a: glielo, gliela, gliele, glieli, gliene.
Sé si scrive con l'accento per
distinguerlo da se congiunzione (e perciò quando è unito a stesso,
e l'equivoco dunque non è possibile, non si accenta: se stesso).
La particella pronominali ne
vale: di lui, di lei, di loro, di questo, di ciò. Viene usata spesso
pleonasticamente (Di questo scandalo se ne è parlato fin
troppo). Mi, ti, si, ci, vi, gli
quando si combinano con lo, la, li, le, ne
si mutano in me, te, se, ce, ve, glie.
2) Possessivi
Sono i pronomi che indicano proprietà,
possesso; e sono gli stessi aggettivi possessivi: mio, tuo, suo,
nostro, vostro, loro, altri, proprio, usati però
invece del nome. Esempio: Dammi il mio libro (qui mio
è aggettivo possessivo perché specifica una caratteristica del libro); Prendi
il tuo libro e dammi il mio (qui mio è pronome perché sta al
posto del sostantivo libro).
3) Dimostrativi
Sono i pronomi che mostrano, indicano una
persona o una cosa: questo, codesto, quello; stesso,
medesimo; tale, quale; siffatto; questi, quegli
(in funzione di soggetto e riferiti a persona: questi mi piace,quegli
no); costui, costei, costoro; colui, colei,
coloro; lo (in funzione di complemento oggetto: Tu non sei lo
stesso di una volta); ne (nei complementi di specificazione: Ne
vuoi ancora?); ci (nei complementi di termine: Non ci
badare; Non farci caso).
4) Relativi
Sono i pronomi che mettono in relazione fra
loro due proposizioni: il quale (e: i quali, la quale, le
quali), che, chi, cui. È bene ricordare che:
Che,
chi, quale, quando vengono usati nelle interrogazioni (dirette
e indirette) e nelle esclamazioni al posto del nome diventano pronomi
interrogativi ed esclamativi (Chi dubita di me? Che
volete dire? Vorrei sapere quali preferisci. Chi
si vede!)
Che
si usa sempre con valore di soggetto (L'uomo che ti parla)
o di complemento oggetto (Il libro che hai letto). È
sostituito da cui negli altri complementi, ma può essere usato, in
questi casi, quando assume il valore di: ciò, la qual cosa (Mario
disse una cosa, al che io risposi...) o allorché ha
valore di quando (L'anno che nacque Leopardi =
L'anno in cui nacque Leopardi)
Cui
si usa sempre con valore di complemento (Il libro di cui ti
ho parlato). Inoltre:
nel complemento di termine, cioè
nella forma: a cui, la a si può tralasciare (La
persona cuimi rivolsi = La persona a cui
mi rivolsi);
nel complemento di specificazione,
cioè nella forma: di cui, il di si tralascia quando lo
facciamo precedere dall'articolo (Questo è il ragazzo il cui
padre..., NON: Questo è il ragazzo il di cui padre...);
è errato usare cui nel
significato di che, la qual cosa, formando il costrutto: per
cui (Era stato promosso e per questo era contento, NON: Era
stato promosso per cui era contento).
5) Indefiniti
Sono i pronomi che indicano persone o cose
in maniera indefinita, indeterminata. Sono in gran parte aggettivi indefiniti
usati al posto del nome:
AggettivoPronome alcuni alberi alcuni ridono
gli altri libri dillo agli altri molti quaderni ce ne sono molti nessun uomo non vedo nessuno
A questi possiamo aggiungere: uno, qualunque,
ognuno, certuni, chiunque, altri (Altri
penserà che io non dica il vero), niente (Niente lo
commuove), nulla (Non me ne importa nulla).
6.
AVVERBIO
È quella parte del discorso che si unisce
al verbo, ma anche all'aggettivo, al nome o ad un altro avverbio, per
modificarne, graduarne, completarne, precisarne l'azione o il significato, e
potrebbe essere tolta dal discorso senza fargli perdere tutto il suo
significato. Si possono classificare gli avverbi in 8 gruppi.
di modo o maniera:
rispondono alla domanda sottintesa: "come?". Sono:
gli avverbi in -mente, formati
dalla fusione di un aggettivo con l'ablativo latino mente (=con
mente). Es.: celermente, dal latino celeri mente, alla
lettera: "con mente celere". E così: distrattamente,
lentamente, veramente, ecc.;
gli avverbi formati da un aggettivo
invariabile: forte, piano, giusto, certo, ecc.
