Postille
Mi ero documentata molto prima della partenza, e comunque la mia nippofilia è di vecchia data, quindi la realtà che ho trovato laggiù non era molto diversa dalle mie aspettative/previsioni. Sicuramente, però, in certi aspetti "minori" ho avuto delle sorprese.
Ad esempio, non mi aspettavo un livello così penoso di conoscenza dell'inglese (alla fine mi esprimevo a sorrisi), che piovesse così spesso (vabbè, era settembre...), e che le abitazioni fossero così sporche e disordinate.
Mi ha sorpreso l'assenza di traffico stradale (mai sentito un clacson in un mese!!) e il silenzio che si trova anche tra i grattacieli di Shinjuku, se si esclude il verso atipico dei cicaloni !
Poi l'estrema timidezza dei giapponesi, che raramente mi guardavano negli occhi anche quando ero la loro unica interlocutrice; le urla delle commesse per dare il benvenuto ai clienti (secondo me li spaventano...), e la bellezza dei treni: quando ripenso al mio viaggio, il contesto in cui mi vedo è sempre all'interno di un vagone della Yamanote Line con l'espressione sognante mentre guardo dal finestrino il paesaggio metropolitano.
Ancora, non mi aspettavo tanta ignoranza riguardo tutto ciò che non è Giappone o Stati Uniti, anche da parte di chi ha viaggiato (cioè tutti ): quante volte ho dovuto spiegare che in Europa ci sono tante lingue e culture diverse quanti Stati. E poi l'assenza di un ruolo sociale della religione (mi chiedo se sia giusto definirla così). Ricordo anche di essere rimasta senza parole davanti agli "uomini-pubblicità", quelli con un cartello grande più di loro appeso al collo che stanno in piedi per ore e ore lungo le strade più frequentate. Ancora, i pacchetti di fazzoletti (con dentro una cartina pubblicitaria) che delle graziose signorine ti allungano ad ogni angolo della strada. Per carità, saranno pure utili, ma mi aveva lasciata perplessa l'estrema diffusione del fenomeno...
I modelli dai quali partivo erano appunto le mie letture (e parlo sia di letteratura "alta" sia di quella popolare dei manga), e devo ammettere che alla fine si sono rivelati molto verosimili rispetto alla realtà. La mia "fortuna" è stata quella di avere l'occasione di CONvivere con i giapponesi, sia a casa sia al "lavoro", e qui sta la prospettiva speciale della mia vacanza, che mi avrebbe dovuto permettere di capirli e conoscerli meglio.
Ma al di là dei problemi linguistici di cui mi sono sempre lamentata, mi è sembrato spesso che mancasse quella comunicazione più elementare e intuitiva tra persone, cosa che mi ha fatto sentire frustrata nei miei tentativi di superare la loro naturale diffidenza nei miei confronti (in quanto occidentale, e in quanto ragazza in un ambiente lavorativo a predominanza maschile). E' veramente complicato riuscire a capire cosa i giapponesi pensano veramente, non solo per i loro abituali lunghi silenzi (imbarazzantissimi per me) e per la loro naturale riservatezza, ma anche per la difficoltà per me di vedere oltre i loro comportamenti "codificati", svuotati del significato più sincero che gli occidentali darebbero loro. Infatti non riuscivo mai a capire se la loro gentilezza nei miei confronti fosse spontanea o affettata.
Per tentare di entrare più in intimità con alcuni giappo-amici ho tentato la fallimentare tecnica di fare domande dirette, ottenendo risolini di scandalo e imbarazzo. Ero quasi sempre io a dover guidare la conversazione.
I loro silenzi, il loro autocontrollo e la loro apparente freddezza mi avevano sempre invogliata a colmare queste zone di mistero con caratteristiche di particolare profondità emotiva... ma chissà.. forse spesso volevano solo farsi gli affari propri o riposarsi, o magari gli stavo antipatica. Se sia davvero così (e cioè che oltre lo stereotipo esasperato che li vorrebbe degli automi, si nasconda una realtà di contraddizioni, tormenti e grandi passioni), non mi è stato dato dunque di sapere .
All'inizio della mia permanenza mi sono sentita davvero sola (ancora non avevo conosciuto le altre europee) di fronte a degli atteggiamenti vagamente "autistici", poi la situazione è lentamente migliorata, soprattutto nel caso della mia giappo-mamma, con la quale ho ancora affettuosi (?) scambi di lettere. Durante i primi giorni in ospedale raramente mi veniva rivolta la parola, anche se percepivo comunque curiosità da parte loro. Da quel che poi ho scoperto, la loro estrema timidezza era aggravata dal senso di inferiorità che avevano per me in quanto straniera.
