Nel Moscardo fisarmoniche, dischi, foto e medaglie raccontano le imprese del terzetto di Amato Matiz.

A distanza di più di venti anni dalla morte, il ricordo è vivo tra i suoi estimatori.

 

In centinaia al museo di “Pakai”

 

Per più di dieci anni sono stati gli ambasciatori della musica, della melodia carnica nel mondo. Suonando “pai fogolârs furlans”, nelle sagre di paese, nei matrimoni e nei locali. Non solo in regione ma anche fuori dai confini italiani. Cantando l’allegria della loro terra, il loro modo di vivere e vedere la vita. Un suono che si sente ancora all’ingresso del paese, l’inizio del borgo “Muses”, dov'è lo storico bar, che prendeil suo nome. Qui tutto fa pensare, riporta indietro nel tempo agli splendori degli anni Settanta. Gli anni di Amato Matiz, l’anima del “Trio Pakai”. Arrivavano da tutto il Friuli, il piccolo piazzale del locale straboccava di automobili. Non le conteneva. Ogni domenica suonava e ogni domenica era una piccola sagra paesana. Un nome, un marchio. Venivano per ballare e divertirsi al suono delle sue note, le signore col vestito da ballo e l’acconciatura all’ultima moda, anche gli uomini non erano da meno in fatto di vestiti adatti all’occasione.

In casa di Josette Ortis, vedova di Pakai, il tempo si è fermato anche sul calendario che segna il 20 settembre del 1985. Venerdì. Il terzetto perdeva il suo fondatore. E con lui, il cuore del gruppo cessò di battere.

 

Venti anni dalla sua morte. Venti anni che hanno segnato una svolta nella produzione musicale folk friulana. La memoria non è morta coi ricordi, ma ritorna a quegli anni attraverso le foto, i poster dei concerti, i ricordi delle tournee, medaglie e diplomi di partecipazione. Josette nella mansarda di casa sua ha creato un museo, che racconta l’epopea e le imprese del gruppo, raccogliendo gli oggetti, gli strumenti musicali, i dischi, le cassette e anche i due cd, fatti più tardi, versione rimasterizzata dei vecchi vinili. Ogni anno arrivano in centinaia a vederlo questo scrigno di memoria. Corriere di curiosi, per riscoprire il mito di Pakai. «Cinque anni fa – racconta – io e mia figlia abbiamo dovuto risistemare la mansarda. Avevamo tanti ricordi di Amato. Scatole e scatole di roba. Tutte le sue fisarmoniche. Ho pensato: Perché non fare un museo aperto a tutti i suoi ammiratori? Ho chiamato Enzo, per rivestire in legno tutta la sala, chiedendogli che mi facesse anche tanti scaffali e ripiani. Lui pensava che non riuscissi a riempirla tutta, ma quando l’ha vista finita e rimasto a bocca aperta. Da quella volta mi chiama “architetto”».

Josette non abita più nella casa sopra lo storico bar di Cleulis. Dopo la pensione ha chiuso e si è ritirata nella casa della figlia Gina Matiz nel Moscardo, poco lontano dal ruscello dove – secondo la tradizione cantata anche dal Carducci – frana il materiale smosso dal dannato Silverio. Leggenda che si mescola a leggenda. La storia di Pakai ne ha create tante: quella del “fischiosauro” – il mostro fantastico che viveva nelle paludi di Timau, arrivata perfino a meritare la copertina della “Domenica del Corriere” – quella dei viaggi per il mondo, dall’Australia al Canada, dagli Stati Uniti ai paesi dell’Europa, quella degli sketch con i compagni del terzetto (Genesio, Paolo e poi Stefano): cabaret allo stato puro. Maestri dell’improvvisazione e dell’entertaiment. Le loro non erano solo “sunadis”: erano dei veri show, dove si iniziava ma non si sapeva come sarebbe finita. Trenta, forse quarant’anni di storia. «Queste erano tutte cose sue, ricordi che portava dai suoi viaggi, oggetti che avevamo nel bar, fotografie delle tournee. Per raggruppare tutto, un lavoro di un mese e mezzo» spiega Josette. Sulle pareti della stanza, anche la storia dei loro spettacoli. Pippo Baudo quando stava facendo i primi passi e non era ancora nazional-popolare, è in posa con loro ad un festival ad Ancona nel 1972. La foto col cantante Wess. Le registrazioni per la televisione canadese; poi quelle negli studi di Capodistria. Le riprese per Telefriuli, per la Rai tv e per il cinema, nel film “Maria Zef”. Poi le copertine dei dischi, i vecchi quarantacinque giri, addirittura una partitura a ideogrammi di una lingua asiatica. I gagliardetti delle città visitate, le medaglie e i diplomi di tutti i concorsi a cui il terzetto aveva partecipato e la divisa ufficiale, in costume carnico, indossato ad ogni esibizione. I ritratti di pittori e i componimenti commemorativi fatti dai suoi amici. «Quando – fa sapere Josette – dopo la paralisi non riusciva più  suonare, ma cercava di riprendere, la domenica venivano a suonare per lui, ad aiutarlo, i musicisti di tutta la Carnia. Lui, per ognuno, ha scattato una foto. Tanti sono morti, tanti non si ricordano, io li ho messi tutti in un quadro, vicino a lui. Chi non conosce Pakai? Tutti sanno chi è stato e che cosa ha rappresentato».

 

Il museo che celebra Pakai e la sua musica è sempre aperto, basta cercare la casa di Josette nel Moscardo. Non è difficile trovarla. Ancora oggi si possono sentire, tra gli arbusti e il malinconico autunno, il suono dell’acqua e del vento, quelle note e quelle atmosfere che hanno ispirato la sua musica. Lì troverete la sua casa.

 

Oscar Puntel