gli avverbi di derivazione latina: bene,
male, ecc.;
gli avverbi derivati da forme verbali
o da nomi, col suffisso -oni: bocconi, ruzzoloni,
carponi, tastoni, cavalcioni, ecc.
di tempo:
rispondono alla domanda sottintesa: "quando?". Sono: ora,
adesso, allora, ancora, prima, dopo, oggi, domani, spesso, mai, sempre,
presto, tardi, ecc.
di luogo:
rispondono alla domanda sottintesa: "dove, da dove?". Sono: dove,
donde, sopra, sotto, vicino, lontano; qui, qua, quaggiù, quassù; lì, là,
laggiù, lassù; ecc.
di quantità:
rispondono alla domanda sottintesa: "quanto?". Sono: molto,
assai, poco, troppo, parecchio, abbastanza, niente, circa, appena, ecc.
di affermazione:
rispondono alla domanda sottintesa: "veramente?". Sono: sì, già
, certo, appunto, sicuro, sissignore, proprio, ecc.
di negazione:
rispondono alla domanda sottintesa: "veramente?". Sono: no,
non, né, neppure, nemmeno, neanche, nossignore, ecc.
di dubbio:
rispondono alla domanda sottintesa: "davvero?". Sono: forse,
probabilmente, semmai, ecc.
aggiuntivi:
si dicono "aggiuntivi" perché aggiungono qualcosa al valore
dell'azione. Sono: anche, ancora, altresì, pure, perfino, finanche,
ecc.
Ci sono poi i modi avverbiali e le locuzioni
avverbiali, che sono espressioni variabili formate:
da due avverbi: or ora, pian piano,
adagio adagio, ecc.
da due sostantivi: man mano, passo
passo, terra terra, ecc.
da una preposizione + avverbio,
aggettivo o sostantivo:
a + ... : a poco a poco, a
vicenda, a ufo, a gara, a malapena, ecc.
di + ... : di corsa, di
soppiatto, di palo in frasca, di nascosto, ecc.
in + ... : in bilico, in
panciolle, in un batter d'occhio, in carne e ossa, ecc.
per + ... : per caso, per
davvero, per certo, per tempo, ecc.
7.
PREPOSIZIONE
È la parte invariabile del discorso che si
"prepone" al nome o al pronome per esprimere una relazione di
dipendenza tra due termini di una stessa proposizione (Vado a
Roma; Vengo da lontano; Guardare in
cielo). Si distinguono in: 1) Proprie e 2) Improprie.
1) Proprie
Sono: di, a, da, in,
con, su, per, fra, tra, verso. Possono
restare così, cioè semplici, o unirsi ad un articolo, diventando articolate:
sempliciarticolate
a al agli ai allo
alla alle
da dal dagli dai dallo
dalla dalle
di del degli dei dello
della delle
in nel negli nei nello
nella nelle
su sul sugli sui sullo
sulla sulle
2) Improprie
Sono nomi, avverbi, aggettivi, verbi usati
in funzione di proposizione. Es.: causala pioggia; duranteil
concerto; vicinoa te; soprala casa; oltreil
monte; senzapaura; controil muro; ecc.
Le locuzioni prepositive nascono invece
dall'unione:
di due preposizioni fra loro: su dinoi; fra diloro, ecc.;
di un sostantivo con una preposizione: in
mezzo a; in luogo di; in vece di; per causa di; per
mezzo di; a dispetto; ecc.;
di un avverbio o modo avverbiale con una
preposizione: al di là di; di qua da; di dietro a; accanto
a; fino a; insieme con; all'infuori di; ecc.
8.
CONGIUNZIONE
È la parte invariabile del discorso che
serve a congiungere fra loro gli elementi di una stessa proposizione (Giulio e
Carlo vanno a scuola) o due proposizioni (Giulio va a scuola e
Carlo rimane a casa). Le congiunzioni si possono classificare in:
COORDINATIVE, SUBORDINATIVE, CORRELATIVE.