Per questo alla fine preferivo la compagnia delle amiche europee... A proposito di Emma, mi manca tuttora così tanto che per sentirla più vicina ho cominciato ad ascoltare gli ABBA! ;-))
Vorrei chiudere il grosso capitolo "Emma" (dalla quale, sono sicura, tutti penserete io sia ossessionata... e avreste ragione ^__-) raccontandovi degli scherzi diabolici che architettava per far cadere nel panico i nostri amici giapponesi, e nei quali ovviamente mi coinvolgeva: ci staccavamo distrattamente dal gruppo per poi nasconderci all'occasione più propizia e gustarci le facce terrorizzate e sconcertate dei ragazzi giapponesi che ci accompagnavano in giro per Tokyo.... espressioni che la dicevano lunga sull'assoluta mancanza di "elasticità mentale" e apertura all'imprevisto e allo scherzo.
Quindi, se non posso certo parlare di shock culturale, non nego che dal punto di vista emotivo, non tanto la lontananza dall'Italia, quanto lo scoglio comunicativo, mi ha messo alla prova. Se e quando (diciamo pure sempre!) gli italiani si manifestano apertamente nelle loro intenzioni e umori personali, vengono considerati come dei bambini, ancora incapaci di indossare maschere di cortesia e sorrisi di plastica nelle situazioni pubbliche. In altri casi, però, lo ammetto, lo straniero, soprattutto europeo, viene ammirato come fosse un semidio, e messo al centro dell'attenzione. Sensazione davvero curiosa, e molto piacevole, essere apprezzata solo in quanto italiana... voi che ne dite? ^__-
Una delle smentite allo stereotipo che vorrebbe i giapponesi freddi è stato un simpaticissimo ragazzo di nome Kotaro, che si è avvicinato per primo (miracolo!!) e con il quale abbiamo fatto subito amicizia (si era imparato delle frasi d'amore in italiano e svedese, e le recitava ogni volta che vedeva me e la mia amica, svedese appunto). Anche il mio supervisore all'ospedale mi ha fatto quasi commuovere quando mi ha detto che gli dispiaceva molto che partissi.
E probabilmente, se fossi rimasta più a lungo, sarebbe andata anche meglio. Il mio tutor e "fratellastro" Tatsuo (che ora sento tramite email) nella nostra corrispondenza epistolare si è rivelato molto più chiacchierone e simpatico di quel che aveva dimostrato di essere "dal vivo"... che sia dunque solo una questione di tempo e abitudine?
C'è poi da sfatare il mito dei giapponesi come grandi lavoratori (mi riferisco all'efficienza): se fossero meno lenti e "dispersivi" non avrebbero bisogno di trascorrere al lavoro la maggior parte della giornata! Per prendere una decisione, anche la più banale e di minor responsabilità, era necessaria una trafila infinita di consultazioni.
Un ultimo appunto: dicharo pubblicamente che è avvenuta la mia ufficiale riconciliazione con la cucina giapponese! ^__^ Ora ogni occasione è buona per andare al nippo-ristorante (peccato che molti reclinino i miei inviti con la scusa del costo -_-), per fortuna che ce n'è uno anche a Verona!!
Sapete, il fatto di non aver condiviso l'esperienza del viaggio con altri italiani (cioè con qualcuno con cui potersi esprimere liberamente, intendersi alla perfezione e poter poi fare amarcord), come invece era successo in Ungheria, ha fatto sì che per me quel mese giapponese sia ora collocato in una dimensione a-temporale, solo mia. E' così che, anche a distanza di un anno, nessun ricordo è sbiadito.
Poi, il contatto con tale e tanta diversità mi ha aiutata a prendere maggiore coscienza di me stessa.
Ora custodisco, tutt'altro che gelosamente -nel senso che è tappa obbligata di tutti gli ospiti di casa- i miei cimeli di viaggio in una vetrina, dove li ho sistemati dopo aver vagliato varie disposizioni, fino a trovare quella che più mi soddisfaceva.
quinta tappa, Fujisan
lavoravo qui! Nippon Medical School Hospital, Sendagi
Pagina creata da Linda Bassi il 26-9-03