COORDINATIVE
Congiungono due proposizioni simili o due
parti simili della stessa proposizione. Si suddividono a loro volta in:
copulative: uniscono fra loro due
o più termini: e (affermativa); né, neppure, neanche,
nemmeno (negative).
disgiuntive: separano gli
elementi della proposizione mettendoli a volte in contrasto: o, oppure,
ovvero.
avversative:
uniscono due termini opposti: ma, però, tuttavia, peraltro,
eppure, pure.
dimostrative:
dimostrano, spiegano, dichiarano meglio un concetto: cioè, infatti,
ossia, vale a dire.
conclusive:
uniscono due termini si cui il secondo è la conclusione del primo: dunque,
quindi, pertanto, ebbene, allora.
SUBORDINATIVE
Congiungono una proposizione principale a
una subordinata. Es.: Ti loderei (princ.) se tu lo meritassi
(subord.); Poiché non mi stimi (subord.) preferisco rompere
l'amicizia (princ.). Si suddividono in:
dichiarative:
servono a dichiarare, spiegare: come (Mi disse come
aveva fatto), che (È meglio che tu vada a casa).
Ma attenzione: Il libroche (= pronome) hai letto.
temporali. Servono a esprimere un
rapporto di tempo: quando, come, appena, mentre,
finché, ecc.
causali:
servono a esprimere un rapporto di causa: perché, poiché, giacché,
siccome, dal momento che, ecc.
finali:
servono ad esprimere un rapporto di fine: affinché, perché.
Attenzione: Mi allontano perché(= causale) non mi piaci;
ma: Te lo dico perché (= finale) tu ne tragga profitto.
condizionali:
servono ad esprimere un rapporto di condizione: se, perché, qualora,
quando. Attenzione: Quando (= condizionale) uno è onesto
non deve temere nulla; ma: Vieniquando (= temporale) vuoi.
modali:
servono ad esprimere un rapporto di modo, o di maniere: come, come
se, siccome, comunque, quasi, ecc. Attenzione: Fa'
come (= modale) ti pare; ma: Mi raccontò come
(= dichiarativa) fosse stato salvato.
consecutive:
servono ad esprimere un rapporto di conseguenza: cosicché, sicché,
tanto che, di modo che, che. Attenzione: Era così
bella che (consecutiva) tutti la guardavano; ma: È
bene che (= dichiarativa) tu parta ora.
eccettuative:
servono ad esprimere un concetto di eccettuazione: salvo, salvo
che, fuorché, tranne che, ecc.
CORRELATIVE
Congiungono due proposizioni che sono tra
loro in correlazione: come ... così; tanto ... quanto; non
solo ... ma anche; sebbene ... tuttavia; ecc.
Le locuzioni congiuntive, infine,
sono congiunzioni formate da più parole, fuse insieme o disgiunte: nondimeno,
perciò, per la qual cosa, finché, fintanto che, ogni
qual volta, di modo che, nonostante che, ecc.
9.
INTERIEZIONE
È la parte invariabile del discorso che
serve a esprimere un sentimento di meraviglia, noia, dolore, ecc. Attenzione però:
non sono interiezioni le imitazioni di suoni o versi, cioè le onomatopee:
din don, bau bau, tic tac, ecc.
Le interiezioni, o esclamazioni, si possono
dividere in: semplici e composte.
Semplici:
ah, eh, ih, oh, uh;
ahi, ehi, ohi;
auff, uhm; mah, boh;ecc. La
letterahha lo scopo di indicare
il prolungato suono della vocale (oh = oooo; ah
= aaaa) sia di distinguerle da altri monosillabi (ah - a; oh -
o, ecc.).
Composte:
ohimé, ahimé, orsù, suvvia, ecc.
Le locuzioni esclamative sono parole o
intere frasi usate in forma esclamativa: addio, evviva,
bravo, bene, accidenti, to', ve',ecc.
Caro amico, non dimenticare che questa
pagina è frutto del mio lavoro; perciò se riterrai opportuno servirtene (e ne
sarò lieto) ti chiedo:
- di non usarla a fini di lucro senza il mio permesso;
- di non modificare il testo;
- di citarmi come fonte secondo le modalità sotto indicate.
In ogni caso ti sarei grato se tu volessi inviarmi una mail per una critica, un
suggerimento o, perché no?, un complimento. Si vive anche di questo... Stai
bene!
Loris Pellegrini, Appunti di grammatica
italiana. 2: Morfologia (revisione: 5/10/2002)
in "La valigia
delle Indie": www.webalice.it/loris.pellegrini